Quanto lavoriamo per vivere, e quanto viviamo per lavorare

Dopo un’attesa che, dalla nuca ai talloni, vi ha certamente elettrizzato per mesi, è finalmente uscito l’e-book “La mirabolante storia di un impiegato di banca”: lo potete scaricare in pdf gratuitamente, e ripeto gratuitamente (e so che gratuitamente accettate anche la colomba pasquale al supermercato, anche se la colomba vi fa schifo perché sa di cartone), mettendo “mi piace” a questo link. A breve, poi, lo troverete direttamente su questo sito.

Per il resto, che dire: è un esperimento nato con i miei editori Francesco Giubilei e Giorgio Regnani, tanto brillanti quanto folli nel volermi seguire sempre in quello che scrivo: se “Il principe del foro non esiste” è andato così bene, perché non provare ad applicare una formula simile ad un altro ambiente lavorativo, magari non troppo distante a quello degli avvocati?

Ecco allora l’idea delle banche. Se non che, io, delle banche, non so un’emerita fava, come ho sentito dire una volta alla Sorbona. Allora ho raccolto varie testimonianze di chi qualcosa ne sa e poi ci ho fatto un racconto, più che un saggio, anche perché io di saggio ho proprio poco. L’apporto che ho dato alle esperienze raccolte è stato di metterci tutto quello che ci sta intorno, cioè la vita. Perché quello che a me interessa, è quanto lavoriamo per vivere e quanto viviamo per lavorare: quando la lancetta è troppo a destra, è il caso di tirare il freno a mano, amici miei. Buona lettura.

 

“La maliarda signora Marika ci disse poi che, per cominciare, avevamo ciascuno 90 secondi di tempo a disposizione per presentarci a tutti gli altri. Non più e non meno di 90 secondi, nel senso che andavano usati tutti.

Partì, guarda caso, la Trappo Forchetti, che usò solo 7 secondi, contravvenendo quindi alla regola del “non meno”, dicendo: “Ciao a tutti, sono Adelaide Trappo Forchetti, mio papà è il Presidente della Banca. Ma questo in città lo sanno tutti.” Fine.

Essenziale. E persino geniale, direi.

Noi dal cognome unico ci guardammo un po’ straniti, a causa della violazione immediata della regola appena impartita dalla psicosociologa Marika. Per contro, come mi sarebbe molto servito anche dopo nella vita, feci tesoro di una delle mie prime lezioni di siamotuttiugualidifrontealleregolemacequalcunopiuugualedeglialtri (e tendenzialmente quel qualcuno ha sempre due o più cognomi, fateci caso).”

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Alberto Fezzi

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