Le ragioni di uno scrittore qualunque

Dieci anni fa, quasi per caso, ho scritto il mio primo libro, Sognando un Negroni: una presa in giro della mia città, Verona, dei suoi locali e della sua gente. Era un libro che avevo scritto per divertire innanzitutto me stesso, ma poi ha divertito tutta la città, e non solo.

Da quel momento, nei dieci anni successivi, sei libri e molte altre cose scritte dopo e con tanti progetti ancora davanti, la mia passione per la scrittura è cresciuta, si è formata, è diventata una vera e propria parte di me, un lato della mia personalità, un mio alter ego: è il costume di Superman che indosso sotto quello di avvocato.

In questi dieci anni ho avuto la conferma che non si scrive mai solo per sé stessi. Chi dice questo mente. Scrivere per sé stessi è come recitare tutto l’Amleto nel bagno di casa propria: anche rispettando le abitudini più bizzarre, anche avendo molta empatia con i propri sanitari, comunque non ha senso. Si scrive per comunicare qualcosa e, a meno che scrivere non sia esclusivamente il mezzo per psicanalizzarsi (cosa che peraltro, scrivendo, si fa sempre), quando si scrive si vuole sempre dire qualcosa a qualcuno.

Può capitare semmai un problema opposto: quella di comunicare, nel tempo, può diventare un’ossessione, perché ti senti in dovere di scrivere secondo scadenze prefissate, ma in fondo prefissate solo nella tua mente, quando in realtà non hai niente da dire, solo per esserci, per non scomparire. Perché si scrive anche per non restare soli, per urlare al mondo la propria esistenza.

Fino a che non arrivi ad un punto di equilibrio in cui ti piace scrivere per il solo gusto di scrivere e di essere letto, e non per una forma di vanità, non perché quella dello scrittore sia solo un’immagine bensì perché è proprio la tua natura. Perché vuoi essere, e non apparire, quello, e quello vuoi fare. E vuoi scrivere quando e come ti pare. E chissenefrega del dover dire, perché è mille volte più gratificante, e intelligente, il voler dire.

Poi ho letto Open di André Agassi, scritto insieme al Premio Pulitzer J.R. Moehringer, l’autobiografia di un tennista che è anche uno dei migliori romanzi scritti negli ultimi anni: anche se non sai nemmeno prendere in mano una racchetta, anche se non vivi a Las Vegas, se non sei miliardario e non sei conosciuto in tutto il mondo, quando leggi quel libro, ti sembra che stia parlando di te.

Allora ho letto anche Il bar delle grandi speranze dello stesso Moehringer, che parla della sua vita e del suo rapporto salvifico con la scrittura e con i bar, di come l’insicurezza e tutto quello che ci spaventa, si possa vincere, in fondo, con poche parole, scritte in un libro o dette davanti ad un bicchiere.

E quindi, dopo un viaggio cominciato dieci anni fa con l’uscita di quel mio primo libro che metteva insieme proprio la scrittura con i bar, ho capito che uno scrittore può anche non essere una rockstar, ma solo e semplicemente uno scrittore. Che uno scrittore scrive perché gli piace farlo e perché gli piace che gli altri leggano quello che scrive, e per nessun altro motivo.

Uno scrittore convinto e contento di quello che scrive, e un pubblico di lettori convinto e contento di quello che legge. Non serve né più né meno di questo.

Un concetto molto semplice, quasi banale, ma anche l’unica, sensata, ragione per cui si debba scrivere.  

 

(pubblicato sulla rivista letteraria ScrivendoVolo di aprile 2014)

 

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Commenti: 5
  • #1

    L.R. (venerdì, 04 luglio 2014 19:08)

    Grande Fezzi!

  • #2

    fiorella (venerdì, 04 luglio 2014 19:30)

    toccherà leggerti anche qui ;)

  • #3

    I tuoi nipoti (venerdì, 04 luglio 2014 21:09)

    Grande zio!
    Splendido il nuovo sito! Sei sempre il migliore!
    Francesco Luca Giovanni Andrea

  • #4

    AF (venerdì, 04 luglio 2014 21:22)

    Grazie ragazzi! Vi voglio bene!

  • #5

    F.B. (venerdì, 04 luglio 2014 21:47)

    Una carezza per Fezzi anche qui! Complimenti!!!!!

Alberto Fezzi

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