La sindrome del convenuto

Se un avvocato civilista dovesse analizzare e catalogare tutte le sentenze ricevute da giudici del suo settore, secondo me potrebbe dedurne che molti di questi sono affetti da quella che potremmo chiamare la sindrome del convenuto.

Essa si manifesta in una, volontaria o involontaria, tendenza del giudice a favorire il convenuto, o meglio a soccorrerlo, ad aggiustargli le argomentazioni o ad offrirgliene di nuove, di migliori. Molto spesso, agli occhi del giudice, il convenuto appare come un gattino indifeso da accudire, e non sappiamo perché. O invece sì, forse lo sappiamo.

Probabilmente questa propensione trae origine dal fatto che molti magistrati, a partire dal loro grande capo Piercamillo Robocop Davigo, ritengono che gli avvocati, in qualità di attori, azionino cause che per un 98% non avrebbero dovuto essere azionate, e lo facciano solo per un tornaconto personale e non per un’effettiva esigenza del cliente (parole di Davigo: “Le cause vanno fatte per le questioni serie, quando c’è una ragionevole possibilità di vincere. Ma questo va contro gli interessi degli avvocati che sono tanti e agguerriti, con tutto l’interesse alla proliferazione dei processi”).

Insomma siamo ancora fermi al luogo comune del “causa che pende, causa che rende”, come se l’avvocato, dal momento che una causa è pendente, potesse mandare al proprio cliente una parcella ogni due settimane anche se in quella causa non succede nulla da otto mesi (e non succede nulla da otto mesi perché un giudice ha dato un rinvio di otto mesi). Come se le parcelle degli avvocati venissero pagate sempre, puntualmente e con gioia. Quando invece, quel che conta, ormai, tanto per l’avvocato quanto per il cliente, non è che la causa penda, ma che la causa finisca. E questo non dipende dall’avvocato. Fosse per me, non ci andrei mai in tribunale, mi metterei sempre d’accordo prima.

Ad ogni modo, per questi giudici che vedono l’avvocato dell’attore come un venditore di Rolex falsi sulla spiaggia, viene spontaneo sostenere il convenuto. E la cosa si manifesta in modo ancor più eclatante quando il convenuto è contumace: a tanti di noi è sicuramente capitato, in qualità di attori, di imbatterci in giudici che, invece che bastonare quel convenuto ignavo e un poco paraculo, si sono sentiti in dovere di difenderlo, di proteggere e accudire quel gattino intirizzito, e di mostrare all’avvocato dell’attore quanto falso sia il suo Rolex.

Una variante della sindrome del convenuto è poi la cosiddetta terza via, ovvero l’inclinazione del giudice ad accogliere le domande di una o dell’altra parte, ma utilizzando argomentazioni proprie, non coincidenti con quelle degli avvocati, dimostrando in qualche modo che degli avvocati, del loro studio, del loro impegno, dei loro ragionamenti e del loro blablabla, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.

Un mondo di soli giudici, e tutto filerebbe liscio.

 

P.S. Quanto appena esposto a proposito della sindrome del convenuto ha la sua più grande eccezione nel caso in cui l’attore sia un fallimento: in questo caso, l’avvocato del fallimento può anche agire in giudizio tramite un foglio bianco depositato fuori termine, ma vincerà comunque, perché il fallimento ha sempre ragione. Il fallimento tutela i creditori. Il fallimento è Dio che suona la fisarmonica, e il convenuto può solo ascoltare.

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Alberto Fezzi

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