L'ormone della scampagnata

La Pasquetta è una di quelle occasioni in cui, nelle ghiandole di ognuno di noi, si attiva l’ormone della

scampagnata, e quindi diventa un obbligo morale andare con plaid e pranzo al sacco a far baldoria bucolica da qualche parte. A Pasquetta bisogna andare per forza in giro, che si faccia anche solo il giro dell’isolato e ci si sdrai

sul marciapiede dietro casa, ma, santiddio, bisogna uscire di casa.

Le mete preferite sono i prati di montagna o di campagna, ma anche le ville fuori città degli amici, prese d’assalto da una mandria imbufalita di scrocconi, desiderosi di scorrazzare per le proprietà altrui giocando goffamente a calcio per sette ore filate e cucinando alla griglia ogni tipo di pietanza.

La gita di Pasquetta ha effettivamente un andamento gastronomico-ricreativo piuttosto sconclusionato.

Si arriva nel luogo prescelto e ci si accampa alla rinfusa, dopo di che la noia comincia già ad affiorare prepotente e dunque si tira fuori un pallone e si comincia a spallonare a caso (a Pasquetta giocano tutti a calcio, anche chi non sa nemmeno che bestia sia, il calcio). Dopo qualche euforico tiro affiora però anche la noia per il calcio medesimo, e lo sport cede il posto ad una prepotente fame.

A questo punto si sfoderano le batterie di cibo: patatine, panini, il tradizionalista si porta le uova (che solitamente vengono ingoiate intere), i più tecnologici si cucinano la carne sulla griglia alzando a palla l’autoradio della macchina come militari in libera uscita. Quelli che non rinunciano mai a un pasto completo hanno poi anche il dessert, solitamente rappresentato da qualche torta secca e stopposa. Il tutto è innaffiato da birra e vino (o addirittura, come ha saputo inventare il mio amico Dodo, sangria), perché a Pasquetta è del tutto necessario anche darci dentro con il bere.

Dopo la folle libagione, il giovane pasquettaro prova a sdraiarsi per riposare e prendere il sole, ma c’è sempre quello che è intollerante al sole e agli abbiocchi pomeridiani, che dopo due minuti comincia a dare segni di nervosismo e insofferenza, si alza e comincia a giochicchiare nuovamente a calcio: dopo poco più di venti minuti costui ha già organizzato una partita sedici contro sedici, in cui tutti i giocatori sono stanchi, pieni di cibo e mezzi ubriachi. Durante la partita c’è chi si sforza di giocare bene, magari per farsi bello con le ragazze che immancabilmente guardano e fanno il tifo (esattamente come alle medie), c’è chi sta immobile e muove solo le stenche gambe per calciare, e c’è chi si infortuna gravemente (a Pasquetta, in un solo giorno, si verificano più distorsioni alla caviglia che in tutte le giornate dei campionati di serie A e serie B messi insieme). Poi, in appendice alla partita, alle ragazze viene dato il contentino di giocare, anche se poi tutti sanno bene che ciò non è altro che una scusa per gli uomini per poterle palpeggiare con simpatia e decoro.

Finita la partita, stremati, si ricomincia a bere, e, già che si presenta l’occasione, anche a mangiare. E così si ricomincia daccapo: patatine, panini, uova intere, carne avanzata dalla grigliata, torta sabbiosa, vino e birra. Con il risultato che a Pasquetta si effettuano quattro o cinque pranzi completi e si introitano dalle 15.000 alle 20.000 calorie.

Le giornata dunque non finisce in base all’orario, ma in base alla resistenza fisica e intestinale di ciascuno: sul divano, sul water, o all'ospedale.

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Alberto Fezzi

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