L'amore al tempo del night club

 

Mia moglie non l’ho conosciuta in modo canonico, come un principe azzurro al ballo del re, lei che dimentica una scarpina, io che la inseguo, noi che copuliamo in una zucca infrattata nel bosco e ci amiamo per tutta la vita. Mia moglie l’ho conosciuta in un night club. Anzi, a dire il vero la conoscevo già e lì l’ho rivista.

Durante il mio lavoro in banca la depressione mi spossava l’anima e sinceramente un po’ anche lo scroto. Mi stavo lasciando andare, mi sembrava che la vita si fosse fermata, si fosse ingolfata: mi svegliavo alla mattina, andavo a lavorare, tornavo a casa, guardavo la tv e andavo a letto. E poi di nuovo via con questa entusiasmante routine. Non dico che avrei voluto che sotto casa mia si fermasse un pullman pieno di conigliette di Playboy ninfomani, mi sarei accontentato anche di un po’ di affetto da una persona del sesso opposto al mio, ma in quel periodo le donne erano attratte da me più o meno come possono essere attratte da un sifilitico.

Il luogo a cui si dirigono gli uomini soli, disperatamente bisognosi se non di amore, quanto meno di un seno fiorente da sfiorare, e che non sono così sfacciati da andare propriamente a mignotte alla stazione, è il night club. Che poi è un modo solo più chic e autoassolutorio di andare a mignotte, pur senza andare alla stazione.

Generalmente i gestori di questi locali sono una mezza via fra dei tagliagole, dei salumieri e degli ignoranti di primissima categoria (o tutte le tre cose assieme), e ciò che pretendono dalle proprie dipendenti è che ballino in modo sconclusionato attaccate a dei pali, mostrando svogliatamente il loro corpo e facendo pallosi spettacolini che somigliano a visite ginecologiche un po’ naif. Dovranno poi strusciarsi sui clienti, facendosi palpeggiare qui e là, facendosi infilare soldi in ogni anfratto e facendosi offrire da bere dei cocktail fatti male che costano come due stipendi mensili di un impiegato di medio livello.

La ragazza deve sempre chiedere al cliente, con insistenza pari a un venditore ambulante di rose del Bangladesh, se vuole appartarsi con lei a fare un privé, e la ragione di questa insistente richiesta è presto detta: un privé ha il valore economico di un viaggio di tre settimane a Dubai nell’Hotel a sette stelle a forma di vela.

La ragazza, nel proporre il privé, offre prestazioni incommensurabili, che non si vedrebbero nemmeno in un film porno per malati di mente, ed invece la realtà del privé è che l’uomo si apparta con la ragazza e lei si spoglia, ma al massimo fa qualche sconclusionato balletto e appena lui prova ad allungare una mano lei lo schiaffeggia con violenza, infine arrivano i buttafuori a sistemare la cosa e l’Fbi ad arrestarlo.

I clienti di questi locali sono in minima parte ragazzetti che vogliono fare una serata trasgressiva dopo aver bevuto come fogne di Calcutta a qualche addio al celibato o a qualche compleanno. Fanno gli affascinanti spacconi mentre sono solo dei goffi stupidotti: dilapidano una fortuna ammaliati e raggirati dalle ballerine, ed escono con gli ormoni a mille, i testicoli gonfi e le tasche vuote. La maggior parte della clientela però è composta da gente disperata e sola, che non ha un vero rapporto con una donna dall’età del ferro (e non intendo rapporto sessuale, intendo un rapporto fatto anche di parole, sguardi, carezze, momenti vissuti assieme), e crede che i veri rapporti con le donne crescano sui pali della lap dance, un po’ come l’edera. Gente di mezza età o anche giovane che ha sostituito definitivamente il cuore con il pene, credendo che tutto ciò che riguarda il glande possa comunque definirsi amore. Gente che si aliena dal mondo reale, che vorrebbe che per strada le donne ballassero nude attaccate ai lampioni. Gente che si lascia andare, che si imbruttisce. Fra quella gente, in quel periodo, c’ero anch’io. Un omone triste, solo e brutto.

Un sabato sera i miei amici erano impegnati per i fatti loro e io, per raschiare per bene il fondo del barile, decisi di andare al night club da solo, come i peggiori serial killer. Talvolta però a raschiare il fondo del barile si trova qualcosa (e non intendo feci).

Arrivato al night sprofondai in un divanetto nella penombra del locale e della mia vita, e cominciai a guardare le ballerine svogliate appese ai pali. Ad un certo punto mi si avvicinò una di queste ragazze, piuttosto alta, mora, con un bikini bianco luccicante, fatto con la stessa quantità di stoffa di un fazzoletto da taschino, che metteva in risalto un seno da ciociara.

La ragazza mi si sedette a fianco e invece di dirmi il solito: “Mi offri da bere?”, oppure: “Ti va di fare un bel privé?”, a cui io avrei dovuto rispondere tirando fuori scuse da accattone in dissesto economico (“Scusa, non ho tanti soldi con me”, che sottintende: “Oltre ad essere un uomo triste e solo, sono pure povero”), mi disse un semplice e inaspettato: “Ciao Giorgio.”

Ovviamente quel saluto mi stupì perché non ero abituato a essere chiamato per nome in locali del genere, anche se in verità, se avessi continuato a frequentare il locale con l’assiduità di quel periodo, a lungo andare mi avrebbero accolto all’entrata suonando le trombe, sbattendo per terra uno scettro e scandendo ad alta voce il mio nome: “Il marchese Giorgio Desideri, porcello disadattato!”

Comunque, guardai la ragazza e pian piano nella penombra mi apparve un viso che ricordai di aver visto solo qualche giorno prima a casa di Fede. Ero stato a casa del mio amico una sera e come al solito era scattato il momento dei ricordi del liceo, il momento in cui si pensa a episodi che veramente hanno lasciato un segno nella nostra vita. Perché poi, in fondo, noi siamo dei sentimentalisti sguaiati; noi, quando alla radio mandano I migliori anni della nostra vita di Renato Zero, non cambiamo mai stazione e pensiamo sempre ai tempi del Liceo Catullo.

Nel momento-nostalgia Fede ha tirato fuori una videocassetta di un filmato che aveva girato in classe con la telecamera durante un’ora del Professor Biagi (e pensare che all’ultimo anno di Liceo c’era pure gente preoccupata per l’esame di maturità, mentre noi giravamo i filmati con la telecamera per fissare su pellicola la nostra demenza e consegnarla ai posteri). Nel filmato, tra le altre assurdità, si vede Giovanni che balla il tango davanti alla cattedra con la nostra compagna Chiara Bianchelli, sin dalla quarta ginnasio famosa per il suo seno rigoglioso. Ebbene, seduta davanti a me in quel divano di night club si trovava proprio Chiara Bianchelli, la popputa ballerina di tango, adesso popputa ballerina di lap dance.

La cosa mi lasciò del tutto spaesato: che reazione avreste se scopriste che una vostra compagna del liceo è diventata una specie di mignotta? E che voi siete suoi clienti? E’ una situazione ai limiti dell’incredibile, quasi da soap opera, dove col passare degli anni tutti inaspettatamente si trombano tutti gli altri.

Decisi quindi di buttarla sul sorpreso/simpatico: “Chiara? Non dirmi che sei Chiara! Bella figura di merda che ho fatto.”

Anche lei sembrò prenderla simpaticamente: “E io allora? Io sono anche quasi nuda.”

Sembravamo aver rotto il ghiaccio. Io continuai, adesso quasi ringalluzzito: “Beh, non è che stai proprio male vestita così, ti vedo sempre in forma”. Lei sorrise, allora dissi ancora: “Ma dai, dimmi: come stai? cosa ci fai qui?"

“Io ci lavoro qui, Giorgio, se non si capiva già dal vestito”, rispose imbarazzata.

Certo che anch’io, che bella domanda idiota: secondo te, Giorgio, cosa ci fa una donna con le tette fuori in un night club? La capocontabile?

“Facevo la cubista in discoteca - proseguì lei - poi un amico mi ha proposto il night e ho accettato, perché pagano molto di più. Certo, l’attività è un po’ diversa, più squallida, ma io sono sempre stata abituata ad avere gli occhi addosso. Adesso c’è anche qualche mano, ma cerco di sopportarlo.”

Fece una pausa con un sorriso strano sulla bocca, e guardandomi fisso negli occhi disse: “Ma la domanda che interessa a me è: cosa ci fai tu qua?”

Cosa si risponde a una domanda del genere? Quel tu sottintendeva un porcile di cui Giorgio Desideri era il sovrano incontrastato. Potevo trovare qualche scusa maschile del tipo “sono qua con gli amici, per fare un po’ gli stupidi”, anche se poi a ben vedere non c’era un mio amico nel raggio di novanta chilometri e per sostenere la bugia avrei dovuto stringere un veloce ma profondo legame con il sessantenne calvo e ubriaco che mi sedeva a fianco. Oppure avrei potuto dire che era per cambiare, per fare una serata diversa: sì, ma perché da solo? La serata dello strangolatore di Boston? Alla fine decisi di puntare sulla sincerità, tanto se c’era da toccare il fondo ormai l’avevo già fatto e dunque adesso non mi restava che provare a risalire.

“Sarò sincero Chiara: sono qua perché sono solo” dissi. “E’ un periodo che va così, non ho la ragazza e non riesco a conoscerne proprio. Sarà perché faccio una vita di merda.”

Certo se volevo dare un’idea brillante e spumeggiante di me, non avevo affatto iniziato alla grande. Ma a Chiara pareva interessare quello che dicevo, sembrava quasi che i suoi grandi occhi verdi si dilatassero nell’ascoltarmi, e in quel momento successe qualcosa: di solito non si prova mai attrazione per le ex compagne di classe del liceo: insomma, ci sei stato in classe cinque anni, avrai pur capito se ti piacciono o no. Ma a volte noi e loro cambiamo, o forse è la vita che cambia, fatto sta che Chiara mi piaceva. Mi piaceva parecchio, e non solo per il bikini.

Solo scambiando quelle poche parole mi trasmetteva una grande dolcezza, oltre a una lieve sensazione di tristezza, la tristezza di chi non è soddisfatto del tutto. Chiara era come me.

 

(da "Fino alle lacrime")

 

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Commenti: 2
  • #1

    Daniele (mercoledì, 19 ottobre 2016 21:32)

    Ciao ho letto questo post e mi ci sono rivisto anche io nella storia vhe hai raccontato. La mia storia è un po diversa ma il night c'entra sempre.

  • #2

    August Duke (domenica, 05 febbraio 2017 21:36)


    Very nice article, exactly what I needed.

Alberto Fezzi