Il mio sangue, le mie urine

In un documentario sul ciclista Lance Armstrong che ho visto tempo fa, c’è una scena in cui gli piombano in casa due ispettori per l’ennesimo controllo antidoping a sorpresa di sangue e urine. Lui, esasperato da questi controlli, fa riprendere il tutto da una telecamera. I due ispettori chiedono che le riprese vengano interrotte, ma il ciclista si rifiuta dicendo: “Sono il mio sangue e le mie urine”.

Nel tempo libero che dedico a riflettere su temi marginali e tendenzialmente inutili, ho pensato che questa scena può rappresentare una metafora dell’autobiografismo nei libri: persino io, mi sono sempre sentito chiedere se quello che scrivo è autobiografico, e se non mi sento a disagio nel parlare di me nei libri. Ma il punto è proprio quello, come dice il mio amico Lance: “Sono il mio sangue e le mie urine”. Io ho vissuto quelle cose, io ne ho goduto e io ne ho sofferto, e forse non solo è un mio diritto parlarne, ma persino un dovere. Anche perché la privacy, per cui tanto ci si affanna, è una gran cazzata.

Certo, poi Lance si è rivelato un grandissimo dopato, ma anche questo rientra perfettamente nella metafora: è solo fiction, no?

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Alberto Fezzi

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