Il mistero del vino

Era rimasta senza parole, con la rabbia soffocata in gola. Non pensava fosse possibile, ed invece lui lo aveva fatto ancora.

Quella sera, mentre camminavano mano nella mano lungo la Rambla di Barcellona, il principale dei lunghi viali alberati che tagliano la città vecchia da Plaza de Catalunya fino al porto, lui si era fermato all’improvviso e l’aveva guardata dritto negli occhi.

“Chiara, ti devo dire una cosa, non ce la faccio a tenermela dentro.”

Lei si era subito preoccupata.

“Dimmi” rispose senza aggiungere altro. Era una scena che aveva già visto.

“Ti ricordi quella festa a cui sono andato con i miei amici, prima che partissimo? Beh, ecco, ho rivisto Veronica, ti ricordi Veronica? Anche bruttina tra l’altro, beh insomma, ho bevuto un po’ troppo vino, lei si è avvicinata per ballare, io non sapevo bene come comportarmi…”

Non riuscì neanche a finire la frase.

“Stai zitto” lo interruppe Chiara con voce bassa.

Subito dopo, era rimasta senza altre parole.

Non ci voleva credere, perché era già la terza volta che Luca le faceva un discorso simile: ho rivisto una mia ex, ho bevuto un po’ troppo, e altre balle del genere.

Ma quante ex fidanzate hai? E quanto vino bevi? E quando bevi vino, le incontri sempre? Lo chiameremo il mistero del vino: un incrocio di fato e ormoni che ti porta a tradire ogni volta che scendi a patti col Dio Bacco.

In realtà erano scuse, Chiara lo sapeva. E’ una scusa quella del bere: non è possibile che la voglia di andare con chiunque, vongole comprese, derivi solo dall’assunzione di un po’ di alcool, ché allora il Viagra neanche lo inventavano e i vecchietti li gonfiavano di Tavernello. E’ una scusa quella dell’ex fidanzata: se l’hai mollata o ti ha mollato, ci sarà stato un motivo. Siamo insieme da tre anni e non puoi essere ancora lì a guardarti indietro e a pensare alle tue ex. Non puoi sempre avere la testa girata indietro come la bambina dell’Esorcista. Se mi ami veramente come dici, non puoi, con cadenza annuale, come l’Irpef, farmi del male. Ma tu non mi ami, questa è la verità.

In quel momento Chiara lo odiava. Lo odiava con tutto il cuore, quel cuore distrutto con cadenza annuale. E lo odiava ancor di più se pensava al suo schizofrenico modo di comportarsi: se erano a Barcellona, era perché Luca dieci giorni prima, in quegli attimi che in effetti solo lui sapeva creare, si era presentato a casa di Chiara con uno dei suoi sorrisi lucenti, stringendo in mano un foglio di prenotazione della Ryanair: due biglietti aerei per Barcellona.

“E perché questo regalo?” aveva chiesto Chiara, con le lacrime che già le spuntavano dagli occhi come a ricordarle che lei, una ragazza insensibile o comunque che non si commuove per le gioie improvvise, non lo sarebbe mai stata.

“Perché ti amo” aveva risposto lui perentorio, granitico. Ma, molto probabilmente, falso. O forse solo superficiale: bello come uno strato di rugiada, ma della stessa profondità.


Dopo la confessione di Luca, i due avevano camminato in silenzio ancora un po’ lungo la Rambla, ognuno immerso nei suoi pensieri.

A dire il vero, è difficile creare il silenzio in quel lungo viale, in mezzo alle folle di barcellonesi e di turisti che lo percorrono, fra i caffè e i locali di tapas pieni di avventori vocianti; in mezzo ai venditori di fiori e, come copia mal riuscita, i venditori di rose del Bangladesh, che di sera diventano magicamente ed etilicamente venditori di sconosciute birre in lattina estratte dai tombini delle fogne; e con lo stupefacente avvicendarsi, uno dopo l’altro come in un carnevale per matti, di mimi di strada vestiti nei modi più strani, che si animano e ballano e recitano al suono di una moneta.

Al punto della Rambla in cui erano arrivati, si poteva già scorgere l’alta colonna sovrastata dalla statua di Cristoforo Colombo che precede il lungomare, e però il prosieguo del cammino era ostruito da una piccola folla che guardava ammirata uno di questi mimi.

Era altissimo, sicuramente più di due metri, completamente avvolto in un mantello nero, che contrastava con il suo viso interamente truccato di un bianco fin accecante. Aveva la testa abbassata e gli occhi chiusi, ma quando qualcuno metteva la moneta nella tazza, prendeva vita: alzava la testa, spalancava gli occhi, di un blu brillante, e con il mantello frusciante si avvicinava allo spettatore, sfoderava un sorriso maligno e si avvinghiava al collo del malcapitato che l’aveva svegliato, fingendo di morderlo come il più temibile dei vampiri.

La scena suscitava impressione per il suo realismo: gli spettatori all’inizio restavano interdetti, per poi esplodere in un applauso, desiderosi di rivedere la scena.

Chiara era ancora in preda ad un enorme rancore quando arrivò di fronte al mimo. Luca al suo fianco sembrava imbalsamato: manteneva il basso profilo del colpevole. Mai stuzzicare una donna arrabbiata.

Chiara guardò distratta il mimo e i suoi pensieri furono improvvisamente interrotti da un baleno veloce che scorse sul suo viso: era sicura che quello, tornato nella posizione iniziale con la testa abbassata, avesse aperto fugacemente un occhio verso di lei, colpendola col blu della pupilla e accennando con lo sguardo, per un brevissimo istante, alla tazza delle monete.

Chiara, quasi ipnotizzata, si frugò in tasca, estrasse una moneta e la lasciò cadere nel recipiente, mentre Luca la guardava incerto, però tutto sommato rinfrancato sullo stato d’animo di lei: insomma, si presume che siano altri i comportamenti di una donna furiosa, non certo l’andare a stuzzicare un mimo che fa il cretino con un mantello nero addosso.

Intanto quello di colpo si animò, per l’entusiasmo dei suoi spettatori. Si avvicinò lentamente a Luca, che sorrideva imbarazzato (ma a questo punto, ancora più rinfrancato: dai mimo, facciamola ridere questa ragazza arrabbiata che mi salvi il weekend, che altrimenti qua è un inferno), e gli si avvinghiò al collo.

Luca cominciò a ridere e anche il pubblico lo guardava divertito. Il mimo però non accennava a staccarsi da lui, e pian piano il riso di Luca divenne un gemito più spaventato, più isterico, come quando i bambini ridono per qualcosa che fa loro paura e lo fanno più che altro per esorcizzare quella paura. Alla fine, con il mimo ancora attaccato al collo, il riso del ragazzo si tramutò in un vero e proprio grido, e Luca, il colpevole bevitore di vino, da paonazzo che era, di un bel rosso corposo da abbinare alla selvaggina, diventò più chiaro, più o meno come un rosè da antipasto, fino a diventare bianco, esangue, più o meno come uno spumante brut, senza neanche la fragola dentro.

Dopo circa un minuto che era avvinghiato a Luca, il mimo si allontanò di scatto, rivolgendo un beffardo sorriso a Chiara. Luca stramazzò al suolo e la piccola folla gli si fece intorno.

 Quando si accorsero che era morto, Chiara e il mimo erano già scomparsi.

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Commenti: 7
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Alberto Fezzi

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