DISTRATTO CON STILE - IL BLOG

lun

18

set

2017

Settembre

I sogni di gloria che si fanno in autunno.

Il mio compleanno.

Fine dell’estate.

La mia malinconia è solo colpa tua.

Grandi speranze di ritrovarsi.

O di trovarsi.

I progetti.

La giovinezza.

La maturità.

Il mare dietro.

E dentro.

Quanto tempo è passato.

Tutte le volte in cui ti dico qualcosa di bello mi chiedi se sono ubriaco.

E mi chiedi di smettere.

Ma speri che ricominci.

Qualcuno cerca l’amore della propria vita su Tinder.

Qualcun altro scrutando le stelle.

Che bello bere.

Qualcosa succederà nei pub.

sab

15

lug

2017

No!

Ci siamo, ancora una volta. Il mio editore futurista Francesco Giubilei mi ha comunicato che, incredibilmente, pubblicherà anche il mio prossimo libro, intitolato "No!" (ho scelto questo titolo innanzitutto per rispondere a tutti quelli che in questi mesi me lo stanno chiedendo: "Puoi almeno dirmi il titolo?" "No!". Ah ah, che risate).

Da inedito, il libro è arrivato in finale al Torneo Letterario Io Scrittore 2017, quindi probabilmente non fa così schifo. Per i miei sette lettori più affezionati qui sotto trovate la trama e un estratto. Con il libro vero e proprio ci vediamo, verosimilmente, a fine anno. I love you.

 

9 giugno 1998: primo giorno.

13 giugno 2003: secondo giorno.

10 ottobre 2009: terzo giorno.

3 luglio 2013: quarto giorno.

7 settembre 2015: quinto giorno.

Può una grande storia d’amore durare solo cinque giorni?

E’ quello che si chiede la protagonista, Chiara Sogni, nome da predestinata, ed è quello che si chiede il suo “antagonista”, Edoardo Spencer, nome da principe, non troppo azzurro.

Proprio come in una favola, intrisa di ironia, dolcezza e poesia, Chiara e Edoardo si troveranno e si rincorreranno per tutta una vita, lasciandoci a curiosare divertiti nelle loro stravaganti vicende sentimentali, ma, in un gioco di specchi, facendoci anche riflettere sulle nostre.

Sarà solo il finale, a sciogliere ogni dubbio con la forza di uno schiaffo.

 

Una volta rientrata a casa, la ragazza si rifugiò in camera e si ritrovò nuovamente alla scrivania, con il pigiama addosso e le trecce ancora da disfare. La camera da letto traboccava di oggetti, perché le era sempre piaciuto conservare, e poi sparpagliare, di tutto: vecchie bambole della precedente infanzia, fiori appassiti, fiori finti, vestiti, penne, quaderni, libri, disegni, dischi e cd. Ma in quel momento, osservava il muro di post-it che tappezzavano la parete davanti alla scrivania: stava ripensando a quella giornata, al saliscendi di emozioni, ancora con la necessità di scrivere una frase che potesse racchiuderle tutte. Stava pensando alle scuole medie finite, a quanto era stato duro in alcuni momenti essere ancora una bambina, a quanto era stato difficile non essere considerata in modo preciso e definito, e a quanto si preannunciava disastroso o bellissimo crescere. E poi, ovviamente, pensava a Edoardo, comparso dal nulla e scomparso con un abbraccio imbarazzato al momento dei saluti. Nello sgabuzzino buio, grazie a lui, grazie alle sue parole e ai suoi gesti semplici, si era sentita contemporaneamente una bambina e una ragazza. Avrebbe potuto essere sempre così, d’ora in poi? Lo sperava, perché in quella piccola stanza si era sentita bene, il tempo si era fermato e lei aveva vissuto. Ma Edo non c’era più, a tutti gli effetti era scomparso, se ne sarebbe andato a Londra, e chissà se l’avrebbe mai più rivisto.

Prese un post-it, estrasse la stilografica dal portapenne, e scrisse:

 

Siamo cassieri di supermercato, che sognano di diventare astronauti.

 

Attaccò il foglietto al muro, ripose la penna, sciolse i capelli e si mise a letto, sperando di sognare.

 

sab

20

mag

2017

Uomini: la classificazione definitiva

IL GHEPARDO

E’ un cacciatore, e lo sarà per sempre, anche dopo i novant’anni. Le donne per lui sono prede: pochi sentimenti, molto pragmatismo. Può anche impegnarsi in relazioni stabili ma non è il suo habitat, ed è molto pericoloso tenere un ghepardo in salotto.

 

IL GATTO SORIANO

All’opposto del ghepardo, lui non caccia proprio nulla, bensì bivacca pigramente sul divano, in attesa di piacevoli grattatine sulle pancia.

 

L’INSICURO

Ha paura di tutto, specialmente delle relazioni, e per questo finisce a limonare con lo specchio.

 

L’ANARCHICO

Perennemente single, è il William Wallace dei rapporti di coppia: al grido di “Libertà!!!”, si ritrova a limonare con lo specchio insieme all’insicuro.

 

IL PESCATORE CON LE BOMBE

Considera le sue conoscenze femminili alla stregua di una cava di carpe, in cui nuotano tutte insieme, passate

presenti e future, non ne abbandona realmente mai nessuna. Quando si sente solo, manda uno stesso messaggio o una stessa foto cumulativamente a tutte, e verifica quali e quante salgono a galla.

 

L’ESORCISTA

Ha sempre la testa girata all’indietro, a pensare a una vecchia fidanzata che risale al Cretaceo.

 

L’ESIGENTE

Riesce a trovare difetti a qualsiasi donna. Se contattato su Messenger da Em Rata, le contesta una certa asimmetria degli occhi e la respinge.

 

IL SIAMESE

Necessita del porto sicuro della coppia: se si ritrova da solo impazzisce, alternando stati di profondissima depressione a comportamenti degni di un Hannibal Lecter strafatto di crack. Le compagna non deve avere qualità particolari, l’importante è che ci sia, come il salvagente sulle barche.

 

RENATO DULBECCO

#strong #relax #power #sun #bellavita #moscowmule

 

L’INCONCLUDENTE

Scrive, scrive, scrive, parla, parla, parla, ma fatti: zero.

 

IL DICIOTTENNE PER SEMPRE

Eighteen till I die come Bryan Adams. Solo che non è Bryan Adams.

 

LO SPERANZOSO

Anche dopo 1.296 no ricevuti da quella ragazza, ci spera ancora. “Forse stavolta …”, pensa. Stavolta un cazzo,

amico mio.

 

IL BELLO, SIMPATICO, INTELLIGENTE E SERENO

Ne esistono dodici in tutto il mondo. Sono preti.

gio

11

mag

2017

Donne: la classificazione definitiva

 

LA PSICOPATICA

E’ totalmente instabile, non dà alcun punto di riferimento. Se vi capita di invaghirvi di lei, non dovete fare nessuna mossa, non dovete prendere alcuna iniziativa, dovete stare immobili, come con gli squali.

 

LA DOG SITTER

Ti getta una palla, ti dà grandi carezze sotto il mento, ti tratta, dunque, come un cagnetto (per ogni ulteriore spiegazione, vedasi questo video).

 

LA SIAMESE

Nella sua vita non ha mai concepito di poter restare da sola, nemmeno per un minuto: a sei anni si era già sposata in Comune con Ken, e lo aveva costretto al riconoscimento di paternità di tutte le Barbie. Massima allerta dai 29 ai 35 anni: se in quella fascia di età si trova incredibilmente sola, il Principe Azzurro diventa il Primo Che Passa.

 

LA MELODRAMMATICA

“La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso, che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte, e poi di lui nessuno udrà più nulla: è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato”. Per lei la vita è una tragedia di Shakespeare, ogni canzone le parla di lei e le dice che sta sbagliando.

 

RITA LEVI MONTALCINI

#solonoi #amichepersempre #loveofmylife #sushi #love #sun.

 

LA QUASI FELICE, E QUASI NO

Sorride sempre, ma il suo è un sorriso che ha piccole crepe: se ci guardi attraverso di nascosto, ti accorgi che dietro è un po’ triste, solitamente perché pensa a un ex-fidanzato, il suo primo e unico vero amore, di cui continua a parlare e di cui giura però di non essere più innamorata (ma se, ad esempio, a me i Litfiba fanno schifo, io non continuo a parlare dei Litfiba).

 

LA SCARICATRICE DI PORTO

Nonostante, a differenza di quello che si creda, le donne in una relazione siano interessate al sesso per un buon 82%, lei lo è al 99,6%, e dice e fa cose molto peggiori (o migliori) di quelle che dice e fa il peggiore (o il migliore) tra gli uomini.

 

LA GRANDE DISILLUSA

Potrebbe suonarle al campanello Ryan Gosling, lindo, profumato, porgendole un mazzo di rose e cantandole tutte le canzoni della colonna sonora di La La Land proprio lì sull’uscio, ma lei gli chiuderebbe la porta in faccia e tornerebbe sul divano a guardare Il Boss delle Cerimonie.

 

LA NEGAZIONISTA

Elabora spiegazioni complesse per fatti semplici.

Fatto Semplice: lui non vuole avere una relazione con me.

Spiegazione Complessa: lo fa perché è un narciso che si autoassolve e non riesce a staccarsi dall’ipertrofica immagine che ha di sé e allora preferisce distruggere me piuttosto che sé stesso.

(Spiegazione Semplice: non è innamorato di me.)

 

LA DOPPIOGIOCHISTA

E’ una che, in ogni occasione, non manca mai di affermare di avere un fidanzato, ma non lo porta mai con sé, nessuno lo hai mai visto. “Mi lascia molti spazi”, si giustifica. Ma è una scusa per non ammettere che starebbe

meglio single.

 

LA GEOLOCALIZZATRICE

Basta fornire su un qualsiasi social network un proprio minimo riferimento spazio-temporale, e lei lì si presenterà. A voler inquadrare la fattispecie da un punto di vista giuridico, stiamo parlando di una buffa forma di stalking.

 

LA BELLA, SIMPATICA, INTELLIGENTE E SERENA

Ne esistono diciannove in tutto il mondo, portate sulla Terra da un’astronave aliena nel 1319 a.C. Sono tutte impegnate.

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lun

03

apr

2017

Elogio della birreria

Dopo tanto parlare di grandi amori che ritornano, e di avvocati che si lamentano, e di bancari che si annoiano, e di emoticon che rompono la minchia, e di questo e di quello e di quell’altro, i miei lettori della prima ora mi hanno richiamato all’ordine e mi hanno fatto notare che sto da tempo trascurando un argomento fondamentale, oltre che un perno della mia scrittura e della mia visione del mondo: la birra.

In Sognando un Negroni  avevo dedicato uno specifico capitolo ai pub di Verona, poiché consideravo quei luoghi il miglior posto, per me, dove divertirmi. Poiché, tuttavia, i pub descritti in quel libro sono oramai tutti chiusi, sostituiti da grigi garage o da freddi ristoranti, si impone un aggiornamento del capitolo, un piccolo spin-off.

Possiamo quindi parlare di birrerie, ricordandoci che se i pub hanno chiuso perché non attiravano particolarmente le donne terrorizzate dalla birra e dalla macilenta bolla che questa provoca, e se non ci sono donne in un locale non ci sono nemmeno grandi migrazioni di uomini salvo gli irriducibili come me, ebbene lo stesso ragionamento vale per le birrerie, che però sono più generaliste e ariose rispetto all’oscuro, e magnifico, mondo dei pub, e per questo continuano a esistere.

A dire il vero, possiamo ricordare due pub-baluardo che ancora resistono in città, ma con meno fasto degli indimenticati e mai troppo rimpianti Camelot e Highlander: lo storico Celtic, in Via Santa Chiara, con ottima spina anglo-irlandese, che poi altro non è che una stanza, dove si guardano le partite di calcio e si ascolta musica dal vivo, e, quando il locale è pieno, se un avventore rilascia un peto alla Guinness, tutti gli altri rischiano un brutto soffocamento; e l’Hartigan’s, in Vicolo Disciplina, ben curato pub in stile irlandese, che avrebbe tutte le carte in regola per essere perfetto, ma è frequentato per l’ottanta per cento da tecnici informatici con moderati problemi di socialità, per cui in questo locale difficilmente passerete una serata di delirio, ma potrete aggiornare con successo tutte le vostre applicazioni.

 

Venendo alle birrerie di Verona da me preferite, eccole.

 

ITER, Via Sturzo

Magnifica birreria hard-rock/rifugio di motociclisti (occhio a non fissarsi troppo negli occhi), nata sulle ceneri del vicino Ritrovo poi passato in mano ai cinesi che, come loro consuetudine, avevano imparato a spinare benissimo la birra, ma non a trasmettere umanità (chiediamocelo: i cinesi sono umani? O replicanti? O soldatini giunti sulla Terra da un pianeta alieno?). Ecco che quindi Il Cesco (questo il suo unico dato anagrafico che conosco, ma con cui disquisisco di birra come se parlassimo di fissione nucleare), ora proprietario dell’Iter, ha lasciato il Ritrovo e ha aperto questa meraviglia per bevitori, con una spina vicino alla quale farsi i selfie come al Colosseo, e un bancone lungo due chilometri dove passare le serate, ma anche la vita intera. Punta di diamante della casa, l’Augustiner: potrete innamorarvene, più di qualsiasi altra bionda che avete conosciuto in vita. Eletta miglior birra di Verona da me e dalla mia cricca di amici ubriaconi. Ottima anche la cucina.

 

TAVERNA CANSIGNORIO, Via Biancolini

Può un locale fondarsi, esclusivamente, sulla spina della birra? Può. E’ il Cansignorio. La sua HB Traunstein, spinata alla giusta temperatura (fresca ma non gelata) e con il giusto gas (poco), è una delle gioie della vita, da pensarci la notte (sì, io la notte penso alla birra, e allora? Meglio che pensare alle tasse o al lavoro). La stessa stanza dove si trova la spina potrebbe essere oggetto di visite guidate per scolaresche desiderose di apprendimento.

Il locale si fonda sulla birra perché il resto, diciamo, non spicca come quella: la location è carina, in uno stile pseudo-medioevale con una spruzzatina dei Corsari di Gardaland, ma ristagna spesso un certo odore di piscina comunale (come nei Corsari, appunto); la zona della città dove si trova il locale (una strada laterale di

Borgo Venezia) non è certo lo Strip di Las Vegas; i proprietari e molti degli avventori (al 94% uomini) non sono inclini a sganasciare di gusto. Ma la birra è tutto. La birra è vita. Viva il Cansignorio.

 

BOTTIGLIERIA BARALDI, Corso Porta Palio

Questa enoteca/bottiglieria, nel tempo, ha visto sempre più clienti fermarsi al bancone a degustare in loco la birra Ayinger che qui servono, leggera, fresca, un balsamo per le interiora e per la vescica. E a forza di ettolitri di Ayinger l’enoteca è diventata un vero e proprio locale, con tanto di tavolini all’aperto, e ha persino raddoppiato aprendo anche a San Zeno. Potenza della birra e di tutto quello che porta con sé.

Ideale per serate primaverili ed estive: ci si posiziona nel plateatico e si lascia scorrere la vita. Unico inconveniente: il locale chiude abbastanza presto e quindi ti ritrovi alle nove in mezzo a una strada ciucco come all’Oktoberfest, e invece sei in Corso Porta Palio a Verona, ubriaco ad un incrocio.

 

KOFLER, Piazza Pradaval

E’ una recente apertura che, sotto l’insegna di un generalista “risto-pizza”, nasconde una piccola gemma: la Lowenbrau a caduta. Roba da uscire di corsa da casa a mezzanotte lasciando gli elettrodomestici in funzione, solo per suggerne un po’ (io l’ho fatto, faccio tante cose strane). E’ un locale molto bello, forse manca della rudezza e dell’ignoranza necessaria a una vera e propria birreria, ma l’essenziale c’è, e non è nemmeno invisibile agli occhi, è sulla spina.

 

Cari amici lettori della prima ora, cari amici che, anche quando avrò 97 anni e mi porterò il fegato appresso in una carriola, mi chiederete quando scriverò il seguito di Sognando un Negroni, spero di avervi accontentato almeno un po’. Vorrei quindi lasciarvi con la frase-manifesto che io e voi non manchiamo mai di pronunciare quando, dopo una giornata di lavoro o dopo uno stress o una delusione ma anche dopo una gioia o un bel momento o anche dopo nulla di particolare, arriva la prima birra media (la prima, perché una sola non basta mai): che bello bere.

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ven

03

mar

2017

La sindrome del convenuto

Se un avvocato civilista dovesse analizzare e catalogare tutte le sentenze ricevute da giudici del suo settore, secondo me potrebbe dedurne che molti di questi sono affetti da quella che potremmo chiamare la sindrome del convenuto.

Essa si manifesta in una, volontaria o involontaria, tendenza del giudice a favorire il convenuto, o meglio a soccorrerlo, ad aggiustargli le argomentazioni o ad offrirgliene di nuove, di migliori. Molto spesso, agli occhi del giudice, il convenuto appare come un gattino indifeso da accudire, e non sappiamo perché. O invece sì, forse lo sappiamo.

Probabilmente questa propensione trae origine dal fatto che molti magistrati, a partire dal loro grande capo Piercamillo Robocop Davigo, ritengono che gli avvocati, in qualità di attori, azionino cause che per un 98% non avrebbero dovuto essere azionate, e lo facciano solo per un tornaconto personale e non per un’effettiva esigenza del cliente (parole di Davigo: “Le cause vanno fatte per le questioni serie, quando c’è una ragionevole possibilità di vincere. Ma questo va contro gli interessi degli avvocati che sono tanti e agguerriti, con tutto l’interesse alla proliferazione dei processi”).

Insomma siamo ancora fermi al luogo comune del “causa che pende, causa che rende”, come se l’avvocato, dal momento che una causa è pendente, potesse mandare al proprio cliente una parcella ogni due settimane anche se in quella causa non succede nulla da otto mesi (e non succede nulla da otto mesi perché un giudice ha dato un rinvio di otto mesi). Come se le parcelle degli avvocati venissero pagate sempre, puntualmente e con gioia. Quando invece, quel che conta, ormai, tanto per l’avvocato quanto per il cliente, non è che la causa penda, ma che la causa finisca. E questo non dipende dall’avvocato. Fosse per me, non ci andrei mai in tribunale, mi metterei sempre d’accordo prima.

Ad ogni modo, per questi giudici che vedono l’avvocato dell’attore come un venditore di Rolex falsi sulla spiaggia, viene spontaneo sostenere il convenuto. E la cosa si manifesta in modo ancor più eclatante quando il convenuto è contumace: a tanti di noi è sicuramente capitato, in qualità di attori, di imbatterci in giudici che, invece che bastonare quel convenuto ignavo e un poco paraculo, si sono sentiti in dovere di difenderlo, di proteggere e accudire quel gattino intirizzito, e di mostrare all’avvocato dell’attore quanto falso sia il suo Rolex.

Una variante della sindrome del convenuto è poi la cosiddetta terza via, ovvero l’inclinazione del giudice ad accogliere le domande di una o dell’altra parte, ma utilizzando argomentazioni proprie, non coincidenti con quelle degli avvocati, dimostrando in qualche modo che degli avvocati, del loro studio, del loro impegno, dei loro ragionamenti e del loro blablabla, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.

Un mondo di soli giudici, e tutto filerebbe liscio.

 

P.S. Quanto appena esposto a proposito della sindrome del convenuto ha la sua più grande eccezione nel caso in cui l’attore sia un fallimento: in questo caso, l’avvocato del fallimento può anche agire in giudizio tramite un foglio bianco depositato fuori termine, ma vincerà comunque, perché il fallimento ha sempre ragione. Il fallimento tutela i creditori. Il fallimento è Dio che suona la fisarmonica, e il convenuto può solo ascoltare.

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lun

20

feb

2017

Avvocati di tutto il mondo, unitevi

Io so.

So delle notti passate a pensare a una soluzione.

So dei risvegli improvvisi per la scadenza di un termine.

So delle richieste dei clienti e dei mancati pagamenti.

So che bisogna essere psicologi, prima ancora che avvocati.

So che siete miei colleghi, quando vi guardo per strada, in un locale, in tribunale, con lo sguardo perso perché state pensando, sempre pensando.

So delle spese, delle tasse, della Cassa Forense.

So delle sentenze che lasciano esterrefatti.

So delle attese.

So dei formalismi e degli incombenti.

So del mero tuziorismo.

So dell’interpretazione di tutto, perché non c’è niente di certo.

So del Colonnello Jessep.

So che non so.

So di tutto lo studio, spesso inutile.

So della frustrazione, so dell’ansia.

Io so, perché sono come voi.

Avvocati di tutto il mondo unitevi, e venite a darmi un abbraccio.

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ven

27

gen

2017

L'abbandono femminile

In quest’epoca in cui si avverte con forza la necessità di buttare a mare le ipocrisie in favore della cruda verità, in quest’epoca di Brexit e di Trump, ebbene anch’io mi sento allora in dovere di squarciare il velo dell’omertà circa un argomento di assoluta rilevanza, che tutti tendiamo a nascondere sotto il tappeto: l’abbandono femminile è molto peggio di quello maschile.

Nel lasciare, gli uomini sono molto più incerti, sono lunghi, sono goffi orsacchiotti che non si decidono mai, perché vorrebbero tutto (fidanzata, amante, amici, tempo libero, bella vita) per sempre. Le donne no: le donne sono rasoi, sono mannaie sporche di sangue.

Quando la donna dice che è finita, è finita: cambia i lineamenti del viso e ingoia il cuore (se mai ne ha avuto uno). Tu vorresti dire qualcosa, ma non puoi più farlo. Tempo scaduto, la scure è scesa. Se lei ha deciso di lasciarti, puoi anche suonarle una serenata nudo, con il suo nome marchiato a fuoco sul petto e il pube avvolto in un fascio di spine, ma lei non tornerà più sui suoi passi. Il perdono o il ripensamento non sono contemplati (e pensare che “Le Addizioni Femminili” parla proprio di questo, ma infatti è solo un romanzo).

Se un minuto prima eri in grande intimità con lei, un minuto dopo sei solo un insopportabile stracciacoglioni che in tutti questi lunghissimi sessanta secondi non si è ancora rassegnato all’idea di essere stato lasciato. Questa almeno è una delle possibilità. L’altra possibilità, forse ancora peggiore, è che lei, in quello stesso minuto, ti trasformi da persona attraente a cui dedicare se stessa, a grosso cane a cui fare molte carezze sulla testa. A cui offrire la propria compassione, un Hannibal Lecter sinceramente dispiaciuto dopo aver digerito la propria vittima.

Terribile il destino degli uomini trasformati in cani: li trovi soli ad abbaiare alla luna, intenti a immaginare qualcosa che non c’è. Bau.

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mar

01

nov

2016

Il mio sangue, le mie urine

In un documentario sul ciclista Lance Armstrong che ho visto tempo fa, c’è una scena in cui gli piombano in casa due ispettori per l’ennesimo controllo antidoping a sorpresa di sangue e urine. Lui, esasperato da questi controlli, fa riprendere il tutto da una telecamera. I due ispettori chiedono che le riprese vengano interrotte, ma il ciclista si rifiuta dicendo: “Sono il mio sangue e le mie urine”.

Nel tempo libero che dedico a riflettere su temi marginali e tendenzialmente inutili, ho pensato che questa scena può rappresentare una metafora dell’autobiografismo nei libri: persino io, mi sono sempre sentito chiedere se quello che scrivo è autobiografico, e se non mi sento a disagio nel parlare di me nei libri. Ma il punto è proprio quello, come dice il mio amico Lance: “Sono il mio sangue e le mie urine”. Io ho vissuto quelle cose, io ne ho goduto e io ne ho sofferto, e forse non solo è un mio diritto parlarne, ma persino un dovere. Anche perché la privacy, per cui tanto ci si affanna, è una gran cazzata.

Certo, poi Lance si è rivelato un grandissimo dopato, ma anche questo rientra perfettamente nella metafora: è solo fiction, no?

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mar

13

set

2016

Veronese Medio: il test

Quello che segue, è un test per verificare se sei un Veronese Medio: se ti riconosci in almeno cinque di questi assunti, lo sei. In questo caso, ti aspetto al bar.

 

Bevi per bere.

 

Sei veramente convinto che non ci sia mondo al di fuori delle mura di Verona.

 

Sei veramente convinto che non ci sia mondo al di fuori di te.

 

Nel weekend vai in Piazza Erbe anche controvoglia.

 

Pensi che l’Hellas sia la Juventus della serie B, ma se perde una partita lo vedi già in Lega Pro.

 

Sei di centrodestra, ancora leggermente berlusconiano contro ogni evidenza.

 

Nella stagione calda, mitizzi il Lago di Garda contro ogni evidenza.

 

Hai un’opinione su tutto.

 

Polemizzi.

 

Prediligi le sagre.

 

Spesso ti riunisci in gruppi, da solo ti senti perso.

 

Di Alberto Fezzi hai letto solo “Sognando un Negroni”.

 

Saluti solo se ti va.

 

Sei brusco nei rapporti con i concittadini, ma in vacanza ti apri molto.

 

Necessiti di molta quiete vicino a casa.

 

Ti pavoneggi ai galà.

 

Segui il potere.

 

Con un certo ritardo, segui le mode.

 

Fai notare.

 

Temi molte cose.

 

Hai bisogno di sicurezze.

 

Vuoi che si sappiano alcune cose di te, per lo più afferenti al denaro e alla felicità. Per il resto, vuoi riservatezza.

 

Sei generalmente, talvolta involontariamente, divertente.

  

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lun

06

giu

2016

L'avvocatura spiegata a un bambino

Poiché, com’è noto, un po’ tutti si sentono avvocati pur senza esserlo effettivamente, ora farò una cosa contro il mio interesse: fornirò qualche dritta a tutti questi non-avvocati per esercitare la loro non-professione nella vita di tutti i giorni, così quando mi diranno che hanno letto una certa cosa su internet, spero che nella loro fine ricerca su Google siano almeno finiti anche su questo post.

Dunque, affinché tu possa autotutelarti al meglio, amico mio John Grisham da divano, segui queste linee guida.

 

PRINCIPI GENERALI

Siediti, rilassati, fai un bel respiro. Quello che devi fare è non litigare, quello che devi fare è trovare un accordo, anche quando ci perdi qualcosa. Se rimetti la lite a un giudice rischierai di perderci di più, e lo rischierai sempre, anche quando hai ragione. Nel trovare un accordo, invece, litighi senza litigare: sicuramente meno affascinante per te, amico guerrafondaio, ma molto più efficace.

 

QUANDO SEI CREDITORE

In primo luogo, se puoi, evita di diventarlo, selezionando le controparti. Ad esempio, ti sconsiglierei di reiterare forniture a Genny Savastano o di affidare tutti i tuoi risparmi a Bernie Madoff (ma anche a qualche banca veneta, per dire).

Ma se ti capita di diventarlo, ciò che devi fare è cavare l’anima al tuo debitore, fargli capire che non mollerai mai la presa. Puoi pure fargli capire che sei disponibile ad un accordo (vedi il punto precedente, amico iracondo), ma anche che non ne uscirà mai a zero. Rimbalza le sue meravigliose scuse, e poi martellalo, come Nadal fa con Federer (e Djokovic con tutti).

 

QUANDO SEI DEBITORE

In primo luogo, se puoi, paga. Se hai i soldi e non paghi, sei un balordo.

Se invece non puoi pagare, allora non indispettire il tuo creditore: rispondi al telefono, sii sincero, non opporre scuse incredibili e non annunciare imminenti bonifici, paga almeno qualcosina ogni tanto, appena puoi. Ma lo so, amico mio litigarello, tu vuoi far sparire tutto quello che hai e vuoi chiedere all’avvocato come farlo.

 

QUANDO PARTECIPI ALLA RIUNIONE DI CONDOMINIO

Tu che nella vita sei una persona mediamente rispettabile, non trasformarti, per l’occasione, in un bambino dell’asilo o in un cane idrofobo: è una riunione di condominio, non una tonnara di Cefalù.

Qualche spesa da togliere, qualche parete da tinteggiare, l’amministratore da confermare o revocare, due o tre alzate di mano e la cosa finisce lì. Niente facce rosse e vene ingrossate, per cortesia.

 

QUANDO HAI A CHE FARE CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Devi partire dal presupposto che loro giocano in difesa, soverchiati dallo spettro della Corte dei Conti o della Procura, e quindi non fanno nulla che possa recare problemi: se ti devono dire di no perché manca qualche documento, te lo dicono in 48 secondi; se ti devono dire di sì, in 48 mesi.

E allora i problemi devi eliminarli tu: presentati sempre preparatissimo al confronto, con tutte le carte in mano, e segui sempre la strada che comporti loro il minor lavoro possibile.

 

QUANDO PENSI CHE IL DIRITTO PENALE NON TI POTRA’ MAI RIGUARDARE

Il diritto penale c’è sempre, e vive in mezzo a noi. E’ anche lì di fronte a te, amico mio tronfio, che ritieni di essere la persona più specchiata del globo. Quando guidi, quando guidi dopo aver preso un Tavor o aver bevuto un mojito, quando firmi un documento o compili un modulo, quando spernacchi qualcuno su Facebook, quando vai allo stadio, quando ristrutturi la tua casetta, quando sei il legale rappresentante di una società, il diritto penale ti guarda dritto negli occhi, accarezzando la pistola.

 

QUANDO TI SPOSI

Amica mia ansiosetta, se vuoi sposarti e avere figli solo per l’orologio biologico, l’abito e la cerimonia, prendi un aereo, vai a Eurodisney, vestiti da Principessa Aurora e fatti fotografare insieme al Principe Filippo: tu risparmierai i tradimenti, e tuo marito gli alimenti.

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lun

11

apr

2016

La parabola del rinoceronte incazzato

Mentre parlavamo, avevamo superato il recinto delle forse-antilopi e ci trovavamo ora in quello del rinoceronte. Non c’erano dubbi: quello davanti a noi era sicuramente il rinoceronte. Probabilmente era il fratello di quello abbattuto nelle vigne del vicino, perché sembrava particolarmente incazzato (oddio, questo non so affermarlo con certezza, diciamo che i tratti somatici del viso di un rinoceronte non trasmettono serenità, che poi sia per incazzatura o solo perché il suo viso è proprio fatto così un giorno me lo farò spiegare da qualche documentario trombone del National Geographic).

Si era messo esattamente di fronte alla nostra auto e ci puntava, avanzando lentamente. Ricordo di aver visto in un documentario - questo sì me lo avevano già spiegato quelli del National Geographic - che il rinoceronte utilizza come tecnica difensiva l’attacco, e cioè una carica ai 40 chilometri all’ora contro il presunto aggressore. Questa tecnica è del tutto controproducente contro chi imbraccia un fucile, che sia un cacciatore o un proprietario di vigne confinanti con lo Zoo Safari, ma è del tutto efficace contro due ex fidanzati disarmati seduti in una piccola decapottabile di fronte al bestione.

- Secondo te cosa dobbiamo fare, Lu? Dobbiamo restare fermi immobili? - mi chiese Giorgia impietrita, tirando la bocca per non fare troppi movimenti.

- Non credo, non è mica uno squalo.

- Allora cosa facciamo? Adesso questo ci sale sul cofano.

Era spaventata e allora presi in mano io la situazione.

- Non facciamoci prendere dal panico. Intanto faccio un po’ di retromarcia, così capisce che non vogliamo fargli niente.

Mentre indietreggiavo, aprii un finestrino, tirai fuori la testa e urlai, cercando di riassicurare il nostro amico perissodattilo (stavolta vi ho fregato, eh, tromboni del National Geographic …).

- Ehi, tutto a posto? Non vogliamo farti niente, stavamo parlando dei fatti nostri! Scusa se siamo venuti a farlo qui da te! Pensa che questa si è presentata dopo otto anni a chiedermi di ritornare insieme a lei! Dopo che per otto anni è stata insieme al goffo Carlo! Pensa te, Rino!

Giorgia mi guardò scandalizzata.

- Ma cosa fai, cretino? L’uomo che sussurra ai rinoceronti?!

- Guarda che sono sicuro che lui conosce Carlo, non vedi che ha un grande corno sulla testa?

- Quello semmai dovresti avercelo tu … - disse lei, volgendo in basso lo sguardo e producendosi in un sorrisetto sghembo.

Sapeva persino trasformare il dolore in riso, maledetta Re Mida (anche se sembravano emergere particolari inquietanti dalla scena del crimine del nostro addio).

In quel momento un inserviente del parco che non avevamo visto sbucò da dietro un albero, munito di uno spazzolone con cui stava pulendo i residui dei pranzi padani del rinoceronte a base di tortellini e arrosto, e, toccandolo delicatamente su un lato con lo spazzolone, riuscì a deviarlo verso un laghetto lì vicino.

- Potete proseguire, romanticoni! - ci gridò con scherno lo spalamerda, che evidentemente aveva sentito tutto.

- Grazie! E buon lavoro! - gli risposi, cercando di essere scortese.

(da Le Addizioni Femminili)

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lun

21

mar

2016

Le Addizioni Femminili vs Luciano Ligabue

Se dovessi indicare un momento preciso in cui il Bar Star cambiò passo, il momento in cui la mia mano cominciò a tremare di meno, potrei dire che fu un giorno di qualche settimana prima in cui una Mercedes nera si fermò davanti al bar. Scese un uomo basso, con una coppola calcata sulla testa, grandi occhiali da sole, jeans sdruciti, la giacca di pelle e gli stivali di serpente. L’uomo mi chiese un caffè con voce bassa e profonda, con lo stesso tono con cui avrebbe potuto dire “a parte che gli anni passano, per non ripassare più”, e poi mi chiese dove fosse il bagno.

Io ebbi subito un concreto sospetto su chi potesse essere, anche se non potevo credere che la persona che avevo in mente io potesse comportarsi allo stesso modo di una turista inglese desiderosa di rubarmi l’asse del water, ma ogni dubbio venne fugato da due disadattate con una fascetta di Ligabue legata intorno alla fronte (e poi perché bisogna arrivare a perdere la dignità per il proprio artista preferito? Lui mica suona con la nostra foto disegnata sulle mutande), che alle quattro del pomeriggio aspettavano ansiose l’apertura dei cancelli dell’Arena, a trecento metri in linea d’aria dal mio bar.

Era una di quelle settimane in cui Luciano Ligabue occupava l’anfiteatro con sfilze ininterrotte di concerti: con l’orchestra, senza l’orchestra, con la band, senza la band, senza nemmeno lui e solamente con un mangianastri a riprodurre le sue canzoni (e anche in questo caso, i fan disadattati avrebbero riempito l’Arena per osannare quel mangianastri).

All’uscita dal bagno, il nuovo avventore venne accolto dalle due fanatiche con un sobrio “Ligaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!”, e fu così che, in spregio alla discrezione nei confronti dei clienti da me tanto decantata, ci ritrovammo tutti intorno al rocker, entrò perfino Gelati a salutarlo, per quel giorno dimenticando il nostro copione. Alla fine, con un sorriso molto tirato (per non dire con vero e proprio schifo), Luciano fu costretto a posare dietro il bancone per una foto di gruppo, schiacciato tra il mio braccio e quello ben piazzato di Gelati (che di fatto lo tratteneva lì a forza), mentre tutto il locale, preso dall’entusiasmo, intonava: “Siam quelli là, siam quelli là, quelli che vanno al Bar Star! Ta ta ru ra rà! Ta ta ru ra rà!” Poi io, sottovoce, gli chiesi all’orecchio se per caso in bagno mi avesse fregato qualcosa, ma a causa della confusione lui non capì. Era tutto delirio e sogni di rock’n’roll.

(da Le Addizioni Femminili)

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lun

14

mar

2016

Elogio del bar

Se è vero che le cose più importanti succedono al tramonto, è anche vero che, più o meno alla stessa ora, in un bar entrano i pazzi. O meglio, entrano quando il locale sta chiudendo. Disperati che vogliono un amaro prima di cena, barboni che con venti centesimi e un vecchio gettone del telefono vorrebbero ordinare tre bicchieri di prosecco e quattro polpette (e, come ricatto, minacciano di toccarle con mani luride), grasse turisti inglesi con la pelle scottata dal sole (le turisti inglesi hanno la pelle scottata dal sole in tutte le stagioni dell’anno, anche quando è dicembre e fuori nevica) che devono correre in bagno, dove, naturalmente, perderanno il senno. Oppure quella categoria di persone che io non capirò mai, forse soli, forse disadattati, forse semplicemente idioti: quelli che passano davanti al bar, guardano dentro, vedono le sedie girate sui tavoli e la luce spenta, e spingono la porta di ingresso per entrare, mossi da un imperativo di cui non comprenderò mai l’irrazionale fondamento. E anche se spingendo la porta, questa resta ferma perché evidentemente chiusa a chiave, loro, invece di desistere, spingono più forte, fino a diventare rossi in viso per lo sforzo. Poi alzano lo sguardo attraverso la grande stella sulla porta, vedono me dietro il bancone che li fisso con le braccia conserte, e, con faccione stupite, scandiscono da dietro il vetro della porta: “È chiuso?”. No, no, è aperto. In questo locale, quando è aperto, teniamo la porta chiusa a chiave, le sedie sui tavoli e le luci spente.

Al Bar Star c’è poi un particolare affezionato dell’ora di chiusura. Non so se lo faccia apposta o soltanto per prendermi per il culo, fatto sta che c’è un omone alto circa due metri, con un bel viso rubizzo e grandi baffi, vestito con capi stazzonati, che ogni volta che sono prossimo a chiudere, a qualsiasi ora sia la chiusura (ho sempre avuto la sensazione che mi spiasse, acquattato da qualche parte ad aspettare il momento giusto per entrare), lui puntuale irrompe nel bar e, con voce profonda, chiede perentorio: “Gelati?”. Non mi chiede un gelato in particolare, chiede innanzitutto la disponibilità di non meglio precisati gelati.

Al che io, in quella che è diventata ormai una sorta di pièce teatrale, esco dal bancone, apro il frigo, prendo il primo gelato che mi capita e glielo lancio. Lui lo afferra al volo, ringrazia, mi lancia a sua volta una moneta da due euro e poi esce, tronfio con il suo gelato in mano.

(da Le Addizioni Femminili)

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dom

24

gen

2016

Le Addizioni Femminili - The Movie

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ven

04

dic

2015

High & Dry

- Cosa vuoi che metta? Oasis? Radiohead?

- Metti i Radiohead, High & Dry, ce l’hai?

- Sì. Anzi, un giorno ti faccio un cd con le nostre canzoni.

Parlava con disinvoltura delle “nostre canzoni”, per lei era tutto come prima. Ma non era affatto come prima: eravamo due innamorati senza amore.

“Two jumps in a week, I bet you think that’s pretty clever don’t you boy”… I bei tempi in cui i Radiohead facevano

ancora musica ispirata e ascoltabile.

 

(da "Le addizioni femminili", in uscita il 19 dicembre)

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lun

16

nov

2015

It's a kind of magic

Avevo assunto Silvia un anno prima, quando il locale aveva cominciato a prendere piede e non potevo più fare tutto da solo: era diventato ingestibile stare lì dalle sette della mattina alle nove di sera senza collaboratori. Nonostante l’età, Silvia dimostrava una maturità rara, sembrava avere già tutto chiaro in testa: ogni scelta, ogni parola e ogni singola azione, anche la più modesta, come un sorriso da concedere o meno, era misurato. Sapeva sempre cosa fare. Ma c’era qualcosa di più. Silvia era speciale. Magica, dovrei dire. Non sto parlando di quella magia che mi potrebbe far dire che ero innamorato di lei. Certamente no. Intendiamoci, Silvia era radiosa, sapeva illuminare il mio locale: i capelli biondo cenere raccolti sulla testa e fermati da una forcina e un fiore di pesco, occhi profondi color nocciola, la carnagione scura che risaltava sulla stretta camicia bianca che indossava per lavorare, forme sinuose e un modo affascinante di muoversi. Non posso negare che il successo del mio bar dipendesse anche da lei.

Ma la magia di cui sto parlando era magia vera e propria. A volte la vedevo fissare le persone che passavano davanti al bar e quelle che entravano, e subito dopo la vedevo sorridere oppure rattristarsi, fino ad avere gli occhi lucidi. Non erano i comportamenti di una squilibrata. C’era sempre una vibrazione speciale vicino a lei, come se riuscisse a percepire qualcosa che gli altri non riuscivano a vedere, qualcosa che spiegava tutto il resto.

Qualcosa di più grande, di più profondo. Penso che Silvia avesse un dono e che ne fosse consapevole; ogni tanto gliene parlavo.

Una volta l’avevo vista osservare una bambina che era entrata nel bar per mano al padre. La bambina aveva uno sguardo triste: era saldamente ancorata alla mano del genitore, ma sembrava farlo più per dovere che per affetto. Il padre aveva ordinato un caffè che aveva bevuto velocemente. Mentre stavano uscendo, Silvia era corsa fuori da dietro il bancone e, prima che la bambina lasciasse il locale, l’aveva raggiunta, si era chinata per sussurrarle qualcosa all’orecchio e poi le aveva dato una carezza sulla testa. Il padre aveva guardato Silvia perplesso e infastidito, ma gli occhi della bambina avevano brillato. Sembrava aver ricevuto qualcosa di più di una semplice carezza, sembrava riconoscente. Io avevo osservato tutta la scena, e quando i due se ne furono andati, chiesi a Silvia:

- E quello cos’era?

- È una specie di magia - mi rispose.

- Come Highlander?

- Più o meno - sorrise lei.

Rispondeva sempre così, quando la sorprendevo in quei momenti. Come il protagonista di quel film quando spiega la sua immortalità: “it’s a kind of magic”, come la canzone dei Queen. Silvia rispondeva così, e poi non aggiungeva altro.


(da "Le addizioni femminili", in uscita il 19 dicembre) 

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sab

31

ott

2015

Le addizioni femminili

E' finalmente pronto il mio nuovo libro, il settimo, e ho quindi raggiunto Biancaneve.

E' un romanzo intitolato "Le addizioni femminili", è un mio piccolo gioiello, a cui ho lavorato tanto, con sincerità e passione, per non dimostrare null'altro che quello che ho scritto.

Lo presenterò in anteprima sabato 19 dicembre alle ore 19.00 al Caffè Nobile, a Verona. Se volete passare a darmi una carezza, vi aspetto.

 

 "Chi è stato colpito da un colpo di fulmine, o quantomeno da un colpo di candela come il mio, sa di cosa parlo. È una rivelazione, è come se una grande mano nerboruta ti acchiappasse con la forza, mentre stai gironzolando come un fesso in mezzo a tutte le relazioni più sbagliate, e ti mettesse lì davanti a lei, dicendo: “Eccola, è lei quella che cercavi, basta girare a vuoto, deficiente!”. Non la puoi contraddire quella grande mano, perché ti accorgi subito che ha ragione.

Non pensai a tattiche, strategie, timidezze. Davanti a quei Mojiti srotolai tutto il copione della conoscenza, che però quella volta non mi sembrava ritrita, ma naturale. Tutto con lei lo fu, sin da subito. Nessuna forzatura. Mi sentivo di poterle raccontare tutto me stesso e tutta la mia vita, lì, quella sera, e non mi sarebbe apparso strano.

Il problema, con quel colpo di fulmine, come un po’ con tutti i colpi di fulmine, era però capire se fosse reciproco. Se lo è, puoi prendere un volo per le Hawaii la sera stessa dell’incontro e andarci a vivere con lei, nutrendoti di amore e collane di fiori (se riesci a digerire le collane di fiori). Ma se non lo è, bisogna stare attenti, perché la linea di demarcazione tra l’apprezzare un corteggiamento entusiasta e chiamare il 113 per denunciare un molestatore è molto sottile."

 

LE ADDIZIONI FEMMINILI

Che cosa succederebbe se gli amori passati si ripresentassero tutti insieme, a confondere passato e presente, realtà e immaginazione? È quello che capita al protagonista, Luca, barista trentenne con tutte le incertezze e le domande di una generazione. Serio ma non troppo, ingenuo fino a strappare la risata, Luca si trova assolutamente impreparato di fronte a questi nuovi vecchi incontri. Ne segue una serie di eventi inaspettati, che vengono a scombinare la sua vita tranquilla, in una Verona che, timidamente, riesce a raccontare tutta la bellezza della vita di provincia.

Le aritmetiche amorose del protagonista verranno definitivamente sovvertite; un gioco del destino, in cui la realtà è più sorprendente di tutte le innumerevoli ipotesi. Il risultato dell'assommarsi dei ritorni, infatti, sarà per Luca una rivelazione ben più grande, che arriverà, sul finale a sorpresa, a mostrargli il volto dell'unica persona con cui

veramente fare i conti.

Una storia magica e coinvolgente, che parla della vita e dei sogni di tutti noi.

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lun

19

ott

2015

Breve guida di Facebook per soli uomini

Dopo la rinomata “Breve guida di Facebook per sole donne”, che infinite critiche femminili addusse al sottoscritto, ecco per voi, amiche mie, la guida maschile come ricompensa. Ora scrivetemi solo per chiedermi di uscire, grazie.

 

1) Non scrivere “grazie per l’amicizia” a una donna che ti ha dato l’amicizia: Jack Lo Squartatore, se vivente ai tempi di Facebook, farebbe la stessa cosa.

2) Non scrivere “sei bellissima” in privato a una sconosciuta: questo non lo farebbe nemmeno Jack.

3) Non scrivere “brava, così si fa!” a una donna che offende pubblicamente un altro uomo: un husky affetto da cagotto provoca meno pietà di te.

4) Ricordati che per le donne Facebook è un fine, non un mezzo.

5) Non promuovere la tua attività commerciale o le tue serate in modo troppo insistente: in breve tempo, la sottile curiosità dei lettori lascerà spazio ad un consistente scassamento di minchia.

6) Non postare continuamente filmati di gente che si fa male al ritmo di una musica buffa: sei forse indiano e vendi kebab?

7) Non scrivere continuamente citazioni autoincoraggianti: sei improvvisamente diventato Alberto Fezzi?

8) Delle superiori, una sola foto e poi basta.

9) Pochi complotti, per pietà: le Torri Gemelle non le ha buttate giù Bush e nemmeno Superman. E la polemica politica riducila al minimo indispensabile: non convincerai mai nessuno a cambiare idea tramite un social network nato esclusivamente per guardare le foto degli altri in costume.

10) Prima di lanciarti in un post particolarmente impegnativo, è consigliata una veloce scorsa a “Grammatica Italiana” di Minisci Alessandra, Editore Alpha Test, anno 2005. Se poi alle superiori ti hanno fatto uscire con un calcio in culo, consultare “Grammatica Italiana” per ogni post.

11) Delle vacanze e dai ristoranti, solo un greatest hits, non un reportage: non sei Licia Colò né Joe Bastianich.

12) Il calcio è un giuoco.

13) Smettila di scorrere Facebook imbambolato e di toccare continuamente il telefono come i bambini fanno con il pistolino. Fai un esperimento: esci senza cellulare. Ti sembra impossibile? Allora farai la fine di Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (non sai neanche di cosa sto parlando? E non lo sai perché sei sempre su Facebook, cribbio!).

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ven

16

ott

2015

La Stronza Vanesia

La stronza vanesia compare quando non serve, e non c’è quando servirebbe.

La stronza vanesia dice cose che non dovrebbe dire nel momento in cui le dice, e non dice le cose che dovrebbe dire nel momento in cui andrebbero dette.

La stronza vanesia ti tiene attaccato a una storia che non esiste o a una storia che non è mai esistita.

La stronza vanesia stuzzica, ammicca, appare e scompare come l’alta marea, ma in buona sostanza, oltre gli ammiccamenti e sotto la schiuma, non c’è mai.

La stronza vanesia non è mai realmente triste e non è mai realmente felice. Semplicemente, non è.

La stronza vanesia dice grandi palle e belle scuse, e solitamente le dice solo a te, con il quale ha deciso di essere una stronza vanesia. Agli altri mica le dice, gli altri li ama.

La stronza vanesia dice di non piacersi, ma si piace infinitamente. E comunque, una persona sicuramente non le piace: tu.

La stronza vanesia ti tratta come un cagnolone, tu sei il suo compagno più fedele, tu non la lascerai mai.

La stronza vanesia potrebbe anche essere un uomo, potrebbe essere uno stronzo vanesio e chiamarsi, che so, Alberto Fezzi, ma di questo non posso parlare, non posso mica sempre dire tutto io, perbacco.

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lun

12

ott

2015

L'avvocato gentile

Voglio essere un avvocato gentile, che preferisce conciliare piuttosto che litigare. Certo, mi incazzo anch’io, non sono il Buddha, ma insomma.

Voglio far cambiare idea a quei clienti che dicono “dobbiamo fargli il culo a quello!” o “lei si sente in grado? Qua ci vuole uno duro!”. Se ti serve uno duro puoi chiamare l’avvocato Siffredi, a me basta essere preparato ché per il resto vado molto meglio così.

Voglio essere un avvocato senza monocolo e senza palo interno, che si veste casual, che sul lavoro ride, che nel tempo libero scrive libri stupidi, che sa trovare la leggerezza anche nelle situazioni pesanti. Perché è con leggerezza che si fanno le migliori rivoluzioni.

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lun

05

ott

2015

Le dita grasse

Qualche tempo fa Umberto Eco ha detto che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”.

Ebbene, poiché io certamente rientro nella categoria, non posso certamente permettermi di criticare gli imbecilli di cui parla Umbertone, tuttavia posso dire che i social media hanno sicuramente aiutato molto i pigri e gli sgrammaticati.

I pigri, quelli con il cervello ridotto in poltiglia dal #GF14, possono vivere tranquillamente leggendo solo e soltanto quello che trovano nelle bacheche di Facebook o di Twitter, e solo e soltanto quello desiderano leggere. La controprova è semplice: se pubblicate un link a un articolo o a un video sulla vostra bacheca, generalmente le visualizzazioni saranno poche, perché costoro hanno le dita grasse e fanno molta fatica a premerle sul mouse o sul touchscreen per collegarsi al link. E’ molto impegnativo in effetti, e quelle dita sono molto grasse.

Se invece lo stesso articolo o lo stesso video lo pubblicate direttamente sulla bacheca, le visualizzazioni saranno molte di più, perché in quel caso il pigro non deve sforzare le dita adipose e può semplicemente scorrere imbambolato la home e arrivare al vostro articolo o al vostro video senza fare alcuna fatica se non quella di leggere o guardare, e in questo caso lo farebbe per pura inerzia e dunque senza sforzo, come quando ci si lancia in bicicletta lungo una bella discesa.

Poi ci sono gli sgrammaticati, che hanno avuto un vero e proprio sdoganamento: se prima una persona che non sapeva dove diavolo infilare gli accenti, le doppie e le acca, evitava di scrivere qualunque cosa su qualsiasi supporto, memore delle frustate sulle mani ricevute alle elementari e delle ore passate dietro alla lavagna con lunghe orecchie da asino calate sul capo, ora, nell’euforia da social media, ha perso ogni remora a scrivere bestialità grammaticali, perché adesso non prenderà più sonori 4 in pagella, e invece avrà almeno 24 persone che scriveranno pure “mi piace” sotto quegli strafalcioni.

Una volta, che so, un politico locale prima di rilasciare una dichiarazione, ci pensava cinque o sei ore se “eccezionale” non si debba in realtà scrivere “eccezzionale”, mentre adesso vanno dritti, senza pensieri, ché tanto siamo tutti sulla stessa barca, nani e ballerine, coccodrilli e leocorni, imbecilli e Premi Nobel.

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dom

20

set

2015

Avvocati e Carrozzieri

Gli avvocati, al contrario di quanto si pensi, guadagnano poco.

Certo, sicuramente ci sono alcuni avvocati che, soprattutto nel passato, hanno guadagnato molto denaro e, grazie al prestigio che si sono costruiti attraverso una lunga carriera e di cui quindi tuttora godono, possono ancora permettersi di inviare ai clienti parcelle molto alte senza vedersele rispedite indietro avvolte attorno a una testa di cavallo mozzata. Ci sono anche alcuni avvocati della vecchia scuola che hanno brillantemente spolpato società, banche e pubbliche amministrazioni che si sono brillantemente lasciate spolpare, e adesso quelle società sono fallite, quelle banche sono in procinto di farlo e quelle pubbliche amministrazioni sono esplose.

Se però prendiamo come esempio un avvocato intorno ai 35/40 anni, possiamo constatare che costui guadagna meno di un carrozziere.

A ben vedere forse ho sbagliato esempio, perché è risaputo che i carrozzieri sono una delle categorie maggiormente benestanti della società attuale e la loro manodopera ha lo stesso valore di quella prestata da un neurochirurgo laureatosi ad Harvard («Scusi signor carrozziere, ho un piccolo problema: mi si è lievemente rigato

lo specchietto retrovisore». «Ah mi spiace, ma per rimediare bisogna sostituire tutta la fiancata e cambiare tutti i pistoni. Sono tre ore di lavoro, quindi 7.000 euro»). Comunque ci siamo capiti.

Un avvocato con 10/15 anni di carriera guadagna, se gli va bene, il minimo per vivere di poco sopra la soglia della povertà. Un neoavvocato invece non guadagna niente (a meno che non vada a fare il manovale in qualche grande studio, ma quello è un altro lavoro).

In sostanza, considerando anche i due anni di pratica e l’anno lungo il quale, di fatto, si distribuisce la preparazione per l’esame, un avvocato comincia a vedere qualche somma che abbia una dignità superiore a un rimborso spese dopo circa 6/7 anni dalla laurea. O meglio, così era quando ho iniziato io la professione (laurea nel 2001, titolo di avvocato nel 2005), adesso è molto peggio.

E qui si ripropone il solito problema: quando snocciolo queste cifre ai miei giovani amici neolaureati che si erano già raffigurati a sfrecciare con una Lamborghini Diablo dopo un mese di pratica forense, questi sgranano gli occhi. Li vedo che pensano: “Ma come, e i film? E Ally McBeal che è sempre a bere drink indossando vestiti firmati? E i protagonisti dei libri di John Grisham che hanno yacht e attici a Manhattan?”.

Cari giovani amici, ormai dovreste averlo capito… La risposta è che tutto questo non esiste. Levatevelo per sempre dalla testa.

Anche perché, quando un bel giorno confezionerete la vostra fantastica parcella, nella maggior parte dei casi vi troverete ad aver a che fare con il grande genio dei nostri tempi, ovvero il cliente che le parcelle, semplicemente, non le paga.

Una tale propensione nasce dall’insieme di più fattori. Un approccio catulliano verso l’avvocato, alla odi et amo, e cioè il disperato bisogno che induce il cliente a recarvisi, frammisto alla contemporanea convinzione di venire fregati dall’avvocato medesimo, pur così anelato. Un radicato pensiero comune secondo cui gli avvocati sono benestanti per il solo fatto di possedere questo titolo, una ricchezza in re ipsa, che induce questa tipologia di clienti a ritenere che non sarà certo il mancato pagamento della loro parcella a creare problemi economici all’avvocato (ve lo dico io da queste righe una volta per tutte, così superiamo questo equivoco: noi viviamo delle parcelle che ci pagate, quello è il nostro lavoro, la sera non stiriamo le camicie altrui per arrotondare!). In ultimo la tendenza a paragonare l’attività dell’avvocato a quella, per esempio, di un ferramenta: «Eh, ferramenta, mi ha solo fatto la copia di tre chiavi e mi chiede così tanto?» equivarrebbe a «Eh, avvocato, ha scritto solo tre lettere e mi chiede così tanto?».

Ora, a parte che il ferramenta, se non lo paghi, ti rincorre con un rastrello, a parte che quelle tre lettere probabilmente saranno state precedute da lunghi incontri con il cliente e da migliaia di telefonate e da svariati pareri orali ‒ che in quanto orali sono scomparsi con leggerezza dalla memoria di questi clienti e dall’idea di cottimo professionale che essi hanno ‒ ebbene, a parte tutto questo, ci si dimentica sempre che per essere in grado di scrivere quelle tre lettere ogni avvocato ha studiato per almeno sette anni della sua vita, e quindi la professionalità ha un costo. Altrimenti non si capirebbe neanche il motivo per cui questi clienti non abbiano provveduto da soli a scrivere le lettere in questione.

Va peraltro detto che la parcella può avere una sua funzione purificatrice. Il rimedio migliore che ha un avvocato per allentare la pressione esercitata da un cliente troppo fastidioso è mandargli la parcella. È come tirare un gavettone in mezzo a un branco di gatti. In un attimo finiscono le telefonate, le lamentele, le pretese, e l’avvocato avverte quasi un senso di improvvisa solitudine, ché intimamente e morbosamente già gli manca quel cliente puntiglioso.

 

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lun

14

set

2015

Precisamente, dove minchia è Mordor?

Alcuni giorni fa mi è capitato di vedere il film “La battaglia delle cinque armate”, ovvero il capitolo finale della trilogia di Peter Jackson tratta da “Lo Hobbit” di Tolkien, dopo quella tratta da "Il Signore degli Anelli”.

Ho assistito all’usuale carrellata di nani, orchi, maghi, elfi dalle orecchie a punta (quasi come le mie), umani barbuti, e infine aquile salvifiche che risolvono il film (la battaglia che dà il nome alla pellicola dura più o meno un’ora e quaranta, e dopo che per un'ora trentanove minuti e 54 secondi svariate manciate di nani si sono fatti scuoiare da legioni di orchi, ecco che arrivano cinque o sei aquile giganti che in sei secondi spazzano via tutti gli orchi: ma allora non potevano arrivare subito, così evitavamo quest’enorme spargimento di sangue nanico? Come alla fine della prima trilogia, quando a Frodo basta saltare su un'aquila per buttare l’anello nel vulcano, dopo che però, per tre film, si è fatto a piedi, e che piedi, tutte le Dolomiti di Mordor: non poteva farsi caricare subito, e ciao ciao a tutti quegli idioti che si scannavano di sotto?).

E insomma, durante la visione, mi è tornato alla mente questo breve brano di “Sognando un Negroni” che, o’ voi lettori delle stupidaggini che scrivo, potrete sicuramente apprezzare.

 

“Vorrei fare una piccola, superflua, ma interessante postilla sulla saga del Signore degli Anelli: si può sapere quanti nomi assurdi si è inventato Tolkien quando ha scritto quel libro? Aveva forse mangiato la peperonata? Se ci fate caso, quando inizia una scena, la voce fuori campo o qualche protagonista snocciolano una serie impressionante di nomi di personaggi improbabili e regni inesistenti, con tanto di mappa geografica inventata di sana pianta, che stordiscono lo spettatore e lo fanno rimuginare per due ore su come si chiama quel tale elfo o quel tale nano o su dove minchia si stia svolgendo la scena.

Ecco un esempio: “Ehi Padron Frodo, credo che dovremmo evitare di recarci nell’oscura terra di Mordor dove potremmo incappare nel temibile Saruman, figlio di Legoland, nipote di Braccobald, cugino di Domopak e suocero di Iodosan, e invece dovremmo forse cercar rifugio più a est rispetto al mezzo, lungo la Terra di Mezzo, all’altezza della maleodorante fossa di Gorgorarnrn, dove regna sovrano il buon re Regorgarnrn, marito di Idrovorarn, figlio di Brogoroagranrn, nipote di Sprogorarnnrn, amico di Grostrolarnrn, compagno di liceo di Bledrorarnrnr, amico di penna di Frogorarranrrn, e poi proseguire per le sulfuree miniere di Rabobank, nel magico regno di Gardaland, alle soglie della fresca terra di Gatorade, dove verremo accolti dalla stirpe dei flatulenti nani Lexotan, il cui re Stiticorn, figlio di Falqui e nipote di Dissenten, ci accoglierà con banchetti regali.

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lun

31

ago

2015

Le occasioni perse

L’occasione persa con una donna è il colpo che non torna più: lo smash sparato in rete, il tiro libero sul ferro, il rigore sul palo. Se molte volte le donne ritornano (“tutti tornano”, dice una mia amica divenuta saggia con il tempo), ci sono dei casi in cui non tornano proprio più, e l’occasione, amico mio, è persa.

Il mio personale elenco, se vi può interessare, è il seguente.

C’è quella ragazza frequentata appena dopo essermi lasciato con la fidanzata: quando finisce un amore (quelle rare volte che inizia e quindi poi anche finisce), io, come Cocciante, sono un tipo da scene madri e struggimenti, e quindi lo spazio per un’altra persona, subito dopo la fine, è quasi impossibile da ritagliare. La rivedo dopo qualche anno (“tutti tornano”), ora mi piace anche di più, ma lei nel frattempo ha trovato un altro e ci convive da anni, se non da secoli, nessun rapporto è più solido di quello, non avrà mai dubbi, non scapperà mai, loro due sono il totem dei rapporti di coppia, Jack e Rose di Titanic, al confronto, sono due disillusi. Colpo in rete, match finito, occasione persa.

C’è quella ragazza di Verona incontrata in Toscana, lavorava in un ristorante durante la stagione estiva: dopo le chiacchiere di rito, mi passa l’attimo e non le chiedo il numero di telefono (e allora non c’era Facebook). Adesso magari abita a due isolati da me, ma io non l’ho più rivista. Pallone sul ferro, suona la sirena, tutti negli spogliatoi, altra occasione persa.

C’è quella ragazza conosciuta al mare: la sera prima ci ho ballato, il giorno dopo sono nel mio bungalow e lei mi bussa, siamo solo io e lei, è pomeriggio e non c’è nessuno in giro, c’è un po’ di imbarazzo e chiacchieriamo soltanto. La sera un animatore del villaggio le fa una scenata perché ha intuito qualcosa. Addio.

C’è quella ragazza vista per la prima e unica volta alla presentazione di un mio libro: mi porge una copia per la dedica, la guardo ed è bellissima, le chiedo se ci conosciamo al di là dei libri, mi dice di no, prende la copia, scompare in un alone di luce dorata e mistero e io non la rivedo mai più. Penso di comprare una pagina di un quotidiano per dirle di rifarsi viva, penso di noleggiare quindici minuti del telegiornale di Raiuno per lanciare un appello disperato, ma poi desisto. Rigore sul palo, Mondiali buttati al vento.

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lun

24

ago

2015

Il mistero del vino

Era rimasta senza parole, con la rabbia soffocata in gola. Non pensava fosse possibile, ed invece lui lo aveva fatto ancora.

Quella sera, mentre camminavano mano nella mano lungo la Rambla di Barcellona, il principale dei lunghi viali alberati che tagliano la città vecchia da Plaza de Catalunya fino al porto, lui si era fermato all’improvviso e l’aveva guardata dritto negli occhi.

“Chiara, ti devo dire una cosa, non ce la faccio a tenermela dentro.”

Lei si era subito preoccupata.

“Dimmi” rispose senza aggiungere altro. Era una scena che aveva già visto.

“Ti ricordi quella festa a cui sono andato con i miei amici, prima che partissimo? Beh, ecco, ho rivisto Veronica, ti ricordi Veronica? Anche bruttina tra l’altro, beh insomma, ho bevuto un po’ troppo vino, lei si è avvicinata per ballare, io non sapevo bene come comportarmi…”

Non riuscì neanche a finire la frase.

“Stai zitto” lo interruppe Chiara con voce bassa.

Subito dopo, era rimasta senza altre parole.

Non ci voleva credere, perché era già la terza volta che Luca le faceva un discorso simile: ho rivisto una mia ex, ho bevuto un po’ troppo, e altre balle del genere.

Ma quante ex fidanzate hai? E quanto vino bevi? E quando bevi vino, le incontri sempre? Lo chiameremo il mistero del vino: un incrocio di fato e ormoni che ti porta a tradire ogni volta che scendi a patti col Dio Bacco.

In realtà erano scuse, Chiara lo sapeva. E’ una scusa quella del bere: non è possibile che la voglia di andare con chiunque, vongole comprese, derivi solo dall’assunzione di un po’ di alcool, ché allora il Viagra neanche lo inventavano e i vecchietti li gonfiavano di Tavernello. E’ una scusa quella dell’ex fidanzata: se l’hai mollata o ti ha mollato, ci sarà stato un motivo. Siamo insieme da tre anni e non puoi essere ancora lì a guardarti indietro e a pensare alle tue ex. Non puoi sempre avere la testa girata indietro come la bambina dell’Esorcista. Se mi ami veramente come dici, non puoi, con cadenza annuale, come l’Irpef, farmi del male. Ma tu non mi ami, questa è la verità.

In quel momento Chiara lo odiava. Lo odiava con tutto il cuore, quel cuore distrutto con cadenza annuale. E lo odiava ancor di più se pensava al suo schizofrenico modo di comportarsi: se erano a Barcellona, era perché Luca dieci giorni prima, in quegli attimi che in effetti solo lui sapeva creare, si era presentato a casa di Chiara con uno dei suoi sorrisi lucenti, stringendo in mano un foglio di prenotazione della Ryanair: due biglietti aerei per Barcellona.

“E perché questo regalo?” aveva chiesto Chiara, con le lacrime che già le spuntavano dagli occhi come a ricordarle che lei, una ragazza insensibile o comunque che non si commuove per le gioie improvvise, non lo sarebbe mai stata.

“Perché ti amo” aveva risposto lui perentorio, granitico. Ma, molto probabilmente, falso. O forse solo superficiale: bello come uno strato di rugiada, ma della stessa profondità.


Dopo la confessione di Luca, i due avevano camminato in silenzio ancora un po’ lungo la Rambla, ognuno immerso nei suoi pensieri.

A dire il vero, è difficile creare il silenzio in quel lungo viale, in mezzo alle folle di barcellonesi e di turisti che lo percorrono, fra i caffè e i locali di tapas pieni di avventori vocianti; in mezzo ai venditori di fiori e, come copia mal riuscita, i venditori di rose del Bangladesh, che di sera diventano magicamente ed etilicamente venditori di sconosciute birre in lattina estratte dai tombini delle fogne; e con lo stupefacente avvicendarsi, uno dopo l’altro come in un carnevale per matti, di mimi di strada vestiti nei modi più strani, che si animano e ballano e recitano al suono di una moneta.

Al punto della Rambla in cui erano arrivati, si poteva già scorgere l’alta colonna sovrastata dalla statua di Cristoforo Colombo che precede il lungomare, e però il prosieguo del cammino era ostruito da una piccola folla che guardava ammirata uno di questi mimi.

Era altissimo, sicuramente più di due metri, completamente avvolto in un mantello nero, che contrastava con il suo viso interamente truccato di un bianco fin accecante. Aveva la testa abbassata e gli occhi chiusi, ma quando qualcuno metteva la moneta nella tazza, prendeva vita: alzava la testa, spalancava gli occhi, di un blu brillante, e con il mantello frusciante si avvicinava allo spettatore, sfoderava un sorriso maligno e si avvinghiava al collo del malcapitato che l’aveva svegliato, fingendo di morderlo come il più temibile dei vampiri.

La scena suscitava impressione per il suo realismo: gli spettatori all’inizio restavano interdetti, per poi esplodere in un applauso, desiderosi di rivedere la scena.

Chiara era ancora in preda ad un enorme rancore quando arrivò di fronte al mimo. Luca al suo fianco sembrava imbalsamato: manteneva il basso profilo del colpevole. Mai stuzzicare una donna arrabbiata.

Chiara guardò distratta il mimo e i suoi pensieri furono improvvisamente interrotti da un baleno veloce che scorse sul suo viso: era sicura che quello, tornato nella posizione iniziale con la testa abbassata, avesse aperto fugacemente un occhio verso di lei, colpendola col blu della pupilla e accennando con lo sguardo, per un brevissimo istante, alla tazza delle monete.

Chiara, quasi ipnotizzata, si frugò in tasca, estrasse una moneta e la lasciò cadere nel recipiente, mentre Luca la guardava incerto, però tutto sommato rinfrancato sullo stato d’animo di lei: insomma, si presume che siano altri i comportamenti di una donna furiosa, non certo l’andare a stuzzicare un mimo che fa il cretino con un mantello nero addosso.

Intanto quello di colpo si animò, per l’entusiasmo dei suoi spettatori. Si avvicinò lentamente a Luca, che sorrideva imbarazzato (ma a questo punto, ancora più rinfrancato: dai mimo, facciamola ridere questa ragazza arrabbiata che mi salvi il weekend, che altrimenti qua è un inferno), e gli si avvinghiò al collo.

Luca cominciò a ridere e anche il pubblico lo guardava divertito. Il mimo però non accennava a staccarsi da lui, e pian piano il riso di Luca divenne un gemito più spaventato, più isterico, come quando i bambini ridono per qualcosa che fa loro paura e lo fanno più che altro per esorcizzare quella paura. Alla fine, con il mimo ancora attaccato al collo, il riso del ragazzo si tramutò in un vero e proprio grido, e Luca, il colpevole bevitore di vino, da paonazzo che era, di un bel rosso corposo da abbinare alla selvaggina, diventò più chiaro, più o meno come un rosè da antipasto, fino a diventare bianco, esangue, più o meno come uno spumante brut, senza neanche la fragola dentro.

Dopo circa un minuto che era avvinghiato a Luca, il mimo si allontanò di scatto, rivolgendo un beffardo sorriso a Chiara. Luca stramazzò al suolo e la piccola folla gli si fece intorno.

 Quando si accorsero che era morto, Chiara e il mimo erano già scomparsi.

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lun

27

lug

2015

Come Nilla

Ieri è venuta in ospedale Valentina.

Non so come facesse a sapere che ero qui, non mi ha chiamato al telefono, è semplicemente piombata qui, come in effetti solo lei sa fare.

E’ arrivata senza trucco, quasi pallida, vestita in modo semplice. Io ero seduto su una panca del corridoio fuori dalla stanza di Matteo, e lei si è seduta a fianco a me, come fossimo al parco e io la stessi aspettando. Sicuramente non eravamo al parco, ma forse da tempo la stavo aspettando.

Mi ha guardato e, senza preamboli, ha detto: “Alberto, voglio tornare assieme a te.”

Un ordine, una preghiera, un’implorazione, una semplice richiesta, non lo so. So solo che, come al solito, mi ha mozzato il fiato con un coltello da cucina.

Non so se Valentina sia una bella persona, di certo sa essere originale, ma sicuramente io voglio essere una bella persona. E poi lei, di fronte a me, così dolce e leggera, mi provoca una sensazione che sa di ricordi passati e speranze future e di momenti vissuti assieme. Sa di aspettative e sa di vita, ed io alla vita, in fondo, non riesco mai a dire di no.

Volevo chiederle del George Clooney di Unicredit, di cosa aveva fatto con lui, di cosa aveva fatto in generale durante questi mesi. Ma ho deciso di smettere di pensare e di lasciarmi travolgere dagli eventi. Anche perché, in un modo piuttosto sgangherato, credo di amarla.

“Non sarebbe male” le rispondo, potente come un mollusco.

“Ti va se domani facciamo un aperitivo qua al bar dell’ospedale, e ne parliamo?”

“Va bene, ma andiamo da qualche altra parte. Il bar dell’ospedale è squallido!”

“No, a me piace moltissimo. E’ così retrò. Vediamoci qua alle sette e mezza.”

In fin dei conti non è cambiata più di tanto. Ci faremo un clistere di Aperol al bar dell’ospedale.


Prima di venire all’aperitivo, mi sono fermato dal fioraio e ho comprato tre rose rosse.

Adesso dovremmo discutere del fatto di tornare o meno assieme, e quindi se io arrivo con dei fiori parto da una posizione di inferiorità, sono le zerbino rispetto alla porta. Ma non me ne frega niente, io voglio regalarle le rose, io voglio baciarla, io voglio comprare un attico a Parigi e viverci con lei, io voglio pescare i granchi nel mare di Bering e poi tornare a casa e darle un lungo bacio sulla porta e poi fare l’amore con lei per tutta la notte.

Arrivo al bar dell’ospedale, e lei è già seduta ad un brutto tavolino marrone chiaro. Al tavolo, a fianco a lei, c’è un vecchio con la vestaglia azzurra: con una mano resta attaccato al palo della flebo che ha vicino a sé, con l’altra sfoglia la Gazzetta dello Sport.

Mi siedo di fronte a Valentina e le do le rose.

Lei le prende, le annusa e le mette sul tavolo. Poi si alza e mi dà un bacio leggero sulla labbra.

Si risiede e mi dice: “Grazie dei fiori, Alberto.”

Sorrido.

“Come Nilla”, sussurro.

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lun

20

lug

2015

Chiediamoci: bere troppa birra fa restringere lo scroto?

Come avrete capito vostro malgrado, io sono solito commentare tutto, il più delle volte in modo non richiesto e nient’affatto competente.

Ho scoperto, tuttavia, sfruculiando tra le statistiche del mio sito, che c’è un aspetto che non necessita, incredibilmente, di alcun mio commento, ed è l’elenco delle parole chiave digitate su Google, che hanno poi condotto a questo sito (risultano solo quelle cercate almeno due volte). E’ uno spaccato di varia umanità, una foto brillante e demenziale degli utenti della rete, a cui io non devo aggiungere alcuna didascalia, copio e incollo l’elenco tale e quale qua sotto.

Lo copio e poi nel sonno, al lavoro, durante una passeggiata in montagna o una nuotata al mare, mi chiederò: cosa avrà spinto ben 466 persone ad approfondire il significato faccine whatsapp, come se fosse particolarmente complesso? O ben 4 persone ad arrovellarsi sull’intricatissimo significato di faccina con bacio a cuoricino? O chissà qual era il fine di quelle 2 persone che hanno dichiarato perentoriamente al più potente motore di ricerca del mondo, con non poco istinto scimmiesco, voglio vedere una donna appesa ai pali di un locale nuda? Oppure ancora, e questa è obiettivamente la richiesta più utile e rilevante: è vero che bere troppa birra fa restringere lo scroto e i testicoli?

Poiché, comunque, con queste domande siete poi arrivati al mio sito, io spero che qui abbiate trovato tutte le risposte. Potrebbero servire anche a me.

 

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sab

11

lug

2015

Di te che sei (la regina di Facebook)

Uno dei migliori personaggi che, in questi anni, Facebook è riuscito a creare, è la donna che pubblica un milione e mezzo di foto che la ritraggono quasi sempre mezza nuda, o nuda proprio, o comunque in posa inequivoca (chiariamolo: tutte le foto che mostrano, in qualche modo, da qualche angolatura, di sopra, di sotto, di lato, in diagonale, tette o parti di esse, culi o parti di essi, sono state messe lì per attirare l’attenzione su quelle parti del corpo. Inutile che protestiate: non segue discussione), e però poi si lamenta e sbotta e strepita e fa l’offesa se riceve 107 commenti dal carcere di massima sicurezza dell’Ucciardone e la standing ovation dalla caserma degli alpini di Codroipo.

Ebbene, io avrei pensato a un piccolo componimento da dedicare a questa regina, qualche riga con cui, a fronte del suo sdegno, ritengo sia giusto onorarla.

 

Di te che sei al mare in uno stretto bikini,

e alle volte anche senza quel bikini,

di te che sei davanti allo specchio vestita da sera,

che stai per andare alla discoteca o alla balera,

di te che ti rotoli nel letto o ti tuffi in piscina,

mostrando dei seni l’interezza o una puntina,

di te che sei di qua, sei di là, fai questo, fai quello,

e che mostri il tutto per chissà quale ragazzo,

ebbene di te, amica mia, non ce ne frega un cazzo.

 

P.s. Complimenti per i seni.

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lun

06

lug

2015

Esegesi della poetica di Max Pezzali, alle due di notte, davanti a una piadineria

“Io l’ho presa con la pasta di kamut”, dico.

Lei mi guarda storta.

“Alle due di notte, la digerisco meglio”, cerco di giustificarmi.

“Forse la pasta di cane la digerirai meglio, ma credo che il problema di quella piadina siano lo speck, la scamorza e i peperoni che ci hai fatto mettere dentro, quelli non so se li digerirai così facilmente.”

“Sedetevi qua con me”, interviene l’altro. “Guardate il passaggio delle due: dove va questa gente? Cammina per la città vuota, sgomberando i pensieri, per non pensare al vuoto che ha dentro? Come hai scritto nel tuo libro?”, chiede rivolgendosi a me.

“Può essere. Anche se a me, questi, sembrano solamente sbronzi”, rispondo osservando un tizio che percorre la via descrivendo degli 8.

“Quella storia del vuoto c’è anche in Cumuli degli 883, hai presente?” dice lui. E inizia proprio a cantare: “Cumuli di

roba e di spade, per riempire il vuoto dentro di noi…”

“…cumuli di cazzi tuoi”, chiudo il coro io.

“Avete problemi gravi?”, ci chiede lei.

“Che pezzo hai tirato fuori?! Cumuli... Un album incredibile, Nord Sud Ovest Est. Lo conoscono tutti.”

“Io no”, dice lei.

“Sì, ma tu non conosci nemmeno Guerre Stellari”, ribatto, e lei ritorna mesta alla sua piadina.

“Che altre canzoni c’erano?”, mi chiede l’altro.

“C’era Sei un mito, Nella notte, Pappagallo, Rotta per casa di Dio, Weekend…”

“Cazzo Weekend! Altro pezzo fantastico, la malinconia della domenica sera.”

“Piccolissime fette di quotidiano, analizzate scientificamente.”

“E poi c’era anche Come mai.”

“Vabbè, un classico. E Non me la menare?”

“Primo album.”

Con un deca?”

“Anche. Lì erano ancora un po’ grezzi, l’album della consapevolezza è stato Nord Sud Ovest Est. Come What’s

the story morning glory per gli Oasis.”

(e qui Noel Gallagher è caduto dal letto)

“La stessa Nord Sud Ovest Est sembra che parli della ricerca di una donna, ma in fondo parla della ricerca di sé stessi. E forse quel che cerco neanche c’è.”

“E quello che ballava?”, ci riprova lei, rialzandosi dalla piadina.

“Mauro Repetto. In effetti da quando è uscito lui non è più stata la stessa cosa”, riflette l’altro. “Cioè, è vero che è sempre stato Max a comporre il grosso delle canzoni, e poi a cantarle tutte, ma da quando è andato via Mauro Repetto si è persa la magia. Pensiamoci: che altri pezzi veramente belli ha fatto dopo Max? Nessun rimpianto, forse…”

“O Gli anni”, dico io.

Gli anni, giusto. E poi?”

L’ultimo bicchiere?”

“No, quella è di Nikki.”

“Sì, ma l’ha scritta Max. Alla fine entra pure a cantare. Grande pezzo sulla rottura di balle dei discorsi triti e ritriti da imbastire per conoscere una ragazza.”

“Ok, ma io intendo canzoni proprio sue, dei suoi album. Da La donna, il sogno e il grande incubo in poi.”

“C’era Se tornerai, quella sulla droga.”

“Sì, quella è molto bella. Poi poche altre, credo.”

“Sì, credo anch’io.”

“Secondo voi è normale che alle due di notte noi siamo qui seduti a parlare di Max Pezzali?”, ritorna alla carica lei.

“E’ una piccola discussione sul nostro vissuto, è proprio quello che Max vorrebbe”, replico.

“E Mauro Repetto dov’è adesso?”, chiede l’altro.

“Fa il pupazzo a Disneyland Paris.”

“Si è proprio persa la magia, eh?”

“Già.”

Ci alziamo, buttiamo i tovaglioli nel cestino, e, camminando nel buio della città vuota, ce ne torniamo a casa.

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lun

29

giu

2015

Un anno

Questo sito compie un anno. Qualche numero per certificare che non sono ancora diventato Stephen King, ma c’è ora una flebile speranza che io non sia sono nemmeno l’ultimo degli stronzi: visualizzazioni totali 78.874, che, a grandi linee, possiamo suddividere in 37.000 per le Faccine (c’è del buon tempo eh?), 19.000 per le cose d’avvocato, 22.000 per tutto il resto.

Che dire: mio padre internet lo usa poco, quindi grazie a tutti coloro che, con gioia o per disperazione, hanno fatto un salto qua.

A tutti voi, regalo una nuova introduzione a Sognando un Negroni, che avevo preparato per i dieci anni del libro ma che, per questioni di diritti editoriali, alla fine non ho pubblicato. La pubblico qua, amici miei. Con il nuovo libro ci vediamo in autunno, con le minchiate sempre qua.

 

Dieci anni dopo

Questo libro strano e ragionevolmente fuori di testa, figlio mio in tutto e per tutto, uscito per caso e per divertimento dieci anni fa, mi ha un po' cambiato la vita.

Ne è passato di tempo, ne sono successe di cose, che mi hanno fatto cambiare ancora, come persona e come scrittore, anche se, in fondo, i miei occhi sul mondo sono sempre rimasti quelli.

Certo, ho dovuto bere litri di Negroni, offertimi da tutti coloro che, affascinati dal titolo, non si sono poi anche premurati di leggere almeno le prime quindici righe del libro dove ho scritto sin dall’inizio, a mo’ di manifesto, che a me il Negroni fa schifo. Niente da fare, condannato per sempre, ai loro occhi, a bere Campari, Martini e Gin all’infinito, e a scrivere per sempre di locali, bar, rutti e scoregge, un po’ come Santana, che magari qualche volta vorrebbe farsi pure un bel giro di do con pennate grezze da camposcuola, e invece in ogni canzone deve sempre infilarci un assolo con i denti.

Ho anche dovuto, in questi anni, vedere tanti locali veronesi chiudere, e con molto dispiacere devo dire, soprattutto i miei amati pub, divenuti nel tempo dei garage. Che spreco di vita: la dimostrazione concreta di come gli uomini vengano sostituiti dalle macchine, manco ci trovassimo sul set di Terminator.

Ma nonostante tutti i cambiamenti del tempo, questo libro si può leggere ancora oggi non solo come una fotografia di qualche anno fa, ma anche, al di là dei luoghi e degli eventi citati (molti dei quali ancora esistenti in tutto il loro vacuo splendore), come il ritratto di una generazione immutabile ed eterna.

Facendo un paragone minimalista, non è che a Dante, se fosse ancora vivo, verrebbe richiesto di riscrivere la Divina Commedia adattandola ai giorni nostri, parlando con Virgilio via Skype senza nemmeno scendere all’Inferno.

Insomma, così eravamo e così sempre saremo. Purtroppo o per fortuna, questo decidetelo voi.

Per quel che mi riguarda, posso solo dire che nella Prefazione il Professor Vittorino Andreoli ha scritto: “Ho deciso di scrivere queste pagine solo dietro la garanzia che l'autore, fra vent'anni scriva un libro dedicato ai "luoghi di ritrovo dei padri veronesi", contando ancora sulla sua diretta esperienza che si prefigura propria di chi fa l'avvocato "in prima fila", di un padre e certo di marito con cravatta di Gucci, abito di Class e mutande con rinforzo pubico di Boss”.

Siamo a metà del guado, ma, a parte essere in effetti diventato avvocato (non so se in prima fila, ché la prima fila di quel mondo, considerata la compagnia, in fondo non mi è mai interessata molto), al momento non sono né padre, né marito, né ho cravatte di Gucci o rinforzi pubici di Boss (o rinforzi pubici in genere, almeno per ora). Non sono quindi ancora in grado di descrivere i “luoghi di ritrovo dei padri veronesi”, anche se ho il forte sospetto che, quando nel libro ho scritto che la definizione “giovani veronesi” comprende persone che vanno dai 18 ai 55 anni, i luoghi descritti nel libro valgano per i padri come per i figli, in quella massa informe che fa più o meno le stesse cose a prescindere dall’età che ha.

E comunque, anche se diventerò padre, anche se uscirò dalla massa informe, certe balorde conventicole tipicamente veronesi non le frequenterò mai: io sarò sempre uno di voi, ragazzi del Negroni, anzi, io sarò sempre “quello del libro sul Negroni”, come mi chiamano da queste parti.

Piuttosto, sono stato io stesso a darmi la zappa sui piedi quando ho scritto: “I più involontariamente comici sono proprio i quarantenni abbronzati che guardano le ventenni con fare spavaldo, sicuri di avere uno charme incredibile che in confronto Antonio Banderas è un malato di psoriasi. Se a quarant’anni sarò così, o’ Dio, ti prego, fulminami all’istante”. Questo libro mi ha dato consapevolezza, è stata un’auto-seduta di psicanalisi e tendenzialmente riesco a capire quando divento ridicolo se mi sto in qualche modo atteggiando, ma insomma, oggi di anni ne ho trentasette, quindi, Dio, confido nella Tua enorme magnanimità: quella cosa dei quarant’anni, si diceva per ridere. 

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mar

23

giu

2015

Chi vince il Pulitzer ha sempre ragione (una recensione non richiesta)

Nel gran mare di libri spazzatura che solitamente leggo (e che ogni tanto pure scrivo), mi capita talvolta di leggere

anche libri unanimemente considerati come impegnati (impegnati rispetto a cosa, poi, non l’ho mai ben capito),

perché mi è stato insegnato giustamente che, per saper scrivere, bisogna saper leggere. E anche per scrivere cazzate, come faccio io, bisogna saper leggere cose serie, come certi motivetti dell’estate, che uno pensa siano stati scritti in tre minuti e invece spesso ci sta dietro un gran lavoro, ché non è mica facile scrivere cazzate, fidatevi di me che sono un esperto.

Beh insomma, l’ultimo libro che ho letto, appartenente alla schiera delle letture serie, è stato “Il Cardellino” di Donna Tartt, Premio Pulitzer 2014 per la narrativa, pubblicato in Italia da Rizzoli. 892 pagine, per capirci.

Ebbene, dopo aver letto queste 892 pagine, senza alcuna competenza e senza minimamente esserne richiesto da alcuno, ho deciso di scrivere una breve recensione, spinto dalla domanda che pian piano affiorava dentro di me durante la lettura: cosa spinge una persona a scrivere un libro così imponente? Qual è il motivo per cui Donna (tra grandi della letteratura ci chiamiamo tutti per nome) ha deciso di scrivere queste 892 pagine?

Prima, uno stringato riassunto della trama: Theo Decker è un ragazzino newyorkese di tredici anni, la cui madre muore in un attentato terroristico compiuto all’interno di un non meglio precisato museo della Grande Mela (diciamo il Met). Anche Theo è presente al momento dell’esplosione dell’ordigno, ma, a differenza della madre, sopravvive all’esplosione, portando via con sé (o meglio: trafugando) uno dei dipinti presenti al museo: “Il Cardellino”, del pittore fiammingo Carel Fabritius. Da quel momento in poi, la vita di Theo cambia radicalmente: prima l’affidamento presso la famiglia di un amico, che poi muore; poi la ricomparsa del padre, alcolizzato, drogato e irresponsabile, che porta Theo a Las Vegas, e poi muore; poi il ritorno a New York, la giovinezza e l’età adulta, il lavoro come antiquario, grandi dosi di droga, l’amicizia pericolosa con Boris, l’amore voluto e non corrisposto di Pippa e l’amore non voluto e corrisposto di Kitsey (come sempre, come tutto), il casino

internazionale derivante dal trafugamento del quadro, filo rosso di tutto il libro, il crocevia conclusivo degli eventi

ad Amsterdam, titoli di coda, fine. Ho tagliato un bel po’ di cose, ma insomma erano 892 pagine, ho fatto del mio meglio.

Da un punto di vista stilistico, è un libro impeccabile: è scritto perfettamente, in modo preciso, sicuro, elegante, senza mai risultare pesante. Certo, mai nemmeno un particolare colpo di brio o d’ironia, ma d’altronde intorno a questo Theo muoiono tutti: la madre, il padre e il migliore amico; la donna che ama non lo ricambia manco se

s’ammazza pure lui; non potevamo dunque aspettarci sganasciate e mortaretti.

Dal punto di vista del contenuto, la vicenda, che a seconda dei momenti ha i toni del thriller, del dramma, del romanzo piscologico e di quello di formazione, non è in realtà mai nessuno di questi, non si spinge mai a fondo in un genere piuttosto che in un altro, e resta invece sempre in qualche modo sospesa, come se fossimo immersi più nella testa del protagonista, che nei fatti da lui vissuti e narrati in prima persona. Il risultato, è, in sostanza, un’elucubrazione di 892 pagine, in alcune parti avvincente e coinvolgente, ma mai veramente avvincente e coinvolgente.

Perché dunque, e torniamo alla domanda iniziale, l’autrice si è sentita in dovere di scofanarci un’elucubrazione di 892 pagine? Io amo le elucubrazioni, ma servivano 892 pagine per comunicare quello che l’autrice voleva comunicare? O, in modo ancor più netto: l’autrice voleva comunicare qualcosa? Voleva che il lettore recepisse un messaggio e in esso potesse in qualche modo riconoscersi o trarne anche solo un qualche spunto o una qualche ispirazione? O invece questi grossi tomi, che vengono etichettati come facenti parte della categoria del “Grande

Romanzo Americano”, sono lunghissime storie, certo ben scritte, che però, a ben vedere, non ci dicono assolutamente nulla e non servono assolutamente a nulla, e allora tanto vale leggere 600 pagine di Stephen King che scrive altrettanto bene, ma almeno mi diverto pure?

Ecco, secondo la mia opinione nient’affatto richiesta, nel caso de “Il Cardellino”, ci sono 891 pagine che, ai fini di comunicare qualcosa al lettore di veramente interessante, non dicono nulla, e poi c’è una pagina che vale il libro, questa: “Perché sono fatto così? Perché tengo alle cose sbagliate, e non mi curo di quelle giuste? O, per metterla in un altro modo: come è possibile che, pur rendendomi conto che tutto quel che amo o che m’interessa è

un’illusione, io continui a sentire che tutto ciò per cui vale la pena vivere risiede proprio in quell’illusione?

Un grande dolore, che comincio a comprendere solo adesso: il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo.

Perché – non ci martellano forse fin dall’infanzia con l’idea opposta, un luogo comune profondamene radicato nella nostra cultura, da William Blake a Lady Gaga, da Rousseau a Rumi della Tosca a Mister Rogers, un messaggio curiosamente uniforme, trasversale: se sei in dubbio, cosa fai? Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: “Sii te stesso”. “Segui il tuo cuore”.

Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse. Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? Ha forse ragione Kitsey? Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? Metterti sulla

strada che ti porterà alla normalità, orari ragionevoli e regolari controlli medici, relazioni stabili e promozioni sicure, il “New York Times” e il brunch della domenica, il tutto con la promessa di diventare una persona migliore? O - come Boris - è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?”

Certo, ci si poteva scrivere anche solo un post su Facebook, o una pagina di quadernone ad anelli, e non buttare giù l’Amazzonia con un libro di 892 pagine, ma va beh, chi vince il Pulitzer ha sempre ragione.

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mar

16

giu

2015

Il coniglio e lo zelante (ovvero: del come un testimone può farti perdere una causa)

“Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”: con questa formula, viene introdotto uno dei più singolari personaggi del processo: il testimone.

Il personaggio è bizzarro perché, fatta salva qualche rara eccezione, il testimone perfetto, o diciamo anche solo normale, non esiste (come il principe del foro, mi ricorderete voi, amati lettori). E non sto parlando di un testimone che dica quel che va bene a me, sto parlando di un testimone normale in assoluto.

Il testimone-tipo oscilla tra due estremi: il coniglio e lo zelante.

Il coniglio è uno che nella vita di tutti i giorni è uno spavaldo, prende la vita di petto e ostenta di non aver paura di nulla, meno che mai di un’aula di tribunale, salvo poi trovarcisi davvero in quell’aula, chiamato davanti ad un giudice a testimoniare, ed ecco la mutazione: egli suda, balbetta, trema, e alla prima richiesta di spiegazioni rilascia gli sfinteri. Costui è preoccupatissimo, solitamente perché la sua spavalderia sottende un armadio con più scheletri di un cimitero etrusco e al solo varcare le soglie di un’aula giustizia teme un ingabbiamento d’ufficio, e allora non si espone su nulla, è reticente su tutto: “E’ vero che il 15 giugno 2015 alle ore 16.30, sotto casa sua, ci fu un tamponamento a catena tra trentasette veicoli, culminato con l’esplosione di un autoarticolato?” “Mmm…Non ricordo, è passato molto tempo, e comunque ho i doppi vetri”; “Lei si chiama Giovanni Rossi?” “Mmm…Non ricordo, è passato molto tempo da quando mia madre mi ha dato un nome”; “Guardi fuori dalla finestra: secondo lei quell’acqua che cade dal cielo sotto forma di gocce, cos’è?” “Mmm…Non saprei…Sudore?”

All’estremo opposto del coniglio c’è lo zelante, ovvero uno che, al fine di dimostrarsi estremamente collaborativo

con la giustizia, parla a raffica e a sproposito, affastella particolari inutili, si ingarbuglia e ti fa perdere le cause più

semplici: “E’ vero che suo zio ha posseduto per oltre vent’anni, in modo continuato e ininterrotto, il giardino davanti a casa sua?” “Sì, io ci ho passato l’infanzia in quella casa e ho sempre giocato su quel giardino, insieme ai miei amichetti. Mio zio è una brava persona, non ha mai chiesto niente a nessuno, ha sempre lavorato tanto, non ha mai dato fastidio a nessuno…” “Quindi lei giocava sul giardino con altre persone: i figli di suo zio?” “I figli di mio zio cosa?” “I figlio di suo zio giocavano con lei su quel giardino?” “Intende i miei cugini?” “Sì, i suoi cugini.” “I miei cugini cosa?” “Chi giocava con lei su quel giardino? I suoi cugini, i suoi amici, i suoi vicini o chi altro?” “Mi sta chiedendo se i miei cugini erano miei amici? Io di cugini ne ho tanti…” “I cugini di quello zio!” “I cugini dello zio? Io mica li conosco i cugini dello zio.” “Quindi lei sta dicendo che non si ricorda con chi giocava su quel giardino…” “Io…sì, cioè, non voglio che vengano scritte cose sbagliate, ok, sì, mettiamo che non mi ricordo. Non so nemmeno se ho uno zio. Forse non ho nemmeno un padre. Sono stato allevato da una famiglia di alligatori.”

E nonostante i testimoni vengano indicati all’avvocato dal suo cliente, in tutto questo, come al solito, chi è che dovrà poi andare a riferire al cliente medesimo che il testimone ha avuto lo stesso effetto di unghie di lupo strisciate contro una lavagna? E chi è che andrà a riferire che la causa è stata persa per colpa di quel teste? Ve lo devo dire ancora, o alla fine tutto questo mio blaterare di avvocati è servito a qualcosa? Chi è che si prende sempre la colpa di tutto? Basta, non lo dico più, lo sappiamo tutti, anche quelli che fanno finta di non saperlo, anche quelli che hanno fatto esplodere l’autoarticolato, anche i cugini dello zio.

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sab

13

giu

2015

Un sospiro di sollievo

I galli cantarono tre volte quella mattina fuori dall’Amnèsia.

Il sole cominciava a spuntare dietro le brulle colline vicino alla discoteca, e nel piazzale antistante qualche pigro gallo passeggiava fischiettando un motivetto, molto rilassato, ignaro di quello che stava succedendo aldilà delle mura del locale davanti a lui.

All’interno, un enorme travestito di colore era appena salito sul palco principale della discoteca: era alto circa due metri, agghindato a metà via tra una ballerina di samba del Carnevale di Rio e una semplice mignotta (sempre che la ballerine del Carnevale di Rio non siano, già di per sé, delle semplici mignotte).

Afferrò un microfono vicino alla consolle del dj, e, con voce cavernosa e potentissima cominciò a domandare alla folla di sciamannati sottostante: “Do you want espuma?” aumentando vertiginosamente il tono sull’espuma.

E tutti i rincoglioniti sotto: “Yeeeeeeaaah!”

E lui di nuovo, ancora più convinto: “Do you want espuuumaaaaaaa?”

E sotto i rincoglioniti, ancora più rincoglioniti: “Yeeeeeeeaaaaaaaaaaahhhh!”

E così via per altri due tre minuti di quel balordo botta e risposta, in un dialogo che somigliava ad una versione blasfema e godereccia delle promesse nuziali o della professione di fede che si fa in chiesa (“Vuoi tu Gianni prendere Piera come tua sposa?” “Yeeeeaaahh!”, “Rinunciate a Satana?” “Yeeeeeaaah!”, “Credete in Dio Onnipotente?” “Ovvio che yeeeeeaaaahhh!”).

Dopo che i rincoglioniti ebbero convintamente professato la loro fede nell’espuma, ecco che due enormi bocchettoni, somiglianti ai motori della Morte Nera di Guerre Stellari, che fino a quel momento erano rimasti puntati verso l’alto fermi e pacifici, improvvisamente cominciarono a ruotare verso il basso con un forte rumore meccanico, fino a puntare l’ebete folla che riempiva il locale.

A quel punto il travestito di colore-ballerina di Rio-semplice mignotta cominciò un conto alla rovescia, in una sola voce con il coro dei senza-senno che stavano sotto: “Threeee, twooo, oonee……Eeeeeeespuuuuumaaaaaaa!”

Dopo questo proclama, i bocchettoni diedero il via alla famosa e demenziale Festa della Schiuma di Ibiza, e così, mentre la musica si faceva ancor più martellante, e quindi ancor più inascoltabile, i bocchettoni cominciarono a sparare sulla folla una quantità industriale di schiuma da bagno, in modo incessante e imperterrito. Un’enorme

nevicata di Badedas, un manto bianco che si abbatteva sul locale, come se le nuvole, composte per l’occasione di sapone, si fossero staccate dal cielo tutte insieme e tutte insieme fossero venute a posarsi sulla testa di quella fessa gente.

Gli spettatori non ebbero neanche il tempo di pensarci troppo, che subito la schiuma li aveva già avvolti. Li aveva

raggiunti e colpiti dappertutto, dalla testa ai piedi, negli occhi, nelle orecchie, in bocca. La schiuma era talmente tanta che, posandosi a terra, aveva creato uno strato di almeno un metro e settanta, cosicché degli avventori più

bassi non si vedeva più nulla, solo un ricordo avvolto nello zucchero filato. O al massimo qualche sparuta ciocca di capelli che affannosamente cercava di uscire dalla massa bianca per prendere una boccata d’aria.

I ragazzi più alti dominavano la scena, uscivano con mezzo busto dalla schiuma e, come degli Ercole del sapone da bagno, si avvicinavano rocciosi e decisi alle ragazze più indifese e spaesate per andare ben oltre i limiti consentiti dal Codice Penale. I più disinibiti copulavano a spron battuto fra le bollicine, mentre quelli che erano stati presi un po’ in contropiede dall’assalto delle bollicine medesime, provavano a rifugiarsi nei bagni. Tuttavia la schiuma, inesorabile, arrivava anche lì, per poi peraltro rifluire allegramente nella pista da ballo. Con la conseguenza che i più riflessivi, vedendo tutto quello che succedeva in mezzo alla schiuma e vedendo la quantità di riflusso provenire dal bagno, si chiedevano con ribrezzo quali innominabili sostanze stessero mai ingurgitando, dal momento che non poca di quella stessa schiuma gli era già finita in bocca.

Ecco dunque che, dopo un po’, molti degli astanti, bagnati fradici e con lo stomaco pieno di sapone e sostanze biologiche altrui, si fermavano in qualche angolo un po’ straniti, per cercare riposo e capire che senso avesse un simile rito, in che cosa potesse consistere il divertimento di quella festa. Ovviamente questi pensieri non toccavano invece gli irriducibili dementi del divertimento, quei soggetti che popolano indefessamente le discoteche di tutto il mondo, e tanto più popolano quelle di Ibiza che è la capitale mondiale dell’insensatezza, divertendosi sempre e comunque, e lo farebbero anche se l’evento della serata consistesse nell’essere presi a badilate sullo scroto.

In ogni caso, in quell'occasione la perplessità di chi cercava riparo dalla schiuma non fece in tempo a durare molto: quando l’effetto della schiuma stava ormai scemando, improvvisamente nell’enorme discoteca successe qualcosa.

Lì per lì nessuno riuscì a capire bene cosa in effetti stesse succedendo. Si sentì un rumore tremendo, un lungo boato cavernoso, ma la musica, la schiuma e gli schiamazzi della gente non lo fecero avvertire più di tanto.

Poi si percepì un movimento, sembrava che nell’aria qualcosa si stesse spostando, ma in tutto quel marasma non era una percezione molto chiara.

A poco a poco, però, quelli che erano fuoriusciti dal magma di sapone cominciarono a capire che il suolo stava slittando, e le pareti del locale si muovevano, e si muovevano in un modo particolare, si muovevano di lato, era come se stessero scorrendo via piano da qualche parte.

La folla cominciò a capire che poteva trattarsi di un terremoto, e trasformò le urla di divertimento in urla di terrore e panico, anche perché, man mano che il rumore aumentava, ci si poteva accorgere che c’era qualcosa di strano in quel terremoto: non era una semplice scossa del suolo, era come se tutto quello che c’era sopra quel suolo cominciasse ad essere privo di appoggio, sembrava che tutto stesse sprofondando.

In effetti, a guardare la scena dall’alto, si sarebbe potuto vedere proprio questo: ancora prima che la folla potesse uscire dalla discoteca, il terreno su cui si ergeva quel tempio dedicato al docciaschiuma cominciò proprio a sprofondare in mezzo ad un ammasso di polvere.

Ma a ben vedere, per quanto quel fenomeno fosse iniziato proprio dalla discoteca, subito lo sprofondare del suolo si estese velocemente intorno al locale, e a  grandi placche coprì tutta l’isola. La realtà era  tanto semplice quanto spaventosa: Ibiza si stava inabissando.

Il mare ribolliva maestosamente intorno ai lembi di terra che vi si immergevano inesorabilmente, in un moto discensionale continuo, implacabile. Con un boato che durò circa venticinque minuti, fra la rigogliosa schiuma - del mare, questa volta - Ibiza sprofondò completamente e scomparve alla vista. Tutto quello che si trovava sopra l’isola in quel momento, le discoteche grandi come fabbriche piene di crumiri del divertimento, gli energumeni strafatti di palestra e di pasticche che alle tre del pomeriggio ballano in spiaggia la musica techno, i locali che ti imbombano di inutili beveroni da due litri, i mille p.r. dei locali medesimi ovvero gente senza arte né parte e al massimo in possesso di un diploma di scuola media inferiore e di un ipotalamo ripieno di crema solare, ebbene, tutto si inabissò con l’isola.

Quando Ibiza venne completamente inghiottita dall’acqua, il rumore cessò completamente e la superficie del mare ritornò tranquilla. Rimase solo un leggero vento, ricordava un sospiro di sollievo.

 

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lun

08

giu

2015

La pazienza dei forti

Formentera è un’isola delle Baleari, che si estende per soli 83 chilometri quadrati. 83 chilometri quadrati, dal porto al faro. Fine. Piccola, certo. Eppure è proprio un bel casino come isola. Uno pensa: in un’isola così piccola non succederà mai niente di rilevante. Oppure succederà poco, se non altro per ragioni di spazio: non è che in 83 chilometri quadrati si possa fare chissà che cosa. Beh, non è così.

 

La storia di Formentera è cominciata all’incirca negli anni Settanta, quando è diventata il rifugio degli hippy di mezzo mondo. I grandi rivoluzionari del ’68, dopo essersi accorti che le loro idee non avrebbero portato da nessuna parte, hanno preso due strade: una è stata quella di provare a inserirsi in modo maldestro nella società, facendo, che so, gli insegnanti, come se insegnando musica alle scuole medie si potesse comunque cambiare un po’ il mondo, ed invece sono restati dei semplici disadattati per la vita di tutti i giorni, a ricordare i bei tempi con la testa sempre voltata all’indietro, rimirando il periodo in cui si sono sentiti vivi; l’altra strada l’hanno presa quelli come me, quelli che non hanno cercato compromessi, hanno preso le poche cose che avevano e hanno portato le proprie idee in un posto dove nessuno potesse rompergli le palle. Formentera ad esempio.

 

Io sono nato a Bologna nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale. Mio padre era partigiano ed è morto sugli Appennini, mia madre è morta un anno dopo la guerra di malattia e io praticamente i miei genitori non li ho neanche conosciuti. E se li ho conosciuti non me lo ricordo, e quindi è più o meno lo stesso.

La guerra, l’idea di guerra in generale, mi ha sempre disgustato fin da bambino, e quando alla fine degli anni Sessanta si sono diffuse certe idee, io ero semplicemente lì ad aspettarle. Quando però mi sono accorto che non ci avrebbero portato da nessuna parte, nel 1970 me ne sono andato via e sono venuto qua, su quest’isola.

Si era sparsa la voce che molti di noi, da tutta Europa, venivano a Formentera: hanno cominciato i crucchi, e poi via via tutti gli altri, perché qua si stava bene. Qua si poteva fare quello che si voleva, il tempo non andava avanti.

Sono venuto con uno zaino e una bicicletta, e basta. Ancora adesso ho solo uno zaino, lo stesso di allora, e una bicicletta, che invece non è più la stessa di allora perché quella mi si è definitivamente sfasciata a metà anni Ottanta e non so neanche come abbia fatto a resistere così tanto.

E in più adesso ho un cane, un vecchio bastardo (e lo dico un po’ in tutti i sensi, cioè bastardo come cane, ma anche un po’ nel senso derivato che usiamo per gli uomini, più in senso affettuoso, come nei film, tipo: “Ehi, è un sacco di tempo che non ti vedo, vecchio bastardo!”). E’ un cane che ho trovato ancora cucciolo vicino al porto, e mi sono sempre chiesto cosa ci facesse un cane randagio su un’isola. Cioè, è una cosa che mi è sempre risultata un po’ strana: l’isola è un luogo circoscritto, come dire, controllato, allora come possono esserci bestie randagie? Da dove arrivano? Lo so, è un pensiero piuttosto cretino, magari uno dell’isola aveva un cane (sì, ma dove l’aveva comprato? Se l’è fatto portare in nave da Barcellona? Oppure hanno portato un cane e una cagna sull’isola, li hanno fatti accoppiare come fossero gli Adamo ed Eva dei cani di Formentera, e hanno creato un canile?), e il suo

cane ha fatto dei cuccioli, ma lui non li voleva e li ha mandati fuori dalle balle (e comunque in una piccola isola non è come in una città, magari ti ritornano a casa e allora devi buttarli in mare e che si fottano).

Fatto sta che ho trovato questo cucciolo, e l’ho preso con me, un po’ perché mi piacciono molto i cani, un po’ perché quasi tutti gli hippy allora avevano un cane. Penso che la spiegazione di questa compagnia dipenda dal fatto che un hippy, aldilà dell’immagine stereotipata del sesso in libertà e delle canne di gruppo, molto spesso è solo, e allora deve pur avere qualcuno con cui parlare, per non sentirsi troppo addosso questa solitudine. E allora anch’io avevo il mio cane. L’ho trovato che era tutto magrolino e allora l’ho chiamato Secco. Col tempo è

rimasto più o meno uguale, magari ha messo un filino di carne in più, ma non più di tanto, anche perché nemmeno il suo padrone non è che si ingozzi di cappelletti in brodo o aragoste. Da allora più che altro è solo invecchiato, come il suo padrone. Ma come al suo padrone, gli è rimasta sempre una grande anima.

 

Adesso non voglio stare qua a raccontarvi per filo e per segno cosa ho fatto e come ho vissuto su quest’isola da quando ci sono arrivato. Ho dormito in tenda e poi in una vecchia roulotte, e lune e soli e camminate al tramonto e riflessioni vicino al mare, e tutto quello che vi può venire in mente pensando ad un uomo che abita su un’isola.

Mi sono mantenuto con piccoli lavori di artigianato e vendendo al faro della Mola vari monili creati da me; sono diventato amico di molti di quelli che hanno creato la comunità hippy su quest’isola, ed anche con quelli più giovani, quelli arrivati dopo di noi, anche se questi lo hanno fatto più per sentito dire che per chissà quali ideali. Più che dei rivoluzionari, mi sembra che questi siano solo dei grandi zozzoni. Come se qualcuno gli avesse detto che credere nella pace e nella libertà comporti, chissà perché, non lavarsi mai le ascelle. Non che io mi lavi spessissimo, ma insomma questi sanno di bestia.

Comunque, la vera sciagura capitata su quest’isola non sono stati loro, perché in fondo il fetore, anche il più molesto, con un po’ di sapone va via. Ciò che invece ha incrostato l’isola fin nelle viscere sono stati i turisti che hanno cominciato a venire da metà degli anni Novanta in poi.

Prima il turismo era innocuo ed era una costola del movimento hippy, cioè hanno cominciato ad arrivare dei turisti crucchi per fare una tranquilla vacanza all’insegna del contatto con la natura: in pratica venivano tedeschi di mezza età a cui piaceva sdraiarsi liberamente sulla sabbia con il batacchio al vento e titillarsi i maroni e le ciucce flosce con l’acqua fresca del mare. Ancora adesso questo tipo di turismo rimane, e in spiaggia si possono ancora vedere questi crucchi cinquantenni che sorseggiano il loro cappuccino rimirandosi il pistone.

Il tipo di turismo che ha infettato l’isola però è stato quello alla moda. Qualcuno, non so quando, non so dove, ma se lo trovo gli suono la fanfara a suon di calci nel culo, si è accorto della bellezza selvaggia di Formentera e ha cominciato a venirci per fare l’alternativo. Purtroppo però, come capita sempre quando qualcuno vuol fare l’alternativo senza esserlo realmente, la scelta di venire qua è diventata moda. E la moda, come sempre, ha attirato i deficienti. E, da italiano mi spiace ammetterlo, questi deficienti sono quasi tutti italiani.

Gli inglesi vanno tutti a Ibiza, trasformando Sant’Antonio in una specie di acciaieria di Sheffield, impasticcandosi e facendo casino per poi tornare più bianchi e alienati di quando sono partiti. Mentre gli italiani vengono di più qua a Formentera (tranne i militari e i quindicenni che continuano ad andare ad Ibiza).

Prima gruppi sparuti dal Nord Italia; poi tutti i milanesi in blocco, che seguono la moda a prescindere, anche se diventasse di moda mangiare emorroidi; poi i veneti, che vivono nella rincorsa ai milanesi; successivamente, a completare l’opera, l’orda dei romani; e infine, ciliegina sulla torta, il battaglione dei napoletani: quando l’aria si

riempie di li mortacci tua e uè cumpa’, la situazione è irreversibile.


Questi turisti si stipano come formiche sull’isola, in tre quattro cinque sei sette otto negli appartamenti. I traghetti a luglio e agosto li vomitano ogni giorno a migliaia. E loro brulicano per l’isola, girando sui motorini, le maglie scollate. i tatuaggi maori, le fasce nei capelli, gli infradito di tutti i tipi, l’alluce che ormai recita poesie a memoria; le ragazze con il pareo sul culo, grande o piccolo che sia, il culo intendo (e mostrate quelle chiappe almeno al mare, ragazze di terra devastate dai complessi!), agghindate da modelle o da finte straccione, comunque sempre costruite con il righello: tiri una fascia e cade l’orecchino, levi un infradito e il pareo mostra la cellulite, metti la

crema abbronzante e va via quella idratante.

Questi hanno portato sull’isola l’ostinata moda di fare l’aperitivo che seguono nelle loro città: verso le sette cominciano a ordinare beveroni alcolici di ogni tipo ai baracchini sulla spiaggia, e si stordiscono guardando tramontare il sole come si guarda un televisore. Proprio così: si ubriacano come zampogne seduti sulla spiaggia, aspettando che il sole scenda nel mare, e quando questo succede, applaudono. Questi dementi applaudono. Come se non avessero mai visto il sole tramontare. O forse perché non l’hanno in effetti mai visto tramontare, schiacciati dalle loro squallide vite nelle loro schifose città.

A questi, basta pochissimo per emozionarsi. O meglio: gli serve una montagna di alcol a stomaco vuoto. E quando

scorrono i titoli di coda sul tramonto, capita pure che comincino a ballare sulla spiaggia come forsennati al ritmo di una musica che sfregia l’aria. E sudano, ridono, urlano, pisciano, vomitano e si ingroppano. Poi, ubriachi fradici, riprendono i loro motorini e tornano a stiparsi negli appartamenti, a intasare le fogne della loro piscia e della loro merda. Ovviamente sempre che all’appartamento ci arrivino e invece non si schiantino sull’asfalto, ché allora poi il giorno tornano a fare l’aperitivo zoppicando (non sia mai che lo saltino), con macchie rosse di mercurocromo su tutto il corpo come la Pimpa di Altan (lo sapete che la Pimpa arriva anche qua? Oh, guardate che qua io leggo di tutto, sono un hippy, mica un ignorante).

Poi la notte girano ancora per i locali, esattamente come se fossero nelle loro città, e il giorno dopo tornano a fare l’aperitivo, esattamente come se fossero nelle loro città: e allora cosa diavolo ci vengono a fare su quest’isola se si comportano esattamente come se fossero nelle loro città?

 

Ma ci ho pensato io a dargli la lezione che si meritano. E’ stato un lavoro enorme, durato due anni. Simile a quello compiuto da quei carcerati che per scappare scavano un tunnel con le mani fin dopo il recinto della prigione. Ma ormai ci siamo, è solo questione di ore. Anzi, di minuti.

 

Sono le sei e venti di un pomeriggio di metà agosto e sto per partire dal faro, con il camioncino di Beppe Merda.

Beppe Merda è un tedesco di nome Josef, arrivato sull’isola poco dopo di me. Ha la mia stessa età e siamo diventati subito amici. Dopo qualche anno che si trovava qui, Josef si è messo a lavorare saltuariamente per una

ditta di pozzi neri dell’isola. Sono spuntate un paio di ditte del genere da quando è iniziato ad arrivare il turismo di massa e le fogne hanno cominciato ad intasarsi, perché, se per caso non lo sapete, lavorare per una ditta di pozzi neri vuol dire, in poche parole, neppure molto eleganti, sturare le fogne quando si intasano di merda.

Quando Josef ha cominciato a lavorare per i pozzi neri e a girare con la sua piccola autocisterna per stappare le fogne, io l’ho soprannominato Beppe Merda, e da allora quello è sempre rimasto il suo nome.

Quando ha mollato l’attività dei pozzi neri, perché si era giustamente stufato di vivere in mezzo alla cacca altrui (la propria invece, come si sa, appare sempre interessante al legittimo proprietario), la ditta, in segno di gratitudine per l’ardito ed esemplare lavoro svolto, gli ha lasciato tenere la piccola autocisterna, anche perché nel frattempo la tecnologia di quel settore, la tecnologia della merda, si era evoluta, e anche la piccola autocisterna col suo bel tubo aspiratutto guidata da Josef era diventata vetusta.

Da allora Beppe ha sempre scorrazzato in giro per l’isola col suo camioncino, diciamo una versione meno poetica e più viscerale, in tutti i sensi, dei furgoncini Volkswagen degli hippy.

E’ da tempo che con Beppe lavoro attorno al suo camioncino in vista di un giorno di gloria. E quel giorno è oggi.

 

Il sole si accinge a tramontare e io monto veloce sul mezzo. A fianco, sul sedile del passeggero, faccio montare Secco, il mio cane, perché è giusto che anche lui si goda lo spettacolo. D’altronde anche lui ha contribuito in modo determinante a quello che sto per fare.

Mentre mi dirigo ad una delle spiagge più famose dell’isola, la spiaggia del Big Sur, un baracchino sulla spiaggia che funge da ritrovo per gli imbecilli dell’aperitivo, ripenso ancora una volta, con sincera ammirazione per me stesso, a cosa mi sono tenacemente adoperato in questi ultimi due anni. E’ stato un compito che ha richiesto molta disciplina, ma su quest’isola il tempo per riflettere ed agire non mi è mai mancato.

Negli ultimi due anni ho riempito il camioncino di Beppe Merda. L’ho riempito con quello con cui veniva riempito quando ancora lo usava Beppe Merda. Merda, appunto. Mia e di Secco. Tutti i giorni, da due anni. Tutto quello che per due anni interi abbiamo prodotto io e il mio cane, che sarà anche secco ma quando ci si mette pare un orso, è finito nella cisterna del camioncino di Beppe.

Le prime volte che raccoglievo quel che faceva, Secco mi guardava con un’aria un po’ perplessa. Poi col tempo ha smesso di farlo, sembrava anzi molto ben disposto, quasi avesse compreso il significato dell’eroica impresa a cui stava partecipando. Lo so, sembra una follia, ma dovevo farlo. E sono sicuro che ne è valsa la pena.

 

Arrivo nel parcheggio davanti alla spiaggia e lo trovo, come da copione, intasato dai motorini, perché è l’ora di punta, l’ora in cui questi dementi si bevono il tramonto. Ma questa serasono contento che la spiaggia sia piena, così quello che sto per fare se lo ricorderanno in tanti.

Mi fermo con il camioncino a ridosso della siepe che separa il parcheggio dalla spiaggia. Estraggo la pompa che una volta veniva infilata nelle fogne e che adesso, grazie ad una piccola modifica tecnica apportata con l’aiuto di Beppe, verrà utilizzata ad uno scopo, credo, migliore. Infine tiro fuori una scala e salgo fino all’ultimo gradino, con la pompa in mano, in una posa statuaria, monumentale.

Da qui domino la spiaggia e vedo tutta questa marea di teste, fasce, petti, chiappe, parei, caraffe di Mojito, che guarda ebete verso il mare aspettando che il sole scompaia del tutto all’orizzonte, mentre dal baracchino comincia a salire il frastuono di una musica che non c’entra niente con quel paesaggio, e comunque non c’entra niente neanche con la musica (quella bella, intendo).

E’ quasi il momento, aspetto solo che il sole tramonti. Secco è ai piedi della scala e mi guarda scodinzolando, sembra fiero di me.

 

Ci siamo: l’ultimo spicchio di sole è scomparso dietro il mare brillante, e i deficienti cominciano ad applaudire e a festeggiare. E in effetti, sì: accendo l’interruttore e comincia la festa.

La mia pompa, puntata verso l’alto, inizia a sparare a raggiera tutto quello che ho messo da parte in due anni (e, vi ho già detto, non sono risparmi). E sui turisti che hanno impestato l’isola, cade una pioggia che finisce dappertutto: sui capelli, sugli occhi, sui corpi, sui tatuaggi, nei bicchieri, nelle caraffe, sui sorrisi sguaiati. Vedo distintamente una ragazza bionda con gli occhiali a specchio che, inebetita, grida: “Ma cos’è questa roba?” Te lo dico io, piccolina, senza giri di parole: è merda. Una pioggia di merda. Cacca, feci, escrementi, sterco, guano. Quello che hai portato su quest’isola, ti ritorna tutto indietro, piccola.

In effetti ci mette poco anche da sola ad accorgersi di quello che le sta piovendo addosso, e con uno scatto repentino si piega per vomitare. E così è un po’ per tutti: sulla spiaggia ora c'è il panico, il nemico non riesce nemmeno a capire da dove arrivi l’invasore, non riesce a tenere gli occhi aperti a causa degli schizzi, e si inginocchia per i conati. D’altronde va dato atto a questi ragazzi che una pioggia di feci non è da tutti i giorni (davanti a quello che sto vedendo mi vengono dei dubbi sull’efficacia delle bibliche invasioni di cavallette, mi

sembra che questo sia molto meglio).

Non so se qualcuno di voi ci abbia mai provato, è una cosa un po’ bizzarra, ne convengo, ma è incredibile quanta cacca si riesca a mettere via in due anni: tutta la gente che c’è in spiaggia è ormai inzaccherata da capo a piedi, e la pioggia continua a scendere incessante. Io rido e urlo a squarciagola, tanto la musica idiota che ancora suona copre la mia voce. Sono in trance agonistica, ho il furore da impresa, è la pioggia purificatrice dei Promessi Sposi,

Sposi, la pioggia che monda di D’Annunzio. La cosa mi sta dando alla testa, sono lo Zeus delle fogne. E’ meglio che adesso smetta.

 

Così, dopo aver dato fondo all’artiglieria, scendo dalla scala, metto via la pompa, e rimonto velocemente sul camioncino insieme a Secco. E in un attimo sono sulla strada del ritorno.

Le mie vittime sono contorte sulla spiaggia, e, finito l’attacco, cominciano a entrare in mare per pulirsi, ancora frastornate. Ma la musica è stata spenta, e sulla spiaggia ci sono meno risa e c’è stranamente, ma finalmente, un bel po' di silenzio.

Tornando al faro, accarezzo il valoroso Secco accanto a me, e guardo il mare. Questo mare che mi ha cresciuto, oggi sembra dirmi che abbiamo vinto una battaglia. La guerra non so se la vinceremo mai, ma non mi interessa, mi va bene così. Almeno per altri due anni.

 

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sab

23

mag

2015

La visura catastale dell'amore

Il mio amico Davide, utilizzando un concetto derivato dall’economia, la chiama asimmetria informativa, e il mio amico Davide, che a leggere le sue e-mail sgrammaticate direste tutti un ignorante, ha invece fatto perfettamente centro.

Il concetto va applicato alle relazioni tra uomo e donna, e in particolare va applicato a quel fenomeno per cui, se conoscessimo maggiormente, in modo preciso e definito, la situazione sentimentale di tutti gli altri esseri umani, avremmo relazioni più appaganti e non perderemmo invece tempo a inseguire persone irraggiungibili, sperando in qualche cosa solo perché non sappiamo.

Ancora più in particolare, sono le donne, spesso, a mantenere una segretezza totalmente ingiustificata circa le loro frequentazioni: da un lato è notorio che quasi nessuna donna sia puramente e semplicemente single come lo può essere un uomo, e tuttavia costei quasi mai apertamente dichiara di vedersi con qualcuno, e chissà perché. In tutte le occasioni in cui la vedi è sola, eppure, da qualche sorrisino malcelato, o da un uso compulsivo del cellulare, o da un sussurro delle amiche, lascia trapelare di vedersi con qualcuno. E allora questi due, che non vedi mai assieme alla luce del sole, te li immagini di notte, a baciarsi dietro i cassonetti, nascosti tra i locali confusi tra le ombre (yeh).

Per portare alla luce l’effettiva situazione sentimentale di ciascuno e capire sin da subito se c’è trippa per gatti (o per maiali, a seconda del rapporto che si vuole avere), dovrebbe esistere un archivio mondiale in cui io possa fare una visura e vedere se una donna si sta frequentando con un altro uomo. La ricerca dovrebbe poi essere affinata, e ogni donna dovrebbe dichiarare a quali uomini, sulla faccia della Terra, è interessata, senza tanti misteri: si parte da Johnny Depp e si arriva fino all’idraulico, con continui aggiornamenti. Io guardo la visura, non mi vedo elencato, e so di dover cambiare aria. E invece, nonostante tutto questo gran casino dei social network, in fondo non sappiamo veramente nulla degli altri (a parte quando vengono pubblicate foto in abito nuziale, il che presuppone che, almeno per qualche mese, lei sarà fuori gioco).

Ricordo che queste dotte teorie, in qualche modo, erano state applicate in un locale di Riccione dov’ero stato una ventina di anni fa (niente battute sull’età, per cortesia): su ogni tavolo del locale era posizionato un telefono, ci si chiamava da un tavolo all’altro, ci si presentava e, se ci si piaceva, si andava in pista a ballare e poi chissà (una cosa simile succede anche in un film di Fantozzi, con esiti tragicomici). Molto semplice, e quindi, come tutte le cose semplici, giusto. Se non che, ricordo che pur anche con questo meccanismo, che ti faceva telefonare a una ragazza seduta a quattro metri da te e a cui volendo potevi anche saltare addosso senza passare dalla telefonata, ebbene qualche ragazza cercava di restare sul vago, lasciando trapelare labilmente un qualche impegno sentimentale al di fuori di quel locale e dissimulando sia l’interesse che il disinteresse. E se allora io avessi potuto fare la mia visura, me ne sarei andato a prendere un gelato con la panna montata, invece che restare lì a parlare al telefono con quella buzzicona.

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sab

16

mag

2015

Ode a Moscardelli

Stranamente, ero seduto al bar. Lui è entrato, si è avvicinato al bancone, ha salutato il barista che ci ha presentati (perché, stranamente, il barista lo conoscevo anch’io). Ha ordinato una birra e si è seduto con me. In cinque minuti la birra è finita. “Sai” mi dice, “io ho sempre giocato in città dove si beve: Trieste, Rimini, Piacenza, e adesso Verona. A Trieste, a colazione, bevono la grappa. Quando a giugno torno a Roma dopo il campionato, faccio sempre una festa con i miei amici: compro una botte di birra da sei litri, e alle undici della mattina è già finita. Loro hanno bevuto un bicchiere e sono già stesi, io ho bevuto tutto il resto e faccio le rovesciate in piscina”.

E’ così che ho conosciuto Davide Moscardelli.

In quello stesso bar sopra il quale abitava quando giocava al Chievo, qualche volta scendeva verso mezzanotte (scendeva proprio da casa, non che prima fosse in giro), gli veniva consegnata una bottiglia di Ferrari, lo apriva sciabolando il tappo con un coltello, di fronte ad una folla esultante che acclamava al bomber, dopo di che, tranquillo, tornava a dormire. Ordinaria amministrazione. Una volta ha sciabolato una bottiglia di birra utilizzando un bicchiere. Sciabola tutto.

Uno dice: vabbè, chissà come gioca. E’ semplice: se gioca, segna. Cioè, se lo fanno giocare con regolarità, non tre minuti ogni tre partite. Così in serie B, poi in serie A, e ora anche in Lega Pro: date un'occhiata su youtube per vedere i gol che ha fatto nella sua carriera. Solo quest’anno, a Lecce, 15 gol. Certo, stiamo parlando di un cavallo pazzo, a volte altalenante o incostante, ma quando ha giocato con continuità ha sempre segnato. Anche perché, il punto, è proprio l’incostanza, è proprio la follia genuina: il suo pregio, più delle rabone, è proprio quello, è l’anima.

Mentre sto scrivendo, mi sto in realtà un po’ trattenendo, un po’ sto pensando alla censura di questo pezzo che potrebbe fare la vera agente di Davide, sua moglie Guendalina, perché non posso veramente raccontare tutto di lui, ché in un mondo conformista ed ipocrita come quello del calcio non si può dire la pura e semplice verità. Ma siamo d’accordo che scriveremo un libro insieme quando smetterà di giocare e potremo raccontare tutto quello che ha fatto e tutto quello che ha visto. A partire, ad esempio, da alcune serate a Trieste con il bisonte Godeas, oppure da come ha conosciuto sua moglie quando erano ragazzini e abitavano nella stessa via, e poi si sono persi, e poi si sono ripresi quando sono cresciuti.

E’ il calcio di Moscardelli, come quello, ad esempio, di Malesani, che è ancora degno di essere raccontato, più della playstation a cui ci fanno assistere Ronaldo o Messi (tranne che per il vomito prima delle partite importanti, quello è genuino, e infatti alla playstation non lo fanno vedere).

All’esordio in casa con il Bologna, arriva un cross, Davide stoppa la palla e, tenendola ancora sul piede, fa un tunnel all’avversario: non ho ancora ben capito come abbia fatto, qualche giorno dopo ci ho provato sul mio terrazzo e mi è caduto un ginocchio in garage. Una cosa simile poche partite dopo contro la Juve, a Vidal. “I’ho fatto la busta”, ci ha detto a fine partita sfoderando il suo romano doc davanti a un numero indefinito di birre, e se la rideva.

Stufo di non giocare al Chievo, ha cominciato a farsi crescere la barba fino a che non fosse stato ceduto. E’ stato ceduto, ma la barba non se l’è più tagliata, e ora sembra un incrocio tra Gesù e Braccio di Ferro. Al raggiungimento dei 13.000 followers su Twitter ha scritto: “E pensa se giocavo”. Il giorno dopo erano 26.000. Adesso sono 116.000, e sua moglie non pubblica nemmeno foto in bikini da Miami. E insomma, se io dovessi scegliere, tra l’avere la foto sulla cover di Fifa e vedermi dedicato un coro “eran quasi le tre, era in giro con me, Moscardelli alè”, sceglierei la seconda (tra l’altro, sulla copertina di Fifa c’era anche Vidal, ma senza busta).

 

P.s. Ho fatto leggere a Davide questo pezzo prima di pubblicarlo: lui, dopo essersi aperto una birra, mi fa: “La busta era a Gattuso!”, e io: “No, guarda, era Vidal, sono sicuro, Bologna-Juve un sabato sera d’inverno, un freddo boia, siamo venuti apposta da Verona per vederti”, e lui: “Ah, allora de Vidal me so’ dimenticato”.

 

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lun

11

mag

2015

C'è l'avvocato!

C’è l’avvocato nato per fare l’avvocato, che fin dall’età di tre anni vi era predestinato e non ha dubbio alcuno di aver scelto la professione della sua vita. Null’altro esiste per lui, se non il Diritto, i libri che parlano di Diritto, i giornali che parlano di Diritto (e per lui non resta che un commento deontologicamente non del tutto

specchiatissimo: che palle!).

C’è l’avvocato introvabile. Se lo chiami in studio non c’è mai, se gli scrivi un fax non risponde mai, se lasci detto di richiamarti non ti richiama mai. Il quesito che ci si pone in questi casi è: sarà impegnatissimo, o solo maleducato?

C’è l’avvocato che vuol fare sempre lo spiritoso, il simpaticone. Cerca ogni volta di fare battute ‒ per lo più con scarsi esiti comici ‒ sul mondo giuridico, e vuole dimostrarsi in consuetudine con tutti, dai giudici ai cancellieri, dai clienti ai colleghi (sì, perché dovete sapere che gli avvocati, tra di loro, pur con tutte le invidie, i rancori e gli individualismi, sono colleghi).

Per contro, c’è l’avvocato per nulla spiritoso, serioso e inquadratissimo, che non concede nulla alla divagazione, alla passione, al sentimento. Il suo modo di svolgere la professione è triste, pignolo, risentito e plumbeo.

C’è l’avvocato logorroico, nel parlare e nello scrivere. Per spiegarti al telefono la posizione del suo cliente ti tiene attaccato alla cornetta fino allo sfinimento, facendoti sudare il padiglione auricolare, e per rispondere a un

atto di citazione sfodera una comparsa di costituzione da ottanta pagine, dove affronta la questione di un’infiltrazione nel soffitto partendo dall’omicidio di Giulio Cesare.

C’è l’avvocato trafelato. In tribunale lo vedi districarsi tra mille udienze con un foglietto in mano dove si segna i rinvii come uno scribacchino, poi deve correre in cancelleria a depositare migliaia di atti e a fotocopiare tutto lo scibile giuridico. In studio ci sta 20 ore (di cui 16 collegato a Facebook). In generale, moderno Atlante, ritiene di portare il peso del mondo sulle spalle e invece non si rende conto di aver trasformato una professione intellettualmente stimolante nella routine di un anonimo travet.

C’è l’avvocato sostenuto e risoluto, convinto di avere sempre in bocca la soluzione perfetta e la ragione che gli sgorga naturalmente da ogni orifizio. Vuole apparire come uno in gamba, uno vincente, ma il suo puntare solo sull’apparenza è una delle piaghe purulente della nostra professione. Costui facilmente lo vedrete in televisione a dissertare sulla sicura bontà delle proprie tesi, tuttavia di solito un avvocato del genere vince nel tubo catodico, ma perde in tribunale.

In conclusione, ritengo di potervi fornire qui di seguito un piccolo prontuario, una specie di filastrocca che potrete attaccare sul frigorifero con un magnete e utilizzare quando vi servirà riconoscere un bravo avvocato.

L’avvocato che vi dice che vince, perderà.

L’avvocato che vi dice che ha ragione, non ce l’ha.

L’avvocato che vi dice che è bravo, non lo è.

Un bravo avvocato non ha bisogno di dirlo, né di sentirselo dire.

E il principe del foro è come quello azzurro: non esiste.

 

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lun

04

mag

2015

Come pubblicare un libro (secondo me)

Poiché, in modo inspiegabile tanto per me quanto, immagino, per voi, mi capita ogni tanto che qualcuno mi chieda consigli su come riuscire a pubblicare un libro, ho deciso di scrivere questo prontuario, così alla prossima richiesta giro il link di questo post, e sono a post. Ah ah, con questa dovrei aver comunque scoraggiato qualsiasi ulteriore richiesta.

Prima di procedere, una precisazione: parlo utilizzando come fonte solamente la mia esperienza personale, e la mia esperienza personale è quella di uno scrittore, in termini di vendite, di medio livello. Cioè, se consideriamo che la media di vendite per libro pubblicato in Italia è meno di 100 copie (sul numero spropositato di case editrici italiane e sul delirio delle pubblicazioni vi rimando a questo precedente post), e quindi, in base a questo, componiamo una scala di scrittori che va da miserabile a piccolo a medio a grande ad autore di best seller e finisce con Stephen King in persona, ecco io sono medio. Lo so, non si giudica solo dalle vendite, ma qui cerchiamo di essere concreti. E se poi volete delucidazioni da chi ha un’esperienza diversa dalla mia, chiamate Stephen King.

Ecco, dunque, cosa fare per riuscire a pubblicare un libro.

 

1) SCRIVERE UN LIBRO

Sembra scontato, ma non lo è: per pubblicare un libro, dovete averlo scritto. Un libro, degno di questo nome. Che non vuol dire aver scritto per forza il seguito dei Promessi Sposi (che poi chissà che palle dev’essere, il seguito dei Promessi Sposi), ma vuol dire aver scritto anche un libro piccolo piccolo, ma meritevole di essere letto.

Per riuscire a far questo, bisogna innanzitutto saper scrivere. Altra considerazione scontata, ma, anche in questo caso, così non è: non tutti sanno scrivere bene, ma, ancor prima, non tutti sanno scrivere. Se una persona non conosce la grammatica, o l’analisi logica, o ha un vocabolario striminzito che se io dico la parola redarguire incrocia gli occhi e sviene, non può scrivere un libro. E invece c’è chi lo fa, e poi si lamenta se non pubblica il proprio lavoro. Non dovrebbe essere un problema, e invece lo diventa: se alle elementari ho fatto casino con il mio compagno di banco mentre la maestra spiegava la punteggiatura, e adesso butto le virgole sul foglio come una manciata di sale nell’acqua che bolle, e metto puntini di sospensione dappertutto anche quando non c’è nulla da sospendere, e metto i punti esclamativi alla fine di ogni battuta così facendo perdere l’effetto umoristico di tutte quelle battute, non devo scrivere libri, così come se fossi alto un metro e quarantacinque, e non mi chiamassi Spud Webb, non potrei pensare di vincere la gara delle schiacciate all’All Star Game della NBA.

Ok, sì, a scrivere si può anche imparare dopo la scuola, ma insomma, i fondamentali non si possono acquisire troppo tardi, perché chi li ha già imparati da tempo e li usa da anni, è molto più avvantaggiato.

Alla capacità di scrivere, aggiungiamo un po’ di stile e una qualche originalità e peculiarità rispetto a quello che si vuole raccontare. E qui veniamo al secondo presupposto necessario per scrivere un libro: bisogna saper leggere. Per capire se quello che scrivo può risultare interessante, dev’essere qualcosa che io leggerei volentieri, anche se non fosse scritto da me. Cioè dev'essere un libro per il quale io mi alzerei dal mio amato divano, uscirei di casa con la pioggia, andrei in libreria, spenderei 15 euro per comprarmelo, e dedicherei qualche ora del mio tempo, o qualche giorno, per leggerlo, e infine mi resterebbe qualcosa di quello che ho letto, perché mi sono immedesimato e in fondo quel libro ha parlato un po’ di me, o perché mi ha conquistato con la trama e i suoi colpi di scena, o magari perché, semplicemente, mi ha fatto ridere (e non è così semplice, in realtà).

Se mi piace Francis Scott Fitzgerald, il mio libro dovrebbe piacermi come Il Grande Gatsby, se mi piace Stephen King, dovrebbe piacermi come It, e se invece mi piace Fabio Volo, dovrebbe piacermi come E’ una vita

che ti aspetto. Ma se io non leggo Francis Scott Fitzgerald, né Stephen King, e nemmeno Fabio Volo, a ben vedere io non so nemmeno cosa sia avere uno stile e comunicare qualcosa di originale, o di condivisibile, o di avvincente, o di divertente, e in conclusione io non so nemmeno cosa sia, un libro. E non si capisce, allora, perché debba scriverne uno.

 

2) CERCARE LA CASA EDITRICE

Dopo aver scritto il libro - scritto sapendo scrivere e scritto sapendo leggere (altrimenti finirà dritto nel cestino, quello in cui avreste dovuto buttarlo voi, ancor prima di chi ce lo butterà poi) - passiamo alla ricerca di una casa

editrice: possiamo dire che la ricerca di una casa editrice è come, per un uomo, la conquista di una donna.

Innanzitutto, fatti salvi i colpi di fulmine (belli ma rari), bisogna impegnarsi moltissimo: non bastano due mail e una telefonata, non bastano tre contatti, non basta un semplice abbocco; ci vogliono centinaia di mail, centinaia di telefonate, centinaia di contatti e centinaia di abbocchi. Non è un’iperbole: proprio centinaia. E’ un lavoro lungo e costante. Inoltre, bisogna cercare di essere realisti e, soprattutto all’inizio, non voler strafare: se non sei Brad Pitt, o non hai inviti per l’after-party degli Oscar perché non hai mai interpretato un supereroe della Marvel in un blockbuster, è molto difficile che tu possa conoscere Angelina Jolie, farti trovare interessante e far sì che lei si innamori di te. Non pensare che dalle cataste di manoscritti che le macchine spargiletame scaricano ogni giorno davanti alla sede della Rizzoli o della Mondadori, chissà perché, proprio il tuo dovrebbe essere estratto e pubblicato, quindi comincia da quelle case editrici a cui puoi arrivare, perché per esempio vicine a dove vivi o perché hai qualche contatto diretto all’interno. Potrai avere certamente più attenzione, e se non va con la prima, né con la seconda, né la con la terza, né con la settantacinquesima, devi comunque provarci ancora, e ancora, e ancora, e così per un milione di volte, e poi ancora per un altro milione, perché ci sono molti più pretendenti per una casa editrice che per Angelina Jolie, ma anche per la figlia della lattaia con cui hai passato l’infanzia insieme.

Utilizza tutti i contatti che puoi, provaci, non avere paura a chiedere e a buttarti. Non fare lo schizzinoso o il timoroso, non avere paura a divulgare quello che scrivi anche se inedito, non preoccuparti dei diritti e di possibili plagi, hai visto troppi film, non pensare che ci sia qualche squalo di scrittore nascosto nell’ombra pronto a fregarti l’idea, farci montagne di soldi e passare la vita a Honolulu con i proventi di quello che hai scritto tu. Soprattutto all’inizio, non gliene frega niente a nessuno di te, e poi ogni altro scrittore è convinto di avere in tasca un Pulitzer e non verrà a copiare il tuo, e infine, insomma, non diventerai mai ricco facendo lo scrittore, quindi mettitela via e fai leggere più che puoi i tuoi lavori. Se poi avrai bisogno di un avvocato per difenderti da un qualche plagio, potrai chiamarmi pure e ti farò anche lo sconto, ma intanto non preoccuparti di questo, è come fare una corsetta dietro casa per sgranchirsi le gambe e già preoccuparsi della cassetta di sicurezza in cui mettere la medaglia d’oro olimpica di maratona.

E potresti anche non trovarla mai la casa editrice adatta a te e al tuo libro, questo devi saperlo. In questo caso hai due strade: o paghi, ma allora non pensare di avere troppo amore in cambio; oppure fai da solo, ti apri un sito e pubblichi lì le tue cose, o pubblichi in self-publishing: anche il ragazzo solitario che cammina sotto la pioggia con il cappuccio tirato su, a volte riesce a far colpo.

Se invece trovi la casa editrice che ti piace, pubblicherai il tuo libro, e così comincerai a conoscere come funziona. E capirai se ti piace o no. E poi, sempre con grandissimo impegno - perché resti sempre uno di cui non gliene frega niente a nessuno, diciamo solo un po’ di meno - potresti farti notare anche da altre, e se con la figlia della lattaia non ti dovessi trovare più bene, chissà mai che Angelina, ma anche solo Elisabetta, o persino la cugina della figlia della lattaia, un po’ più procace e quindi vero sogno erotico di gioventù, non possano cominciare a prenderti in considerazione.

 

3) PRESENTARE IL LIBRO

La pubblicazione non è mai il punto di arrivo. Certo è un passo avanti, c’è un editore che ha creduto in te, e quindi siete almeno in due a credere in quel libro.

Ora però è importante che sia letto, altrimenti è un insieme di fogli dello stesso valore di quelli che metti nel forno per cucinare la pizza surgelata (e se sull’editoria ti concedo qualche dubbio sulla mia effettiva esperienza, sulla pizza surgelata proprio no). Devi proporlo, devi far sì che la gente ne possa parlare, possa passarsi parola, anche se non puoi imporne l’acquisto, perché la gente deve comprarlo perché gli piace, non perché costretta da un tuo stalking (“Hai letto il mio libro?”, “Ehm…sì”, “E cosa c’è scritto al secondo capoverso di pagina 47?”).

Fai sapere che questo libro esiste, perché i mezzi di cui dispone la tua casa editrice quasi sicuramente non ci riusciranno, quel libro sarà in pochissime librerie e dovrà farsi spazio a forza: ricordati che la distribuzione nelle librerie è tutta in mano ad Angelina Jolie (maledetta superstar).

Poi però lasciate che il libro faccia la sua strada: se piacerà, saranno i lettori a darvi i loro pareri; se poi vi arriveranno pareri negativi, almeno è stato letto (se solo negativi, direi però che abbiamo un problema); se non vi arriveranno pareri, allora probabilmente il libro faceva veramente schifo (perché è sempre l’indifferenza la peggior

bestia).

Presentatelo, in luoghi che si prestino alle presentazioni (quindi evitate tutti quei posti dove la gente viene a fare dell’altro e vi dà sulla voce) e parlatene il giusto, direi al massimo mezz’ora. Parlatene voi, non fatevi fare lunghi pipponi celebrativi di presentazione da chissà chi, come se abbiate scritto chissà che cosa. Un vostro lettore legge il libro per voi, per quello che avete scritto voi, e vuole sentire voi che ne parlate, e sta tutto lì, non c’è bisogno di

altro. Se non è così, quello non è un vostro lettore.

E alla fine, quello che più conta: qualsiasi cosa abbiate scritto, non prendetevi sul serio, mai. 

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sab

18

apr

2015

Amo i pazzi

Amo quelli che urlano per strada.


Amo quelli che parlano da soli.


Amo i barboni e gli ubriaconi.


Amo le cene eleganti di Berlusconi, e avesse avuto il coraggio di dire che era pieno di

zoccole.


Amo quelli che piangono.


Amo quelli che ridono troppo.


Amo quelli che fischiettano.


Amo quelli che la notte pisciano per strada.


Amo quelli che vomitano.


Amo quelli che al pub perdono la coscienza.


Amo le persone obese che si sfondano di cibo.


Amo quelli che barcollano.


Amo le persone sole e quelle insicure.


Amo i paranoici e gli schizofrenici.


Amo i pazzi, che fermano il mondo.

 

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gio

09

apr

2015

Quanto lavoriamo per vivere, e quanto viviamo per lavorare

Dopo un’attesa che, dalla nuca ai talloni, vi ha certamente elettrizzato per mesi, è finalmente uscito l’e-book “La mirabolante storia di un impiegato di banca”: lo potete scaricare in pdf gratuitamente, e ripeto gratuitamente (e so che gratuitamente accettate anche la colomba pasquale al supermercato, anche se la colomba vi fa schifo perché sa di cartone), mettendo “mi piace” a questo link. A breve, poi, lo troverete direttamente su questo sito.

Per il resto, che dire: è un esperimento nato con i miei editori Francesco Giubilei e Giorgio Regnani, tanto brillanti quanto folli nel volermi seguire sempre in quello che scrivo: se “Il principe del foro non esiste” è andato così bene, perché non provare ad applicare una formula simile ad un altro ambiente lavorativo, magari non troppo distante a quello degli avvocati?

Ecco allora l’idea delle banche. Se non che, io, delle banche, non so un’emerita fava, come ho sentito dire una volta alla Sorbona. Allora ho raccolto varie testimonianze di chi qualcosa ne sa e poi ci ho fatto un racconto, più che un saggio, anche perché io di saggio ho proprio poco. L’apporto che ho dato alle esperienze raccolte è stato di metterci tutto quello che ci sta intorno, cioè la vita. Perché quello che a me interessa, è quanto lavoriamo per vivere e quanto viviamo per lavorare: quando la lancetta è troppo a destra, è il caso di tirare il freno a mano, amici miei. Buona lettura.

 

“La maliarda signora Marika ci disse poi che, per cominciare, avevamo ciascuno 90 secondi di tempo a disposizione per presentarci a tutti gli altri. Non più e non meno di 90 secondi, nel senso che andavano usati tutti.

Partì, guarda caso, la Trappo Forchetti, che usò solo 7 secondi, contravvenendo quindi alla regola del “non meno”, dicendo: “Ciao a tutti, sono Adelaide Trappo Forchetti, mio papà è il Presidente della Banca. Ma questo in città lo sanno tutti.” Fine.

Essenziale. E persino geniale, direi.

Noi dal cognome unico ci guardammo un po’ straniti, a causa della violazione immediata della regola appena impartita dalla psicosociologa Marika. Per contro, come mi sarebbe molto servito anche dopo nella vita, feci tesoro di una delle mie prime lezioni di siamotuttiugualidifrontealleregolemacequalcunopiuugualedeglialtri (e tendenzialmente quel qualcuno ha sempre due o più cognomi, fateci caso).”

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dom

05

apr

2015

L'ormone della scampagnata

La Pasquetta è una di quelle occasioni in cui, nelle ghiandole di ognuno di noi, si attiva l’ormone della

scampagnata, e quindi diventa un obbligo morale andare con plaid e pranzo al sacco a far baldoria bucolica da qualche parte. A Pasquetta bisogna andare per forza in giro, che si faccia anche solo il giro dell’isolato e ci si sdrai

sul marciapiede dietro casa, ma, santiddio, bisogna uscire di casa.

Le mete preferite sono i prati di montagna o di campagna, ma anche le ville fuori città degli amici, prese d’assalto da una mandria imbufalita di scrocconi, desiderosi di scorrazzare per le proprietà altrui giocando goffamente a calcio per sette ore filate e cucinando alla griglia ogni tipo di pietanza.

La gita di Pasquetta ha effettivamente un andamento gastronomico-ricreativo piuttosto sconclusionato.

Si arriva nel luogo prescelto e ci si accampa alla rinfusa, dopo di che la noia comincia già ad affiorare prepotente e dunque si tira fuori un pallone e si comincia a spallonare a caso (a Pasquetta giocano tutti a calcio, anche chi non sa nemmeno che bestia sia, il calcio). Dopo qualche euforico tiro affiora però anche la noia per il calcio medesimo, e lo sport cede il posto ad una prepotente fame.

A questo punto si sfoderano le batterie di cibo: patatine, panini, il tradizionalista si porta le uova (che solitamente vengono ingoiate intere), i più tecnologici si cucinano la carne sulla griglia alzando a palla l’autoradio della macchina come militari in libera uscita. Quelli che non rinunciano mai a un pasto completo hanno poi anche il dessert, solitamente rappresentato da qualche torta secca e stopposa. Il tutto è innaffiato da birra e vino (o addirittura, come ha saputo inventare il mio amico Dodo, sangria), perché a Pasquetta è del tutto necessario anche darci dentro con il bere.

Dopo la folle libagione, il giovane pasquettaro prova a sdraiarsi per riposare e prendere il sole, ma c’è sempre quello che è intollerante al sole e agli abbiocchi pomeridiani, che dopo due minuti comincia a dare segni di nervosismo e insofferenza, si alza e comincia a giochicchiare nuovamente a calcio: dopo poco più di venti minuti costui ha già organizzato una partita sedici contro sedici, in cui tutti i giocatori sono stanchi, pieni di cibo e mezzi ubriachi. Durante la partita c’è chi si sforza di giocare bene, magari per farsi bello con le ragazze che immancabilmente guardano e fanno il tifo (esattamente come alle medie), c’è chi sta immobile e muove solo le stenche gambe per calciare, e c’è chi si infortuna gravemente (a Pasquetta, in un solo giorno, si verificano più distorsioni alla caviglia che in tutte le giornate dei campionati di serie A e serie B messi insieme). Poi, in appendice alla partita, alle ragazze viene dato il contentino di giocare, anche se poi tutti sanno bene che ciò non è altro che una scusa per gli uomini per poterle palpeggiare con simpatia e decoro.

Finita la partita, stremati, si ricomincia a bere, e, già che si presenta l’occasione, anche a mangiare. E così si ricomincia daccapo: patatine, panini, uova intere, carne avanzata dalla grigliata, torta sabbiosa, vino e birra. Con il risultato che a Pasquetta si effettuano quattro o cinque pranzi completi e si introitano dalle 15.000 alle 20.000 calorie.

Le giornata dunque non finisce in base all’orario, ma in base alla resistenza fisica e intestinale di ciascuno: sul divano, sul water, o all'ospedale.

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lun

23

mar

2015

10 domande fondamentali

1) Jovanotti prenderà mai lezioni di canto?

 

2) L’avvocato Ghedini adesso fa recupero crediti?

 

3) Con tutte le copie della Costituzione comprate per essere sventolate in Parlamento, non si poteva dimezzare il debito pubblico?

 

4) Non è che i soldi della BCE se li intascano le banche, e fine?

 

5) I Subsonica piacciono veramente a qualcuno?

 

6) Le donne belle potranno mai stare con gli uomini simpatici? E le donne simpatiche con gli uomini belli?

 

7) Siamo sicuri che il seitan non sia tossico? (cit. Alberto Molon)

 

8) I ragazzini di oggi sono deficienti?

 

9) L’età della perdita della verginità si è abbassata a dodici anni?

 

10) Le persone morte continuano a osservarci dall’aldilà, tipo anche quando siamo in bagno?

 

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lun

16

mar

2015

La mirabolante storia di un impiegato di banca

Come promesso (poiché la vostra ansia era a livelli spasmodici, lo so), tra pochi giorni su Cultora.it uscirà un mio nuovo e-book, scaricabile gratuitamente in pdf, che parlerà del perché e del per come ci si trova a lavorare in banca. 

E' un racconto lungo sul mondo bancario che segue l'onda de "Il principe del foro non esiste", ma è più un romanzino che un saggione. Sempre con l'intento di dimostrare che si può conciliare scrittura e lavoro, diavolo e acquasanta.

Eccovi uno stralcio, e state sintonizzati.

 

"Dopo la spiegazione, alcune graziose signorine sui trent’anni distribuirono (o somministrarono?) un primo plico di fotocopie sbiadite su cui erano riportati un centinaio di enigmi logico-matematici.

Tipo: completa la serie 2, 3, 4, …

Oppure: triangolo, quadrato, …, esagono

E ancora: pallino nero, pallino bianco, pallino …, pallino bianco (pregasi usare solo bianco o nero)

E poi: X, X, X, Y, …, Y

E, subito dopo, a tradimento: X, Y, X, …, X, Y

Al mio fianco mi accorsi di un Franco ansiosissimo, che continuava a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare.

Io finii in un quarto d’ora scarso, e, dato che ne avevo il tempo, rilessi nuovamente tutte le domande per controllare se per caso non avessi preso un clamoroso abbaglio e, quelli che a me sembravano quesiti per bambini problematici, non nascondessero invece qualche arcano assioma trigonometrico da utilizzarsi come

reale chiave per risolvere gli enigmi proposti, il che avrebbe reso sbagliate tutte le mie risposte.

“Alla 38 è X o Y? E’ X o Y? E’ X o Y? Cazzo! Mio padre mi fa il culo!” mi gridò sottovoce Franco dal banco accanto (non so come ci riuscisse, ma riusciva proprio a gridare sottovoce), con le prime lacrime di disperazione che già gli

facevano capolino tra gli occhi.

“X” gli dissi. Alla domanda 38, completa la serie X, …, X, Y, Y, Y, la risposta era X.

“Speriamo”, mi rispose un Franco per nulla rassicurato.

E così di nuovo mi insinuò il dubbio che dietro a quelle cento domande per idioti fosse nascosto un codice segreto utilizzato nella seconda guerra mondiale tra i windtalkers e che quindi io, non conoscendolo, avessi sbagliato tutto."

 

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mar

24

feb

2015

Di cosa parliamo, quando parliamo di fiere del libro

“Domenica vado alla fiera del libro.”

“Che bello!”

“Ci sei mai stato?”

“No.”

Di cosa parliamo, quando parliamo di fiere del libro? Cosa le rende affascinanti agli occhi di chi non c’è mai stato, e cosa le rende balorde agli occhi di chi ci va abitualmente?

Leviamoci subito di torno i pregi, ché sono poco divertenti: le fiere del libro permettono agli editori di qualità, piccoli e medi, di farsi conoscere, perché il 98,2% della distribuzione nelle librerie è in mano a tre, quattro grandi gruppi editoriali (la statistica è una mia spannometrica ipotesi come i cartelli di Giovanni Floris, ma non credo di andarci tanto distante). Eppure, quello che è il pregio principale, diventa anche il difetto principale, perché l’offrire un palcoscenico a tutti, come è noto, attira i matti: per chi non lo sapesse, in Italia ci sono circa 5.000 case editrici, e considerato che mediamente una persona normale, non del settore, ne conosce, a essere larghi di manica, una ventina, ecco che esistono 4.980 editori sui cui campeggia un grande punto di domanda. Al quale rispondo subito io: il 95%, cioè 4.731, sono editori fuori di melone.

Andate a una fiera del libro (che poi già il nome “fiera” dovrebbe evocarvi, giustamente, donne barbute e nani salterini): troverete questi 4.731 editori i quali distendono sui tavoli i propri libri che, diciamocelo in tutta sincerità, non comprerà mai nessuno: nemmeno se una tempesta di squali inghiottisse l’intero mondo conosciuto ad eccezione di quei tavoli, un lettore superstite avrebbe l’ardire di leggere quei libri, piuttosto fisserebbe il muro fino a morire di inedia, e ne trarrebbe maggior godimento.

Per questi 4.731 editori non è questione di mercato chiuso o di dominio delle major, è questione che i loro libri fanno cagare. Mi spiace, volevo usare un termine più sfumato, ma non mi è proprio venuto in mente, se uno si chiama Gianni non è che lo puoi chiamare Renato.

Sputtanatissimi libri fantasy, goffe imitazioni di Geronimo Stilton (che già è goffo di suo), poesie dalle copertine accecanti, antologie di black metal, retrospettive sul giovane Gramsci, il tutto mal impaginato, con errori di grafica e di stampa e magari proveniente da un paese del Molise, con una rete distributiva composta da asinelli. Dio mio, perché? Lo ripeto: perché? Lo ripeto ancora: perché? Io sono uno che parla da solo e si sa dare molte risposte, ma a questa domanda, ogni volta che torno da una fiera del libro, non riesco mai a rispondere.

E i matti attirano i matti, perché il degno target di questi 4.731 editori sono i 57.765.468 italiani che si reputano scrittori sol perché hanno scritto un libro nella loro cameretta, e allora si aggirano affascinati e affascinanti pensando di poter strappare un contratto editoriale milionario a una casa editrice che ha sede a Trepalle in provincia di Sondrio.

Per quel che mi riguarda, la cosa più importante che ho imparato, sfogliando un libro all’ultima fiera a cui sono stato, è come si guarisce dall’artrite e dal lupus. Che comunque non è poco, a ben vedere.

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sab

21

feb

2015

La vita è un gioco

Sono passati anni, hai sofferto, pianto, urlato, ti sei agitato. Hai sudato, ti sei incazzato, ti sei arrovellato, hai tirato pugni contro il muro e libri per casa. Poi ti sei svegliato una mattina, o ti ha svegliato un tramonto, o le stelle, e hai visto con precisione i momenti della tua vita in cui sei stato felice: quando eri piccolo e tua madre ti sorrideva; quando tuo padre ti prendeva per mano e ti portava al cinema; quando quella ragazza, bella come tutto quello che c’è, schiantandoti addosso a un muro ti ha baciato per la prima volta; quando le vacanze con gli amici erano un libro; quando la scuola era un villaggio vacanze, l’università un po’ di tutto e un po’ di niente, e il lavoro nemmeno così pesante, in fondo. Quando ridevi, bevevi, suonavi, scrivevi.

Hai visto con precisione tutto questo, e hai capito che è ancora così. Anche quando soffri, piangi, urli, ti incazzi e rimpiangi il passato, hai capito che il dolore non è niente: tu sei felice e la vita è un gioco.

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sab

14

feb

2015

Fondamenti tecnici della conoscenza

L'INIZIO DELLA CONVERSAZIONE

Faccio finta di averla già vista; faccio l’amicone anche se magari le ho parlato due minuti sei anni prima; le dico che eravamo nella stessa scuola alle medie, o che l’avevo vista una volta all’università o in un negozio (anche se è chiaramente da maniaci sessuali ricordarsi di una ragazza solamente perché la si è vista una volta in

un negozio); le rovescio addosso un gin tonic, anche se questo lì per lì potrebbe farla un po’ irritare se poi non si è bravi a recuperare subito; la urto; la avvicino ballando come John Travolta in Pulp Fiction.


NOME

Sapere il nome è necessario, ed è necessario che lo impari bene, perché se poi lei mi dà il numero di telefono, e dandomelo mi chiede: “Ti ricordi come mi chiamo, vero?”, io non sia poi costretto a rispondere bofonchiando a bassissima voce un nome astruso che lei non sia in grado di capire, tipo “Giulfrancelis...”, e non debba poi registrarla nella rubrica del cellulare con un’anonima X.


ETA'

Dai 20 anni in su, nessun problema: la conversazione prosegue. Dai 18 ai 20, la conversazione prosegue solo se lei è una gnocca strepitosa e vale dunque la pena lambire le coste della pedofilia. Dai 18 in giù creo una nuvola di zolfo con un improvviso incantesimo e scompaio nel nulla.


RESIDENZA

Per i pigri come me, l’amore per una donna è inversamente proporzionale alla distanza fra la sua casa e la mia. Se superiamo il raggio massimo di 20 chilometri, l’amore si riduce al minimo. Insomma pensate, ogni sera: “Amore, vieni qui a cena?”, oppure: “Amore, vieni qui a vedere un film?”, e via in macchina a macinare chilometri come un ferrotranviere. Non ci siamo, mi dispiace: lontan dagli occhi, e dalla mia casa, lontan dal cuore.


FISICO

Certo è una qualità da valutare soggettivamente, ma non veniamoci a raccontare che è importante solo il carattere. Il fisico ha la sua bella importanza. Succede solo nel mondo delle fiabe o dei film che gli uomini non guardano il fisico di una donna, e succede solo per dare una speranza a quella categoria di donne insicure che hanno bisogno di sentirselo dire da un film che sono belle. Ed invece dovrebbero ben sapere che ogni donna a suo modo piace, che per ogni ragazza, per qualsiasi ragazza, c’è una fila di uomini disposti ad inginocchiarsi e perdere la testa nonché la dignità. L’unico elemento di sorpresa è scoprire da chi è composta questa fila: ragazzi piacenti e beneducati o spacciatori impenitenti che bazzicano le scuole elementari?


ABBIGLIAMENTO

La ragazza vestita veramente male ormai non si trova più. D’altronde non siamo più alle medie, e le ragazze non indossano più, come capitava allora, la tuta e le scarpe col tacco.

Tutte si curano molto e si vestono perfettamente alla moda e secondo me il rischio sta proprio qui. Ci sono cioè alcune ragazze che si vestono talmente tanto alla moda che scollinano il buon gusto e diventano trash, come un film eroticomico degli anni ‘70 con Lino Banfi: che siano tacchi ortopedici, leggins incomprensibili, moon-boot scamosciati (Dio mio, perché), o scollature fino al basso ventre che non è che poi ti viene da guardarle il seno, è che gli occhi si staccano autonomamente dal resto del corpo e decidono di guardarla lì in modo fisso e continuo e tu non puoi farci niente, e lei, a cui mancano solo le frecce luminose che le indicano le poppe, magari ha anche il coraggio di dire: “Mi continui a guardare lì, guardami in faccia!”. Sì, sì, belle parole: vorrei proprio vedere se io mi presentassi con il batacchio di fuori, tu, bella mia, dove guarderesti.


DRINK

In primo luogo, se lei beve come un militare di leva in libera uscita, e butta giù secchiate di qualsiasi cosa, del tipo che se alla festa finiscono gli alcolici lei chiede al padrone di casa dove tiene il Vetril, ebbene io so con certezza che non dovrò credere ad una sola parola di quello che lei mi dirà. Tralasciando il fatto che se beve così tanto farò fatica a capire anche solo qualche parola dei suoi farfugliamenti da ubriaca, comunque sia se le scappano frasi del tipo “mi piaci”o “ti voglio bene”, so bene che non devo crederci affatto: non sono certo diventato all’improvviso Brad Pitt nei panni di Achille Piè Veloce, è lei che è diventata un’alcolizzata cirrotica che non capisce più nulla.

Fatta questa premessa, è bene però dire che per me è preferibile una ragazza che almeno un po’ beva. Non troppo, a quello ci penso già io, ma un po’ sì. Il fatto che beva un po’ è infatti sinonimo di una persona a cui piace divertirsi e lasciarsi andare un po’.

Vorrei precisare che se è una che beve un po’ è anche una che si lascia andare un po’, se è una che beve tanto è anche una che si lascia andare tanto, e una che si lascia andare tanto a casa mia solitamente la chiamiamo mignotta. Decidete voi se vi va bene lo stesso.


CARATTERE

Ragionandoci sopra per bene, sul carattere delle donne si potrebbero scrivere enciclopedie più contorte e incomprensibili di tutti gli episodi di Matrix visti uno dopo l’altro.

Meglio dunque cercare di muoversi d’istinto e cercare di capire se la ragazza che state conoscendo possa essere stimolante. Se cioè è una che prende l’iniziativa, che parla, e quando parla non dice solo scemenze mettendo sì

parole una dietro l’altra, ma il dire cose interessanti è un’altra cosa. Se vi fa sentire a vostro agio e non si pone come Miss Mondo al cospetto della plebe infetta. E soprattutto se è simpatica.

A mio parere, oltre ad essere sinonimo di intelligenza, la simpatia purtroppo manca in varie ragazze, e non perché non siano intelligenti, ma perché, soprattutto quelle più carine, è come se nel momento in cui furono create, dopo essersi accorte di aver ricevuto il dono della Bellezza, avessero detto: “A posto così”, e avessero rinunciato al dono della Simpatia che veniva subito dopo, ritenendo che per conquistare un uomo basti la bellezza.

Ora, io non nego che la bellezza abbia il suo importante valore, ma se una ragazza è solo bella, e non simpatica, la storia potrà durare quelle due, tre serate, necessarie per meglio approfondire quella bellezza e gonfiare la propria

autostima da Don Giovanni dei poveri con una conquista in più, ma di certo senza la simpatia che stimola i neuroni, oltre alla bellezza che stimola gli ormoni, la storia si baserebbe sul niente. Quindi una ragazza solo bella ma non simpatica, a lungo termine può essere l’obiettivo solamente di un uomo senza neuroni.


BALLO

Non che sia importantissimo, ma insomma può essere significativo di qualcosa.

Se lei balla talmente tanto che sembra un muflone alle grandi manovre, so già che dovrò scordarmi future feste danzanti con lei a meno che non voglia essere costretto a rinnegarla nel bel mezzo della pista da ballo fino a che il gallo non canta tre volte.

Se balla presissima e indiavolata come i rugbisti neozelandesi prima delle partite, allora il mio futuro sarà costellato da lunghe maratone di ballo forsennato del tipo che io non ne posso più e ho i piedi che cantano l’Aida e lei che continua a saltare come un vispo capretto.

Se balla in modo incredibilmente provocante strusciandosi su tutti come Christina Aguilera, beh complimenti, mi sa che ho conosciuto una bagascia.


TELEFONO

Dopo tutto questo lavoro, posso infine chiederle il numero di cellulare. Se me lo dà, non mi faccio prendere dalla frenesia di scriverle subito mille messaggi, o almeno valuto le sue risposte.

Se mi risponde con dolcezza e simpatia, sono sulla buona strada.

Se invece è fredda come l’iceberg che ha affondato il Titanic, tipo che la sera della festa le scrivo: “Mi ha fatto piacere conoscerti, a volte le stelle cadono nel mio giardino” e lei risponde: “Ah, grazie”, lascio perdere subito, evidentemente tiene a me come a un sottobicchiere.

Se poi lei non risponde, Dio solo sa quanto io odio le ragazze che non rispondono ai messaggi. Io istituirei uno specifico reato penale: Le ragazze che non rispondono ai messaggi sul cellulare sono punite con la reclusione da uno a sei anni nelle segrete del palazzo della Vodafone.

Piuttosto che scrivere a una ragazza che non mi risponde, preferisco scrivere al Radio Taxi o al 190 della Vodafone. Una mattina, dopo una festa, mi sono accorto che la sera prima, nel delirio del party, avevo ricevuto il numero da una ragazza, ma forse intuendo dai suoi occhi da algida faina che lei non mi avrebbe mai risposto, o semplicemente perché avevo bevuto come un russo alla festa della vodka, ho optato per scrivere al 190 quello che avrei voluto scrivere a lei: “Se dirti che mi piaci è un reato, allora arrestami”.

Ho aspettato invano che arrivasse una bella centralinista con le manette, ma non è successo.

Sto ancora aspettando.

 

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mer

04

feb

2015

Sua Maestà La Gita Scolastica

Il momento clou di ogni anno scolastico era la gita. Gli studenti digeriscono la scuola dell’obbligo e non vi si oppongono con sanguinose guerre civili solo perché sanno che faranno il loro viaggio d’istruzione.

Ovviamente in terza liceo l’evento era ancora più sentito: l’ultima gita doveva essere indimenticabile.

Le nostre proposte, che già gli anni precedenti erano mere utopie, quell’anno divennero totali assurdità. Le cito giusto per dare un’idea: io proposi di andare a New York (un’altra classe c’era già stata ed aveva dunque creato lo spropositato precedente); Giò disse Buenos Aires; Frank propose Hong Kong; Giorgione, Bombay.

In verità come ogni anno le varie proposte si scontravano con i compagni di classe dal presunto basso reddito e improvvisati bolscevichi a 18 anni (anche se magari il padre faceva il petroliere) che per principio non volevano spendere una fortuna per andare in gita. E nonostante vi fosse una maggioranza schiacciante a favore di qualche meta esotica, nonostante la maggioranza si offrisse di pagare la gita ai nullatenenti (mettendo in atto una disgustosa forma di elemosina), ebbene, nonostante ciò, alla fine si assecondavano sempre le richieste dei falsi indigenti, poiché bisognava preservare il supremo valore dell’unità della classe, anche se in verità in classe, su ogni altra questione che non fosse la gita, ci scannavamo con diletto senza che nessuno battesse ciglio.

Non solo si ascoltavano a pieno i due/tre finti poverelli, ma addirittura a loro veniva affidato il compito di organizzare la gita, perché d’altronde era loro compito trovare un’agenzia di viaggio in via di fallimento che ci facesse andare all’estero con un budget di settantamila lire ciascuno.

A questo punto le mete potevano essere solo paesi che uscivano dal comunismo più spietato, nei quali potevamo andare a fare la figura dei ricconi, per sentirci anche noi come i tedeschi quando vengono in Italia.

In terza liceo la meta fu Praga. Ovviamente con alloggio non certo dalle parti del centro (Praga 1), bensì nella più remota periferia (Praga 9), dove gli edifici non avevano le finestre, per strada rotolavano le balle di fieno e gli angoli bui erano teatro di duelli rusticani all’ultima coltellata fra spietati delinquenti.

Il viaggio fu devastante. Lo scarnissimo budget a cui ci avevano costretto i nostri compagni mendicanti prevedeva tredici ore di pullman da percorrersi di notte (per la verità l’idea di viaggiare di notte fu del Professor Lo Jacono che da buon italiano medio aveva il mito del viaggio intelligente, anche se poi viaggiare di notte è intelligente quanto cenare al mattino).

Or dunque, partenza ore 20, arrivo ore 9. Immaginatevi tutte le cose meno confortevoli che vi sono capitate

in vita, moltiplicatele per mille, shakeratele in un pullman antiquato, una sorta di incudine con quattro ruote, che negli altri giorni dell’anno era utilizzato per introdurre clandestinamente esponenti della mafia albanese in Italia, e avrete la fotografia del nostro viaggio.

Innanzitutto le anguste file di sedili del pullman lasciavano alle gambe e al busto un’autonomia di movimento di circa sedici centimetri, rendendo assai arduo il semplice stare seduti, figuriamoci il dormire.

Si potevano ruotare brevemente le ginocchia sfregiandosi le rotule sui sedili davanti, e al massimo era possibile girare la testa a destra o a sinistra rischiando però di limonare col compagno seduto a fianco o di leccare il finestrino lercio.

Insomma, ci si addormentava più per disperazione che per vero e proprio sonno. Peraltro quando ci alzammo per una pausa verso le tre del mattino, avevamo la schiena a forma di punto di domanda, i muscoli del collo duri come basalto, quelli delle gambe erano invece diventati di cotone idrofilo e camminavamo come Frankenstein dopo

una crisi di artrite.

Ci scaricarono in un autogrill tedesco, al confine col nulla, dove il torpore, l’alito vischioso di chi ha dormito male, gli occhi a mezz’asta e il nevischio che cadeva, ci faceva sembrare un branco di drogati in gita sulla Luna. Vagammo per l’autogrill, andammo in bagno, ci pisciammo sui pantaloni dalla stanchezza e tornammo in pullman alla volta di Praga, freschi come cadaveri di fiume.

Durante il viaggio guardammo cinque film dai fatiscenti televisori appesi al soffitto del pullman: al primo film eravamo entusiasti; al secondo eravamo un po’ assonnati e stufi; al terzo avevamo i testicoli nelle scarpe; al quarto avevamo perso sei diottrie da ciascun occhio a furia di guardare in quei piccoli schermi; al quinto deliravamo, e, al posto del film, sugli schermi appariva San Francesco che ammansiva il lupo.

Comunque in un modo o nell’altro arrivammo a destinazione. Come detto, a Praga ci trovavamo nella zona n. 9, quella dei tagliagole e degli scambi illeciti di organi umani, in un hotel della catena Ibis.  L’hotel di tredici piani spuntava, con la sua aria da capitalismo irriverente e seriale, fra le macerie del comunismo, rappresentate da file di grossi palazzotti anonimi e polverosi, con portoni diroccati e finestre rotte.

Appena arrivati in hotel c’era l’ ulteriore italiano medio, nella fattispecie Giorgione, che estraeva dalla propria valigia un pallone da calcio. Era incredibile come Giorgione (e l’italiano medio in genere) avesse sempre con sé un pallone da calcio: piuttosto non si portava via i pantaloni e girava per tutta la gita in mutande, ma ci doveva essere in valigia lo spazio per il pallone.

Da perfetti ragazzi sguaiati ci mettemmo subito a giocare a calcio in corridoio organizzando al settimo piano dell’hotel, con i ragazzi della III^ A che erano venuti via con noi, una partita con due squadre da 18 giocatori ciascuna, dalla stanza 711 alla stanza 729. Dopo due pallonate Giovanni, con un potente cross al volo, colpì il soffitto in modo perentorio, e da lì si staccò un calcinaccio di sei chili che si frantumò a terra. Oltre a lasciare scoperto e del tutto pericolante il cemento del soffitto, il calcinaccio colpì in faccia di striscio un ragazzo della III^ A lasciandolo sanguinante sulle guance come la Madonna di Civitavecchia. Per farla breve: partita finita, deprecabile palleggiamento di responsabilità con frasi fuori luogo del tipo “se si perde, si perde tutti assieme” e “se non si può cambiare tutta la squadra si cambia l’allenatore”, e ore di discussione con la direzione dell’hotel cercando di spiegare in pseudo-inglese, ridicolo tedesco, improvvisato cecoslovacco e contorto linguaggio dei gesti, che il soffitto era già così quando siamo arrivati. D’altronde era molto plausibile che avessimo trovato il soffitto crepato e dilaniato con sotto una montagna di calcinacci alta più di mezzo metro.

Ma aldilà di questo episodio, il settimo piano dell’hotel si animava soprattutto di notte.

Ovviamente, da buoni diciottenni carichi di ormoni dai malleoli alle tempie, avevamo il mito di andare nelle camere delle ragazze e che succedesse quel che doveva succedere. Cioè niente.

Un’inveterata mania delle nostre compagne, così come di tutte le studentesse del mondo, era invece quella di dar vita a noiosissimi pigiama party. Essi consistevano in un coacervo di ragazze che si trovavano in un’unica stanza vestite con impietosi pigiamini raffiguranti orsetti e farfalline quasi fossero ancora delle innocenti bambine e invece avevano più o meno tutte già perso la verginità a 12 anni con un detenuto evaso dall’Ucciardone.

In questi party le nostre compagne inizialmente erano sovraeccitate, facevano battute stupidissime sui professori e si ammazzavano dalle risate per un nonnulla, poi subentrava la noia nonché una neanche tanto latente puzza di sudore per il sovraffollamento, le risate diventavano sbadigli, e dopo un’oretta il party si concludeva con saluti frettolosi fra le compagne che si ritiravano in camera a russare come granseole.

Noi ci guardavamo bene dal mostrarci in pigiama, un po’ perché avevamo dei mostruosi fisici ancora in crescita, un po’ perché indossavamo pigiami da ferrotranvieri degli anni ‘70 ereditati dai nostri cugini: piuttosto che farci vedere in pigiama passavamo tutta la notte coi vestiti addosso, comprese le scarpe che quando ce le toglievamo, alle sei della mattina, avevamo i licheni sui piedi.

Per il resto, al di fuori del pullman e dell’hotel, i due punti cardinali di ogni gita, quella fu il solito tourbillon di avventure scolastiche in una città come Praga: le visite controvoglia alla Reggia Imperiale e alla Basilica di San Vito; le interminabili passeggiate sull’imponente e massiccio Ponte Carlo a contrattare miseramente con i già poveri ambulanti, nonché a molestare pesantemente i piccioni residenti del ponte; le bevute nelle caratteristiche birrerie del quartiere di Mala Strana dove la birra costa meno di un’acqua naturale sgasata; lo shopping e le camminate partendo dalla grande e più moderna Piazza San Venceslao per arrivare ai vicoli e alle piazze tipiche della Città Vecchia; le serate nelle fatiscenti discoteche ceche, che erano poco più che vecchie mansarde, in compagnia dei professori i quali facevano i finti giovani e cercavano goffamente di ballare sudati come scrofe.

In generale, tutto quello che, una volta tornati a casa, ti fa pensare che, anche in quella landa cecoslovacca, hai lasciato per sempre un pezzetto della tua vita.

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mer

21

gen

2015

Brevissimo dizionario di tutto il cinema

ALIEN

Un mostro esce dall’intestino di un uomo e fa un casino. Come quando io prendo freddo dopo cena.

 

AVATAR

Pocahontas a Gardaland.

 

BABE

Porco cane.

 

BAMBI

Cerbiatti e sfiga.

 

BLADE RUNNER

Ho visto cose che voi umani, bla bla bla…

 

BRAVEHEART

Libertà! E budella.

 

CODICE D’ONORE

Certo che l’ho ordinato, che cazzo ti credi!

 

2001 ODISSEA NELLO SPAZIO

Un monolite nero, alcune scimmie, un computer, un astronauta e boh.

 

EYES WIDE SHUT

Tom e Nicole trombano a Carnevale.

 

E.T. - L’EXTRATERRESTRE

Un alieno gommoso suscita ingiustificata commozione tra gli umani.

 

FIGHT CLUB

Gente che si mena moltissimo ma con una certa etica, come nel rugby.

 

FORREST GUMP

Uno stupidotto ha molto successo (e, stranamente, il film non è ambientato in Italia).

 

FROZEN

Gelo.

 

GLI INTOCCABILI

Chiacchiere e distintivo.

 

GUERRE STELLARI

Tra astronavi, asma e spade falliche, un vecchietto che assomiglia a Carlo Azeglio Ciampi, ma con le orecchie triangolari, parla al contrario.

 

HARRY POTTER

Alcuni ragazzini vestiti da bidelli girano per i boschi urlando formule magiche in rumeno.

 

I LAUREATI, IL CICLONE, FUOCHI D’ARTIFICIO, IL PESCE INNAMORATO, IL PRINCIPE E IL PIRATA, IL PARADISO ALL’IMPROVVISO, TI AMO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO, UNA MOGLIE BELLISSIMA, IO & MARYLIN, FINALMENTE LA FELICITA’, UN FANTASTICO VIA VAI

Una bella patonza si innamora di Pieraccioni.

 

IL PADRINO

Marlon Brando regola conti. Poi Al Pacino.

 

IL SESTO SENSO

“Vedo la gente morta.”

“Mi sono cagato addosso.”

 

IL SIGNORE DEGLI ANELLI

Potevano salire subito su uno di quegli uccelloni volanti, farsi portare sopra il vulcano e buttarci l’anello dentro: il film durava tre minuti e non dovevano attraversare a piedi tutta la Val Venosta.

 

INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO

Gli alieni accorrono sulla Terra, implorando gli umani di smettere di suonare lo xilofono.

 

INDIANA JONES

Paaparappaa paparaaa.

 

I SOLITI SOSPETTI

E’ lo zoppo.

 

INTO THE WILD

Abbandonare tutto, anche la vita.

 

JURASSIC PARK

Sei furba eh?

 

LA CARICA DEI 101

Un gran bordello di cagnetti, mai realmente in pericolo.

 

LA CORAZZATA POTEMKIN

Una cagata pazzesca.

 

LA GRANDE BELLEZZA

Andare qui e là ad orari strani, facendo cose che non si ha più voglia di fare.

 

LA STORIA INFINITA

Un giovane guerriero, a cavallo di un grande cane peloso, sconfigge il nulla.

(non siamo sul lettino di uno psichiatra, non è nemmeno la storia di Renzi, è proprio la trama

del film)

 

L’AVVOCATO DEL DIAVOLO

In questo film neorealista, un avvocato vende l’anima al diavolo pur di vincere tutte le cause.

 

LE ALI DELLA LIBERTA’

Passettin passettino, voilà un tunnel a quattro corsie.

 

LE IENE

E’ vero che ti sto tagliando i lobi delle orecchie con un coltello a serramanico, ma un sorriso potresti anche farmelo.

 

L’ESORCISTA

Una ragazzina diventa blasfema dopo una sbornia di vodka alla menta.

 

LO SQUALO

“Aaah, era un anno che aspettavo di tuffarmi in mare e farmi un bel ba…”

 

MAGNOLIA

Piovono rane.

 

MARY POPPINS
Una saccente babysitter ostenta le sue doti di cantante e addirittura vola attaccata ad un ombrello, ma di fare il bidè ai bambini non ci pensa neanche lontanamente.


MATCH POINT

Ansia.

 

MILLION DOLLAR BABY

Bastava spostare lo sgabello.

 

NIGHTMARE

C’è chi prima di addormentarsi indossa un pigiama, e chi dei rasoi.

 

NOTTING HILL

Indefinitamente.

 

PREDATOR

Terminator è più figo di Alien.

 

PROFONDO ROSSO

Tutto ‘sto casino e poi è una vecchia.

 

PULP FICTION

Piantarsi una siringa nel cuore dopo aver ballato con John Travolta: what else?

 

RITORNO AL FUTURO

Quant’erano belli i nostri genitori, da giovani.

 

ROCKY

Pugile venuto dalla strada prende un casino di botte ma fa diventare ricco il cognato.

 

SAW - L’ENIGMISTA

Alzati e cammina.

 

SEVEN

Sii ira.

 

SHINING

Un bambino che parla con il proprio indice, una madre pallida come un cadavere, un padre completamente pazzo. Tutti i presupposti per una bella vacanza in famiglia.

 

THE PRESTIGE

Ha un gemello.

 

THE RING

Se ti si accende la televisione nel cuore della notte, comincia a cagarti sotto.

 

TITANIC

Se la tipa gli faceva spazio, si salvava anche lui.

 

TOP GUN

Sceso dall’aereo, per Tom qualche partita di beach volley e un po’ di baci con la lingua. Ci sono vite peggiori.

 

UN MERCOLEDI’ DA LEONI

Cos’è il surf, cos’è l’amicizia, cos’è la vita.

 

VITA DI PI

Lo sbilanciato rapporto tra un uomo carnoso e una tigre affamata.

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ven

16

gen

2015

The Peppinazzo Show / Capitolo Finale

All’uscita dal bagno, se già quello che era appena successo all’interno non fosse stato abbastanza, mi trovo di fronte al grottesco fattosi carne e disceso in questo ristorante.

In un angolo del locale ci sono Matteo ed Antinisca davanti all’asta di un microfono, entrambi smodatamente ridanciani ed aggrappati alla suddetta asta per sorreggersi dagli scossoni alcolici che flagellano il loro organo dell’equilibrio. Vicino a loro, un uomo armeggia con un mixer; di fronte a loro un televisore al plasma; alle loro spalle, appeso al muro, un inquietante cartello che prima non avevo notato: “STASERA KARAOKE”.

Prima ancora che possa reperire una coperta e la possa sbattere sui due aspiranti cantanti come andassero a fuoco, al fine di evitare l’Orrendo che capisco essere in divenire, ecco che dalle casse poste ai lati del mixer parte

una base soffusa, vagamente misteriosa, ed a fugare ogni mistero però ci pensa l’annosa voce di Tiziano Ferro che annuncia: “Perdono …”. O meglio (o peggio): “Xdono …”

Poi è il disastro.

Matteo comincia con i tipici gorgheggi di Tiziano: “UUUuuuUUUuuuUUudiaAhAhAhAH …”

Poi attacca, stonatissimo e fuori tempo: “Xdono, sì quel che fatto è fatto però io chiedo …”

E qui interviene anche Antinisca, strillando come il clacson di una Smart: “… scusa!”

Matteo: “Regalami un sorriso io ti porgo una …”

Insieme: “… rosa!”

Matteo: “Su questa amicizia nuova pace si …”

Insieme: “… posa!”

Matteo: “Perché so come sono infatti chiedo…”

Insieme: “… Xdono!”

Assistendo basito a questo scempio musicale, temo seriamente che da un momento all’altro possa irrompere nel ristorante la salma di Johann Sebastian Bach per sodomizzarci tutti con ferocia.

Vorrei autoinghiottirmi e scomparire, anche perché quei due disperati sono venuti con me. Le altre persone presenti nel ristorante ci hanno visti assieme, potrebbero sfogare la loro più che giustificata necessità di rivalsa sul

sottoscritto. Vorrei rinnegarli ad alta voce, fino a che il gallo non canti tre volte.  Non mi resta che riprendere per mano Maddalena e riportarla in bagno. Ho cambiato idea: preferisco baciarle il pancreas.


In qualche modo, tra balorda passione nei bagni, bordate di fischi da parte del pubblico del locale alla impresentabile coppia del karaoke, qualche giro di passito di Pantelleria giusto per tenere ben saldo il livello di

sbornia, siamo poi riusciti a portare a termine questa perigliosa serata.

Fuori dal locale Matteo mi ha ammiccato con una faccia liquida deformata dal vino, facendomi capire che se ne sarebbe andato via da solo con Antinisca, e non voglio nemmeno immaginare dove e soprattutto a fare cosa (mi vengono in mente solo accoppiamenti zoologici), e dunque sono rimasto da solo con Maddalena.

Ora siamo sotto casa sua. Tuttavia, a differenza del mio amico matto, io non ho alcuna voglia di fare più alcunché con Maddalena, se non spedirla a letto (da sola) con la velocità di una mail urgente, di quelle che hanno a fianco il punto esclamativo rosso.  Lei però tentenna.

“Sei sicuro che non vuoi salire?”

“No grazie, domani devo alzarmi presto.”

Domani è il 14 agosto, non devo affatto alzarmi presto. Mi alzerò alle undici e mezza, se proprio ho voglia di vedere l’alba.

“Peccato. Comunque se vuoi comunque una di queste sere usciamo assieme, io sono libera martedì.”

“Martedì non posso. C’è Doctor House.”

“Ah.”

Resta un po’ interdetta, vorrebbe capire se sto scherzando o meno. Io la fisso serio, affinché non possa fraintendere. E non dico nulla, non rilancio.

“Un’altra sera?” riprova lei.

“Vedo cosa c’è in televisione e ti faccio sapere.”

Si rabbuia.

“Va beh, buonanotte” risponde vagamente offesa (perché donne come Maddalena non hanno il carattere tale da offendersi veramente). Mi dà un bacio sulla guancia e si dirige verso il portone.

“Buonanotte” rispondo io, e sto bene così.

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mar

13

gen

2015

The Peppinazzo Show / Part II

Siamo seduti al tavolo, e, aldilà di tutte le chiacchiere per lo più inutili con cui ci stiamo intrattenendo, posso certificare con sicurezza un fatto: le Peppinazzo bevono come secchiai.

Infatti, al momento non stiamo propriamente mangiando: diciamo che tra una bottiglia e l’altra ci arriva, molto saltuariamente, anche qualche pietanza solida. Ma non escludo che tra poco ci vengano serviti piatti fondi ricolmi di Amarone, da sorseggiare con il cucchiaio.

Non abbiamo neanche fatto in tempo a sfiorare le sedie con i glutei, che il proprietario del locale, un amico di Matteo, è arrivato entusiasta al nostro tavolo ed ha stappato con la sciabola una bottiglia di champagne, come se uno del nostro quartetto avesse appena vinto una corsa automobilistica. Fra i brindisi lanciati da Matteo, e la citata propensione da incipit della Traviata delle nostre ospiti, lo champagne è durato sul tavolo il tempo di un batter d’ali di farfalla, evaporato tra i nostri fegati. Poi un altro champagne, e poi un altro ancora, accompagnato dai sorrisi sempre più larghi e leggermente sghembi delle nostre commensali Peppinazzo.

Ora siamo alla carne ed il vino è diventato rosso, così come il volto di Matteo, il quale sta ridendo fragorosamente dopo aver confidato all’orecchio ad Antinisca qualcosa di, evidentemente, divertentissimo. Maddalena invece, con una nonchalance di cui le va dato atto, parlandomi di fatti attinenti alla sua poliedrica e frizzante attività lavorativa - qualcosa che ha a che fare con l’acrilico o roba del genere (devo dire che un effetto che l’alcool ha su di me è quello di farmi ascoltare ancora meno i vani discorsi di Maddalena, diciamo quattro o cinque parole in tutto per ogni frase, tipo “… unghie … acrilico … gel … impegnativo …”, e io “ah, sì, beh, certo”, e tutt’al più le do un innocente sbirciata ai seni largamente visibili attraverso il vestito color carne, che a questo punto potremmo anche definire il vestito color seno) - mi ha appena appoggiato una mano sulla coscia sotto il tavolo. Dopo di che mi dà una strizzatina alla coscia medesima, con l’altra mano getta il tovagliolo sul tavolo con un fare risoluto e definitivo, mi guarda negli occhi, con uno dei suoi mi fa l’occhiolino (e, se non erro, le cade sul tavolo un blocco di eye-liner di ragguardevoli dimensioni), e mi chiede di accompagnarla in bagno. “Va bene” rispondo io, sicuro.

Altro effetto che l’alcool ha su di me: farmi trascinare completamente dalla successione degli avvenimenti quali che siano, senza opporre alcun tipo di libero arbitrio, il quale infatti è restato tutto nel flute dello champagne.

Appena varcata la soglia dell’angusta toilette, Maddalena si avvinghia a me, quasi mi si annoda, e comincia a baciarmi in modo maldestro e forsennato come solo gli ubriachi sanno fare, in un trionfo di labbra sgangherate e lingue imploranti.

Quando, come un sommozzatore che emerge dopo aver tentato il record di immersione in apnea, lei si stacca dalla mia bocca per riprendere fiato, mi sussurra: “Mi piaci un sacco, Albi …”

Allora: innanzitutto nessuno l’ha autorizzata a chiamarmi Albi, come se ci conoscessimo dall’infanzia, e questa sua confidenza vorrebbe probabilmente preludere ad un’intimità di rapporti che ad una come Maddalena non concederò mai, dovessi morire di solitudine sul mio splendido divano; e poi non capisco proprio come questa si possa essere invaghita così tanto di uno che per tutta la sera non ha fatto altro che smozzicarle insignificanti assensi e constatazioni: “Ah, sì, beh, certo, molto interessante.” Altro che le difficoltà della conquista: basta una sillaba svogliata per conquistare ragazze come Maddalena. D’altronde non va dimenticato che questa ha come massima idea di uomo Devis Bortolòn, capocannoniere del campionato dilettanti.

Comunque sia, lei poi improvvisamente si stacca dalla mia bocca, anzi, potremmo dire che si stappa, visto com’era incastrata tra le mie labbra, e mi dice: “Tu aspettami qua.” Poi si volta di scatto, spalanca la porta che dà al bagno vero e proprio, e si dirige al water.

Mentre io penso che ora stiamo per addentrarci nei meandri di uno sfrenato feticismo, dove lei evacua in mia

presenza, ecco che invece alza la tavoletta della tazza, e, anche con una certa disinvoltura, vi vomita dentro con la potenza di un tirannosauro.

Dopo un attimo di comprensibile smarrimento, mi dirigo verso di lei e le chiedo se ha bisogno di aiuto. Lei, ancora piegata sul water, alza solo la mano a fermarmi, come un vigile ubriaco.

“No, no, tutto a posto, mi succede spesso quando bevo, adesso passa tutto”, riesce a far pervenire da qualche anfratto dentro di sé, con la voce che rimbomba tra le pareti di ceramica del water.

In effetti, dopo l’ultimo spasmo, Maddalena si ricompone come se niente fosse: ritorna in posizione eretta, si aggiusta i capelli, si dirige al lavandino, si bagna la faccia, dalla borsetta estrae il pennello Cinghiale, ripassa e stucca l’intonaco, dopo di che si gira verso di me abbracciandomi di nuovo, come se in questi stravaganti cinque minuti lei non abbia rovesciato le proprie interiora come sabbia in una clessidra, ma abbia colto margherite su

una nuvoletta. Si avvicina di nuovo per baciarmi, dicendomi ammiccante: “Beh, dov’eravamo rimasti?”

Tuttavia, dalla sua bocca ora promanano miasmi di succhi gastrici, muco, enzimi digestivi ed acido cloridrico, che mi investono con l’impeto di un uragano della Florida.

“Eravamo rimasti che hai vomitato l’anima” le rispondo io allontanandola da me, prima che un capogiro mi stenda a terra.

“Cos’è, non ti piaccio più?” fa lei, melliflua e piccata.

“Non mi piace il sapore del tuo pancreas, più che altro” ribatto io prendendola per mano e tirandola a forza fuori dal bagno, che qua adesso va a finire che mi tocca anche amoreggiare con gli zombie.

ven

09

gen

2015

The Peppinazzo Show / Part I

Le Peppinazzo ci stanno già aspettando davanti al ristorante.

Il Matto aveva detto che le Peppinazzo, cito testualmente, “hanno il loro stile”.

Ora, vedendole, io non so di preciso a che stile si riferisse. Forse Stile Libero. O, più probabilmente, Rana.

Antinisca Peppinazzo, la madre, ha circa cinquant’anni, i capelli raccolti in una ridicola banana alla Elvis Presley, nerissima, intinta nella pece, ed un make-up presumibilmente steso con un pennello Cinghiale. Indossa un bustino di pelle nera con cui si strizza il seno fino al rischio di cancro alla mammella, e una minigonna di pelle altrettanto nera con cui si fascia gli abbondanti fianchi fino al rischio di frattura del femore. Poi calze a rete ed un tacco di circa quindici centimetri che la fa emergere a stento dalle secche del suo metro e cinquanta. Ovviamente, vestita di pelle ad agosto, sta già sudando copiosamente ed il trucco sta cominciando a slittare fuori sede.

Maddalena Peppinazzo, la figlia, è sui venticinque e, con i suoi capelli biondo accecante-quasi bianco, vicina alla madre ricorda una partita di dama. La faccia tonda, lo stesso trucco sobrio della mamma, ed un abito da sera color carne, in cui si intravede tutto: la biancheria intima, le forme abbondanti e talora straripanti, le ossa e gli organi interni. Sta fumando con impegno distratto una sigaretta lunga e sottile, nel contempo rimirandosi le elaboratissime unghie.

Maddalena è quel tipo di ragazza che, pur avendo venticinque anni, si acconcia in modo tale da dimostrarne quarantasei, quasi a voler saltare i vent’anni che stanno di mezzo, fatti di scarpe da ginnastica, jeans e leggerezza.

Ci sono varie ragazze, come Maddalena, che passano dai venti ai quaranta in un lampo e senza neanche accorgersene: prima litigavano ferocemente con le madri e poi, tutto d’un tratto, si vestono come loro.

E’ inutile che vi dica che a me queste ragazze non piacciono affatto. La serata inizia alla grande.

“Ciao Anti!” esordisce Matteo detto Il Matto, dimostrando una sospetta consuetudine con la signora Peppinazzo.

Ed infatti, nell’abbracciarla, le posa, senza tanti sospetti, una mano sul sedere.

Anti, la chiama: dopo averla vista attentamente, direi che potrebbe anche stare per Antidonna.

Mentre Matteo e Antidonna si strusciano, io mi presento a Maddalena in modo piuttosto imbarazzato.

“Piacere, Alberto” le dico porgendole la mano.

“Piacere, Maddalena.”

Butta via la sigaretta, mi prende la mano, mi tira a sé e mi dà tre baci alternati sulle guance, come nella vecchia U.R.S.S. Altro tipico gesto sostenuto da quarantenne precoce.

Quand’è che dagli usuali due baci, pari al numero delle guance, si è passati a tre? Fra qualche anno diventeranno sette?

“Matteo mi ha parlato di te.”

“Ah sì? E cosa ti ha detto?”

“Che avevi bisogno di uscire un po’, perché altrimenti te ne stai a casa a pensare continuamente alla ragazza che ti ha lasciato.”

“Però, direi che non ha tralasciato proprio nulla. Comunque sì, diciamo che più o meno è così.”

“Benissimo. Perché anch’io sono stata lasciata da poco dal mio ragazzo. Probabilmente lo conosci: Devis Bortolòn.”

“Scusa, ma non so chi sia.”

“Ma dai! E’ stato il capocannoniere del campionato di calcio dilettanti!” ribatte lei scandalizzata, come se avessi appena detto di non sapere chi è Gandhi.

“Il fatto è che non seguo molto il campionato di calcio dilettanti …”

Dall’espressione che mi rimanda, non credo che colga l’ironia sottesa.

“Va beh, comunque mi ha mollata e quindi non ci importa più. Pensa che adesso sta con una commessa di Intimissimi.”

Esiste un sottobosco umano di cui non ci rendiamo nemmeno conto.

“E tu che lavoro fai?” le chiedo.

“Ricostruisco unghie.”

Alla risposta, mi viene subito in mente mio padre quando si schiaccia un dito nella porta e l’unghia gli diventa nera, e penso a lei che ricostruisce quella roba lì.

“Ah. Interessante” rispondo, non sapendo bene cosa si debba dire ad una ragazza che ricostruisce le unghie (“Splendido! Ho sempre sognato anch’io di farlo!”, “Wow! Chissà quante cose pazzesche ti succedono al lavoro!”, “Non ci sono più le unghie di una volta …”).

Per fortuna vedo il Matto e Antidonna che entrano nel ristorante facendoci cenno di seguirli, perché altrimenti da questa conversazione, fra capocannonieri dilettanti, commesse di Intimissimi e unghie nere, non ne esco più.

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lun

05

gen

2015

Eravamo cestisti

Eravamo cestisti,

nei pomeriggi assolati, sul cemento che gratta le mani e i palloni, e storce le caviglie, e piega le ginocchia, nelle palestre rimbombanti, negli spogliatoi freddi, nelle divise lucide.

Eravamo cestisti,

contro tabelloni dai rumori catastrofici, su ferri arancioni troppo duri, troppo alti per schiacciare e troppo lontani per le bombe più spompe.

Eravamo cestisti,

dentro retìne che si gonfiavano col suono secco più dolce del mondo, lungo referti a spulciare le ics, “Fezzi”, “Alberto, 14”, le lingue essiccate all'ingresso in campo, e il brivido anarchico di un fallo tecnico.

Eravamo cestisti,

e Michael Jordan era Dio che giocava con una palla, e le partite NBA in diretta notturna, litri di caffè, e un time out da sei minuti era come pagare le tasse.

Eravamo cestisti,

quando Henry Williams segnava tre bombe in fila a Varese, quando il primo Dream Team era il vero Dream Team e in finale batteva Drazen Petrovic, quando all’ingresso del Madison Square Garden cercavamo San Pietro. 

Eravamo cestisti,

coi polsini sul gomito, Michael sulle scarpe, e la testa piena di sogni.

Eravamo cestisti,

e da qualche parte, su un campo, in tribuna o in un lampo dietro agli occhi, lo siamo ancora.

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mer

31

dic

2014

Il kit del piccolo ubriacone

Una ricorrenza imperdibile è senz’altro il festone dell’ultimo dell’anno, all’insegna del divertirsi per forza. All’ultimo dell’anno è assolutamente obbligatorio andare a qualche super party, non è che uno può andare a letto alle undici e svegliarsi il giorno dopo e fare gli auguri a tutti. No, bisogna assolutamente darci gran dentro con i festeggiamenti.

Già verso novembre comincia quindi a saltare fuori quello che chiede “cosa si fa all’ultimo?”, e tutti se ne strafregano fino al 30 dicembre, finché il pomeriggio della vigilia sale la tensione da festa mancata e si cerca disperatamente un posto dove andare, per evitare di sparare mortaretti con i nonni.

Tutti i locali, anche il più malfamato e disadorno, conoscono benissimo l’obbligo autoimposto di festeggiare questa ricorrenza in modo smodato, e allora, disinvoltamente, triplicano i prezzi, a fronte di un servizio per lo più peggiore del solito. I ristoranti e le trattorie aggiungono uno o due piatti, tipo bresaola acida e vitello tonnato gommoso, e aumentano il costo del menù di quarantacinque euro. Le discoteche organizzano una serata esattamente uguale a quelle che fanno nei weekend, con l’aggiunta di dodici centilitri di prosecco di sottomarca e di una scaglia di pandoro raffermo, e il costo dell’ingresso lievita per magia a ottanta euro. Le folle di p.r. che popolano il mondo (tutti, almeno una volta nella vita, sono stati p.r.) organizzano l’usuale festone similfaraonico dove a fronte di oceani di persone, le consumazioni vengono servite in gocce (“vorrei una Coca con 40 gocce di Jack Daniel dentro, grazie”). A ben vedere, credo che il prossimo anno organizzerò una festa a casa mia a base di feci con biglietto a cinquanta euro, capita che qualcuno ci venga sul serio.

Io penso che il modo migliore per passare l’ultimo dell’anno sia organizzarsi una festa privatamente, cercando di superare i luoghi comuni di coloro che all’ultimo dell’anno ritengono sia necessario azzerare la propria coscienza insieme all’anno passato, immergendosi in bagni di folla e festeggiando fino alle undici di mattina assieme a milioni di sconosciuti un anno che magari ha fatto pure cagare. Questo andrà bene per gli adolescenti infestati di acne che durante l’anno non possono star fuori fino a tardi, e hanno i genitori che li aspettano a casa con la frusta e la bava alla bocca, e allora si sfogano all’ultimo dell’anno, bevendo l’impossibile (spesso in modo assurdo, tipo gin secco o vodka secca, manco fossero in Siberia) e cercando di limonare con chiunque, perché all’ultimo dell’anno diventa fondamentale limonare con qualcuno o almeno millantare durante tutto l’anno successivo di averlo fatto.

Ma una volta scollinata l’età della ragione, quando tornare tardi non è più un fatto raro o vietato, è meglio una bella festicciola con musica giusta, gente giusta, cibi giusti e drink giusti. La festa dell’ultimo dell’anno più bella è quella dove si affianca la razionalità alla follia dionisiaca, nascosti in qualche luogo privato, senza troppi buttafuori che violano i più basilari diritti umani o senza troppi p.r. che cercano di spillare soldi manco fossero dei videopoker.

Infine, per gustarsi appieno la festa dell’ultimo dell’anno, e in generale tutte quelle feste dove si va distanti, si sbevazza in allegria, si fa molto tardi e si vuole evitare un disastroso e assai problematico rientro a casa notturno, il mio inesauribile amico Dodo, ora padre di famiglia ma ancora con l’occhio della tigre, ha inventato il kit del piccolo ubriacone: esso consiste in un sacco a pelo per dormire nella casa dove si è svolta la festa nel caso in cui non ci sia un buon letto ad accoglierci, in una bottiglia d’acqua per irrorare nel corso della notte le fauci desertificate dall’alcool, in una scatola di pillole contro il mal di testa e una contro la diarrea. Inutile dire che il Dodo è un fottuto genio.

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mer

24

dic

2014

Tutto bene stanotte?

Eccola lì, a fianco a te. E’ la prima notte che dormite insieme e sei felice, forse giusto solo un po’ inquieto, perché sei abituato a dormire da solo e hai paura di svegliarla con qualche movimento: quando sei da solo rotoli nel letto come un maiale nel fango e adesso devi invece stare fermo. Oddio, a dir la verità lei non dà l’impressione di potersi svegliare tanto facilmente, a dirla tutta non dà l’impressione di potersi svegliare proprio mai, nemmeno se entrassero in camera i Led Zeppelin a fare una jam session, perché sembra incarnare quel diffusissimo prototipo di donna che durante il giorno è irrequieta e problematica, ma appena appoggia la testa su un cuscino, foss’anche posizionato tra i coccodrilli delle Everglades, si addormenta come un bue muschiato dopo il pranzo di Natale (e allora ti vengono anche dei sospetti sull’autenticità della sua diurna irrequietezza). 

E mentre sei lì fermo che rifletti su queste cose, la tua pancia, improvvisamente, si tende come un tamburo, dentro si muove qualcosa e quasi sicuramente non è Alien: che fare?

Un’ipotesi è quella di espellere un po’ di aria alla volta a bassissima frequenza, come quel tipo che rilascia piccole manciate di ghiaia nel cortile del carcere e poi si scopre che nella sua cella ha scavato un tunnel a quattro corsie. Ma se l’odore è troppo acre, al primo movimento di lenzuola vi ritrovano entrambi stecchiti, e allora a quel punto sarebbe stato meglio aver acceso il gas a inizio serata e averla fatta finita sprofondati nello stordimento con un leggero rossore sulle guance.

No. La risolutezza vuole che tu vada in bagno. Quindi esci dal letto di soppiatto, scivoli fuori come una manta, ma lei, impercettibilmente, pur non accorgendosi di null’altro, riemerge per un secondo dalle Everglades e di quello se ne accorge. A quel punto ti trovi in bagno e se questo è confinante con la camera da letto sai che lei, consciamente o inconsciamente, ti starà ascoltando. Un altro bivio, mentre il sudore ti imperla la fronte: che fare?

Un’ipotesi è quella di accendere il rubinetto per quindici minuti di fila, consumando un quantitativo d’acqua pari a ventiquattr’ore delle Cascate del Niagara, ma siccome un rubinetto acceso per quindici minuti non ha alcuna spiegazione a meno che tu non abbia sei mesi e un pannolino da cambiare oppure non ti abbia preso un’ingiustificabile voglia di raderti nel bel mezzo della notte, quella sarebbe in sostanza una chiara

ammissione di colpa. Tanto valeva, quando prima ti sei alzato dal letto, accendere la luce, svegliarla con uno strattone e dirle seccamente: “Ehi bella, io vado a cagare.”

No. Ancora una volta, risolutezza e rischio, semplicemente procedi. E ovviamente va tutto storto: quando speri che l’aria espulsa non si faccia sentire, ecco che nemmeno il rumore che precede una valanga sull’Annapurna

sarebbe equiparabile; quando poi speri che l’espulsione dell’Alien non faccia rumore perché il tuo water è fatto in modo tale che mai si senta rumore di caduta, ebbene quel water si premura per l’occasione di cambiare struttura

molecolare e morfologia complessiva, e se lanciassi un palla di piombo da demolizioni in una piscina olimpionica, faresti sempre meno casino.

Al tuo ritorno a letto, lei, con notevole spirito deontologico, fa finta di continuare a dormire, ma ti ha sentito: lo sai tu, lo sa lei, e lo sa il mondo intero.

A colazione la mattina dopo, sempre con grande onestà intellettuale, lei farà ancora finta di nulla, ma ciò che ha udito quella notte resterà una piccola crepa scolpita nella sua anima. Sarebbe molto meglio che lei uscisse subito dall’ipocrisia ed esorcizzasse l’evento, per poi, le notti successive (se mai ce ne saranno, a questo punto), permetterti ogni tipo di sfogo corporeo senza ritegno alcuno. Dovrebbe quindi prendere la brioche, alzarla cinquanta centimetri sopra il cappuccino e farcela cadere dentro con grande fragore: “Tutto bene stanotte?” 

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ven

19

dic

2014

Le frenetiche giornate dei nativi digitali

Mi sveglio.

Oggi c’è il compito in classe.

Accendo l’iPhone.

Apro WhatsApp, scorro i miei gruppi, invio dodici emoticon (baci, baci col cuore, sorrisi e sudore sulla fronte, urla, glaciazioni di cranio, facce imbarazzate), un video di una tipa con delle tette enormi che balla e saltella, una foto di un tipo che lancia un maiale con su scritto “E’ ORA DI TIRARE UN PORCO”.

Vado a scuola.

Abbiamo tutti un iPad sul banco e, finito il compito in classe, ci chiediamo in chat quando suonerà la campanella.

Torno a casa.

Mangio.

Vado in camera.

Accendo il computer.

La profe ci ha mandato i compiti via mail.

Scrivo un tema su word.

Vado su YouTube.

Poi su YouPorn.

Mi digitalizzo.

Ritorno su YouTube.

Scrivo una mail a un mio compagno.

Faccio sport: accendo la Wii e gioco a tennis.

Torno al computer.

Vado su YouPorn.

Mi digitalizzo nuovamente.

Spengo il computer.

Ed è subito sera.

Ceno.

Torno in camera.

Accendo il computer.

Guardo un film.

Vado su YouPorn.

Mi digitalizzo per la terza volta.

Sono un po’ stanchino.

Anche un po’ verde.

Vado a letto.

Prendo l’iPhone.

Apro WhatsApp, scorro i miei gruppi, invio sette emoticon.

E’ stata una giornata dura.

Ho fatto un sacco di cose.

Dormo.

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lun

15

dic

2014

Faccine - The Book

E insomma, non avrei mai detto che un delirio simile potesse diventare un libro. Ma il fatto è che, facendo una ricerca sulle circa 22.000 visualizzazioni del post, ho scoperto che la gente vuole seriamente sapere cosa significa una faccina che manda un bacio (cosa vorrà mai dire, secondo voi, una faccina che manda un bacio? Iscriviamoci a un corso di free climbing? Vediamoci al Catasto per fare una visura assieme? Cosa ne pensi dell'ultimo film di Christopher Nolan? Mah).  Oppure quella faccina affiancata ad un pollice alzato, oppure i cuori al posto degli occhi. La gente ha esigenza di sapere. Non grosse cose, non i fondamenti dell'Universo, non la prova dell'esistenza di Dio, la gente ha l'esigenza di approfondire le minchiate. E in questo caso, io, rispondo presente.

La versione cartacea delle Faccine si trova in libreria, alle fiere, richiedendola alla casa editrice Historica, oppure a casa mia.

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ven

12

dic

2014

La finale di Champions League

Trascorsi i due anni di pratica, l’aspirante avvocato, per ottenere l’abilitazione, deve superare l’esame di stato. Eccoci dunque subito a uno degli snodi nevralgici di questa professione, un evento che, con il passare degli anni,

ogni avvocato cerca di rimuovere, come si fa con i lutti, con gli omicidi, con le stragi di stato, con le calamità.

Perché questo esame è traumatico, oltre che inutile.

Innanzitutto è strutturato in modo anacronistico. Andava bene forse negli anni Trenta quando è stato ideato e

quando a sostenerlo erano 100 candidati in tutta Italia che si presentavano all’esame con il cocchio trainato dai cavalli, ma adesso rappresenta un grottesco residuo di un’epoca che non esiste più.

Ovviamente, però, lo si mantiene in vita perché in Italia nel grottesco ci sguazziamo felici.

All’esame, solo nella mia regione, ogni anno si presentano circa 2.500 candidati, una fiumana di gente che arriva

alle soglie della professione spinta solo dall’incertezza (“ho fatto la pratica e quindi faccio l’esame, poi si vedrà”) e che comunque, superate queste soglie, troverà ancora la stessa incertezza, a causa del numero spropositato di

concorrenti.

All’esame si presentano certo quelli che effettivamente hanno sostenuto la pratica e vogliono esercitare la

professione una volta superata la prova, e questi, seppur abbastanza ingenui, sono almeno onesti e coerenti.

Quelli che invece fanno aumentare disgustosamente il numero dei candidati sono coloro che non hanno fatto un solo giorno di pratica, quelli cioè che hanno svolto la pratica in modo fittizio. Costoro per due anni hanno lavorato in qualche azienda o in qualche banca, guadagnando pure dei bei soldi, oppure hanno fatto gli assistenti universitari e vengono a prendersi il titolo di avvocato per conferire un po’ di prestigio alla loro futura carriera di professori. La sigla Prof. Avv. fa più scena del solo Prof. Il fatto negativo è che questi infiltrati, all’esame, partono al pari dei praticanti effettivi e dunque potrebbero rubare loro il titolo di avvocati, anche se è quasi sicuro che non eserciteranno mai la professione perché potrebbero non sapere neanche da che parte si entra in tribunale. Non solo. Quelli che hanno fatto gli assistenti universitari, e che dunque sono spesso rimasti chiusi nelle loro torri d’avorio a perdere la giovinezza sui libri di Diritto, si presentano all’esame magari anche più preparati dei praticanti veri. Dobbiamo a proposito tener presente che l’esame è prettamente teorico e, inspiegabilmente, non in grado di valutare se il candidato sappia effettivamente fare l’avvocato, e considerare peraltro che i praticanti hanno dovuto sbarcare il lunario per lo studio in cui hanno lavorato e forse hanno avuto meno tempo da dedicare ai libri.

Volete che in sei righe risolva il problema dell’effettivo svolgimento della pratica, dell’utilità e della ragionevolezza dell’esame, e quindi, in ultima istanza, anche dell’eccessivo numero di avvocati?

Ecco a voi la soluzione. Compiere controlli approfonditi su chi effettivamente svolge la pratica e su chi invece

la svolge in modo fittizio, radiando dall’albo dei praticanti i truffatori. Svolgere periodiche verifiche scritte e orali durante il biennio di pratica (diciamo ogni sei mesi), organizzate da ciascun Ordine territoriale di appartenenza(magari in collaborazione con le Università del territorio, come succede per i commercialisti), collegando il

superamento di tutte queste verifiche al conseguimento del titolo. Infine prevedere l’incompatibilità fra la professione di avvocato (e praticante avvocato) e qualsiasi altra professione.

Così facendo avremmo d’incanto risolto gran parte dei nostri problemi di accesso alla professione. Gli assistenti universitari tornerebbero a fare la loro noiosa vita anelando affannosamente di ottenere una cattedra a quarantacinque anni dopo aver adorato per tre lustri il loro professore, mentre gli impiegati di banca tornerebbero a contare i loro soldi e smetterebbero di sognare di poter far altro nella vita, lasciando così a noi avvocati fare in pace il nostro lavoro.

Ma non va così, e dunque ci si trova in 2.500 anime nello stesso posto a fare l’esame.

L’esame scritto si tiene una volta all’anno ‒ neanche fosse la finale di Champions League ‒ e si svolge in tre

giorni consecutivi a metà dicembre, durante i quali i candidati sostengono altrettante prove. Chi supera lo scritto sosterrà l’esame orale.

I risultati delle prove scritte si conoscono solitamente nel giugno dell’anno successivo, mentre l’esame orale si tiene tra settembre e inizio dicembre. Facendo le somme, dunque, complessivamente l’esame dura un anno. E

come direbbe Giovanni Floris: “alé”!

I candidati si presentano in massa il primo giorno dell’esame scritto ed è assai arduo contenerli tutti in un unico luogo.

Io ho sostenuto l’esame in un capannone della Fiera di Padova, dove si riuniscono gli aspiranti avvocati di tutto il Veneto. Immaginate un enorme capannone, svuotatelo, e riempitelo con una distesa biblica di banchi e persone. Un evento che sfiora le gesta epiche.

Ogni candidato ha con sé vari codici voluminosi e dunque ognuno si porta appresso una valigia di libri, solitamente un trolley. Si assiste quindi a questa fiumana di gente, questo “Esercito dei Trolley”, che si dirige verso il luogo deputato per l’esame.

Chi vede dall’esterno questo bizzarro esodo si chiede perplesso se nelle vicinanze ci sia una aeroporto, se sia in corso una migrazione di disperati, o se sia infine giunto il giorno del Giudizio Universale e se questo, inaspettatamente, si terrà presso la Fiera di Padova.

La distesa di persone si presenta all’entrata e qui viene suddivisa in lunghissime file a cui vengono controllati

i documenti e a cui vengono perquisite le valigie in cerca di qualche codice non consentito o qualche gravissimo bigliettino (come se in un bigliettino di quattro centimetri quadrati si potesse facilmente racchiudere un parere

giuridico sulla revoca del testamento). Il tutto appare come un misto tra il check-in di un aeroporto e l’ingresso di un campo di concentramento.

Una volta entrati, stremati, si prende posto nel proprio banchetto, al che comincia l’esame dalla durata di sette

ore, e così per tre giorni consecutivi. Al terzo giorno il candidato arriva dimagrito di sei chili, pallido come un sedano e con le occhiaie fin sotto gli stinchi.

Dunque, la selezione primaria all’esame per avvocato è innanzitutto fisica. La prossima frontiera che studieranno coloro che ciclicamente propongono riforme di accesso alla professione palesemente inadeguate, sarà il punzecchiamento in corso d’opera dei candidati con dei tizzoni ardenti nelle parti più sensibili del corpo, in modo da metterli ancora più in difficoltà.

Durante lo svolgimento dell’esame capita spesso che si erga a paladino delle più stupefacenti bizzarrie il presidente della commissione esaminatrice, che, investito del comando di 2.500 persone oltre che dei colleghi commissari, si sente più potente di Darth Vader in Guerre Stellari.

Posso riferirvi, a titolo di esempio, alcune stranezze presidenziali che sono state tramandate di avvocato in avvocato sino a diventare leggende, pur essendo, ahimè, del tutto vere.

È capitato che durante un esame il presidente si rivolgesse ai candidati dando del loro e dunque introducesse i suoi discorsi dicendo «lor signori prestino attenzione!», neanche ci si trovasse in un maniero inglese di epoca vittoriana.

Lo stesso presidente, per comunicare ai candidati il divieto di andare in bagno per la coda eccessiva,

solennemente esclamava: «È inibito l’accesso ai luoghi di decenza!», come in una favola dei fratelli Grimm.

Altra singolare espressione linguistica del medesimo presidente venne sciorinata quando una candidata, durante i tre giorni di esame, dovette allattare il proprio figlio che dunque venne fatto entrare nella sala ‒ ovviamente nel regolamento per l’esame di avvocato non è contemplata l’ipotesi di una candidata-madre. Invero stando alla disciplina dell’esame per avvocato direi che in generale i candidati non vengono considerati come veri e propri essere umani meritevoli di tutela almeno nei loro diritti fondamentali, quanto piuttosto come nuclei di pelle, ossa e diritto ‒. Comunque il presidente, per avvertire la candidata dell’ingresso del figlio, disse: «Candidata n. 348, è arrivato il parente per l’allattamento».

Il parente.

Non aggiungo altro.

Tutti i candidati, quando sentirono parlare di “parente”, si aspettarono che per l’allattamento entrasse un vecchio zio maniaco, amante dei seni floridi.

È capitato altresì che un altro anno il presidente della commissione fosse ossessionato dal punire inesorabilmente

chi cercasse di copiare.

E dunque egli portò con sé un binocolo (!) e una bicicletta (!!), così che durante lo svolgimento delle prove si potesse posizionare a un’estremità del padiglione, scrutare col binocolo possibili candidati copiatori, e alla fine inforcare il ferreo destriero per dirigersi più veloce di “Re Leone” Cipollini sul luogo del misfatto.

Non serve nemmeno soffermarsi sul paradosso, basta la fredda descrizione di una persona che si presenta a fare il commissario d’esame con una bicicletta e un binocolo, come in un safari. La realtà supera ogni più fervida fantasia.

Peraltro, per dare al cacciatore quel che è del cacciatore, va detto che è vero che tutti i 2.500 candidati, nessuno escluso, cercano in ogni modo di scambiarsi informazioni e suggerimenti, soprattutto nel bagno. Questo finisce con l’ospitare svariate persone che parlano di Diritto e sfogliano fotocopie rimpicciolite (che alla fine, in qualche modo, sono riuscite a entrare) e per sembrare un incrocio tra un’aula di tribunale e un luogo di decenza di campagna.

Infine, per racchiudere l’esame in una sola immagine, vi basti sapere che le buste dove vengono riposti i compiti

dei candidati vengono sigillate con la ceralacca. Io credevo che la ceralacca non esistesse più dai tempi in cui la posta veniva trasportata con le carriole, e invece nel ventunesimo secolo tocca ancora vedere questi commissari che sigillano le buste come fossero Bolle Papali dirette nel Lombardo-Veneto.

In ogni caso, preoccuparsi per l’esame scritto non serve più di tanto perché i compiti vengono corretti in stile

Liberty.

Considerate che ogni candidato sostiene tre prove scritte e dunque i commissari devono correggere in breve tempo circa 7.500 compiti che dissertano tutti, spesso in modo prolisso, delle stesse cose (e a ciò si aggiunga che magari il giorno della correzione il commissario può avere avuto problemi di digestione che, al momento del

giudizio, lo hanno reso molto suscettibile).

Se prendete un verbale di correzione dei compiti scritti e dividete il tempo della seduta per il numero degli elaborati, solitamente risulta che a ciascun compito vengono in media dedicati dai tre ai quattro minuti: 4 anni di università, 2 anni di pratica, 3 giorni di esame, 21 ore di redazione di elaborati, contro 3 minuti di correzione.

E il rispetto è perduto nel tempo, come una lacrima nella pioggia.

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lun

08

dic

2014

Figlio di puttana

Se cercate un presentatore per Sanremo, X-Factor o per un convegno sull'osteoporosi, trovate tutti i miei contatti qui. Grazie.

 

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ven

05

dic

2014

La taverna di Molon

C’è un momento in cui si smette di crescere?

Io credo di sì, a me per esempio è successo nella taverna di Molon: avevamo quindici anni, ci trovavamo tutti i pomeriggi, e intendo proprio tutti, a giocare a basket con il suo Amiga, e il tempo si è fermato lì. Sì, poi sono cresciuto, ma sulla carta di identità e sulle rughe della faccia, più fuori che dentro. Se mi guardo allo specchio, e ci guardo attraverso, vedo ancora quel ragazzino, e forse tutto quello che è successo dopo è stata solamente una lunghissima serie di eventi, ma io sono ancora quello lì, e da quello specchio posso salutare il me di adesso, a volte con un sorriso, a volte con una lacrima, a volte con urlo. Perché il fatto che il tempo si sia fermato allora è stato un bene e un male: ho mantenuto uno sguardo sincero sul mondo, ma lungo il cammino ho sempre dovuto cercare disperatamente qualcuno che fosse come me perché altrimenti l’automatismo di chi dice che a trentasette anni bisogna fare per forza certe cose e non altre, mi avrebbe reso un disadattato. Cosa che comunque, in buona parte, sono.

Potrei riprendere il filo esattamente da allora, tornare in quella taverna e sedermi a giocare a quel computer come se nulla fosse, o potrei tirare il filo e vedere precisamente che è là che è rimasto annodato. Perché poi il vero coraggio, secondo me, non è saper uscire da quella taverna, ma saperci tornare.

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lun

01

dic

2014

Brevissimo compendio di diritto penale

Nel bestseller interstellare “Il principe del foro non esiste”, ho parlato soprattutto della professione dell’avvocato civilista, perché il mondo del diritto penale non lo conosco particolarmente bene. Nemmeno ora lo conosco particolarmente bene, ma nell’ultimo periodo me ne sono fatto un’idea più precisa, che magari ai penalisti risulterà banale o scontata, ma forse a tutti gli altri cinquecento milioni di lettori che avevano letto il mio libro

sugli avvocati potrebbe risultare interessante.

Ebbene, il punto fondamentale, secondo me, è che il diritto penale, nella sua applicazione pratica, è un diritto fondato sul Pubblico Ministero, il fulcro e il padrone del processo penale.

Tempo fa, un avvocato più anziano e ben più esperto di me, mi disse: vai a farti un giro in Procura, così vedrai dove si trova il potere in Tribunale. Di solito nei piani più alti, isolati ma con possibilità di controllo su tutto il resto, i Pubblici Ministeri, nelle loro ampie stanze decidono sulla vita delle persone.

E, in linea generale, quella che affermano è la Verità, e chi nega la Verità è per sua natura un eretico.

Ecco quindi che gli avvocati penalisti formano schiere di miscredenti, guardati nelle aule con sospetto e talvolta compatimento, perché si affannano a difendere posizioni che vorrebbero vanamente contrastare con la Verità, e lo fanno davanti a giudici che, in quanto colleghi dei Pubblici Ministeri, magari inconsciamente, sono più propensi a credere alla Verità piuttosto che all’Eresia.

In questo senso, a mio parere, è emblematica l’udienza preliminare, un filtro che dovrebbe decidere se un procedimento sia meritevole di dibattimento o meno, ma che nella stragrande maggioranza dei casi diventa un formalismo che viene adempiuto solo perché obbligatorio, tanto al dibattimento, quasi sicuramente, ci si andrà:

all’udienza preliminare, da una parte c’è un avvocato che arriva carico di fascicoli del peso di svariati chili, di appunti studiati per giorni e lunghi e analitici discorsi da pronunciare; dall’altra parte c’è un Pubblico Ministero che di solito si trova già nella stanza del giudice, ha davanti a sé la sola richiesta di rinvio a giudizio composta di tre pagine e al massimo un codice di procedura penale aperto, diciamo, sulla Costituzione. L’avvocato articola la sua difesa imbastendo ragionamenti e illustrando documenti, il Pubblico Ministero si richiama alla richiesta di rinvio a giudizio spesso senza aggiungere altro.

In un mondo perfetto, o quanto meno in un mondo ragionevole, in una situazione del genere a partire favorito sarebbe l’avvocato che approfondisce centinaia di pagine e non il P.M. che ne richiama tre. E invece no: l’udienza preliminare ha un esito quasi sempre scontato a favore del P.M., è una gara in cui uno dei due corridori parte a venti centimetri dal traguardo, e se il corridore che si trova alla partenza non è Usain Bolt, con ai piedi le scarpe di Mercurio e sulla testa la fortuna di Gastone Paperone, perderà.

Oppure ancora, mi sono sempre chiesto: perché se all’esito del dibattimento l’imputato viene assolto, nessuno mai viene condannato a rimborsargli le spese legali sostenute?

Per questo, quando leggo quei giornalisti che spalleggiano acriticamente le procure, ho sempre la sensazione che parteggino per la parte più forte, e quindi, in fondo, per la parte sbagliata: dovrebbero dare una carezza sulla nuca degli avvocati penalisti, altro che.

 

P.s. Già che ci sono, vi propino pure il mio compendio, ancor più riassuntivo, del diritto fallimentare: prendete quello che ho scritto sopra, sostituite le parole “Pubblico Ministero” con la parola “Curatore”, e vale più o meno tutto quello che ho già detto.


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ven

28

nov

2014

La terra di nessuno

Le scuole medie sono la giungla, la terra di nessuno. E’ un mondo feroce popolato da esseri informi, che non sono più niente e non sono ancora niente: non più bambini, non ancora ragazzi.

Sono indefiniti come le materie che studiano. Prendiamo l’educazione tecnica, ad esempio: che razza di materia è questo folle pastone didattico che pretende di insegnare a un ragazzetto di dodici anni tutto ciò che c’è di “tecnico” al mondo, dal funzionamento di un altoforno al disegno di un cubo in prospettiva?

Questi esseri esistono, ma è come se non ci fossero. Sono irrilevanti perché erano così bellini quando erano bimbi e avranno un qualche ruolo quando saranno più grandi, ma a quell’età di mezzo sono, in fin dei conti anche per se stessi, una gran rottura di palle.

Chi può considerare rilevanti quegli anni? Chi ne conserva un ricordo indelebile? Alle scuole medie circolano insiemi cellulari che interagiscono in modo maldestro: c’è quello già troppo cresciuto che picchia tutti per sfogare il suo gigantismo, perché è così ipersviluppato che alle coetanee non piace. Queste, infatti, preferiscono quelli più carini (e l’ipersviluppato, in quanto tale, mai potrà possedere quei lineamenti regolari

che lo farebbero risultare carino, egli è una bestia, è Sloth dei Goonies, ha la funzione dell’orso scemo nei circhi); a loro volta, però, quelli più carini possiedono lineamenti regolari perché sono ancora piccoli e dimostrano quindi sei anni, mentre alcune ragazzine già alle medie esplodono nel corpo con la forza di una giumenta gravida: si formano quindi queste astruse coppiette, formate da una Gina Lollobrigida in nuce che si struscia addosso a un innocuo Geronimo Stilton.

E poi c’è il battaglione degli anonimi, quelli non grandi, non piccoli, non belli, non brutti, quelli che si svilupperanno più avanti e trascorrono quest’età in completa trasparenza. Almeno gli altri combinano qualcosa per cui dire “sto vivendo”, ma questi invece scivolano via, sopravvivono. Vorrebbero far parte della bolgia, della giungla, della terra di nessuno. Vorrebbero picchiare, vorrebbero piacere, vorrebbero palpeggiare o essere palpeggiati. Lo vorrebbero persino disperatamente, ma questo non accade: il loro momento, nella vita, verrà più avanti. A loro adesso tocca stare in un angolo a guardare gli altri vivere.

Come fa Chiara, dall’angolo della classe, in quel primo banco davanti a destra, vicino alla porta di ingresso. Piccola e magra, passa praticamente tutta la mattina girata di sbieco verso la classe a guardare i compagni.

Guarda Giulio-Geronimo Stilton, che alla ricreazione corre in bagno a baciarsi instancabilmente con Roberta-Gina

Lollobrigida, due dodicenni che sembrano amarsi in modo infinito, che sembrano destinati a bruciare al fuoco della loro passione sfrenata e clandestina per tutta la vita, imprigionati non nel Quinto Canto dell’Inferno, ma nel terzo piano di una scuola media; guarda il gigante Antonio che, smessi i pugni ai compagni, frequenta il medesimo bagno per fumare, perché lui a dodici anni, per stazza e modi, potrebbe essere già il protagonista di Fronte del Porto; guarda Andrea, piccolo e cattivo, con il profilo lombrosiano del teppista, diventato famoso in classe perché da un paio di mesi ha cominciato a bestemmiare ferocemente, senza alcun motivo, utilizzando la blasfemia come insensato intercalare, tanto che il suo stesso respiro ha assunto la conformazione di inspirazione-espirazione-bestemmia-inspirazione-espirazione-bestemmia e così via; guarda il banco di Alessandra, sempre vuoto il martedì mattina perché lei si è auto-esonerata dalle lezioni di musica, dopo che una di quelle mattine

l’insegnante le ha fatto suonare da sola il flauto per vedere se aveva studiato la parte e le sue acutissime stonature avevano portato uno stormo di piccioni a schiantarsi coscientemente contro i vetri delle finestre della classe (però lei, almeno un giorno alla settimana, ha avuto il coraggio di rendersi invisibile veramente); guarda Severino, nome da predestinato, magro come un chiodo e silenzioso come un monaco, pallido e assente, con un futuro sicuramente complesso davanti a sé.

L’unica con cui parla veramente è la sua compagna di banco, Eleonora, che anche se bionda con gli occhi azzurri resta tra gli anonimi, perché è quel biondo-occhi azzurri diafano, pallido, austero, che di certo non attrae i maschi dodicenni come invece riescono a fare le sformate compagne neo-ciociare. 

Per Eleonora e per Chiara, la vita comincerà più avanti.


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lun

24

nov

2014

Il mero tuziorismo

 

Gli avvocati parlano in modo strano.

Non mi riferisco tanto al latinorum di manzoniana memoria del nostro collega Azzeccagarbugli, anche se con le locuzioni latine noi ci faremmo volentieri la doccia (adfines inter se non sunt adfines, ad impossibilia nemo tenetur, nemo plus iuris in alium transferre potest quam ipse habet, tamquam non esset, ex collatione agrorum, obligatio propter rem, per facta concludentia, e così via), quanto piuttosto a una nicchia di linguaggio, dai connotati giuridici barocchi, ossequiosi e affettati, con la quale ci esprimiamo.

Se ad esempio un avvocato scrive una lettera per conto del proprio cliente, con la quale diffida il vicino di casa dal suonare il pianoforte alle due del pomeriggio o a mezzanotte, non scriverà mai una semplice missiva di questo tenore:

Egregio Signor Tizio,

Per conto del Signor Caio, suo vicino, la diffido formalmente dal suonare il pianoforte alle due del pomeriggio e dopo le dieci di sera. In caso contrario, il Signor Caio si attiverà per farla smettere e chiederle i danni.

Cordiali saluti.

Avv. Alberto Fezzi

Questa lettera è troppo lineare e sciatta, e nel contempo così poco arzigogolata e così poco pomposa, da non evidenziare affatto lo status di avvocato di colui che l’ha redatta.

Un avvocato che si rispetti, anche se nella vita di tutti i giorni parla in dialetto strettissimo e infarcisce i discorsi di parolacce tremebonde, o durante gli studi ha avuto una propensione a scrivere in italiano corretto pari a quella di un cavernicolo, ebbene costui, assuefattosi al linguaggio tipico di uno studio legale fin dal primo giorno in cui vi ha messo piede, scriverà senza dubbio così:

Pregiatissimo Signor Tizio,

Scrivo la presente a nome e per conto del Sig. Caio, proprietario dell’appartamento soprastante il suo ed entrambi facenti parte del Condominio “Le Primule”, per esporLe quanto segue.

Il Sig. Caio mi riferisce che Lei, più giorni alla settimana, è solito suonare uno strumento a corde e tastiera (molto probabilmente un pianoforte, ma non escludesi l’utilizzo da parte Sua anche di un clavicordo e/o di un clavicembalo), in orari cui un tale comportamento, ai sensi dell’art. 9 del Regolamento Condominiale del summenzionato condominio “Le Primule”, è da ritenersi sicuramente vietato. In particolare, tale norma regolamentare impedisce il compimento di attività che possano disturbare la quiete condominiale durante le ore del riposo, indicate esplicitamente tra le 13.00 e le 15.00 e dopo le 22.00.

Orbene, il sig. Caio mi riferisce che Lei sarebbe solito suonare il sopraccitato strumento musicale alle ore 14.00 e alle ore 23.00, recando quindi grave disturbo al mio cliente e alla sua famiglia a causa delle caratteristiche stesse

del suono emesso dallo strumento de quo.

Per mero tuziorismo, è giusto il caso di sottolineare che il fatto che sino ad ora il Sig. Caio non Le abbia contestato alcunché di quanto appena esposto, non è da considerarsi come accettazione e/o riconoscimento di alcunché, bensì solo come apprezzabile tentativo di pacifica convivenza condominiale, ora ricondotto a formale e legittima contestazione.

Tanto premesso, il Sig. Caio, mio tramite, con la presente intende diffidarLa, come in effetti La diffida, dal proseguire nel sopraccitato illegittimo comportamento.

Nel caso in cui Lei dovesse invece proseguire nella violazione delle norme condominiali, il Sig. Caio si riserva di adire l’Autorità Giudiziaria senza ulteriore preavviso.

Si resta in attesa di cortese riscontro, e si porgono distinti saluti.

Avv. Alberto Fezzi

Ecco, un vero avvocato scriverebbe così.

Un trionfo di kitsch, di sinuosità letterarie, di specificazioni ridondanti e, se vogliamo, anche di ipocrisia, perché il “pregiatissimo” è rivolto a una persona che per il cliente signor Caio è in realtà un molesto massacratore di

pianoforti (e della pazienza dei vicini), perché tutte le maiuscole che ne infiocchettano il pronome si rivolgono al medesimo inviso massacratore, perché “l’apprezzabile tentativo di pacifica convivenza” è stato in realtà condito da irriferibili bestemmie rivolte ancora una volta al massacratore, e perché l’avvocato sa benissimo che a una simile lettera il sig. Tizio, almeno di primo acchito, non sarà propenso e rispondere con un “cortese riscontro”, bensì con uno scortese vaffanculo.

Comunque, il rischio vero di questo modo di esprimersi risiede nel fatto che per alcuni avvocati, in particolar

modo per coloro che, ammaliati dalla professione, si riservano pochissimi spazi di ristoro al di fuori di essa, un tale linguaggio non venga circoscritto alle lettere o agli atti che redigono, ma si estenda pericolosamente agli aspetti della vita privata.

Sono avvocati che magari incontri in ambienti non lavorativi, ad esempio al bar, e ti fanno una battutina infilandoci dentro qualche stranezza linguistica da legulei come: «Eh sì, ho fatto così per mero tuziorismo! Ah ah ah!».

A quel punto si fa presto a immaginarli a casa propria che, seduti sul water, urlano alla moglie: «Cara arrivo subito,

solo un minuto! Per mero tuziorismo mi faccio un bidet!».

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sab

22

nov

2014

Il segreto professionale dei baristi

I baristi, per quello che viene detto loro dai clienti ebbri come me, o comunque per quello che ascoltano dai discorsi della gente vicino al bancone, solitamente annebbiata dall’alcool e quindi propensa a confessarsi a voce alta ai quattro venti, dovrebbero essere sottoposti per legge al segreto professionale, come gli avvocati, i medici o i sacerdoti.

C’è più sincerità e disperazione in quello che si dice aggrappati al bancone di un bar che in tante altre situazioni della vita in cui riteniamo di essere più integri ed equilibrati, e dunque quello che viene detto lì non dovrebbe poi poter essere spifferato in giro. Ogni uomo ha il sacrosanto diritto di ubriacarsi, e di essere garantito sul fatto che ciò che dirà da ubriaco non possa essere usato contro di lui.


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lun

17

nov

2014

La minuziosa composizione di un amore

“E’ questo è il momento in cui baciarsi?”

“Non chiederlo.”

“Sei bellissima.”

“Domani ci vediamo?”

“Domani no.”

“Perché?”

“Perché non voglio vederti troppo.”

“Ma io voglio vederti.”

“Aspetta.”

“Non dire sempre sì.”

“Io sono già innamorata.”

“Non è vero.”

“Sto bene quando sono con te.”

“Anch’io.”

“Sei immaturo.”

“Per fortuna.”

“Passiamo la notte insieme?”

“Non ancora.”

“Io voglio passarla.”

“Io no.”

“Secondo me non sei innamorato.”

“Infatti è così. Ma mi innamorerò.”

“Sei scomparsa.”

“Non è vero, sono sempre qua.”

“Non dire sempre no.”

“Tu devi parlarmi di più.”

“Tu lasciati andare. O lasciami andare.”

“Ieri non rispondevi.”

“Perché ero impegnato.”

“Stammi più vicino.”

“Faccio quello che riesco.”

“Sei dolce.”

“Tu sei bella.”

“Non ti capisco.”

“Non hai bisogno di capirmi: accettami.”

“Non mi riesce sempre.”

“Provaci.”

“Pensavo di conoscerti bene.”

“Cambia prospettiva.”

“Posso stare con te stanotte?”

“Va bene.”

“Abbracciami.”

“Baciami.”

“Spogliami.”

“Come stai?”

“Sono sereno. E tu?”

“Puoi venire ogni lunedì mattina a dirmi che va tutto bene?”

“Ti devo dire una cosa.”

“Dimmi.”

“Ti amo.”

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ven

14

nov

2014

La doppia spunta ha dieci anni di ritardo


Si è fatto un gran parlare della doppia spunta blu di WhatsApp, argomento in effetti di esiziale importanza: ma

checcefrega a noi dell’articolo 18, delle proteste ai campi rom, di Napolitano che si dimette e del nuovo processo civile, se possiamo perdere ore e ore a discutere della doppia spunta blu di WhatsApp?

Ebbene, ora io non vorrei risultare saputello, ma ancora dieci anni fa, in “Sognando un Negroni”, avevo già affrontato il delicatissimo tema della non-risposta ai messaggi, tema vecchio come il mondo e certamente irrisolvibile, ben più della crisi che ci attanaglia: mentre per la crisi è prevista una ripresa nel 2096, per le persone che non rispondono ai messaggi non è prevista soluzione, non certo con una patetica doppia spunta blu, direi forse solo con una sanzionatoria esplosione del cellulare stesso.

 

Era il 2004, e non è cambiato nulla:

 

A proposito delle ragazze che non rispondono ai messaggi devo aprire una doverosa parentesi. Io credo che

le ragazze che non rispondono agli sms siano una delle cose più fastidiose al mondo, quasi quanto la diarrea o la coda alle poste. Certo, a volte i ragazzi, me compreso, quando ci si mettono, con i messaggi possono diventare più molesti del colera, ma in generale, almeno per quel che mi riguarda, posso dire che non faccio un uso smodato degli sms poiché non amo i rapporti troppo virtuali e preferisco parlare direttamente, al telefono o faccia a faccia piuttosto che con un sms. Però ormai il messaggio è entrato di prepotenza fra i mezzi di comunicazione e quindi non si può saltare la fase in cui si comunica solo tramite sms, non si può più fare la buona, vecchia, classica telefonata imbarazzata a una ragazza senza aver prima tastato il terreno con qualche sms. Ormai lo sfortunello ragazzo che chiama direttamente una ragazza senza averle prima scritto dei messaggi appare agli occhi di lei più o meno come un compagno di merende del mostro di Firenze. E allora vai con gli sms.

Ebbene, alcune ragazze, e solo Iddio sa perché, non rispondono, sia che si tratti di messaggi che la buttano un po’ lì, del tipo “Vieni a bere un aperitivo stasera?”, ma anche di richieste del tutto innocue come “A che ora è la festa sabato sera?”.

Io credo che nei libretti delle istruzioni dei cellulari che vengono venduti a questo genere di ragazze bisognerebbe scrivere alla prima pagina, ancora prima di spiegare come si fa ad accendere il telefono, la frase a lettere cubitali: “RISPONDI AI MESSAGGI!”. Intendo dire che se uno scrive “Vuoi venire a bere un aperitivo?”, la ragazza non deve rispondere per forza di sì, però deve rispondere, può anche scrivere una scusa banalissima che si capisce benissimo che non vuole andare, del tipo “No, scusa, proprio non posso perché è morta un mese fa la mia cocorita e non mi sono ancora ripresa”, o essere anche più diretta e scrivere “Non verrei a bere un aperitivo con te neanche se fossimo da soli su un’isola deserta e tu aprissi un chiosco di aperitivi”, però deve rispondere, eventualmente rispondere male, ma rispondere, come si fa con tutte le domande di questo mondo.

E’ come se un ragazzo e una ragazza fossero al telefono o faccia a faccia e il ragazzo chiedesse: “Vieni a bere un aperitivo?” e la ragazza non rispondesse niente, stesse zitta. Immaginatevi la scena, sarebbe assurdo, irreale, qualcosa la ragazza dovrà pur rispondere, si inventerà una scusa, ma risponderà. Beh, coi messaggi, che ormai sono un mezzo di comunicazione fatto e finito, è la stessa cosa. E la cosa assume proporzioni ancor più imbarazzanti quando il messaggio non ha alcun contenuto che può apparire invadente, tipo chiedere l’ora di una festa. In questo caso, dall’assurdità si passa alla totale follia.

La prossima volta che incontro una di queste ragazze che non rispondono ai messaggi, alla prima domanda che mi fa, la guardo dritta negli occhi senza dire una parola.

 

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lun

10

nov

2014

La mirabolante storia di un impiego in banca

Dopo il planetario successo de “Il principe del foro non esiste”, mi è rimasta la voglia di descrivere un altro ambiente lavorativo, se possibile non troppo distante da quello degli avvocati. E allora ho fatto così: ho raccolto le testimonianze di alcuni amici bancari, rigorosamente anonimi, e ne è uscito un racconto lungo che, cari i miei venticinque lettori, vi regalerò per Natale (e mi aspetto un dono in cambio). Non escludo nemmeno ulteriori puntate sull’argomento, quando i miei informatori vorranno rivelarmi altri segreti.

Certo, vi starete chiedendo: come si fa a scrivere qualcosa di divertente sulle banche? Giusto, ma quello è un problema mio. Intanto, un’anticipazione.

 

Gentile Signore,

avendo accolto la sua domanda di partecipazione alla selezione di n. 47 operatori di sportello (rif. OP.SPORT.95.3.SFG.TOT), la SV è attesa il giorno 10 settembre 1995 alle ore 10.00 alla prima prova di selezione logico-attitudinale che si terrà presso il padiglione T2 della Fiera, in Via delle Esibizioni, 33.

Le ricordiamo di portare con sé un valido documento di identità.

Con i migliori saluti,

Rag. Evaristo Spento

Funzionario di primo grado

Ufficio del Personale

Selezione del Personale

Pubblici concorsi

Mentre, dopo aver letto il contenuto della lettera, mia sorella non la finiva di prendermi per i fondelli preannunciandomi un futuro da travet, i miei pensieri principali, appoggiato il pallone di Michael Jordan sul tavolo e colando gocce di sudore un po’ dappertutto, finanche sulla stessa lettera della banca, vertevano principalmente sui seguenti aspetti essenziali: cosa diavolo voleva dire SV? A quel tempo, io al massimo sapevo cos’era l’MBA che volevo fare a Stanford o, tutt’al più, cos’era l’MVP della NBA, e qua finivano le sigle da me conosciute; e cos’è la prova di selezione logico-attitudinale? Non mi avrebbero mica toccato le palle come al militare? O intendevano domande sui fiori per capire se ero gay? Non amo i fiori, non sono frocio, quelle cose lì … E poi perché alla Fiera? Per 47 operatori di sportello? Chi doveva partecipare a quel concorso, l’armata delle tenebre?

In quel momento squillò il telefono. Era Franco, l’amico per assistere il quale avevo fatto la domanda. Mi disse che anche lui era stato convocato.

“Evviva! Un concorso in banca!” esultava proprio. “Grazie di essere con me. Mia madre è felicissima. Sai, mio padre lavora in banca. Tu hai la cravatta? Io non ho fatto il becco di un esame negli ultimi quattro anni per cui sono giù di

allenamento. Posso sedermi vicino a te e copiare tutto?”

“Guarda Franco, secondo me c’è poco da copiare a questa prima prova” gli risposi freddamente, inzaccherando di sudore la cornetta del telefono. “Ci chiederanno se siamo froci: tu dì di no e vediamo cosa succede. Speriamo almeno che sia pieno di diciottenni neodiplomate …”

Intanto con la coda dell’occhio vidi mia madre che, quasi avesse gli stessi pensieri della madre di Franco (o forse si erano sentite?), stava appoggiando sul mio letto alcune decine di cravatte di mio padre.

“Adesso ti serviranno”, disse. E se non percepii male, la voce era rotta dall’emozione.

Chiusi la telefonata e dissi a mia madre che il tutto mi pareva abbastanza prematuro. Che non avevo la minima intenzione di andare a lavorare in banca. Che l’avevo fatto solo per Franco. Che avevo altre aspirazioni. Che Harvard e Stanford mi stavano aspettando. Ma lei proseguiva imperterrita nei suoi abbinamenti diafani da bancario di provincia.

Mah.

Me ne andai in doccia e il giorno dopo sarei tornato al campetto, del resto mancavano ben sette giorni alla stravagante prova logico-attitudinale. Ma da quel momento in poi ebbi modo di capire che il tempo passa veloce, eccome se passa veloce.

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ven

07

nov

2014

Il sentiero luminoso che porta al cesso

Claudia ha il volto pallido alle quattro di mattina.

Questo è da quattro giorni consecutivi il suo orario di sveglia, e da quattro anni è la sua vita, peggio di un minatore che fa gli straordinari.

Da quattro anni è di stanza a Malpensa, ma una hostess, comunque, rischia di non vedere mai né la città da dove parte né quella in cui arriva, perché in un modo o nell’altro se ne va sempre da tutte e due.

Claudia si sveglia prestissimo, con l’alito vischioso, e deve infilare il suo corpo da modella in una ridicola divisa rossa e blu, una mezza via tra il tailleur di una segretaria bigotta e il costume di un supereroe. Deve costringere le gambe lunghe e sinuose in quelle calze di cemento che preservano le vene spossate dalla pressione dell’alta quota; il viso stanco e rovinato dai voli lo nasconde dietro a un trucco di cemento; il suo sorriso delicato per fortuna resta, non ha bisogno di artifici, ma nel complesso di quel maquillage sembra il ghigno di Joker.

Guardatele bene, le hostess: appaiono eleganti, belle e sorridenti, ma dietro la maschera e le calze contenitive portano il peso di una vita al limite, fatta di nuvole che non sono sogni, ma sono l’unico luogo che frequentano.

Sempre senza avere una vera meta e una vera casa, e contemporaneamente avendo come meta e come casa qualsiasi posto in cui vadano.

Claudia spiega svogliata come allacciarsi le cinture e dove sono le uscite di emergenza, ad un pubblico di persone che leggono il giornale ostentando disinteresse, persone che le guardano le gambe o guardano fuori dal finestrino, persone che miracolosamente si addormentano appena toccano il sedile, e bambini che piangono, a prescindere e comunque sia, qualunque cosa succeda, piangono.

Claudia dà dunque spiegazioni di cui nessuno ascolta un bel fico secco, e d’altronde lei stessa si rende conto di dire vuote frasi fatte, come quella di seguire, in caso di emergenza, il sentiero luminoso che conduce alle uscite di emergenza: cosa diavolo sarà mai questo sentiero luminoso? Compare San Pietro con le pedule e indica ai passeggeri terrorizzati il modo più veloce per uscire? Oppure, magicamente, il corridoio centrale, ammantato di una luce brillante, si lastrica di grossi funghi e freschi ruscelli che portano agli scivoli gonfiabili, o addirittura alla vita eterna? O solamente al cesso? 

Anche perché, poi, se durante il volo c’è qualche seria turbolenza, Claudia deve correre a rispiegare tutto ad ogni singolo passeggero in preda al panico, e allora quello che prima ostentava tranquillità comincia a sudare come un maiale prima del macello, quello che le guardava le gambe adesso le chiede salvezza, e non cosce, quello che dormiva si sveglia di soprassalto e si guarda intorno con gli occhi sbarrati come se si trovasse nel bel mezzo di un esperimento nucleare; ecco, i bambini, in fin dei conti, sono gli unici a non cambiare atteggiamento: piangevano prima e continuano a piangere anche adesso, magari solo un po’ più forte, riescono a farsi sentire dai gabbiani e dai delfini, giusto per dare il loro sonoro contributo all’aumento della tensione nell’aereo.

Ma anche quando il volo procede tranquillo, Claudia deve ostentare il sorriso del Jolly per un’infinità di cazzate: il tovagliolo, l’acqua, il caffè un po’ più caldo, il caffè un po’ più freddo, il bambino vorrebbe una caramella, il bambino vorrebbe un po’ di Coca Cola, il bambino vorrebbe vedere la cabina di pilotaggio (e se invece il bambino lo scuoiassimo, che dice signora? Così, tanto per provare: vediamo se senza la cute il bambino continua a fare tutte queste domande), posso andare in bagno in fase di decollo? (e insomma non riesci proprio a tenertela questi due minuti …Che poi se pisci decollando, te la fai tutta sul maglione), c’è il menù vegetariano? (no, solo bue muschiato), mi darebbe un altro vassoio? (hai deciso di bissare il pranzo di Natale sull’aereo?), avrebbe una coperta? (va bene, poi ti porto anche un camino e un televisore al plasma, e ci guardiamo un dvd abbracciati).

Claudia non può nemmeno amare. Ogni sua relazione è fatta di continui arrivi e continue partenze, di continui strappi, di continue fughe, di perdersi e ritrovarsi. Ogni sua relazione è come una persona sana che poi si ammala, arriva vicino alla morte, poi si riprende, poi guarisce, poi si ammala di nuovo. E il cuore delle hostess, in fondo, è un cuore stanco.

Per la verità, lei ha messo un velo sui propri sentimenti e si è abituata. Anzi, si è assuefatta, perché la sua vita è una droga. Claudia non riesce a fare a meno di cercare ogni giorno il cielo: è l’unica cosa che conosce, grande come tutto quello che ha dentro.

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ven

31

ott

2014

La Sposa Cadavere Reloaded

Solo un attento osservatore avrebbe potuto notare quella ruga tra gli occhi di Anna, una sfumatura che nascondeva i suoi pensieri.

Gli osservatori più distratti, e quindi praticamente la totalità dei presenti, vedevano solamente una graziosa ragazza mora, con gli occhi grandi, fasciata in un sobrio abito nuziale color panna, che si stagliava slanciata sull’altare del Duomo di Verona, davanti alla cappella maggiore del Sanmicheli. Una bella sposa come tante, al fianco del suo futuro marito, dinnanzi al sacerdote che li stava per unire in matrimonio.

Ma Anna, aldilà di quello che potevano scorgere superficialmente gli osservatori distratti, in quel preciso momento stava pensando.

Dunque quella adesso doveva essere la sua vita? Per sempre insieme a Vittorio? Proprio per sempre? E tutte quelle serate con le amiche? E le sigarette fumate da sola in collina, in quel posto buio che conosceva forse solo lei, da cui guardava la città illuminata che, chissà perché, le ricordava Los Angeles? E il tempo passato a credere di poter cambiare il mondo, anche poco, ma almeno un po’?

E i sogni dell’adolescenza? Sono tutti racchiusi nell’amore per Vittorio? Nei figli che farà con lui? Nelle gite sul lago con la carrozzina la domenica pomeriggio? Nei commenti con le altre madri? Nella pizza del sabato sera con le altre coppie?

Vittorio da tre anni è sempre stato il suo pilastro, il suo compagno e il suo rifugio, ma questa è veramente tutta la sua vita? E’ tutta qua la vita?

La ruga tra gli occhi di Anna nascondeva un ultimo pensiero: oggi sto cominciando a vivere veramente oppure sto cominciando a morire lentamente?

“Vuoi tu Anna Speri prendere il qui presente Vittorio Sallusti come tuo sposo nel Signore, promettendo di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarlo e di onorarlo tutti i giorni della tua vita?”

“Sì, lo voglio.”

 

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mar

28

ott

2014

Cronologia di una sbronza

 

PRIMA BIRRA

Sto bene, sono molto rilassato. Sì, con lei è finita, ma va bene così, evidentemente non eravamo fatti per stare insieme.

 

SECONDA BIRRA

Cioè, io con lei ci sarei restato, è stata lei a lasciarmi. Non credo che di fronte alle difficoltà ci si debba lasciare, bisognerebbe superarle insieme se si è innamorati. Il problema è quello: se si è innamorati.

 

TERZA BIRRA 

Alla fine mi manca molto…ma…la barista mi sta guardando vero?

 

QUARTA BIRRA

Sì e l’amore dov’era? Mavaffanculo sto da solo…semprestatocapace…di stare da solo…che poi, menestodasolo, che…la barista secondo me mi sta guardando.

 

QUINTA BIRRA

Sto da solo…stodasssolo…bravabrava…come ti chiami? Ecco, Cinzia…scusadovèilbagno? Pfff…ah ah ah!

 

SESTA BIRRA

Matupensachessschifo…ciaocinzia.

 

SETTIMA BIRRA

Oue…ioua…aio...ieio.

 

MOJITO

... ... .

 

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gio

23

ott

2014

L'amore al tempo del night club

 

Mia moglie non l’ho conosciuta in modo canonico, come un principe azzurro al ballo del re, lei che dimentica una scarpina, io che la inseguo, noi che copuliamo in una zucca infrattata nel bosco e ci amiamo per tutta la vita. Mia moglie l’ho conosciuta in un night club. Anzi, a dire il vero la conoscevo già e lì l’ho rivista.

Durante il mio lavoro in banca la depressione mi spossava l’anima e sinceramente un po’ anche lo scroto. Mi stavo lasciando andare, mi sembrava che la vita si fosse fermata, si fosse ingolfata: mi svegliavo alla mattina, andavo a lavorare, tornavo a casa, guardavo la tv e andavo a letto. E poi di nuovo via con questa entusiasmante routine. Non dico che avrei voluto che sotto casa mia si fermasse un pullman pieno di conigliette di Playboy ninfomani, mi sarei accontentato anche di un po’ di affetto da una persona del sesso opposto al mio, ma in quel periodo le donne erano attratte da me più o meno come possono essere attratte da un sifilitico.

Il luogo a cui si dirigono gli uomini soli, disperatamente bisognosi se non di amore, quanto meno di un seno fiorente da sfiorare, e che non sono così sfacciati da andare propriamente a mignotte alla stazione, è il night club. Che poi è un modo solo più chic e autoassolutorio di andare a mignotte, pur senza andare alla stazione.

Generalmente i gestori di questi locali sono una mezza via fra dei tagliagole, dei salumieri e degli ignoranti di primissima categoria (o tutte le tre cose assieme), e ciò che pretendono dalle proprie dipendenti è che ballino in modo sconclusionato attaccate a dei pali, mostrando svogliatamente il loro corpo e facendo pallosi spettacolini che somigliano a visite ginecologiche un po’ naif. Dovranno poi strusciarsi sui clienti, facendosi palpeggiare qui e là, facendosi infilare soldi in ogni anfratto e facendosi offrire da bere dei cocktail fatti male che costano come due stipendi mensili di un impiegato di medio livello.

La ragazza deve sempre chiedere al cliente, con insistenza pari a un venditore ambulante di rose del Bangladesh, se vuole appartarsi con lei a fare un privé, e la ragione di questa insistente richiesta è presto detta: un privé ha il valore economico di un viaggio di tre settimane a Dubai nell’Hotel a sette stelle a forma di vela.

La ragazza, nel proporre il privé, offre prestazioni incommensurabili, che non si vedrebbero nemmeno in un film porno per malati di mente, ed invece la realtà del privé è che l’uomo si apparta con la ragazza e lei si spoglia, ma al massimo fa qualche sconclusionato balletto e appena lui prova ad allungare una mano lei lo schiaffeggia con violenza, infine arrivano i buttafuori a sistemare la cosa e l’Fbi ad arrestarlo.

I clienti di questi locali sono in minima parte ragazzetti che vogliono fare una serata trasgressiva dopo aver bevuto come fogne di Calcutta a qualche addio al celibato o a qualche compleanno. Fanno gli affascinanti spacconi mentre sono solo dei goffi stupidotti: dilapidano una fortuna ammaliati e raggirati dalle ballerine, ed escono con gli ormoni a mille, i testicoli gonfi e le tasche vuote. La maggior parte della clientela però è composta da gente disperata e sola, che non ha un vero rapporto con una donna dall’età del ferro (e non intendo rapporto sessuale, intendo un rapporto fatto anche di parole, sguardi, carezze, momenti vissuti assieme), e crede che i veri rapporti con le donne crescano sui pali della lap dance, un po’ come l’edera. Gente di mezza età o anche giovane che ha sostituito definitivamente il cuore con il pene, credendo che tutto ciò che riguarda il glande possa comunque definirsi amore. Gente che si aliena dal mondo reale, che vorrebbe che per strada le donne ballassero nude attaccate ai lampioni. Gente che si lascia andare, che si imbruttisce. Fra quella gente, in quel periodo, c’ero anch’io. Un omone triste, solo e brutto.

Un sabato sera i miei amici erano impegnati per i fatti loro e io, per raschiare per bene il fondo del barile, decisi di andare al night club da solo, come i peggiori serial killer. Talvolta però a raschiare il fondo del barile si trova qualcosa (e non intendo feci).

Arrivato al night sprofondai in un divanetto nella penombra del locale e della mia vita, e cominciai a guardare le ballerine svogliate appese ai pali. Ad un certo punto mi si avvicinò una di queste ragazze, piuttosto alta, mora, con un bikini bianco luccicante, fatto con la stessa quantità di stoffa di un fazzoletto da taschino, che metteva in risalto un seno da ciociara.

La ragazza mi si sedette a fianco e invece di dirmi il solito: “Mi offri da bere?”, oppure: “Ti va di fare un bel privé?”, a cui io avrei dovuto rispondere tirando fuori scuse da accattone in dissesto economico (“Scusa, non ho tanti soldi con me”, che sottintende: “Oltre ad essere un uomo triste e solo, sono pure povero”), mi disse un semplice e inaspettato: “Ciao Giorgio.”

Ovviamente quel saluto mi stupì perché non ero abituato a essere chiamato per nome in locali del genere, anche se in verità, se avessi continuato a frequentare il locale con l’assiduità di quel periodo, a lungo andare mi avrebbero accolto all’entrata suonando le trombe, sbattendo per terra uno scettro e scandendo ad alta voce il mio nome: “Il marchese Giorgio Desideri, porcello disadattato!”

Comunque, guardai la ragazza e pian piano nella penombra mi apparve un viso che ricordai di aver visto solo qualche giorno prima a casa di Fede. Ero stato a casa del mio amico una sera e come al solito era scattato il momento dei ricordi del liceo, il momento in cui si pensa a episodi che veramente hanno lasciato un segno nella nostra vita. Perché poi, in fondo, noi siamo dei sentimentalisti sguaiati; noi, quando alla radio mandano I migliori anni della nostra vita di Renato Zero, non cambiamo mai stazione e pensiamo sempre ai tempi del Liceo Catullo.

Nel momento-nostalgia Fede ha tirato fuori una videocassetta di un filmato che aveva girato in classe con la telecamera durante un’ora del Professor Biagi (e pensare che all’ultimo anno di Liceo c’era pure gente preoccupata per l’esame di maturità, mentre noi giravamo i filmati con la telecamera per fissare su pellicola la nostra demenza e consegnarla ai posteri). Nel filmato, tra le altre assurdità, si vede Giovanni che balla il tango davanti alla cattedra con la nostra compagna Chiara Bianchelli, sin dalla quarta ginnasio famosa per il suo seno rigoglioso. Ebbene, seduta davanti a me in quel divano di night club si trovava proprio Chiara Bianchelli, la popputa ballerina di tango, adesso popputa ballerina di lap dance.

La cosa mi lasciò del tutto spaesato: che reazione avreste se scopriste che una vostra compagna del liceo è diventata una specie di mignotta? E che voi siete suoi clienti? E’ una situazione ai limiti dell’incredibile, quasi da soap opera, dove col passare degli anni tutti inaspettatamente si trombano tutti gli altri.

Decisi quindi di buttarla sul sorpreso/simpatico: “Chiara? Non dirmi che sei Chiara! Bella figura di merda che ho fatto.”

Anche lei sembrò prenderla simpaticamente: “E io allora? Io sono anche quasi nuda.”

Sembravamo aver rotto il ghiaccio. Io continuai, adesso quasi ringalluzzito: “Beh, non è che stai proprio male vestita così, ti vedo sempre in forma”. Lei sorrise, allora dissi ancora: “Ma dai, dimmi: come stai? cosa ci fai qui?"

“Io ci lavoro qui, Giorgio, se non si capiva già dal vestito”, rispose imbarazzata.

Certo che anch’io, che bella domanda idiota: secondo te, Giorgio, cosa ci fa una donna con le tette fuori in un night club? La capocontabile?

“Facevo la cubista in discoteca - proseguì lei - poi un amico mi ha proposto il night e ho accettato, perché pagano molto di più. Certo, l’attività è un po’ diversa, più squallida, ma io sono sempre stata abituata ad avere gli occhi addosso. Adesso c’è anche qualche mano, ma cerco di sopportarlo.”

Fece una pausa con un sorriso strano sulla bocca, e guardandomi fisso negli occhi disse: “Ma la domanda che interessa a me è: cosa ci fai tu qua?”

Cosa si risponde a una domanda del genere? Quel tu sottintendeva un porcile di cui Giorgio Desideri era il sovrano incontrastato. Potevo trovare qualche scusa maschile del tipo “sono qua con gli amici, per fare un po’ gli stupidi”, anche se poi a ben vedere non c’era un mio amico nel raggio di novanta chilometri e per sostenere la bugia avrei dovuto stringere un veloce ma profondo legame con il sessantenne calvo e ubriaco che mi sedeva a fianco. Oppure avrei potuto dire che era per cambiare, per fare una serata diversa: sì, ma perché da solo? La serata dello strangolatore di Boston? Alla fine decisi di puntare sulla sincerità, tanto se c’era da toccare il fondo ormai l’avevo già fatto e dunque adesso non mi restava che provare a risalire.

“Sarò sincero Chiara: sono qua perché sono solo” dissi. “E’ un periodo che va così, non ho la ragazza e non riesco a conoscerne proprio. Sarà perché faccio una vita di merda.”

Certo se volevo dare un’idea brillante e spumeggiante di me, non avevo affatto iniziato alla grande. Ma a Chiara pareva interessare quello che dicevo, sembrava quasi che i suoi grandi occhi verdi si dilatassero nell’ascoltarmi, e in quel momento successe qualcosa: di solito non si prova mai attrazione per le ex compagne di classe del liceo: insomma, ci sei stato in classe cinque anni, avrai pur capito se ti piacciono o no. Ma a volte noi e loro cambiamo, o forse è la vita che cambia, fatto sta che Chiara mi piaceva. Mi piaceva parecchio, e non solo per il bikini.

Solo scambiando quelle poche parole mi trasmetteva una grande dolcezza, oltre a una lieve sensazione di tristezza, la tristezza di chi non è soddisfatto del tutto. Chiara era come me.

 

(da "Fino alle lacrime")

 

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lun

20

ott

2014

Quando la gente perde la testa: 6 casi di scuola

 

1) QUANDO BISOGNA SCENDERE DALL’AUTOBUS

Quella paura smisurata di restare intrappolati nella calca, mancare la fermata, e ritrovarsi nel Vermont.

 

2) QUANDO NEVICA

Le leggi sono sospese e il Codice della Strada diventa un buffo almanacco di bizzarrie. Cade acqua solida dal cielo, d’altronde.

 

3) QUANDO BISOGNA PAGARE IL PARCHEGGIO ALLA COLONNINA

A nulla vale nemmeno una laurea in Fisica alla Normale di Pisa: sguardo confuso, intricati ragionamenti, finanche un filo di bava ad un angolo della bocca. E monete infilate come in una slot machine, pregando per un sì.

 

4) QUANDO SI RICEVE UNA MULTA

L’inaccettabile sfregio sociale derivante dalla punizione, il senso di colpa che punta il dito contro l’accusatore. “Andavo ai centotrenta in un centro abitato, con il cellulare all’orecchio, le pinne ai piedi, e un gatto da accarezzare appoggiato sulle ginocchia. Però quando mi hanno fermato non mi hanno chiesto il codice fiscale. Avvocato, possiamo fare qualcosa?” “Sì, pagare.”

 

5) QUANDO SI PARTECIPA A UN’ASSEMBLEA CONDOMINIALE

La spietata democrazia dei millesimi, che pone sullo stesso piano tuttologi, taccagni, attaccabrighe e fanfaroni. E, come sempre, il grande classico: tutti avvocati!

 

6) QUANDO CI SI TROVA DAVANTI AD UN BUFFET

Non ce ne sarà mai abbastanza, e ne resterà soltanto uno: il più affamato. 16.000 calorie con i primi due piatti sono un buon modo di affrontare il problema.

 

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ven

17

ott

2014

Due vite possibili

Ci sono due vite possibili.

Una in cui ami di più il primo bacio, un’altra in cui ami di più l’intera storia.

Una in cui scegli la libertà di un momento, un’altra in cui scegli la pace di una vita.

Una in cui tutti i momenti formano la vita, un’altra in cui tutta la vita è un unico momento.

Una in cui scegli il viaggio, un’altra in cui scegli la meta.

Una in cui scegli gli alti e i bassi, un’altra in cui scegli di andare dritto.

Una in cui scegli una casa spesso vuota, un’altra in cui scegli una casa sempre piena.

Una in cui nella solitudine nuoti, un’altra in cui ti sposi un bagnino.

Una in cui accetti la malinconia, un'altra in cui desideri la tranquillità. 

Una in cui non smetti mai di inseguire i sogni che avevi da bambino, un’altra in cui ti accorgi di aver realizzato sogni diversi da quelli.

Una in cui un bambino lo resti per sempre, un’altra in cui allo specchio vedi un adulto.

Una in cui nel letto dormi a stella marina, un’altra in cui nel letto dormi a conchiglia.

Una in cui ti sbronzi sotto le stelle, un’altra in cui vai a correre all’alba.

Una in cui sei un amico, un’altra in cui sei un padre.

Una in cui accetti di accogliere e perdere tutto in ogni istante, un’altra in cui vuoi la certezza di avere sempre qualcosa.

Tu quale hai scelto?

 

 

P.s.: Scaricate FACCINE (LA GUIDA DEFINITIVA)! Ormai è virale!

 

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lun

13

ott

2014

Faccine di WhatsApp: IL LIBRO

 

Certe volte un uomo deve assumersi le sue responsabilità. Certe volte non ci si può nascondere dietro la fitta coltre dell'omertà, non ci si può adagiare sotto la tiepida coperta della pigrizia e del disimpegno. Certe volte bisogna scendere in campo ed esporsi. Urlare al mondo la verità. Disvelare, illuminare ed anche combattere per quello in cui si crede. Lo hanno fatto Mosè e Leonida, Berlusconi e Grillo. E l'ho fatto anch'io. Quando il post sull'interpretazione delle faccine di WhatsApp ha raggiunto le 8.000 visualizzazioni, ho compreso che la voglia di sapere era un fiume in piena che esigeva un ulteriore scatto verso la conoscenza, verso il motivo recondito che ci spinge, invece di parlare, a utilizzare piccoli visi itterici che sputano cuori ed espellono lacrime sproporzionate. Allora ho scritto un libro, che dono all'umanità gratuitamente. Non ringraziatemi, ho solo eseguito il compito che il destino aveva in serbo per me.  

libro_faccine.pdf
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lun

13

ott

2014

La più grande presentazione dopo il Big Bang

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ven

10

ott

2014

I Premi Nobel del futuro

 

10/10/2018, Stoccolma – L’Accademia Reale Svedese di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Chimica, postumo, a John Stith Pemberton, farmacista statunitense, inventore della Coca Cola.

Motivazione: nonostante tutte le leggende che circolano sul conto della Coca Cola, ad esempio che corrode i gusci delle uova o che fa scoppiare le bottiglie se ci mettete dentro una Mentos (e poi perché diavolo dovete mettere i gusci delle uova o le Mentos dentro la Coca Cola, bevetela e basta no? Per caso quando bevete un bicchiere d’acqua ci buttate dentro la fecola di patate oppure i cioccolatini per vedere l'effetto che fa?), questa bevanda è la più grande invenzione in campo chimico dell’ultimo secolo. Non c’è una sola persona al mondo che possa dire che la Coca Cola non sia buona, e questo perché, Dio del cielo, la Coca Cola è buonissima.

 

11/10/2018, Stoccolma – L’Istituto Karolinska di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina alla casa farmaceutica Angelini, che ha messo a punto e distribuisce il medicinale "Moment".

Motivazione: il Moment è un elisir, fa resuscitare i morti. Anche dopo le peggiori sbornie che capitano in vita, quelle che asciugano la bocca e fanno scoppiare la testa, il Moment è capace di rimetterti in sesto: ti calma le membra doloranti e spossate, e un po’ ti ammansisce anche l’anima. Incredibile, il Moment.

 

13/10/2018, Stoccolma - L’Accademia Reale Svedese di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a George Lucas, per la saga di “Star Wars”.

Motivazione: tutti conoscono i personaggi e le storie di Star Wars, e questa enorme diffusione popolare va premiata assieme all’incredibile fantasia dell’autore: insomma, non è mica facile inventarsi di sana pianta intere costellazioni di pianeti inesistenti, forme di governo spaziali costituzionalmente credibili, personaggi di tutte le risme, dai più improbabili (pelosi, meccanici, gelatinosi, colorati) ai più coraggiosi e retti, i quali inoltre interagiscono nei modi più vari, ad esempio combattendo con spade luminose e vagamente falliche, instaurando amicizie, innamorandosi, il tutto spesso parlando lingue scapestrate, anch’esse totalmente inventate.

 

15/10/2018, Stoccolma - L’Accademia Reale Svedese delle Scienze di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Fisica, postumo, allo statunitense Percy Spencer, inventore del forno a microonde.

Motivazione: il forno a microonde ha salvato dalla fame più spietata intere generazioni di persone: i single, i pigri, i maldestri, quelli che vanno sempre di fretta e quelli a cui non piace cucinare. 

E’ un fenomeno che lascia sempre stupefatti il poter infilare una pietanza in quel forno e zac!, dopo pochi secondi -  secondi non minuti! -  trovarsela già bella che cotta.

 

16/10/2018, Stoccolma - La Banca Nazionale di Svezia rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia al Consiglio Nazionale Italiano dei Commercialisti ed Esperti Contabili, in rappresentanza di tutti i dottori commercialisti italiani.

Motivazione: con instancabile perizia e consigli economici che lambiscono il genio, i dottori commercialisti italiani, giorno dopo giorno, anno dopo anno, permettono ai propri concittadini di non annegare, ed invece di sopravvivere con dignità, nella demenziale legislazione tributaria italiana, così consegnando al consapevole arbitrio dei medesimi concittadini una duratura, austera, spavalda, ed immensa evasione fiscale.

 

18/10/2011, Oslo - Il Comitato nominato dal Parlamento Norvegese per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace rende nota l’assegnazione di tale Premio, postumo, a John Lennon.

Motivazione: con tutto quello che il buon John ha cantato, ha detto e ha fatto per la pace, a volte in maniera anche piuttosto balorda, tipo stare a letto una settimana invocando pace per il mondo (protesta piuttosto riposante, non c’è che dire), ebbene un grande riconoscimento gli va dato, per dare una possibilità a quella pace che lui invocava. Questo per dimostrarti che, in fin dei conti, John, non eri un sognatore.

Post scritpum: questo premio viene assegnato a condizione che non lo ritiri Yoko Ono, che solo perché è stata con Lennon adesso ce la troviamo dappertutto per meriti non suoi, e non trasmette certo la gioia e la serenità che questo Premio dovrebbe invece trasmettere, e piuttosto Yoko, oltre a non essere proprio una Venere (locuzione galante per non dire che assomiglia a un carlino con la parrucca), pare anche emanare una certa dose di sfiga.

 

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mar

07

ott

2014

15 falsi storici di una certa rilevanza

 

1) LA PREVIDENZA SOCIALE

Meglio ottomila euro quest’anno, che otto euro mai.

 

2) IL JAZZ

Non piace nemmeno a chi lo ascolta.

 

3) LA BIRRA ICHNUSA

Grano e sugna.

 

4) LA DISCOTECA

C’era una volta.

 

5) NON METTERE IL FORMAGGIO GRANA SULLA PASTA AL TONNO

Non scherziamo.

 

6) GLI AVVOCATI SONO RICCHI

Il mio carrozziere è molto più ricco di me.

 

7) L’ULTIMO DELL’ANNO

Divertiamoci per forza.

 

8) LA SERIETA’

Non dà la patente di nulla.

 

9) IL VINITALY

Ber par ber. E cosce.

 

10) MIAMI

Riccione a dieci ore di volo.

 

11) IL MANCATO INVITO A UN MATRIMONIO E’ UNA SCORTESIA

La vita è troppo breve per perderla in cerimonie altrui.

 

12) IL CALCIO

Non ci crede più nessuno.

 

13) L’ETA’

Gli anni sono numeri (per chi ci crede).

 

14) LA CRAVATTA

Più artisti e meno travet.

 

15) QUESTO POST

Io dico solo fesserie.

 

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ven

03

ott

2014

Tutti avvocati!

 

Qualche giorno fa, senza riuscire a trattenere un sorriso, ho letto una buffa dichiarazione dell’Associazione Nazionale Esperti Infortunistica Stradale, secondo cui la riforma della giustizia civile in via di approvazione vorrebbe consegnare l’assistenza legale stragiudiziale nelle mani degli avvocati, “favorendo ancora una volta la lobby degli avvocati” (proprio così: “favorendo ancora una volta” e “la lobby degli avvocati”!).

Innanzitutto, non vedo cosa ci sia di così scandaloso nel fatto che siano gli avvocati i soggetti scelti dal legislatore per fornire l’assistenza legale stragiudiziale ai cittadini: poiché questi poveruomini hanno studiato presso un’università di giurisprudenza per cinque anni, nel corso dei quali hanno sostenuto trenta esami di diritto, hanno poi svolto due anni di pratica forense, hanno infine affrontato e superato un esame scritto della durata complessiva di oltre venti ore vertente su materie giuridiche e un esame orale avente ad oggetto circa quattromila pagine che parlano di legge, direi che gli avvocati hanno tutto il diritto (ah ah!) di essere considerati i professionisti maggiormente qualificati ad offrire la consulenza stragiudiziale ai cittadini.

Quanto alla “lobby degli avvocati”, favorita “ancora una volta”, chiederei cortesemente ad una qualsiasi persona che non viva in un legal thriller di John Grisham ma sulla Terra, di delinearmi bene i contorni e l’influenza di questa lobby e di elencarmi tutte le numerosissime volte in cui questa potentissima lobby è stata favorita, perché io, invece, faccio parte di una categoria che nella stragrande maggioranza dei casi è alle soglie della povertà, paga cifre esorbitanti per i contributi previdenziali, è soffocata dalla concorrenza e dagli incombenti, viene ritenuta dal legislatore – nemmeno troppo nascostamente – come la causa di tutti i mali della giustizia (potete mettere tutti i filtri che volete al processo: mediazione, negoziazione, salto in un cerchio infuocato, ma non sono gli avvocati a non accordarsi e a voler fare le cause, sono i clienti; se volete cambiare la giustizia, dovete cambiare l’umanità, non eliminare gli avvocati), anche se poi è proprio sulla nostra categoria che si scaricano tutti i malfunzionamenti della giustizia medesima (prendiamo il periodo feriale dei magistrati, che dovrebbe essere ridotto: i giudici continueranno a rinviare le udienze ignorando la riduzione del periodo feriale perché il calendario delle udienze lo gestiscono a loro discrezione, l’unico effetto sarà che tra un’udienza e l’altra scadranno più velocemente i termini per il deposito delle memorie, e quindi gli unici a lavorare di più d’estate saranno gli avvocati).

Ma la cosa che mi colpisce maggiormente è questo affanno e questa pervicacia con cui diverse categorie aspirino a sostituirsi agli avvocati. Non ad altre categorie, solo agli avvocati.

I fruttivendoli non hanno mai preteso di operare a cuore aperto, né i bagnini di progettare grattacieli. Ma tutti, chissà perché, pretendono di fare gli avvocati. Esperti di infortunistica stradale, commercialisti, geometri, amministratori di condominio, bancari, ragionieri, notai, giornalisti. Tutti si sentono avvocati.

Tutti, in fondo, sono avvocati.

E io credo di sapere il motivo: perché, sotto sotto, credono che invece funzioni proprio come in un legal thriller di John Grisham, come in un film in cui Tom Cruise torchia Jack Nicholson, come se la professione di avvocato fosse, in fondo, solo un bel vestito e tante parole, come se non servissero tutti quegli anni di studio e di preparazione per difendere adeguatamente una persona.

Vi svelo un segreto: Tom Cruise non è un avvocato. Ma neanche Marco Travaglio, per dire.   

 

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mar

30

set

2014

Prendetevi George Clooney

 

Che vita di merda.

E’ incredibile: io peso diciotto chili, vengo dal Giappone - dal Giappone cacchio! mica da Savona - e mi hanno infilato in una vasca lunga ottanta centimetri e larga neanche due metri. In avanti e indietro praticamente non riesco neanche ad andare, almeno fino a quando non avrò imparato a fare trekking sul bordo della vasca, mentre a lato posso fare sì e no due passi. Praticamente sto sempre fermo immobile, è come se fossi morto.

Ma allora potevate prendervi un granchio morto e imbalsamarlo invece di pescare me, il Granchio Gigante del Giappone, che nonostante un nome così mi tocca stare impalato tutto il giorno in questa assurda vasca dell’Acquario di Genova.

E la cosa che più mi fa incazzare è che esattamente di fronte a me c’è la vasca delle foche: io chiuso in una specie di water, e quelle stronze che invece nuotano in una vasca grande come l’Oceano Pacifico. Si tuffano, si flettono, sguazzano, sfrecciano, quelle maledette. Tutto questo solo perché loro piacciono ai bambini. E ci credo: quelle bestie informi coi baffi fanno solo ridere. Certamente io non sono molto attraente, ma cazzo, io sono un granchio, cosa volevate? Se volevate qualcosa di attraente, prendevate George Clooney e lo ficcavate in questa cazzo di vasca.

Dio solo sa quanti bambini passano ogni giorno per l’Acquario di Genova. Con le loro manine sudate si attaccano alla vasca, che già è piccola, e in questo modo diventa anche tutta opaca. Quindi oltre a non potermi muovere non vedo neanche niente. Immobile e cieco. Che vita di merda.

Poi ci sono gli squali, altri bei paraculo: anche loro hanno una vasca enorme, perché devono aggirarsi spaventosi e misteriosi nell’acqua. Ma fatemi il piacere! Non hanno neanche i denti, quei deficienti. Nuotano rincretiniti, e non sanno neanche dove si trovano: addomesticati e imbolsiti dalla cattività, se per caso dovessero trovarsi davanti ad un uomo, il massimo che riuscirebbero a fare sarebbe scambiarsi i biglietti da visita.

Come me, invece, fanno una vita di merda anche le razze e i pinguini. Le razze si trovano in una vasca aperta e possono essere toccate da tutti. Ovviamente i più molesti sono sempre quei maledetti bambini: i genitori, più stupidi di loro, li prendono in braccio e li calano dentro l’acqua praticamente fino alla vita perché quei mocciosi possano toccare il dorso delle razze. Ovviamente i bambini non si limitano a toccare, ma lasciano l’impronta della propria mano come le star del cinema nei viali di Hollywood. Quindi le razze sono tutte tumefatte, poveracce. Che li pungessero con la loro coda in uno scatto d’orgoglio! Vieni vieni bambino, accarezzami pure, e poi pem!, una bella virata e una puntura sul culo. Vedrai che gli passa la voglia a quei dementi.

I pinguini invece sono rinchiusi in una vasca squallida, illuminata con luci al neon che la fanno sembrare una sede del catasto. Quei poveretti sono alienati: stanno fermi immobili, ritti, con gli occhi neri fissi verso il niente, e ogni tanto si cagano addosso. Pensano a tempi andati, a cose belle, a ricordi felici. Si allontanano con la mente, ma il neon li riporta sempre alla realtà.

Anch’io a volte sogno di andarmene di qua, non dico di tornare nell’Oceano Pacifico, ma almeno di fare due passi in città, giusto per sgranchirmi le chele.

Ascoltando i turisti, ormai mi sono fatto un chiaro itinerario in mente. Uscirei dall’Acquario, passerei sotto la sopraelevata, mi infilerei in un carruggio, e andrei su verso il centro. A metà strada mi fermerei a mangiare una focaccia, e poi andrei in Via Garibaldi a fare un bello struscio. Palazzo Bianco, Palazzo Rosso, proprio come un turista. Poi pian piano ritornerei verso il porto. Il tempo di un piatto di trofie al pesto all’Osteria di Vico Palla e poi, una volta arrivato vicino al mare, all’ora del tramonto, guarderei per un attimo la Lanterna, e cercherei un angolino tranquillo. Lì mi butterei in acqua, e chi s’è visto s’è visto.

Andrei semplicemente dove mi porta il mare: qualunque posto fosse, foss’anche Savona, sarebbe meglio che qui.

 

(da "Guida del mondo per gente strana")

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ven

26

set

2014

Certi sogni hanno la data di scadenza (Bono and Me)

 

Certi sogni hanno la data di scadenza. Ci sono momenti, nella vita, in cui ti guardi intorno e pensi: “Ok, questo l’ho fatto, e ora?” Ti trovi lì, un po’ smarrito, il tempo fermo, e ti chiedi se d’ora in poi potrà mai essere meglio di così. E spesso non lo sarà più, o sarà diverso.

A me è capitato quando ho incontrato Bono.

Durante l’adolescenza ho avuto due idoli: Michael Jordan e il cantante degli U2. Quando la passione per il basket è diminuita, è cresciuta quella per la musica, dal momento in cui, con un certo ritardo, ho ascoltato un live dello Zoo Tv Tour, la serie di concerti che ha seguito Achtung Baby. Sono rimasto folgorato: era melodia, bellezza, struggimento e romanticismo, era (ed è) tutto quello che vorrei essere io se fossi una canzone.

Michael, artista assoluto, miglior giocatore di basket di tutti i tempi, purtroppo non l’ho mai incontrato, ma Bono sì.

Era il marzo del 2001, l’anno in cui mi sono laureato. Dopo essere diventato l’ennesimo, inutile, dottore in giurisprudenza, ho preso un volo per New York e poi da lì, in un delirante triangolo, sono andato a Dublino, insieme a due amici. Uno di loro studiava In Irlanda e, per risparmiare due sterline, ci aveva trovato un appartamento senza riscaldamento in periferia, nel quartiere di Stillorgan, dove i nomi delle vie contengono tutti la parola “Stillorgan” e nemmeno i tassisti sanno riportarti a casa (eh sì, è proprio come se quelle vie non avessero nome): ti scaricano in un punto imprecisato del mazzo di strade tutte uguali e ti devi arrangiare.

La notte dormivo con il cappello di lana, ho fatto la doccia solo il primo giorno, e, dopo aver scoperto che in casa stavano rifacendo il tetto e quindi per lavarsi ci si denudava in mezzo al Nord Europa, non l’ho più fatta. Con il risultato che, dopo un paio di giorni, avevo i vestiti che camminavano da soli e i capelli di un playmobil.

E pensare che io a Dublino ci ero già stato due volte, perché me l’avevano resa romantica gli U2 e perché è una città che adoro per il suo modo fresco e brillante di trascorrere la vita: fai tutto quello che vuoi, ma alle sei entri in un pub, goodnight and God bless you.

Entrambe le volte ero stato in pellegrinaggio alla villa di Bono sulle scogliere di Killiney sperando di incontrarlo, ma quella è una cosa da ebeti principianti, come se Bono facesse entrare tutti i pazzi che si presentano al cancello di casa sua: “Prego, venite dentro, se volete posso anche consegnarvi degli affilati coltelli da cucina per tenermi in ostaggio e sgozzare i miei figli”.

Sarà stata la laurea, ma quell’anno ero più maturo ed efficiente. Il primo passaggio è stato al vecchio studio di registrazione degli U2, a Windmill Lane: anche quella è una scelta da fan disadattato, perché non è che se vai a Londra trovi più i Rolling Stones nella prima cantina lercia in cui hanno iniziato a suonare, ma quell’anno girava voce che la band avesse ripreso a frequentare quegli studi. Come tutte le voci sparse dai fan disadattati ovviamente era una bufala, e tuttavia entrammo negli studi, in modo più o meno clandestino. A quel punto, baciati dal destino per l’audacia, avvenne l’incontro decisivo: una specie di custode/guardiano ci beccò in flagrante, ci chiese chi diavolo eravamo e, invece di consegnarci alla giustizia, ci disse di essere stato in passato una delle guardie del corpo degli U2 durante i loro tour, ci disse che sapeva bene dove si trovavano a suonare e registrare, e che ci avrebbe portato lui, subito, in quel preciso momento. Questa è l’Irlanda: l’alcool è motivo di orgoglio nazionale, e i disadattati vengono incoraggiati.

E insomma l’ex-guardia del corpo ci fece salire in macchina e ci scaricò ad Hanover Quay, una via stretta lungo uno dei canali che si diramano dal Liffey: lì suonano gli U2, in quei bassi capannoni lungo il canale.

Ce ne accorgemmo subito dal fatto che da una finestra sentimmo provenire l’arpeggio iniziale di Where the streets have no name, che è l’equivalente, per un fan della Disney, di andare a Orlando, affacciarsi al castello del parco e vedere Cenerentola in carne e ossa che smadonna perché tutte le scarpe le vanno strette.

C’è anche una panchina davanti agli studi, piazzata apposta per i fan. Un cartello dice, più o meno: “se non rompete i coglioni, vi verremo a salutare”.  E infatti c’era un ragazzo, uno venuto in giornata da Londra, che aveva gli autografi di tutti i componenti della band. Era ormai buio e il disadattato numero 4, prima di tornare in aeroporto, ci consigliò di ripassare la mattina dopo sul tardi: li avremmo trovati all’entrata, com’era successo a lui.

Il giorno dopo, alle undici, ci presentammo davanti agli studi. Il vento di marzo, a Dublino, è un rasoio che ti scartavetra la pelle, e dopo aver atteso invano più di due ore e aver perso la sensibilità a tutte le estremità del corpo, ano compreso, la saracinesca di un piccolo garage si aprì automaticamente. Da un’estremità della via, uno dopo l’altro, arrivarono in macchina Larry Mullen, Adam Clayton e poi The Edge. Credo che ormai seguano sempre la stessa sequenza dei concerti per ogni cosa che fanno, probabilmente anche quando vanno in bagno o in posta: Larry ritira il numerino, Adam fa la coda, Edge spedisce il pacco. I tre ci videro, ci salutarono dall’auto ed entrarono nell’edificio. Bello, certamente, ma non avevamo perso l’uso delle mani, dei piedi e degli sfinteri per un salutino da dietro il parabrezza.

Ma ecco che, come nei concerti, dalla parte opposta della via, arrivò una grande Mercedes nera: alla guida il manager degli U2, Paul McGuinness, e al posto del passeggero finalmente lui, Paul Hewson, detto Bono. Parcheggiarono alla cattiva sul marciapiede (ehi, c’era Bono in quella macchina, le regole stradali saltano al suo cospetto!) e scesero. Il cantante ci vide e venne verso di noi. Ecco, quello fu il momento in cui il sogno ebbe la sua data di scadenza.

“Ciao ragazzi”.

“Ciao”.

“Da dove venite?”

“Dall’Italia”.

“Dall’Italia? Così lontano? Grazie di essere venuti fin qua. Io adoro l’Italia”.

E insomma dai, non è che poi alla fine hai tante altre cose da dire alla tua rockstar preferita, né lui certamente ha tanto altro da dire a te, non è che potete mettervi a parlare delle scelte post-universitarie o dell’eterno dilemma more/bionde tette grandi/tette piccole.

“Possiamo fare una foto insieme?”

“Certo”.

Prima la fecero i miei amici, poi io. Mi avvicinai a Bono, che in buona sostanza è un simpatico nanetto a cui do 15 centimetri (e che, dalla cera, la notte prima aveva fatto una sbronza colossale, persino più di noi), e il rullino della macchina fotografica finì con quella foto. Era venuta? Non era venuta? Con i rullini non si è mai capito se erano le prime o le ultime foto a non venire. “Fuck!”, dissi, e Bono, sorridendo, fece per andare via. Ma proprio per niente, Paul. Figurati se mi tengo quel dubbio. Lo afferrai da una spalla e gli chiesi di farne un’altra. Lui rimase per un attimo stupito e interdetto, guardò se da qualche parte avevo quegli affilati coltelli da cucina, non li vide, e infine, rassicurato, fece la foto.

Quando, dopo qualche ora, rigiravo tra le mani la mia foto con Bono, non riuscivo a crederci: anni di canzoni cantate a squarciagola, sussurrate in silenzio, ballate di notte con le donne amate, associate a tantissimi momenti della mia vita, tutti racchiusi in quella foto. Ero contento, ma ero triste: in fondo, non vorresti mai che quello che hai mitizzato diventasse reale.

Non è un caso che, da allora, gli U2 non abbiano più inciso album davvero memorabili; non è un caso che io stesso non sia più stato un fan disadattato; non è un caso che sia riuscito a prendere tutto con più distacco, a volte persino con cinismo. E non parlo solo dell’attaccamento ai propri idoli, parlo della vita in generale.

Non è un caso, ma un po’ mi dispiace. Perché la vita è un equilibrio tra sogni che si realizzano e sogni che si devono ancora realizzare, ma tra la vita e i sogni, io scelgo i sogni, tutta la vita.

 

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ven

19

set

2014

Formulario per lasciarsi con dignità

 

Certi comportamenti femminili in fatto di amore, quei cambiamenti repentini senza motivo oppure per motivi che ai loro occhi sembrano di un’importanza incredibile e in realtà sono spesso minchiate spaventose oppure, e forse nella maggior parte delle ipotesi, non sono altro che nuovi uomini ai quali hanno solennemente deciso di concedersi, o semplicemente e candidamente si sono già concesse, sono talmente assurdi o ridicoli che non è neanche il caso di arrabbiarsi.

Tanto più quando quei comportamenti sono nascosti dietro un’apparenza di riflessione e dolore, con annesso un variegato formulario di frasi per le quali cerco di avere sempre la risposta pronta:

 

“Non puoi capire.”

Già, notoriamente sono un deficiente.

 

“Forse un giorno capirai.”

Ok, mi tengo un buchetto nel 2017.

 

"Vedrai che puoi riuscire a dimenticarmi.”

Certo che posso dimenticarti, con un po’ di impegno e un fazzoletto stretto fra i denti posso anche mozzarmi un orecchio con un coltello da cucina, ma magari non voglio dimenticarti.

 

“Spero che mi perdonerai.”

Sti cazzi.

 

“E’ stato doloroso, ma ho dovuto farlo.” 

Certo, un po' come quando fai la cacca dura.

 

“E’ un problema mio, tu non c’entri.”

E allora chi c’entra? L’idraulico? Direi che invece c’entro, dal momento che a restare solo come un castoro sifilitico sono io.

 

“Non ci sentiamo più, ma mi manchi tantissimo.” 

E allora sentiamoci, stupidotta.

 

"Posso chiamarti lo stesso anche se ci lasciamo?"

Scrivimi un fax.

 

“Ok, ti ho mollato, ma perché non mi chiami mai?”

Ma va a cagare.

 

(liberamente tratto da "Io ballo da solo (però mi guardo intorno)")

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lun

15

set

2014

Verona Beat

 

- Perché non sei andato a studiare lontano da Verona? - mi chiese.

- Mi piace Verona, ci sto bene. E poi le case universitarie mi danno l’idea di polvere e gatti.

- Di che?

- Non lo so, mi fanno venire in mente le cose di cui sono allergico: polvere e gatti. Mi danno l’idea di sporco, di confusione. Qualche mese fa sono stato a trovare una mia amica che studia a Bologna, e a casa sua c’era una marea di polvere. E poi anche un gatto che mangiava dal suo stesso piatto. Ho fatto trentadue starnuti consecutivi.

- Secondo me, è solo perché sei pigro. Sei un mammone che non vuole andare via di casa.

- Sono solo un provinciale, credo.

- “Non c’è mondo fuori dalle mura di Verona”? Una cosa così?

- No, quello no. Mi piace il mondo che c’è fuori, e mi piace andare a vederlo, mi piace viaggiare, ma a vivere sto bene qui. Sono un provinciale, ma odio il provincialismo. “Senza un gemito la provincia moriva al bar / paura di volar”. Una cosa così.

- Sempre Shakespeare?

- No, Gatti di Vicolo Miracoli.

- Chi?

- I Gatti di Vicolo Miracoli: Umberto Smaila, Jerry Calà, Franco Oppini, Nini Salerno … Non li conosci?

- No.

- Verona Beat è la canzone della nostra città! - protestai.

- Non li conosco - replicò lei risoluta. - Comunque, io credo invece che quando finirò il liceo, andrò a studiare a Milano.

- Ecco: Milano è il classico esempio di città, dove non vivrei mai.

- Perché sei pigro.

- No, perché fa schifo.

- Ci sei mai stato?

- Sì, ma sono sempre scappato.

- Secondo me ti sbagli. Dipende da come la vivi, dipende dalla predisposizione che hai. Io voglio scappare da qua: è una bella città, non lo nego, ma è così stretta, ti soffoca. Le stesse abitudini, le stesse persone...

- Se vuoi andare via, vai via, ma non scappare. Cioè, fallo perché vuoi andare in un posto nuovo, non perché vuoi scappare da dove sei. Se vai via solo per scappare, alla fine torni.

 

(da "Le addizioni femminili", next book, coming soon)

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ven

12

set

2014

Breve guida di Facebook per sole donne

 

1. Non mettere continuamente foto di gattini. Perché un social network tramuta rispettabili donne in scatenate gattare?

2. Non inserire ripetutamente lunghe e stucchevoli frasi fatte, tratte da film noiosi o libri mediocri (tipo i miei). Un po’ di originalità o quanto meno un po’ di gusto, cribbio.

3. Niente immagini di ninnoli a Natale, di uova a Pasqua, di zucche ad Halloween. E nemmeno foto di panorami trovate con Google Immagini. Dio mio, perché?

4. Non inserire un migliaio di foto e selfie in strepitosi bikini, e poi lamentarsi se vi chiede l’amicizia tutto il carcere dell’Ucciardone.

5. Nelle discussioni in chat, essere sintetiche ed efficaci: blocchi di sei frasi alla volta e faccine che esprimono ogni possibile sfumatura dell’animo umano, alla lunga stuficchiano l’interlocutore (sul tema faccine, dello stesso autore, vedasi anche qui).

6. Non inserire qualsiasi tipologia di link vi passi per la mente, dai video delle canzoni di Biagio Antonacci alla ricetta per preparare l’impepata di cozze, in una sfilza di settantacinque post: quello non è comunicare, è spam.

7. Non credere che importi sul serio a qualcuno quello che dite, perché purtroppo è come nella vita: come dice il protagonista di Caos Calmo (ma non citatelo in un post, adesso), la gente pensa a noi infinitamente meno di quello che crediamo. Il social network è un luogo in cui si va per guardare le foto degli altri, specialmente quelle in costume. Nient’altro.

8. Non create continuamente eventi, soprattutto se obiettivamente poco attraenti. O quanto meno non sperate che vengano tutti quelli che, per cortesia o per quieto vivere, dicono che parteciperanno. Al vostro reading dei libri di Raymond Carver  ne verrà uno su venti (e per fortuna, aggiungo io).

9. Quando andate in vacanza, andateci e basta, senza scrivere “si parteeeeeeeeeeee”. Se nella vita avete trent’anni, perché su Facebook ne avete sei?

10. Il mondo è fuori.

 

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lun

08

set

2014

Le 13 scuse più brillanti per non pagare i debiti

 

1) C’è la crisi.

 

2) Ti richiamo io domani (moltiplicare X 365 volte).

 

3) Entro la settimana prossima ti pago tutto.

 

4) Entro l’anno ti pago tutto.

 

5) Entro mai ti pago tutto.

 

6) Volevo farti il bonifico, ma mio figlio è caduto dal letto, ha battuto la testa e ho dovuto portarlo al Pronto Soccorso. “Ma tu non hai un figlio.” “Non cominciare a fare l’avvocato.”

 

7) Ti ho fatto il bonifico, vedrai che ti sta arrivando. Non è mica facile, per i piccioni di Unicredit, trasportare le banconote con quelle piccole zampette.

 

8) C’è stato un disguido con la banca. Quel solito problema per cui se io non do l’ordine di fare il bonifico, la banca, di sua iniziativa, mica lo fa. Che scansafatiche.

 

9) Porta pazienza. "Per quanto?" "Hai letto Il deserto dei Tartari?"

 

10) Ho molte spese in questo periodo. “E io non sono una di quelle?” “No, tu sei un avvocato.”

 

11) Sono in ospedale, appena esco ti pago tutto. La mia banca chiude quando io sono in ospedale.

 

12) Che esoso che sei! “Scusa, come pensi che mi mantenga?” “Beh, si sa che gli avvocati sono ricchi.” “Non è così.” “Non fai anche lo scrittore?” “Non si guadagna nulla a fare lo scrittore.” “Non fai anche il deejay?” “Non si guadagna nulla a fare il deejay.” “Non consegni le pizze a domicilio la sera?” “Dovrei consegnare le pizze a domicilio la sera perché tu non mi paghi?” “Non cominciare a fare l’avvocato.” “Non avrei dovuto, in effetti.”

 

13) C’è la crisi (lo so, l’ho già scritto, ma questo è un evergreen).

 

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ven

05

set

2014

Tre metri sopra il Cerro

Sandro Melotti ha 20 anni e lavora presso una malga sopra Erbezzo. E’ un tipo ribelle, ha il tratto cimbro, nel tempo libero partecipa a gare motociclistiche con un Ape Car truccato sui tornanti che portano a San Giorgio. Gioia Sauro ha 18 anni e lavora come cameriera e cantante di karaoke in una pizzeria di Cerro: è una ragazza semplice, dolce, sognatrice, peccato solo per quel problema di dipendenza dal Monte Veronese (e per i conseguenti 88 chili di peso).

I due si conoscono all’annuale Festa dell’Apicoltura di Bosco Chiesanuova: incontrandosi casualmente davanti alla stessa arnia, si scambiano un fugace ed intenso sguardo d’amore. La sera dopo Sandro invita Gioia a pattinare al Palaghiaccio, e lì, saldamente aggrappati alla balaustra della pista per non cadere rovinosamente sul ghiaccio e non vedersi così sfilare i legamenti dalle ginocchia, si danno il loro primo bacio. Poi Sandro deve però scappare a casa, non per un improvviso disamore bensì per gravi problemi intestinali, perché nella pista del ghiaccio è stato ricreato lo stesso habitat dell’Antartide.

Ma il loro rapporto continua incrollabile. Anche quando Gioia deve andare a studiare in Erasmus per sei mesi a Corbiolo, una mattina, nel campo sotto casa dove le vacche pascolano inebetite dalle mosche, troverà scritto: “Io e te, tre metri sopra il Cerro”. Corbiolo, appunto.

 

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lun

01

set

2014

25 indizi per capire se hai tirato i remi in barca

 

1) Prima litigavi con i tuoi genitori, adesso ti vesti come loro.

 

2) Indossi pantaloni di vigogna.

 

3) Indossi vestiti color carne.

 

4) Ti vanti di uscire tardi dal lavoro.

 

5) Confidi nella tredicesima.

 

6) Ricevere uno smartphone o un tablet dal datore di lavoro ti riempie di soddisfazione.

 

7) La tua serata ideale è una pizzata con sei coppie.

 

8) I tuoi discorsi pubblici riguardano al 95% il decorso delle gravidanze e i tecnicismi dell’allattamento.

 

9) Ti vanti di essere un avvocato.

 

10) Ti vanti di essere un commercialista.

 

11) Sul viso ti è spuntato un secondo mento. Talvolta anche un terzo.

 

12) Non guardi le stelle.

 

13) Non indossi più i jeans e le scarpe da ginnastica.

 

14) Non balli.

 

15) Conosci solo canzoni uscite nell’ultimo anno.

 

16) Se ti regalano un paio di Dr. Martens color ciliegia, non li indossi.

 

17) Scrivi su un blog, credendo di dire cose intelligenti.

 

18) Il tuo pepe e sale sembra solo molta forfora (forse lo è).

 

19) Necessiti di approvazione sociale.

 

20) Se bevi uno Spritz diventi molesto. Se bevi un Americano cominci a parlare il sanscrito. Se bevi un Negroni muori.

 

21) Quando vedi una persona che ha sette anni meno di te dici: “Ah, bei tempi”.

 

22) La domenica allo stadio è una finestra di libertà.

 

23) Credi molto nei regali di Natale.

 

24) Non baci in pubblico.

 

25) Dopo aver letto questa lista te la ridi pensando “ahahah, io sono proprio così!”. Non c’è niente da ridere. Scherzo, puoi ridere. Anzi no.

 

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ven

29

ago

2014

Fondamenti teorici del ruolo del deejay

 

Molti esseri umani, invece che limitarsi a ballare se la musica li soddisfa, o a non ballare se non li soddisfa, ritengono di avere il diritto/dovere di rivolgersi direttamente al deejay chiedendo la loro musica preferita, non rendendosi conto della soggettività della richiesta e ritenendo invece con incrollabile certezza che la loro musica preferita sia senz’altro la musica preferita da tutti.  

Il ruolo del deejay è come quello di un conducente di autobus: se tu vai ad una festa dove suona un deejay di musica rock’n’roll sai che sentirai rock’n’roll, e quello è, come quando sali sul 23 barrato e sai che ti porterà lì, lì e lì, e non ti metti a chiedere al conducente se può fare una deviazione per passare davanti ai Fori Imperiali perché sono molto belli. Se vuoi vedere i Fori Imperiali, scendi e prendi l’autobus che va ai Fori Imperiali.

E invece, di passeggeri scriteriati, ce ne sono sempre: quello che mentre sta girando Elvis Presley chiede una canzone degli Iron Maiden, quello che mentre stanno girando i Rolling Stones chiede Danza Kuduro, quello che mentre stanno girando gli Oasis chiede un pezzo sconosciuto a chiunque tranne a lui, probabilmente scritto dal suo panettiere, mostrando l’iPhone per far vedere il titolo, e ci resta pure molto male se il deejay non ce l’ha nella playlist, come se un deejay, in quanto tale, debba avere tra i propri pezzi tutti i pezzi mai registrati nell’intera produzione discografica mondiale dal 1932 ad oggi.

Il passeggero scriteriato, soprattutto, non capisce una cosa: come su un autobus, se il conducente modificasse il percorso su sua richiesta, tutti gli altri passeggeri saliti per un percorso prestabilito insulterebbero il conducente, così ad una festa, se il deejay cambiasse la musica su richiesta di un metallaro fuori luogo, tutti gli altri che stanno ballando felici insulterebbero il deejay.

Se venissero accolte le strampalate richieste di questi egocentrici ascoltatori, ci sarebbero feste con un solo invitato contentissimo, tutti gli altri scontenti e il deejay ricoperto di ingiurie. Ma tu vaglielo a spiegare al fan degli Iron Maiden (d'altronde stiamo parlando di uno che ha un diavolo dentone stampato sulla maglietta).

 

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mar

26

ago

2014

Ho scalato le montagne più alte, solo per stare con te

 

- Stavo pensando che aver avuto una relazione con te è stato come scalare una montagna. Immagina un uomo che vaga senza meta in pianura, una pianura tranquilla, abbastanza monotona, che si perde a vista d’occhio. Lui passeggia, è sereno, si annoia giusto un po’, perché tutto sembra sempre uguale.

All’improvviso si trova davanti a una montagna molto alta, e siccome è stufo della pianura, decide di cominciare a scalarla. Ma non è allenato, è tanto tempo che passeggia svagato in pianura e quindi fa una grandissima fatica a salire. Inciampa molte volte, si sloga pure una caviglia e almeno cento volte pensa di ritornare indietro. Ma, man mano che sale, vede aprirsi sempre di più il panorama, e decide di proseguire nella salita. E sale, suda, incespica, si graffia con i rami lungo il sentiero, ma sale. Oramai, a forza di camminare, è quasi arrivato in cima. Allora si ferma per un attimo a osservare il panorama, e quello che vede è uno spettacolo che non aveva mai visto prima: da quell’altezza vede fiumi limpidi che tagliano la pianura come lame di cristallo, vede fitti boschi che scoppiano di vita, vede persino il mare in lontananza, uno specchio calmo che riflette le speranze di chi lo guarda. Capisce che è valsa la pena di tutto quel cammino e che deve arrivare in cima. Però, dopo aver ripreso a camminare, trova sulla propria strada un tronco caduto che sbarra il passaggio. Enorme, impossibile da superare. Prova disperatamente ad aggirarlo, a cercare altri sentieri, ma non ce ne sono. Non può più proseguire, in nessun modo. Può solo tornare indietro, deve tornare indietro. Ma è rimasto talmente affascinato da quel panorama e dalla voglia di arrivare in cima, che comincia la discesa dalla montagna con lo sguardo rivolto alla vetta e le spalle alla pianura, camminando all’indietro. Così facendo, nuovamente, inciampa molte volte, si sloga una caviglia, e cento volte pensa di fermarsi e riprovare la scalata, illudendosi che forse una via per aggirare il tronco ci potrebbe essere, anche se sa benissimo che non c’è. Oramai, a forza di scendere, è quasi ritornato in piano. La cima non la vede quasi più. E allora decide di girarsi, di volgere le spalle alla vetta e dirigere lo sguardo a terra. La discesa così è molto più semplice e rapida e in breve tempo si ritrova a passeggiare in piano.

Diletta mi osservava in silenzio, ma gli occhi le tremavano.

- Cosa cerca, ora, quella persona? Non si sa: ricorda quanto bene stava sulla montagna, ma ricorda anche la grande fatica che ha fatto per arrivarci. Ricorda che in pianura si stufava, ma ricorda anche quanto di bello, della pianura, ha visto dalla montagna. E dunque, Diletta, se tu ora vuoi dirmi, come io so che tu vuoi dirmi, che vorresti prenderti ora il “ti amo” che io ti avevo detto allora, e quindi vuoi chiedermi cosa ne penso, ebbene io, Diletta, ti dico che non lo so. Ti dico che non so se ho voglia di scalare di nuovo quella montagna, che mi ha lasciato pieno di ferite, sia all’andata che al ritorno. Ti dico che non so nemmeno se, al momento, ho voglia di scalare alcuna montagna, perché ho scoperto tanti ottimi posti nella pianura in cui sto ora. Quello che posso dirti, Diletta, è che io mi ricorderò per sempre del panorama che ho visto da quella montagna. Quello che posso dirti è che aver visto quel panorama mi ha fatto cambiare la visione che ho del mondo e quindi mi ha cambiato la vita, e questo non lo dimenticherò mai.

 

(da "Le addizioni femminili", next book, coming soon)

 

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ven

22

ago

2014

Quando la presentazione di un libro è noiosa, vuol dire che il libro è brutto (o è brutto l'autore)

 

Questa sera è la volta di Giampaolo De Nardo, scrittore passato alla ribalta delle scene qualche tempo fa con un libro di grande successo intitolato Tre per Tre, un romanzo ufficialmente “di formazione” ma ufficiosamente adolescenziale, nonché piuttosto radical chic. Un romanzo che quindi ha avuto il consenso di tutti gli adolescenti e i radical chic d’Italia, e pertanto, sommando le due categorie, stiamo parlando praticamente di tutti i lettori italiani. Bisogna considerare infatti che gli adolescenti in Italia vanno dai quindici ai cinquantacinque anni, e che tra i radical chic del Belpaese rientrano numerose tipologie di persone: quelli che leggono i libri per moda; quelli che nemmeno li leggono ma li comprano e basta perché comunque garantisce un’aura da intellettuale accatastarli nelle librerie o ancor meglio sparpagliarli disordinatamente per casa, ma di certo poi non hanno voglia di leggersi le palle di cemento letterarie che si comprano; e infine quelli che vogliono avere qualcosa di cui parlare quando si accendono una sigaretta alle cene organizzate dall’amica divorziata o dall’amico pittore.

Comunque, dopo l’enorme successo di Tre per Tre, De Nardo ha pubblicato altri libri che non hanno venduto come il suo primo best seller, ma che hanno sempre provato a richiamarlo con titoli simili (Uno via l’altro, A gruppi di sei, Quarantaquattro gatti in fila per tre col resto di due: non me li ricordo esattamente tutti, comunque titoli del genere).

Stasera De Nardo si esibisce con un musicista dello Sri Lanka, che pare essere molto famoso nel suo Paese (d’altronde noi come facciamo a sapere chi è molto famoso nello Sri Lanka? Non siamo mica De Nardo, noi). Il musicista ha un nome impronunciabile e suona le percussioni.

Quando ieri Matteo ha saputo che scrivo per un giornale, e che, tra le altre cose, ho anche iniziato almeno una quindicina di volte il romanzo della vita e puntualmente non l’ho mai finito e ho le stesse probabilità di finirlo che di diventare astronauta, pilota della Mc Laren, ecc., ha insistito perché stasera andassimo a sentire De Nardo. Ha detto che avrei potuto imparare qualcosa.

Il posto mi piace, la manifestazione mi piace, e quindi ho detto di sì. Però, devo dire, questa sua insistenza mi preoccupa un po’.

 

Matteo a fianco a me sbuffa sonoramente, e si muove continuamente sulla sua sedia come se fosse rovente. Sembra non riesca a darsi pace.

In effetti lo spettacolo di De Nardo è iniziato un po’ in salita: in apertura, il percussionista dello Sri Lanka ci ha propinato per una ventina di minuti uno sbattimento di bonghi e aggeggi in rame simili alle vecchie pentole affisse ai muri nelle case di campagna, il tutto restando seduto in modo ieratico sul palco con le gambe incrociate e fasciate da ampi pantaloni che le facevano scomparire alla vista. Appariva quindi come uno strano essere composto del solo busto e con le mani intente a percuotere forsennatamente strumenti dal suono disturbante, la Dea Kalì ingaggiata dagli Stomp.

Dopo la Dea, è entrato in scena lo Scrittore, fascinoso cinquantenne, ammiccando alle signore divorziate e alle spose frustrate.

Prendendo alla lettera il significato della parola reading, De Nardo ha letto una quarantina di pagine del suo ultimo romanzo - praticamente metà libro - e cercando, con risultato assai maldestro, di interpretare scolasticamente le voci dei protagonisti secondo i loro accenti (il toscano che parla come Benigni, il romagnolo che parla come Arrigo Sacchi, il francese che parla come l’Ispettore Clouseau, la tedesca che parla come una soldatessa nazista bionda dei film di Indiana Jones).

Dopo questo fiume di lettura, una secchiata di noia ha smorzato gli animi di tutti gli spettatori, anche di quelli più entusiasti, e, come in un acquario dove i pesci vogliono improvvisamente mettersi a parlare, hanno cominciato a comparire i primi numerosi sbadigli. Ma il De Nardo forse proprio questo cercava: lo spettacolo difficile, lo svanire della gioia, il macigno culturale con cui potersi buttare in fondo al fiume.

Infatti, quando incautamente qualcuno tra il pubblico gli ha urlato “leggi Tre per Tre!”, lui non si è fatto pregare: con malcelata indifferenza ha fatto la ruota del pavone, ha risposto un artatamente distratto “va bene”, e poi, prendendo alla lettera anche l’incauto richiedente, ha letto pressoché tutto il tomo, quasi a darci a volerci dare la buonanotte al capezzale di un immaginario letto (letto che però in quel momento non avevamo e che invece ci avrebbe fatto un gran comodo per assopirci serenamente).

A questo punto, con la stanchezza che era diventata un’entità solida e si era posata nei posti più sconvenienti di ciascun spettatore, il De Nardo ha pensato bene di passare nuovamente il pallino del gioco - se possiamo definire gioco una performance così distante dal divertimento - all’uomo-busto dello Sri Lanka, presentando un suo pezzo di percussioni, esattamente uguale al precedente, recante il titolo, in piena cosmogonia dell’imbarazzo artistico, di Ginocchia Esili.  

Ed è appunto nel corso di questo pezzo che vedo Matteo enormemente insofferente. Per tutta la parte precedente dello spettacolo ha chiosato con trancianti battute le discutibili esibizioni dei due artisti, ma adesso pare aver perso ogni serenità, lo vedo proprio che non ne può più.

In effetti, Ginocchia Esili, se già il titolo lo lasciava intuire, è qualcosa di decisamente inaccettabile: non siamo in un campo difficile dell’arte, siamo nel campo limitrofo a quello dell’arte difficile: l’arte brutta. Terminata l’esibizione, gli spettatori non sono più normalmente seduti ai proprio posti, ma vi sono riversi come anguille malate.

Il De Nardo, come tutti gli artisti autocentrati che non sanno ascoltare il pubblico, non si accorge di nulla, e, fiero di tanta noia, chiede se qualcuno tra gli spettatori abbia qualche domanda da porgli.

Si crea quindi una piccola coda vicino al palco, composta da quegli irriducibili che pare abbiano, incredibilmente, apprezzato lo spettacolo (o forse lo danno solo a vedere per darsi il già descritto tono da radical chic, mentre durante lo spettacolo hanno invece giocato tutto il tempo con Ungry Birds sull’iPhone).

Mentre osservo le persone che stanno per porre le domande, la sensazione di ansia e terrore che mi aveva assalito sapendo di dover venire a questo evento assieme a Matteo, mi risale improvvisamente dalla pianta dei piedi e si impadronisce di tutte le mie interiora: a fianco a me, nuovamente come al concerto di Milano, Matteo non c’è più. Solo che adesso so già dove guardare.

Ed infatti, lo vedo in coda che vuole porre una domanda allo scrittore.

 

Passano quattro cinque domande inutili di spettatori in estasi, che da De Nardo si farebbero anche raccontare quante volte va di corpo durante il giorno e sarebbero comunque soddisfatti, e che lui fregia di risposte compiaciute e difficoltosamente modeste, quando ecco che è il turno di Matteo detto il Matto. Per quel che mi riguarda, so già che stiamo andando incontro al disastro, ma ormai ho imparato a conoscerlo e attendo la tempesta con una certa serenità.

Il Matto sale sul palco, afferra il microfono e si mette di tre quarti tra lo scrittore ed il pubblico, per parlare a tutti e due: “Ecco sì, signor De Nardo, io vorrei esprimere un commento su questo suo spettacolo, se fosse possibile.”

“Certo caro” risponde lo scrittore con fare mellifluo, sicuro dell’ennesimo complimento, dolce balsamo per il suo ego. Che ingenuo.

“Grazie. A mio parere questo suo spettacolo, ehm, insomma …”, c’è una piccola pausa teatrale che preannuncia la scena madre, “insomma questo suo spettacolo è UNA CAGATA PAZZESCA! DUE PALLE CLAMOROSE! Ma dai, come si fa a mettersi lì a leggere tutto il libro? Con le vocine diverse per di più! Ma non capisci che annoi la gente a morte? E quello lì senza le gambe sarà mica piacevole da sentire? CHE MERDA!”

Sulle feci, come sempre, il pubblico si risveglia improvvisamente: qualcuno grida a Matteo di scendere, qualcun altro ride, ma c’è una grande fronda, e devo ammettere che io sono tra questi, anzi forse ne sono il condottiero, che si alza in piedi di scatto ad applaudire.

Saremo circa una quarantina che ostentiamo la nostra claque e urliamo “BRAVO!”, senza esitazione.

Ma sì, insomma, il Matto sarà un pazzo, come evidenzia per l’appunto il suo soprannome, però in questo caso ha proprio ragione. Non ho mai assistito ad uno spettacolo così pretenzioso ed inutile.

Purtroppo però qui non siamo in un film di Fantozzi e non c’è alcun colpo di mano, non riusciamo a conquistare il palco e a fare inginocchiare De Nardo sui ceci per poi fargli leggere l’opera omnia di Clive Cussler. Qui De Nardo resta semplicemente sbigottito, evidentemente non abituato alla possibilità di critiche nel suo mondo ovattato di case editrici che ormai gli pubblicano ogni possibile delirio.

Reagisce con terrore e scende di corsa dal palco, seguito dal musicista dello Sri Lanka a cui improvvisamente spuntano le gambe per scappare in modo scomposto. Temono lo squartamento in pubblica piazza, come inflitto a William Wallace alla fine di Braveheart

Questa fuga così repentina e sicura fa presumere che probabilmente, durante questi loro spettacoli, lo abbiano sempre temuto e abbiano quindi ora percepito che il fatidico momento potrebbe essere giunto.

Il servizio d’ordine afferra Matteo per le braccia e lo fa scendere dal palco. Lui le alza in segno di resa e di pace, come uno degli studenti di Tienanmen. In questo momento è un eroe.

Il medesimo servizio d’ordine invita, con grazia feroce, anche tutti noi che stiamo applaudendo ad accomodarci all’uscita.

Lo spettacolo comunque può considerarsi finito.

Amen, e così sia. Giustizia è fatta.

 

(da "Non mi diverto più")

 

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mar

19

ago

2014

Faccio solo una magia

Sei pallido, sei stressato, prendi un volo per scappare da tutto. Perché passiamo molta parte della vita a fare cose che ci fanno diventare pallidi e stressati? Il mare ti apre la mente e libera i tuoi orizzonti. E avresti potuto viverci, ti direbbe Luciano. Niente paura. Al mare tutto si cancella. Persino il suo ricordo. No, quello no, quello non va mai via. Invece sì. O al mare è solo più bello. E anche i sogni lo sono. E le speranze. E le notifiche di WhatsApp. E i tuoi amici, che in fondo sono la tua famiglia. E i surfisti, che sono barboni ricchi. E il maestrale, che fa venire il cagotto. No, quello no, non è bello, quello è come se un vecchio rancoroso ti mollasse schiaffoni per tre giorni di fila. Spacchi i crostacei con i denti, bevi la birra in acqua. L’Ichnusa è un falso storico, sa di frumento e acido di batteria, è meglio la Heineken. E’ meglio il reggae in spiaggia. E’ meglio sognare, che vivere. Oppure è meglio cambiare vita. Domani la cambio. O forse no: faccio solo una magia.

 

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mar

05

ago

2014

Stand by me - Ricordo di un'estate

Eravamo goffi quell’estate di quindici anni fa.

Dopo aver fatto l’esame di maturità pensavamo di poter spaccare il mondo facendo una vacanza assieme, ma alla fine abbiamo spaccato ben altro. Le balle a noi stessi innanzitutto, ma non solo.

Ad esempio, anche un po’ di quell’amicizia che volevamo suggellare con quella vacanza, almeno con alcuni di quelli che vennero. Perché dopo la maturità alcune amicizie rimangono, ma altre, anche quelle che sembrano le più grandi, le più lucenti, un po’ si perdono. Niente di particolare o di grave: è solo la vita, che ha bivi e curve improvvise, e te le porta via.

 

Tre ragazzi e tre ragazze, la prima vera vacanza senza genitori.

Eravamo goffi con le nostre patenti appena conquistate e ancora lucide: a quei tempi la patente era un brillante trofeo, che ti metteva ad un volante facendoti sentire un essere umano superiore, un incrocio tra Ayrton Senna ai tempi d’oro e un dio azteco; quindici anni dopo, la patente diventa invece uno sgualcito documento che ti permette semplicemente di correre in macchina dietro ai tuoi affanni e di guardare con un sorriso malinconico la foto di un ragazzino che non sei più veramente tu (ed invece quindici anni dopo quella foto solitamente ricorda le immagini segnaletiche degli spacciatori di cocaina catturati in una retata: ma come diavolo ci conciavamo da giovani?).

Eravamo goffi alla guida di quelle vecchie automobili che i genitori concedono ai figli neopatentati: di solito sono le automobili che usano le madri, con frizioni spossate da tanto pedestre accanirsi, e leve del cambio che scivolano da una marcia all’altro come se fossero immerse nel burro fuso.

 

Noi siamo quindi partiti così: una vecchia Golf blu, e una Opel Kadett grigia ancor più vecchia, si potrebbe quasi dire antica. I piloti, ovviamente, maschi: è risaputo che l’automobile è un prolungamento del pene, e poi le donne non sanno guidare, ecc. ecc. Insomma, prendete tutti questi luoghi comuni e moltiplicateli per mille: avevamo diciannove anni, cribbio! Il mondo era o bianco o nero. E in questo mondo gli uomini guidano e le donne si fanno affascinare dagli uomini che guidano (oltre al fatto che gli uomini prendono la patente alla mezzanotte e un minuto del giorno del diciottesimo compleanno, mentre le donne se la prendono con più calma, un po’ perché hanno chi le scarrozza; un po’ perché tanto i loro genitori seguono i sopra citati luoghi comuni sulle capacità di guida delle donne e non le fanno mai prendere la macchina mentre i figli maschi li lasciano partecipare al Gran Premio di Indianapolis dopo tre giorni di patente; ed infine un po’ perché alle donne comunque piace fare le adolescenti in motorino fino ai 35 anni).

 

Io ero sulla Golf, e i miei occhi cercavano sempre la ragazza seduta con me in quella macchina, Elisabetta. E lei lo sapeva.

Nell’ultima gita scolastica, a Vienna, avevamo passato una sera in camera a parlare e ad un certo punto, così, dal niente, ci siamo dati il bacio più lungo del mondo, una roba tipo dalle 23.31 alle 6.04. Non ci siamo più staccati più o meno fino al sorgere del sole.

Senza dirci niente di particolare è venuto fuori quel bacio chilometrico, sensuale, lussurioso, dolcissimo, e poi basta. Un saluto sussurrato, e da allora più niente, più nessun bacio. Solo sguardi, sorrisi e parole. 

Ma Elisabetta ed io eravamo così: avevamo un’intesa enorme, ma era ancora acerba, ingenua. Era come se entrambi fossimo ad un passo dal trovare un inestimabile tesoro, ma non avessimo ancora avuto la forza, la fortuna o il coraggio di fare quella scoperta, di afferrare quel tesoro e metterlo al sicuro.

 

Eravamo goffi nel nostro entusiasmo iniziale.

Al ritrovo, in autostrada e in traghetto, i nostri sorrisi erano calchi sul viso, impossibili da togliere. Anche la più stupida delle battute o il più demente degli scherzi, rinfrancava il gruppo. Non c’era stanchezza, né noia: in effetti avevamo la vita davanti, oltre che una vacanza.

Se poi aggiungiamo il tramonto che ci ha accolto a Portoferraio al nostro arrivo all’Isola d’Elba, una palla rossa che si nascondeva timida in un abito blu, ecco che spariva pure l’odore dello scarico della Moby Lines, e spariva anche il fatto di aver viaggiato in traghetto, che è una delle cose più noiose e snervanti sulla faccia della terra, inchiodati e costretti al niente, dove puzza, casino e inedia rendono il viaggio bello più o meno come partecipare ad un convegno nel deserto, mentre vicino stanno rumorosamente estraendo petrolio.

Anche l’arrivo nei nostri appartamenti di Procchio non fece altro che aumentare l’entusiasmo. O la prima notte in veranda a bere birra e guardare le stelle. O il primo giorno in spiaggia alla baia della Biodola. Tutto ciò che avveniva per la prima volta era stupendo.

Ma eravamo goffi, e pensavamo che potesse restare egualmente stupendo anche la seconda volta. D’altronde era la prima vacanza: solo dalla seconda in poi, e proprio a causa di quella prima, avremmo capito tante cose sulle vacanze insieme. La più fondamentale: il gruppo deve essere strettamente omogeneo. E un gruppo di compagni classe non lo è, perché tra compagni di classe il primario elemento in comune è la scuola dell’obbligo, che, per l’appunto, li ha obbligati a stare assieme. Certo, poi può nascere anche l’amicizia, ma tutto parte dall’obbligo imposto dall’esterno, e quindi da un puro caso.

Se gruppi casuali e disparati si riuniscono, formando una sorta di Compagnia dell’Anello come si vede nella saga di Tolkien (un elfo, un nano, un hobbit, un guerriero, un mago e altri fessi del genere), e decidono di andare in vacanza, poi non potranno che litigare.  E litigare ferocemente.

Almeno noi abbiamo fatto un simile sbaglio solo quella volta, e solo perché eravamo goffi e giustificati dal preciso e particolare momento della nostra vita, ma quando vedo che ancora adesso alcuni miei coetanei per andare in vacanza creano gruppi raccogliticci, di solito di coppie di fidanzati riunitesi per unire le proprie solitudini, per poi tornare delusi, incazzati e più astiosi di prima, mi viene da pensare che se anche dopo aver superato i trent’anni sono ancora così ingenui ed inesperti, evidentemente a loro la vita è passata di fianco.

 

Dopo l’entusiasmo iniziale, si litiga per qualsiasi cosa.

Quell’anno all’Isola d’Elba, dopo l’entusiasmo iniziale, noi litigammo, in ordine sparso, per le seguenti cose.

Per la spesa, perché c’era chi voleva spendere poco e mangiare gallette e frutta per tutta la vacanza, e chi invece ogni sera voleva mangiare come se ci trovassimo al debutto in società dell’imperatrice Sissy.

Per i soldi in generale, perché c’era chi per venire via aveva dovuto rompere il salvadanaio a forma di suino regalatogli dai nonni alla prima comunione, e chi invece, alla stregua di un benzinaio alla fine della giornata, aveva il portafoglio gonfiato di banconote da genitori opulenti e lassisti.

Per la pulizia degli appartamenti, perché dopo la prima sera e la prima cena dove tutti si erano dimostrati festosamente servizievoli come nella prima puntata di un reality-show, ecco che nei giorni successivi nessuno voleva pulire o sparecchiare e ci si attivava di malavoglia e per puro spirito di sopravvivenza solo quando la casa era diventata una baraccopoli di formiche.

Per la sveglia, perché le ragazze volevano prendere il sole dodici ore consecutive fino a sfilarsi la pelle di dosso e quindi alle otto erano già in piedi, mentre a noi ragazzi andava bene alzarsi all’una, fare una pigra colazione, effettuare un’approfondita rassegna stampa tra la Gazzetta dello Sport ed Eva 3000, andare in spiaggia alle tre, e rientrare con calma, alle cinque.

Per la scelta delle spiagge, perché le ragazze andavano avanti al motto pioniero di “una spiaggia diversa al giorno”, mentre noi ragazzi, ed in particolari quelli che guidavano, dopo due giorni eravamo già belli che stufi di percorrere in lungo e in largo le incerte e sconnesse strade dell’Elba, e proponevamo ogni giorno la stessa spiaggia fronte appartamento o, ancor meglio, la piscina (e pronunciare davanti alle ragazze la parola “piscina” era come bestemmiare con un megafono di fronte al Papa).

Per le serate, perché c’era chi faceva coincidere la fine della scuola con la più totalizzante autodistruzione, da praticarsi scientificamente ogni sera, eventualmente anche controvoglia, e chi invece preferiva serate tranquillissime a letto, a non chiacchierare affatto, e semmai a russare come gnu.

Insomma, dopo i primi giorni la tensione aumentò a dismisura. Eravamo sempre contratti e accigliati. Ci divertivamo più per rinfacciarlo a quelli che in quel momento non si stavano divertendo, e non perché ci stessimo divertendo veramente.

Ognuno si arroccò sulle proprie posizioni: le ragazze si alzavano alle sette di mattina sbattendo sulle pentole per svegliarci e segnando sulla cartina itinerari che non avrebbero il coraggio di stilare nemmeno i navigatori della Parigi-Dakar; noi ragazzi, per contro, avevamo rotto tutte le sveglie di casa, ci eravamo abbonati alla Gazzetta, e lasciavamo perennemente gli asciugamani sulle sdraio della piscina a segnare il territorio (uno di noi propose anche di pisciare attorno alle sdraio medesime per marcare ulteriormente l’area, ma il progetto venne scartato solo perché la sera prima avevamo mangiato asparagi).

 

Raggiungemmo l’apice dell’astio reciproco a due giorni dal ritorno, e quello forse servì a farci trascorrere la fine della vacanza in modo più sereno, perché peggio di così non sarebbe potuta andare.

Quella mattina, mattina molto presto perché avevamo ceduto alla smania esploratrice delle ragazze, stavamo andando praticamente dalla parte opposta dell’isola. O forse del mondo, chissà, vista la lunghezza del tragitto. Ad ogni chilometro che passava, aspettavamo da un momento all’altro di trovarci di fronte ad un cartello con su scritto “RALLENTARE - COLONNE D’ERCOLE”.

Nelle macchine ci eravamo rigorosamente divisi per sesso, perché ormai si era creata una sorta di muraglia cinese all’interno del gruppo: da una parte cromosomi X e Y legati insieme, portatori di peli, rutti e continua esclamazione di oscenità; dall’altra parte solo cromosomi X, portatori di grazia e pelle liscia, ma anche di voglia di sole estremo e di abbronzatura perfetta, e in generale di vacanze assolutamente sfibranti, che non sono più vacanze ma diventano distruttive maratone, fatte di ustioni alla pelle e stanchezza, stanchezza e ancora stanchezza. Il tutto per cosa? Niente, ovviamente. Perché quando torni dal mare quelli che ti vedono, al massimo dicono “però, che abbronzato che sei” e fine. Sette giorni di melanoma per una frasetta di convenienza buttata lì. Perché poi questi che ti dicono la frasetta tornano a pensare ai fatti loro e tu potresti anche essere scuro come un abitante del Congo francese che a loro interessano comunque di più le bollette che hanno da pagare.

E poi, diciamola tutta: ad acuire il distacco tra noi e le ragazze c’era anche il fatto che mentre le ragazze pensavano appunto esclusivamente al sole e al mare, beh noi, carichi di ormoni dall’uretra alle pupille, avremmo voluto fare anche qualcosina d’altro con loro. Ovviamente, almeno fino a quel giorno, negatoci: c’era d’alzarsi presto il giorno dopo, è chiaro.

Comunque sia in macchina, dopo due ore buone di strade dissestate, noi stavamo brontolando, se non proprio scomodando tutti i santi del paradiso a suon di imprecazioni, quando ecco che le euforiche ragazze, dietro, ebbero l’idea fuori luogo di farci uno scherzone che ci eravamo già fatti durante il viaggio di andata, quando però eravamo freschi ed entusiasti: lo scherzo consisteva nel tamponarsi piano piano, giusto un tocco (uno scherzo cretino ne convengo, ma ve l’ho detto che appena partiti si rideva per tutto).

 

Ovviamente alle ragazze non riuscì bene lo scherzo, perché nel viaggio di andata al volante della macchina tamponatrice c’era un ragazzo, mentre in quel momento c’era la nostra unica compagna con la patente, la quale, unendo i luoghi comuni delle donne al volante, agli infradito che indossava in quel momento (che è come guidare avendo due costate di manzo sotto la pianta del piede), sbagliò tutto il gioco frizione-acceleratore-freno e in sostanza ci tamponò violentemente, in modo fatto e finito, altro che scherzo.

Subìto l’inaspettato urto, il guidatore della Kadett tamponata ci guardò per un attimo incredulo, dopo di che accostò velocemente senza dire una parola e scese dall’auto come pronto a fare a botte.

E in effetti lo fece.

Alla visione delle ragazze che ridevano in un misto di strafottenza ed imbarazzo, il nostro compagno sentì il sangue nelle vene tramutarsi in vin brulè, in una sorta di miracolo di San Gennaro per alpini, e per qualche secondo si trasfigurò pure nel toro assassino che vince la corrida. Aprì la portiera del guidatore, tirò fuori con violenza la guidatrice strattonandola per un braccio, e, strozzando fra i denti un “ma che cazz…”, le tirò uno schiaffone fortissimo in piena guancia.

Mi ricordo ancora il rumore di quello schiaffo: sembrava che due ciclopi si fossero dati un cinque alto dopo un grande canestro.

Vi risparmio pianti, accuse, offese, rinfacciamenti di ogni genere che ci rovesciammo addosso come la lava sopita di un vulcano. In effetti quell’eruzione, quello sfogo, servì a farci passare meglio gli ultimi due giorni: ci eravamo detti tutto e avevamo ormai tacitamente concordato che non saremmo mai più andati in vacanza assieme.

Eravamo più sereni.

 

L’ultima sera della vacanza decisi quindi di parlare un po’ con Elisabetta.

Bisognerebbe prima aprire una parentesi sulle ultime sere delle vacanze al mare.

Le ultime sere sono una cosa bellissima, ma anche un po’ irrazionale e stupida, hanno addirittura un che di tragico. La domanda infatti è: perché con tutta la vacanza a disposizione, solitamente si aspetta l’ultima sera per fare quello che si voleva fare, tipo provarci con una ragazza o comunque dirle cose importanti?Così comportandosi, si crea sicuramente un attimo irripetibile, ma che essendo capitato alla fine della vacanza resta irripetibile, e può lasciarti dentro una specie di cicatrice. Tornare subito dopo all’asfalto della città, dopo aver vissuto un attimo così, è una cosa che può far impazzire, che ti mangia qualcosa dentro, ti ruba un po’ di anima ogni volta che ci pensi. Forse è meno poetico e struggente, ma sarebbe meglio sparare tutte le cartucce all’inizio della vacanza (se ci sono cartucce da sparare, ovvio).

A diciannove anni comunque si è poetici e struggenti, o semplicemente ingenui, il cinismo arriva verso i trenta, quindi io sparai le cartucce l’ultima sera.

 

Ero rimasto da solo con Elisabetta nella veranda del nostro appartamento, perché tutti gli altri erano andati in discoteca. Va detto infatti che in vacanza la locuzione “ultima sera” solitamente viene anche accoppiata, costi quel che costi, alla locuzione “divertirsi per forza”, e il luogo sommo del divertirsi per forza è la discoteca, o per lo meno lo è sicuramente per gli adolescenti (attualmente in effetti credo che la discoteca esista solo per gli adolescenti. Poi ovviamente gli adolescenti possono avere anche 40 anni, ma questo è un altro discorso).

Comunque sia, Elisabetta ed io, in un impeto di autodeterminazione inusuale per quell’età, decidemmo di non andare con gli altri: dopo il Grande Schiaffo il clima si era rasserenato, tutti i soprusi e le liti erano state racchiuse in quella pizza in faccia e spazzate via nell’attimo stesso in cui la lesione guanciale si era consumata, cosicché adesso ognuno poteva fare le sue scelte senza essere criticato o insultato dagli altri.

Con gli occhi rivolti a mezza via tra il paesaggio brullo che stava davanti al nostro appartamento (il mare era poco più in là), e il cielo scuro che quella sera era attraversato da qualche nuvola che copriva la luna in un’intermittenza per licantropi, io ed Elisabetta restammo in silenzio per un po’. In effetti ci sono dei momenti in cui sono certi paesaggi a parlare, e non c’è bisogno di interromperli.

Poi Elisabetta mi prese la mano e mi guardò negli occhi.

Aveva due occhi enormi, oggi non mi ricordo neanche più il colore, ma la grandezza sì. Erano incredibilmente grandi, e, non so come spiegarlo, profondi. Ci potevi vedere dentro, vedere cosa pensava. E in quel momento vedevo che era triste. Sorrideva, ma era triste.

A volte mi viene ancora adesso in mente quello sguardo, e mi lascia un po’ sgomento. Ed è tutta colpa delle ultime sere delle vacanze al mare.

"Lo sai cosa succede adesso, Alberto?” mi chiese.

“No” risposi io, un po’ mentendo.

Cioè, adesso inteso come subito avrei voluto baciarla, ma adesso inteso come adesso che torniamo dalle vacanze, in realtà un po’ lo sapevo, lo intuivo dall’orizzonte dei suoi grandi occhi. Saremmo tornati a casa e pian piano non ci saremmo più rivisti.

Niente di particolare o di grave, è solo la vita: a diciannove anni è quasi impossibile legarsi veramente, si fanno scelte diverse, si prendono strade diverse, e ci si ritrova lontani. Più o meno per sempre.

“Sì invece che lo sai, Alberto, cosa succede adesso” e mi baciò.

Indovinai tutti e due gli adesso che avevo pensato.

 

E in effetti chissà dove sei, Elisabetta, adesso.

 

(da "Guida del mondo per gente strana")

 

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ven

01

ago

2014

Come ho conosciuto Camilla

 

Camilla l’ho conosciuta dopo l’università, quando avevo iniziato a fare la pratica per diventare avvocato.

Ero andato a sentire un concerto di Frank in un pub della nostra città: di solito i concerti di Frank non finivano mai con me che trovavo la donna della mia vita, al massimo trovavo la donna (brutta) della mia sera, anche se più spesso trovavo la sbornia (pesante) dell’anno.

Tuttavia quella sera successe qualcosa di diverso: Frank suonò un repertorio più melenso e romantico di un film anni ’70 con Nino D’Angelo, e dunque io, che al posto del cuore ho un esile cracker, quella sera ero assai vulnerabile. Devo dire che quello strano nanetto del mio amico sarà pure fuori di testa come un cardellino morso da una tarantola, però con la musica ci sa fare, e quando ci si mette riesce veramente a farti venire la pelle d’oca.

In questo nirvana musicale si trovava fra il pubblico a qualche metro da me una ragazza che avevo già visto un paio di volte ai concerti di Frank. Quella sera, in quell’atmosfera da Love Boat, la guardai meglio e mi colpì veramente forte, un Eurostar in pieno viso: era alta, magra, bionda, con i capelli ondulati fino alle spalle, la pelle liscia e leggermente abbronzata, due grandi occhi marroni che si stagliavano imponenti sul viso, e un sorriso distratto.

Frank inizia con Yesterday dei Beatles. Bevo una birra. Guardo la ragazza.

Seconda canzone: Wonderwall degli Oasis. Finisco la birra. Guardo la ragazza. Mi guarda anche lei.

 

Running to stand still degli U2. Prendo un’altra birra, mi avvicino alla ragazza. Parliamo. Lei si chiama Camilla, è amica di un’amica di Frank, ogni tanto viene a sentirlo. Lo so, le dico io. Ti ho già vista, e stasera ti ho vista bene. Sei stupenda. Sei romantica per caso? Sei romantica fino all’esagerazione? Io sì: il cielo ha tuonato, ha fatto un po’ di spazio tra le nuvole, e ti ha fatto cadere in questo pub. Vorrei cominciare a baciarti adesso e smettere all’alba. E domani sera fare la stessa cosa. E così per sempre.

Beh, non le ho detto proprio così. Ma forse dai miei occhi si intuiva una cosa del genere, perché lei a un certo punto ha sorriso, ma non per prendermi in giro, ha fatto un sorriso dolce, uno di quei sorrisi di donna che fermano il cuore per due battiti e trasformano in crema pasticcera il sangue che abbiamo nelle vene.

Don’t go away degli Oasis. Le do la mano. Non andare mai più via, Camilla. Dimmi tutto quello che devi dire e se sto facendo qualcosa di sbagliato dimmelo, ma non andare via, dammi solo un po’ di tempo per fare le cose bene.

Camilla adesso è la mia ragazza. Siamo usciti per mano quella sera, abbiamo cominciato a vederci, e non abbiamo più smesso. Io ho questo carattere che nasconde dietro le battute e talvolta dietro il cinismo una certa fragilità; lei, al contrario, è all’apparenza fragile e timida, ma sotto invece è forte e decisa.

Io ho bisogno di una ragazza così perché dentro sono delicato, fatto di farina e pasta all’uovo, i sentimenti e le passioni li vivo il doppio degli altri e quindi ci vuole qualcuno che mi sostenga e mi dia la serenità giusta, sia per non essere esageratamente triste sia per non essere esageratamente felice.

Insomma, Camilla mi ha aiutato a non diventare pazzo.

 (da "Fino alle lacrime")

 

 

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lun

28

lug

2014

La classe dirigente non ha diretto proprio un cacchio

 

“La classe dirigente” è una delle definizioni più idiote che esistano.

La classe dirigente ha costruito il proprio mondo in base ad alcune certezze, ha creato uno schema sociale che ha imposto come comune, come giusto, come quello da seguire. Chissà con che diritto poi.

Si è barricata dietro a quelle certezze, dietro al proprio lavoro stabile e dietro al benessere che è riuscita a creare per sé, così di fatto ingessando e incartapecorendo tutto il resto.

Così quando noi, un po’ di anni fa, ci siamo affacciati al mondo degli “adulti”, lo abbiamo trovato sbarrato da una generazione che ha voluto e vuole mantenere per sé tutti i privilegi.

Che ci impone la precarietà ma ci chiede anche di pagargli la pensione.

Che ci respinge ma che ci guarda storto se non ci inquadriamo come vuole.

Che organizza convegni per parlare delle generazioni successive, ma rigorosamente senza invitarci tra i relatori: meglio blaterare di luoghi comuni che ascoltare la verità.

E la verità è che la classe dirigente non ha diretto proprio un cacchio.

 

 

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ven

25

lug

2014

Peter Pan era felice

 

“Sarebbe ora che ti facessi una famiglia”, “Dovresti mettere la testa a posto”, “Hai la sindrome di Peter Pan”, cose così.

Come se poi, per il solo fatto di non essere ancora sposato, io sia uno che non ha messo la testa a posto e passa le serate in compagnia delle Bestie di Satana, bevendo assenzio dalle damigiane e snocciolando frasi al contrario con la voce roca e con la testa ritorta all’indietro. Sto solo cercando di vivere, tutto qua.

Peter Pan vi sembrava triste? Complessato? Stressato? Arrotondato nel girovita?

Solo perché Peter non torna a casa la sera a levigare i calli della moglie nella vasca da bagno con la pietra pomice e invece svolazza qui e là per l’Isola Che Non C’è, forse giusto con una puntina di supponenza (che credo derivi dal fatto che sembra vestito come i boy-scout che sono notoriamente supponenti solo perché sanno accendere un fuoco con due legnetti), non vedo perché si debba accusarlo di qualcosa, se non di voler essere, ostinatamente, felice. Anche a costo di essere triste, per questo.

Quindi sappiate che io non ho la sindrome di Peter Pan.

Io sono Peter Pan.

 

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lun

21

lug

2014

Twitter: viaggio al centro della fuffa

In un ipotetico viaggio al centro della fuffa, Twitter sarebbe vicinissimo alla meta.

Escludiamo pure tutte le tipologie di utenti che ne usufruiscono per motivi più o meno comprensibili, e cioè più o meno autopromozionali: il giornalista vanesio, il ministro gnocca, lo scrittore veronese dimenticato da Dio (ma non da Twitter), il Presidente del Consiglio parolaio, il grillino fanatico che impalla la timeline, il calciatore che condanna il razzismo e la sua compagna che gli da un figlio in Florida (e chissà perché non in Oregon, per dire).

Osserviamo invece il twitterista duro e puro, quello che, ad esempio, commenta una trasmissione tv con 576 tweet. Solitamente sono anche battute divertentissime, una in fila all’altra, ogni otto secondi, che neanche Woody Allen fatto di bamba. Ma la domanda è: perché?

Cosa spinge una persona a scrivere una valanga di minchiate mentre guarda la televisione? Che poi non la guarda nemmeno più, perché deve guardare Twitter. Autismo? Paranoia? Mancanza d’affetto? Non credo: ciò che il twitterista dona agli uomini è la sua sagacia.

Il twitterista convinto è cinico, freddo e, soprattutto, sagace. E Twitter è un enorme sfoggio di sagacia, richiesta o no che sia, a seconda che il twitterista abbia migliaia di followers, oppure sette come me.

Ma si sentiva il bisogno di tutta questa sagacia? Il mondo era così privo di sagacia da necessitare di un social network dove la gente fa a gara a sparare arguzie o, come sono correttamente da definirsi, minchiate?

Mi sembra il solito problema dei social network: a me piacerebbe fosse così anche nella realtà, mi piacerebbe che questa gara di cazzate si potesse coraggiosamente mettere in atto anche nel mondo reale, per strada e nelle piazze (così come mi piacerebbe che tutte quelle donne che pubblicano su Facebook foto con impensabili bikini per il pubblico ludibrio di migliaia di maniaci onanisti poi non si lamentassero se nel mondo reale, e in particolar modo a Poggioreale, si tengono lunghe conferenze su quelle foto), ma nella realtà purtroppo non è così semplice sparare minchiate senza essere presi per minchioni, mentre su Twitter si può fare.

Quindi Twitter ha sdoganato i minchioni, e di questo dobbiamo rendergli merito, ma li ha reclusi lì a cercare l’applauso, e questa è fuffa. 

Vediamoci in piazza, ragazzi.

 

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ven

18

lug

2014

Un avvocato lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia

 

Se un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, un avvocato, di questi tempi, lo vedi dalla sfiducia, dalla depressione e dallo sconforto per una professione le cui prospettive future somigliano a quelle del Titanic dopo l’impatto con l’iceberg (anzi, quelle apparivano leggermente migliori: lì almeno hanno continuato a ballare).

Siamo in periodo di pagamento della nostra previdenza, la Cassa Forense: dite queste due sole parole a qualsiasi avvocato che conoscete (è un facile questionario: ognuno di voi ne conosce almeno dieci), e costui vi risponderà con una parolaccia di quelle più grevi. L’incidenza della Cassa sui redditi è diventata chiaramente insostenibile, anche se qualcuno pare non essersene accorto, oppure se ne sono accorti tutti ma non si può fare niente per cambiare perché altrimenti si scatenerebbe la rivoluzione degli avvocati in pensione, che tirerebbero fuori il fucile a canne mozze da sotto il plaid: se potessi tenermi diciamo una metà delle somme che verso obbligatoriamente per la previdenza, penso che mi infilerei le aragoste nel taschino della giacca solo per la soddisfazione.

Aggiungiamo l’inquietante numero di avvocati (come ho detto prima, basta che andiate in un locale pubblico mediamente affollato: ne troverete a mazzi di dieci, a squadroni, a falangi, a coorti), e il fatto che andare in Tribunale sia divenuto un modo chic per trascorrere una decina d’anni più che un efficace strumento per ottenere risultati concreti, capite perché in questo periodo, salve rare eccezioni, gli avvocati li vedrete tristi.

Per fortuna che, dopo aver pagato la Cassa Forense con sforzi degni di un donatore emofiliaco, dopo esserci ritagliati il nostro spazio professionale a fatica, dopo aver ottenuto un buon verdetto o una buona transazione, ci troviamo di fronte a lui, l’eroe dei nostri giorni, l’uomo dalle mille scuse sparate con aria affranta, il vero genio che sta mandando a rotoli una professione prestigiosa: il cliente che non paga. Ma in fondo anche un avvocato lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.   

 

“C’è poi il cliente che non paga l’avvocato. Una tale propensione nasce dall’insieme di più fattori. Un approccio catulliano verso tale professionista, alla odi et amo, e cioè il disperato bisogno che induce il cliente a recarvisi, frammisto alla contemporanea convinzione di venire fregati dall’avvocato medesimo, pur così anelato. Un radicato pensiero comune secondo cui gli avvocati sono benestanti per il solo fatto di possedere questo titolo, una ricchezza in re ipsa, che induce questa tipologia di clienti a ritenere che non sarà certo il mancato pagamento della loro parcella a creare problemi economici all’avvocato (ve lo dico io da queste pagine una volta per tutte, così superiamo questo equivoco: noi viviamo delle parcelle che ci pagate, quello è il nostro lavoro, la sera non stiriamo le camicie altrui per arrotondare!). In ultimo la tendenza a paragonare l’attività dell’avvocato a quella, per esempio, di un ferramenta: «Eh, ferramenta, mi ha solo fatto la copia di tre chiavi e mi chiede così tanto?» equivarrebbe a «Eh, avvocato, ha scritto solo tre lettere e mi chiede così tanto?».

Ora, a parte che il ferramenta, se non lo paghi, ti rincorre con un rastrello, a parte che quelle tre lettere probabilmente saranno state precedute da lunghi incontri con il cliente e da migliaia di telefonate e da svariati pareri orali ‒ che in quanto orali sono scomparsi con leggerezza dalla memoria di questi clienti e dall’idea di cottimo professionale che essi hanno ‒ ebbene, a parte tutto questo, ci si dimentica sempre che per essere in grado di scrivere quelle tre lettere ogni avvocato ha studiato per almeno sette anni della sua vita, e quindi la professionalità ha un costo. Altrimenti non si capirebbe neanche il motivo per cui questi clienti non abbiano provveduto da soli a scrivere le lettere in questione.

Va peraltro detto che la parcella può avere una sua funzione purificatrice. Il rimedio migliore che ha un avvocato per allentare la pressione esercitata da un cliente troppo fastidioso è mandargli la parcella. È come tirare un gavettone in mezzo a un branco di gatti. In un attimo finiscono le telefonate, le lamentele, le pretese, e l’avvocato avverte quasi un senso di improvvisa solitudine, ché intimamente e morbosamente già gli manca quel cliente puntiglioso”. 

(da “Il principe del foro non esiste”)

 

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lun

14

lug

2014

Sognando un Negroni: dieci anni dopo

Sono passati dieci anni dall’uscita di “Sognando un Negroni” e questo libro strano e ragionevolmente fuori di testa, figlio mio in tutto e per tutto, uscito per caso e per divertimento dieci anni fa, mi ha un po' cambiato la vita. Ne è passato di tempo, ne sono successe di cose, che mi hanno fatto cambiare ancora, come persona e come scrittore, anche se, in fondo, i miei occhi sul mondo sono sempre rimasti quelli.

Certo, ho dovuto bere litri di Negroni, offertimi da tutti coloro che, affascinati dal titolo, non si sono poi anche premurati di leggere almeno le prime quindici righe del libro dove ho scritto subito, a mo’ di manifesto, che a me il Negroni fa schifo. Niente da fare: condannato per sempre, ai loro occhi, a bere Campari, Martini e Gin all’infinito, e a scrivere per sempre di locali, bar, rutti e scoregge, un po’ come Santana, che magari qualche volta vorrebbe farsi pure un bel giro di do con pennate grezze da camposcuola, e invece in ogni canzone deve sempre infilarci un assolo con i denti.

Ho anche dovuto, in questi anni, vedere tanti locali veronesi chiudere, e con molto dispiacere devo dire, soprattutto i miei amati pub, divenuti nel tempo dei garage. Che spreco di vita: la dimostrazione concreta di come gli uomini vengano sostituiti dalle macchine, manco ci trovassimo sul set di Terminator.

Ma nonostante tutti i cambiamenti del tempo, questo libro si può leggere ancora oggi non solo come una fotografia di qualche anno fa, ma anche, al di là dei luoghi citati (molti dei quali ancora esistenti in tutto il loro vacuo splendore), come il ritratto di una generazione immutabile ed eterna. Facendo un paragone minimalista, non è che a Dante, se fosse ancora vivo, verrebbe richiesto di riadattare la Divina Commedia ai giorni nostri, parlando con Virgilio via Skype senza nemmeno scendere all’Inferno.

Insomma, così eravamo e così sempre saremo. Purtroppo o per fortuna, questo decidetelo voi.

Per quel che mi riguarda, posso solo dire che nella Prefazione il Professor Vittorino Andreoli ha scritto:

“Ho deciso di scrivere queste pagine solo dietro la garanzia che l'autore, fra vent'anni scriva un libro dedicato ai "luoghi di ritrovo dei padri veronesi", contando ancora sulla sua diretta esperienza che si prefigura propria di chi fa l'avvocato "in prima fila", di un padre e certo di marito con cravatta di Gucci, abito di Class e mutande con rinforzo pubico di Boss”.

Siamo a metà del guado, ma, a parte essere in effetti diventato avvocato (non so se in prima fila, ché la prima fila di quel mondo, considerata la compagnia, in fondo non mi è mai interessata molto), al momento non sono né padre, né marito, né ho cravatte di Gucci o rinforzi pubici di Boss (o rinforzi pubici in genere, almeno per ora).

Non sono quindi ancora in grado di descrivere i “luoghi di ritrovo dei padri veronesi”, anche se ho il forte sospetto che, quando nel libro ho detto che la definizione “giovani veronesi” comprende persone che vanno dai 18 ai 55 anni, i luoghi citati nel libro valgano per i padri come per i figli, in quella massa informe che fa più o meno le stesse cose a prescindere dall’età che ha.

E comunque, anche se diventerò padre, anche se uscirò dalla massa informe, certe balorde conventicole tipicamente veronesi non le frequenterò mai: io sarò sempre uno di voi, ragazzi del Negroni, anzi, io sarò sempre “quello del libro sul Negroni”, come mi chiamano da queste parti.

Piuttosto, sono stato io stesso a darmi la zappa sui piedi quando ho scritto: “I più involontariamente comici sono proprio i quarantenni abbronzati che guardano le ventenni con fare spavaldo, sicuri di avere uno charme incredibile che in confronto Antonio Banderas è un malato di psoriasi. Se a quarant’anni sarò così, o’ Dio, ti prego, fulminami all’istante”.

Questo libro mi ha dato consapevolezza, è stata un’auto-seduta di psicanalisi e tendenzialmente riesco a capire quando divento ridicolo e se mi sto in qualche modo atteggiando, ma insomma, oggi di anni ne ho 36, quindi, Dio, confido nella Tua enorme magnanimità, si diceva per ridere.

 

 

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ven

11

lug

2014

Let it be

 

Pensavo che un proiettile facesse più male.

Invece è solo una fitta che non ti permette di fare movimenti. Devo semplicemente stare sdraiato qui per terra: se sto fermo non sento male. Stare sdraiati ha anche i suoi pregi: non ho mai visto New York dal basso, sembra ancora più alta.

Davanti a me c’è Central Park, e in questo momento mi trasmette ancora più pace. Già di solito è una scheggia di tranquillità nella follia di questa città, ma adesso, mi capirete, gradisco molto di più la calma del parco piuttosto che il caos, che so, di Chinatown.

Se proprio doveva succedermi questo, meglio che sia successo qui, sotto questo cielo strano e di fronte a questi alberi tra cui ho passeggiato spesso, soprattutto di domenica. Mi hanno sempre ispirato: sembra che dicano qualcosa, sembra che suonino. O forse è solo deformazione professionale.

Anche tutti i newyorkesi che ci camminano in mezzo, ci corrono, ci parlano, ci fanno l’amore, producono una musica, un suono fatto della vita di migliaia di persone.

Da questa prospettiva, anche il carretto degli hot dog che c’è all’angolo mi sembra grande, e mi sembra pure bello, il suo colore rosso mi colpisce gli occhi, mi tiene sveglio, quasi allegro.

E pensare che da quando vivo qui non ci ho mai mangiato. Ma d’altronde ho sempre avuto il sospetto, o l’allucinazione, di aver sentito miagolare dentro il barattolo da cui il gestore pesca i wurstel. Secondo me i suoi tacchini hanno i baffi e il pelo lungo.

 

Questa città è così: nasconde sempre qualcosa.

Credo sia bella per questo, perché dietro alle luci e ai grattacieli ha un’anima. Un’anima particolare però, costruita giorno per giorno dalla gente, da tutta la strana e disparata gente che la abita.

Sono venuto a vivere qui proprio per questo, per avere un mare di gente con cui confrontarmi, in cui mischiarmi, senza essere continuamente considerato una mosca bianca.

Dove sono nato io c’è il mare, e il mare ti isola, almeno il mare di Inghilterra. Non so neanche come ho fatto a conquistare il mondo partendo da dove sono partito: quando giravo la città in autobus con Paul, solo con la fantasia riuscivamo a vedere colorata la nostra grigia città, solo con i sogni che abbiamo fatto nelle nostre case, quando abbiamo iniziato a credere veramente che potevamo essere grandi.

Dove sei Paul, adesso? Non credo che ci vedremo più, ma forse sono venuto a vivere qui anche per scappare da te. Certo, in questo preciso momento capisco quanto bello sarebbe, adesso, poterti salutare: un semplice saluto, magari un abbraccio, senza rancore.

Siamo partiti insieme dal nostro porto, e adesso siamo diventati eterni. E allora, alla fine dei conti, poco importa di quello che mi succederà.

E comunque sono venuto qui a New York anch'io per isolarmi, per poter fare una passeggiata da solo senza che nessuno possa disturbarmi e possa farmi perdere il filo dei miei pensieri, delle mie speranze, delle mie poesie.

Anche oggi d’altronde, quando sono uscito di casa, volevo stare per conto mio, fare le mie cose, respirare l’aria fredda di dicembre, che qui a New York ti entra nelle pelle e nelle ossa, ma ti sfiora anche i sentimenti, ti riordina i sogni.

 

Ma questa città nasconde sempre qualcosa.

“Hey, Mister Lennon!”. Al mio ritorno, l’uomo mi stava aspettando sotto il palazzo.

Mi ha sparato cinque colpi di pistola.

Sta cominciando ad arrivare la gente, mi pare di sentire l’ambulanza. O forse è un sogno, perché mi sto addormentando.

Voi, ancora una volta, direte che sono un sognatore, ma io sono fatto così, e se sto veramente morendo, sono contento di farlo in questo modo: guardando Central Park, guardando il cielo di New York.

Lasciate che sia.

 

(da "Guida del mondo per gente strana", 2010)

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lun

07

lug

2014

Faccine di WhatsApp: la guida definitiva

DOPO MIGLIAIA DI VISUALIZZAZIONI, QUESTO POST E' DIVENTATO UN LIBRO SCARICABILE GRATUITAMENTE IN PDF PER PC, TABLET E SMARTPHONE! LA VERSIONE CARTACEA E' ORDINABILE DALLA CASA EDITRICE, OPPURE SI TROVA IN LIBRERIA, O A CASA MIA.

FACCINE (LA GUIDA DEFINITIVA)
libro_faccine.pdf
Documento Adobe Acrobat 1.9 MB

Pensavo che fossero come i sandali Birkenstock, da evitare a tutti i costi. Ma poi mi sono accorto che, a differenza di quelle inaccettabili calzature, le faccine di WhatsApp le usa chiunque, che abbia 7 o 77 anni. Anche gli insospettabili, anche quelli da cui non te lo aspetteresti, mentre, grazie al cielo, ci sono persone che con le Birkenstock ai piedi non le vedrai mai.

E insomma, per dialogare non puoi più usare semplici vocaboli e anonimi segni di interpunzione, devi infilarci anche qualche simbolo che esprima in diretta il tuo umore durante quella conversazione, che illustri plasticamente le tue sensazioni. Così è, accettiamolo, non cerchiamo di interrompere la marea con le mani.

Perché le utilizziamo? Direi perché siamo tutti propensi all’idiozia, perché l’idiozia è leggera e non impegna. Ma nemmeno sul motivo recondito dell’utilizzo delle faccine di WhatsApp mi soffermerò in questa analisi di profondo spessore culturale.

Mi soffermerò invece sul loro significato, su cosa vogliamo dire veramente quando le infiliamo in una conversazione, cosa si nasconde, in effetti, sotto il manto di fesseria e disimpegno che ci spinge a farne uso.

Seguite i numeri abbinati alle figure, per questa volta andiamo dall’1 al 58 (per descriverle tutte in un’unica volta dovrei mollare il lavoro).

1 - Che bella battuta che hai fatto (ora però smettila di rompere i maroni).

 

2 - Vedi sopra. Per di più mi si sta allungando la faccia.

 

3 - Sorrido per cortesia.

 

4 - Mi imbarazzi con questi discorsi (cancella il mio numero).

 

5 - Mi imbarazzi ancora di più (il mio numero, brucialo).

 

6 - Siamo molto in confidenza nel dirci questo ed è tutto un buffo scherzo (in realtà non è così: tra di noi c’è un ghiacciaio perenne, perché altrimenti avrei utilizzato faccine più decise, e comunque non è per niente uno scherzo: la frecciata che ti ho lanciato è perché ti odio e questa faccina serve solo a fingere di smorzare le cose; se invece ti ho proposto un’oscenità e tu mi hai chiesto se sono impazzito, sto altrettanto cercando di smorzare le cose ma io quell’oscenità voglio proprio farla, altro che occhiolini).

 

7 - Ti voglio bene in un modo così eccessivo e kitsch, che, come tutte le cose eccessive e kitsch, non ha nessun valore.

 

8 - Ho aggiunto il cuore al bacio, ho alzato l’asticella, ci sto provando. Se però te ne mando dieci di fila senza che tra di noi sia mai successo niente, non mi interessi, è solo stucchevole prosopopea, voglio una sciapa amicizia.

 

9 - Ti do un bacio, ma sono imbarazzato, perché sto per provarci.

 

10 - Ti do un bacio casto. Butto lì giusto un po’ più di labbra del dovuto perché, tutto sommato, senza impegno o sentimento (no cuori, no guance rosse), qualcosina potremmo anche farlo.

 

11 - Vedi sopra. Ma chiudo anche gli occhi, perché le proposte alla cazzo le sparo alla cieca.

 

12 - Dico battute impertinenti, e a ben vedere mi stai una puntina sulle balle, ma il tutto lo faccio solo perché sono un grande burlone (non è vero, in realtà mi stai proprio sulle balle, altro che una puntina).

 

13 - Vedi sopra. Ma faccio battute proprio spietate: sarà per questo motivo che mi hanno cucito le palpebre.

 

14 - Vedi sopra. Per di più sono un ebete con la fronte spaziosa, gli occhi vicino alla bocca e la lingua di un cocker.

 

15 - Ho detto proprio una cosa di cui imbarazzarmi (ma di cui in realtà non mi imbarazzo, perché altrimenti non l’avrei detta. Quindi le manette comprale sul serio venendo in qua).

 

16 - Proprio un gran divertimento, come no. Mi sono anche messo una cerniera al posto dei denti, per farti credere che sto ridendo.

 

17 - Che tristezza. Mi è persino caduta la faccia.

 

18 - Mi sto risollevando (e il mio sguardo beato dimostra che da qualche parte, laggiù in fondo, mi sto pure toccando).

 

19 - Insomma.

 

20 - Che disastro. Ho anche una fronte enorme.

 

21 - Vedi sopra. La fronte va un po’ meglio ma, chissà perché, mi hanno nuovamente cucito le palpebre.

 

22 - Mi stai facendo del male (in realtà non me ne frega niente).

 

23 - Che risate pazze (in realtà non me ne frega niente).

 

24 - Vedi sopra. Produco persino cascate di lacrime (o sono croste?).

 

25 - Provo sensazioni contrastanti: sarà per questo che mi è uscita una lacrima dal naso?

 

26 - Sono triste, preoccupato e sudo. E’ perché ho trovato un nuovo lavoro, a Milano.

 

27 - Non so se ne esco da questa cosa. Mi si sta pure ghiacciando il cranio.

 

28 - Per fortuna ne sono uscito (ora non rompermi più le balle con le tue domande preoccupate).

 

29 - Mi sono impegnato così a fondo, che ho prodotto una goccia di sudore grande come metà della mia fronte (nel farlo, tu non lo vedi, ma ho anche scoreggiato).

 

30 - Piazzata napoletana. Come detto a proposito del kitsch, non ha nessun valore.

 

31 - Vedi sopra. E in più c’è sempre quel deficiente che mi ha cucito le palpebre.

 

32 - Sono basito. E la glaciazione del cranio è quasi completata.

 

33 - Sono esterrefatto. Munch e Scream, e insomma nulla di che.

 

34 - Sono risentito. E vagamente ebete.

 

35 - Vedi sopra. Quasi incazzato. E ho preso il sole delle due.

 

36 - Sono così incazzato che sbuffo cotton fioc.

 

37 - Sono disgustato, anche perché ormai siamo alla chirurgia superflua: oltre alle palpebre, mi hanno cucito pure le labbra.

 

38 - Rido con cattiveria delle mie freddure (aridaje con le palpebre).

 

39 – Ti dedico un insignificante e scolastico slurp anni ’80.

 

40 - Lavati.

 

41- Sono un figo che viaggia chilometri sopra le tue cazzate.

 

42 - Interessantissimo, tutto questo.

 

43 - Vorrei sembrare stupito, ma proprio non posso fare a meno di pensare che quel solito coglione stavolta mi ha cucito due X sugli occhi.  E ora quindi non riesco a sembrare stupito fino in fondo, perché una persona stupita non ha mica due X al posto degli occhi.

 

44 - Vedi sopra. In più mi è spuntato un dentino.

 

45 - Mah.

 

46 - Sono nuovamente basito. Stavolta senza glaciazione del cranio, per fortuna.

 

47 - Vedi sopra. Con le sopracciglia però.

 

48 - Un intruso che non c’entra niente, e per di più si atteggia da figo, ‘sto imbucato.

 

49 – S’incazza pure, l’imbucato.

 

50 – Il mio stupore, te lo canto.

 

51 – Sempre battutone da cerniera sulla bocca, e stavolta sono ancora più cosciente delle minchiate che spari, perché tengo gli occhi aperti.

 

52 – Ah.

 

53 - Non convinci.

 

54 – Il mio stupore, te lo canto nuovamente. Stavolta però ho le sopracciglia.

 

55 - Non dico più niente. Basta cuciture: via tutta la bocca direttamente. Che mondo di mutilazioni, questo degli emoticon.

 

56 - Sono un angioletto nel dire tutto questo (non è vero, sai benissimo che provo piacere a trattarti male e ti pugnalerei alle spalle per un nonnulla).

 

57 - Sono un tipo giusto, e sono molto sagace. Peccato per la fronte spaziosa, che non mi rende così credibile.

 

58 - Mi astengo da ogni giudizio sulle fesserie che hai detto. D’altronde come posso dire qualcosa, se al posto della faccia ho delle linee? Mannaggia al chirurgo plastico.

 

 

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mar

03

giu

2014

Le ragioni di uno scrittore qualunque

Dieci anni fa, quasi per caso, ho scritto il mio primo libro, Sognando un Negroni: una presa in giro della mia città, Verona, dei suoi locali e della sua gente. Era un libro che avevo scritto per divertire innanzitutto me stesso, ma poi ha divertito tutta la città, e non solo.

Da quel momento, nei dieci anni successivi, sei libri e molte altre cose scritte dopo e con tanti progetti ancora davanti, la mia passione per la scrittura è cresciuta, si è formata, è diventata una vera e propria parte di me, un lato della mia personalità, un mio alter ego: è il costume di Superman che indosso sotto quello di avvocato.

In questi dieci anni ho avuto la conferma che non si scrive mai solo per sé stessi. Chi dice questo mente. Scrivere per sé stessi è come recitare tutto l’Amleto nel bagno di casa propria: anche rispettando le abitudini più bizzarre, anche avendo molta empatia con i propri sanitari, comunque non ha senso. Si scrive per comunicare qualcosa e, a meno che scrivere non sia esclusivamente il mezzo per psicanalizzarsi (cosa che peraltro, scrivendo, si fa sempre), quando si scrive si vuole sempre dire qualcosa a qualcuno.

Può capitare semmai un problema opposto: quella di comunicare, nel tempo, può diventare un’ossessione, perché ti senti in dovere di scrivere secondo scadenze prefissate, ma in fondo prefissate solo nella tua mente, quando in realtà non hai niente da dire, solo per esserci, per non scomparire. Perché si scrive anche per non restare soli, per urlare al mondo la propria esistenza.

Fino a che non arrivi ad un punto di equilibrio in cui ti piace scrivere per il solo gusto di scrivere e di essere letto, e non per una forma di vanità, non perché quella dello scrittore sia solo un’immagine bensì perché è proprio la tua natura. Perché vuoi essere, e non apparire, quello, e quello vuoi fare. E vuoi scrivere quando e come ti pare. E chissenefrega del dover dire, perché è mille volte più gratificante, e intelligente, il voler dire.

Poi ho letto Open di André Agassi, scritto insieme al Premio Pulitzer J.R. Moehringer, l’autobiografia di un tennista che è anche uno dei migliori romanzi scritti negli ultimi anni: anche se non sai nemmeno prendere in mano una racchetta, anche se non vivi a Las Vegas, se non sei miliardario e non sei conosciuto in tutto il mondo, quando leggi quel libro, ti sembra che stia parlando di te.

Allora ho letto anche Il bar delle grandi speranze dello stesso Moehringer, che parla della sua vita e del suo rapporto salvifico con la scrittura e con i bar, di come l’insicurezza e tutto quello che ci spaventa, si possa vincere, in fondo, con poche parole, scritte in un libro o dette davanti ad un bicchiere.

E quindi, dopo un viaggio cominciato dieci anni fa con l’uscita di quel mio primo libro che metteva insieme proprio la scrittura con i bar, ho capito che uno scrittore può anche non essere una rockstar, ma solo e semplicemente uno scrittore. Che uno scrittore scrive perché gli piace farlo e perché gli piace che gli altri leggano quello che scrive, e per nessun altro motivo.

Uno scrittore convinto e contento di quello che scrive, e un pubblico di lettori convinto e contento di quello che legge. Non serve né più né meno di questo.

Un concetto molto semplice, quasi banale, ma anche l’unica, sensata, ragione per cui si debba scrivere.  

 

(pubblicato sulla rivista letteraria ScrivendoVolo di aprile 2014)

 

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Alberto Fezzi

News

28.11.2017

Libreria Feltrinelli, Verona, ore 18.30: presentazione del nuovo romanzo "No!".

 

 

25.11.2017 

Caffè Nobile, Verona, ore 19.30: anteprima del nuovo romanzo "No!", già finalista, da inedito, al Torneo Letterario Io Scrittore 2017.