It's a kind of magic

Avevo assunto Silvia un anno prima, quando il locale aveva cominciato a prendere piede e non potevo più fare tutto da solo: era diventato ingestibile stare lì dalle sette della mattina alle nove di sera senza collaboratori. Nonostante l’età, Silvia dimostrava una maturità rara, sembrava avere già tutto chiaro in testa: ogni scelta, ogni parola e ogni singola azione, anche la più modesta, come un sorriso da concedere o meno, era misurato. Sapeva sempre cosa fare. Ma c’era qualcosa di più. Silvia era speciale. Magica, dovrei dire. Non sto parlando di quella magia che mi potrebbe far dire che ero innamorato di lei. Certamente no. Intendiamoci, Silvia era radiosa, sapeva illuminare il mio locale: i capelli biondo cenere raccolti sulla testa e fermati da una forcina e un fiore di pesco, occhi profondi color nocciola, la carnagione scura che risaltava sulla stretta camicia bianca che indossava per lavorare, forme sinuose e un modo affascinante di muoversi. Non posso negare che il successo del mio bar dipendesse anche da lei.

Ma la magia di cui sto parlando era magia vera e propria. A volte la vedevo fissare le persone che passavano davanti al bar e quelle che entravano, e subito dopo la vedevo sorridere oppure rattristarsi, fino ad avere gli occhi lucidi. Non erano i comportamenti di una squilibrata. C’era sempre una vibrazione speciale vicino a lei, come se riuscisse a percepire qualcosa che gli altri non riuscivano a vedere, qualcosa che spiegava tutto il resto.

Qualcosa di più grande, di più profondo. Penso che Silvia avesse un dono e che ne fosse consapevole; ogni tanto gliene parlavo.

Una volta l’avevo vista osservare una bambina che era entrata nel bar per mano al padre. La bambina aveva uno sguardo triste: era saldamente ancorata alla mano del genitore, ma sembrava farlo più per dovere che per affetto. Il padre aveva ordinato un caffè che aveva bevuto velocemente. Mentre stavano uscendo, Silvia era corsa fuori da dietro il bancone e, prima che la bambina lasciasse il locale, l’aveva raggiunta, si era chinata per sussurrarle qualcosa all’orecchio e poi le aveva dato una carezza sulla testa. Il padre aveva guardato Silvia perplesso e infastidito, ma gli occhi della bambina avevano brillato. Sembrava aver ricevuto qualcosa di più di una semplice carezza, sembrava riconoscente. Io avevo osservato tutta la scena, e quando i due se ne furono andati, chiesi a Silvia:

- E quello cos’era?

- È una specie di magia - mi rispose.

- Come Highlander?

- Più o meno - sorrise lei.

Rispondeva sempre così, quando la sorprendevo in quei momenti. Come il protagonista di quel film quando spiega la sua immortalità: “it’s a kind of magic”, come la canzone dei Queen. Silvia rispondeva così, e poi non aggiungeva altro.


(da "Le addizioni femminili", in uscita il 19 dicembre) 

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Alberto Fezzi

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