Quando la presentazione di un libro è noiosa, vuol dire che il libro è brutto (o è brutto l'autore)

 

Questa sera è la volta di Giampaolo De Nardo, scrittore passato alla ribalta delle scene qualche tempo fa con un libro di grande successo intitolato Tre per Tre, un romanzo ufficialmente “di formazione” ma ufficiosamente adolescenziale, nonché piuttosto radical chic. Un romanzo che quindi ha avuto il consenso di tutti gli adolescenti e i radical chic d’Italia, e pertanto, sommando le due categorie, stiamo parlando praticamente di tutti i lettori italiani. Bisogna considerare infatti che gli adolescenti in Italia vanno dai quindici ai cinquantacinque anni, e che tra i radical chic del Belpaese rientrano numerose tipologie di persone: quelli che leggono i libri per moda; quelli che nemmeno li leggono ma li comprano e basta perché comunque garantisce un’aura da intellettuale accatastarli nelle librerie o ancor meglio sparpagliarli disordinatamente per casa, ma di certo poi non hanno voglia di leggersi le palle di cemento letterarie che si comprano; e infine quelli che vogliono avere qualcosa di cui parlare quando si accendono una sigaretta alle cene organizzate dall’amica divorziata o dall’amico pittore.

Comunque, dopo l’enorme successo di Tre per Tre, De Nardo ha pubblicato altri libri che non hanno venduto come il suo primo best seller, ma che hanno sempre provato a richiamarlo con titoli simili (Uno via l’altro, A gruppi di sei, Quarantaquattro gatti in fila per tre col resto di due: non me li ricordo esattamente tutti, comunque titoli del genere).

Stasera De Nardo si esibisce con un musicista dello Sri Lanka, che pare essere molto famoso nel suo Paese (d’altronde noi come facciamo a sapere chi è molto famoso nello Sri Lanka? Non siamo mica De Nardo, noi). Il musicista ha un nome impronunciabile e suona le percussioni.

Quando ieri Matteo ha saputo che scrivo per un giornale, e che, tra le altre cose, ho anche iniziato almeno una quindicina di volte il romanzo della vita e puntualmente non l’ho mai finito e ho le stesse probabilità di finirlo che di diventare astronauta, pilota della Mc Laren, ecc., ha insistito perché stasera andassimo a sentire De Nardo. Ha detto che avrei potuto imparare qualcosa.

Il posto mi piace, la manifestazione mi piace, e quindi ho detto di sì. Però, devo dire, questa sua insistenza mi preoccupa un po’.

 

Matteo a fianco a me sbuffa sonoramente, e si muove continuamente sulla sua sedia come se fosse rovente. Sembra non riesca a darsi pace.

In effetti lo spettacolo di De Nardo è iniziato un po’ in salita: in apertura, il percussionista dello Sri Lanka ci ha propinato per una ventina di minuti uno sbattimento di bonghi e aggeggi in rame simili alle vecchie pentole affisse ai muri nelle case di campagna, il tutto restando seduto in modo ieratico sul palco con le gambe incrociate e fasciate da ampi pantaloni che le facevano scomparire alla vista. Appariva quindi come uno strano essere composto del solo busto e con le mani intente a percuotere forsennatamente strumenti dal suono disturbante, la Dea Kalì ingaggiata dagli Stomp.

Dopo la Dea, è entrato in scena lo Scrittore, fascinoso cinquantenne, ammiccando alle signore divorziate e alle spose frustrate.

Prendendo alla lettera il significato della parola reading, De Nardo ha letto una quarantina di pagine del suo ultimo romanzo - praticamente metà libro - e cercando, con risultato assai maldestro, di interpretare scolasticamente le voci dei protagonisti secondo i loro accenti (il toscano che parla come Benigni, il romagnolo che parla come Arrigo Sacchi, il francese che parla come l’Ispettore Clouseau, la tedesca che parla come una soldatessa nazista bionda dei film di Indiana Jones).

Dopo questo fiume di lettura, una secchiata di noia ha smorzato gli animi di tutti gli spettatori, anche di quelli più entusiasti, e, come in un acquario dove i pesci vogliono improvvisamente mettersi a parlare, hanno cominciato a comparire i primi numerosi sbadigli. Ma il De Nardo forse proprio questo cercava: lo spettacolo difficile, lo svanire della gioia, il macigno culturale con cui potersi buttare in fondo al fiume.

Infatti, quando incautamente qualcuno tra il pubblico gli ha urlato “leggi Tre per Tre!”, lui non si è fatto pregare: con malcelata indifferenza ha fatto la ruota del pavone, ha risposto un artatamente distratto “va bene”, e poi, prendendo alla lettera anche l’incauto richiedente, ha letto pressoché tutto il tomo, quasi a darci a volerci dare la buonanotte al capezzale di un immaginario letto (letto che però in quel momento non avevamo e che invece ci avrebbe fatto un gran comodo per assopirci serenamente).

A questo punto, con la stanchezza che era diventata un’entità solida e si era posata nei posti più sconvenienti di ciascun spettatore, il De Nardo ha pensato bene di passare nuovamente il pallino del gioco - se possiamo definire gioco una performance così distante dal divertimento - all’uomo-busto dello Sri Lanka, presentando un suo pezzo di percussioni, esattamente uguale al precedente, recante il titolo, in piena cosmogonia dell’imbarazzo artistico, di Ginocchia Esili.  

Ed è appunto nel corso di questo pezzo che vedo Matteo enormemente insofferente. Per tutta la parte precedente dello spettacolo ha chiosato con trancianti battute le discutibili esibizioni dei due artisti, ma adesso pare aver perso ogni serenità, lo vedo proprio che non ne può più.

In effetti, Ginocchia Esili, se già il titolo lo lasciava intuire, è qualcosa di decisamente inaccettabile: non siamo in un campo difficile dell’arte, siamo nel campo limitrofo a quello dell’arte difficile: l’arte brutta. Terminata l’esibizione, gli spettatori non sono più normalmente seduti ai proprio posti, ma vi sono riversi come anguille malate.

Il De Nardo, come tutti gli artisti autocentrati che non sanno ascoltare il pubblico, non si accorge di nulla, e, fiero di tanta noia, chiede se qualcuno tra gli spettatori abbia qualche domanda da porgli.

Si crea quindi una piccola coda vicino al palco, composta da quegli irriducibili che pare abbiano, incredibilmente, apprezzato lo spettacolo (o forse lo danno solo a vedere per darsi il già descritto tono da radical chic, mentre durante lo spettacolo hanno invece giocato tutto il tempo con Ungry Birds sull’iPhone).

Mentre osservo le persone che stanno per porre le domande, la sensazione di ansia e terrore che mi aveva assalito sapendo di dover venire a questo evento assieme a Matteo, mi risale improvvisamente dalla pianta dei piedi e si impadronisce di tutte le mie interiora: a fianco a me, nuovamente come al concerto di Milano, Matteo non c’è più. Solo che adesso so già dove guardare.

Ed infatti, lo vedo in coda che vuole porre una domanda allo scrittore.

 

Passano quattro cinque domande inutili di spettatori in estasi, che da De Nardo si farebbero anche raccontare quante volte va di corpo durante il giorno e sarebbero comunque soddisfatti, e che lui fregia di risposte compiaciute e difficoltosamente modeste, quando ecco che è il turno di Matteo detto il Matto. Per quel che mi riguarda, so già che stiamo andando incontro al disastro, ma ormai ho imparato a conoscerlo e attendo la tempesta con una certa serenità.

Il Matto sale sul palco, afferra il microfono e si mette di tre quarti tra lo scrittore ed il pubblico, per parlare a tutti e due: “Ecco sì, signor De Nardo, io vorrei esprimere un commento su questo suo spettacolo, se fosse possibile.”

“Certo caro” risponde lo scrittore con fare mellifluo, sicuro dell’ennesimo complimento, dolce balsamo per il suo ego. Che ingenuo.

“Grazie. A mio parere questo suo spettacolo, ehm, insomma …”, c’è una piccola pausa teatrale che preannuncia la scena madre, “insomma questo suo spettacolo è UNA CAGATA PAZZESCA! DUE PALLE CLAMOROSE! Ma dai, come si fa a mettersi lì a leggere tutto il libro? Con le vocine diverse per di più! Ma non capisci che annoi la gente a morte? E quello lì senza le gambe sarà mica piacevole da sentire? CHE MERDA!”

Sulle feci, come sempre, il pubblico si risveglia improvvisamente: qualcuno grida a Matteo di scendere, qualcun altro ride, ma c’è una grande fronda, e devo ammettere che io sono tra questi, anzi forse ne sono il condottiero, che si alza in piedi di scatto ad applaudire.

Saremo circa una quarantina che ostentiamo la nostra claque e urliamo “BRAVO!”, senza esitazione.

Ma sì, insomma, il Matto sarà un pazzo, come evidenzia per l’appunto il suo soprannome, però in questo caso ha proprio ragione. Non ho mai assistito ad uno spettacolo così pretenzioso ed inutile.

Purtroppo però qui non siamo in un film di Fantozzi e non c’è alcun colpo di mano, non riusciamo a conquistare il palco e a fare inginocchiare De Nardo sui ceci per poi fargli leggere l’opera omnia di Clive Cussler. Qui De Nardo resta semplicemente sbigottito, evidentemente non abituato alla possibilità di critiche nel suo mondo ovattato di case editrici che ormai gli pubblicano ogni possibile delirio.

Reagisce con terrore e scende di corsa dal palco, seguito dal musicista dello Sri Lanka a cui improvvisamente spuntano le gambe per scappare in modo scomposto. Temono lo squartamento in pubblica piazza, come inflitto a William Wallace alla fine di Braveheart

Questa fuga così repentina e sicura fa presumere che probabilmente, durante questi loro spettacoli, lo abbiano sempre temuto e abbiano quindi ora percepito che il fatidico momento potrebbe essere giunto.

Il servizio d’ordine afferra Matteo per le braccia e lo fa scendere dal palco. Lui le alza in segno di resa e di pace, come uno degli studenti di Tienanmen. In questo momento è un eroe.

Il medesimo servizio d’ordine invita, con grazia feroce, anche tutti noi che stiamo applaudendo ad accomodarci all’uscita.

Lo spettacolo comunque può considerarsi finito.

Amen, e così sia. Giustizia è fatta.

 

(da "Non mi diverto più")

 

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Alberto Fezzi

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