Come Nilla

Ieri è venuta in ospedale Valentina.

Non so come facesse a sapere che ero qui, non mi ha chiamato al telefono, è semplicemente piombata qui, come in effetti solo lei sa fare.

E’ arrivata senza trucco, quasi pallida, vestita in modo semplice. Io ero seduto su una panca del corridoio fuori dalla stanza di Matteo, e lei si è seduta a fianco a me, come fossimo al parco e io la stessi aspettando. Sicuramente non eravamo al parco, ma forse da tempo la stavo aspettando.

Mi ha guardato e, senza preamboli, ha detto: “Alberto, voglio tornare assieme a te.”

Un ordine, una preghiera, un’implorazione, una semplice richiesta, non lo so. So solo che, come al solito, mi ha mozzato il fiato con un coltello da cucina.

Non so se Valentina sia una bella persona, di certo sa essere originale, ma sicuramente io voglio essere una bella persona. E poi lei, di fronte a me, così dolce e leggera, mi provoca una sensazione che sa di ricordi passati e speranze future e di momenti vissuti assieme. Sa di aspettative e sa di vita, ed io alla vita, in fondo, non riesco mai a dire di no.

Volevo chiederle del George Clooney di Unicredit, di cosa aveva fatto con lui, di cosa aveva fatto in generale durante questi mesi. Ma ho deciso di smettere di pensare e di lasciarmi travolgere dagli eventi. Anche perché, in un modo piuttosto sgangherato, credo di amarla.

“Non sarebbe male” le rispondo, potente come un mollusco.

“Ti va se domani facciamo un aperitivo qua al bar dell’ospedale, e ne parliamo?”

“Va bene, ma andiamo da qualche altra parte. Il bar dell’ospedale è squallido!”

“No, a me piace moltissimo. E’ così retrò. Vediamoci qua alle sette e mezza.”

In fin dei conti non è cambiata più di tanto. Ci faremo un clistere di Aperol al bar dell’ospedale.


Prima di venire all’aperitivo, mi sono fermato dal fioraio e ho comprato tre rose rosse.

Adesso dovremmo discutere del fatto di tornare o meno assieme, e quindi se io arrivo con dei fiori parto da una posizione di inferiorità, sono le zerbino rispetto alla porta. Ma non me ne frega niente, io voglio regalarle le rose, io voglio baciarla, io voglio comprare un attico a Parigi e viverci con lei, io voglio pescare i granchi nel mare di Bering e poi tornare a casa e darle un lungo bacio sulla porta e poi fare l’amore con lei per tutta la notte.

Arrivo al bar dell’ospedale, e lei è già seduta ad un brutto tavolino marrone chiaro. Al tavolo, a fianco a lei, c’è un vecchio con la vestaglia azzurra: con una mano resta attaccato al palo della flebo che ha vicino a sé, con l’altra sfoglia la Gazzetta dello Sport.

Mi siedo di fronte a Valentina e le do le rose.

Lei le prende, le annusa e le mette sul tavolo. Poi si alza e mi dà un bacio leggero sulla labbra.

Si risiede e mi dice: “Grazie dei fiori, Alberto.”

Sorrido.

“Come Nilla”, sussurro.

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Commenti: 1
  • #1

    Joe (martedì, 28 luglio 2015 00:24)

    Applausi, sipario

Alberto Fezzi

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