Ode a Moscardelli

Stranamente, ero seduto al bar. Lui è entrato, si è avvicinato al bancone, ha salutato il barista che ci ha presentati (perché, stranamente, il barista lo conoscevo anch’io). Ha ordinato una birra e si è seduto con me. In cinque minuti la birra è finita. “Sai” mi dice, “io ho sempre giocato in città dove si beve: Trieste, Rimini, Piacenza, e adesso Verona. A Trieste, a colazione, bevono la grappa. Quando a giugno torno a Roma dopo il campionato, faccio sempre una festa con i miei amici: compro una botte di birra da sei litri, e alle undici della mattina è già finita. Loro hanno bevuto un bicchiere e sono già stesi, io ho bevuto tutto il resto e faccio le rovesciate in piscina”.

E’ così che ho conosciuto Davide Moscardelli.

In quello stesso bar sopra il quale abitava quando giocava al Chievo, qualche volta scendeva verso mezzanotte (scendeva proprio da casa, non che prima fosse in giro), gli veniva consegnata una bottiglia di Ferrari, lo apriva sciabolando il tappo con un coltello, di fronte ad una folla esultante che acclamava al bomber, dopo di che, tranquillo, tornava a dormire. Ordinaria amministrazione. Una volta ha sciabolato una bottiglia di birra utilizzando un bicchiere. Sciabola tutto.

Uno dice: vabbè, chissà come gioca. E’ semplice: se gioca, segna. Cioè, se lo fanno giocare con regolarità, non tre minuti ogni tre partite. Così in serie B, poi in serie A, e ora anche in Lega Pro: date un'occhiata su youtube per vedere i gol che ha fatto nella sua carriera. Solo quest’anno, a Lecce, 15 gol. Certo, stiamo parlando di un cavallo pazzo, a volte altalenante o incostante, ma quando ha giocato con continuità ha sempre segnato. Anche perché, il punto, è proprio l’incostanza, è proprio la follia genuina: il suo pregio, più delle rabone, è proprio quello, è l’anima.

Mentre sto scrivendo, mi sto in realtà un po’ trattenendo, un po’ sto pensando alla censura di questo pezzo che potrebbe fare la vera agente di Davide, sua moglie Guendalina, perché non posso veramente raccontare tutto di lui, ché in un mondo conformista ed ipocrita come quello del calcio non si può dire la pura e semplice verità. Ma siamo d’accordo che scriveremo un libro insieme quando smetterà di giocare e potremo raccontare tutto quello che ha fatto e tutto quello che ha visto. A partire, ad esempio, da alcune serate a Trieste con il bisonte Godeas, oppure da come ha conosciuto sua moglie quando erano ragazzini e abitavano nella stessa via, e poi si sono persi, e poi si sono ripresi quando sono cresciuti.

E’ il calcio di Moscardelli, come quello, ad esempio, di Malesani, che è ancora degno di essere raccontato, più della playstation a cui ci fanno assistere Ronaldo o Messi (tranne che per il vomito prima delle partite importanti, quello è genuino, e infatti alla playstation non lo fanno vedere).

All’esordio in casa con il Bologna, arriva un cross, Davide stoppa la palla e, tenendola ancora sul piede, fa un tunnel all’avversario: non ho ancora ben capito come abbia fatto, qualche giorno dopo ci ho provato sul mio terrazzo e mi è caduto un ginocchio in garage. Una cosa simile poche partite dopo contro la Juve, a Vidal. “I’ho fatto la busta”, ci ha detto a fine partita sfoderando il suo romano doc davanti a un numero indefinito di birre, e se la rideva.

Stufo di non giocare al Chievo, ha cominciato a farsi crescere la barba fino a che non fosse stato ceduto. E’ stato ceduto, ma la barba non se l’è più tagliata, e ora sembra un incrocio tra Gesù e Braccio di Ferro. Al raggiungimento dei 13.000 followers su Twitter ha scritto: “E pensa se giocavo”. Il giorno dopo erano 26.000. Adesso sono 116.000, e sua moglie non pubblica nemmeno foto in bikini da Miami. E insomma, se io dovessi scegliere, tra l’avere la foto sulla cover di Fifa e vedermi dedicato un coro “eran quasi le tre, era in giro con me, Moscardelli alè”, sceglierei la seconda (tra l’altro, sulla copertina di Fifa c’era anche Vidal, ma senza busta).

 

P.s. Ho fatto leggere a Davide questo pezzo prima di pubblicarlo: lui, dopo essersi aperto una birra, mi fa: “La busta era a Gattuso!”, e io: “No, guarda, era Vidal, sono sicuro, Bologna-Juve un sabato sera d’inverno, un freddo boia, siamo venuti apposta da Verona per vederti”, e lui: “Ah, allora de Vidal me so’ dimenticato”.

 

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Alberto Fezzi

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