Una birra a Verona: non un affare così semplice. Una birra buona, intendo.
Data questa specifica, dobbiamo subito escludere dal mazzo le birre artigianali, anche se, così dicendo, ben so di scatenare la ferocia degli amanti del genere: mi dispiace, a me non piacciono le birre che sanno di fiori, di albicocca o di cenere.
Per quanto, generalmente, l’affermazione di prediligere le birre artigianali sia pronunciata nel tentativo di elevare un pochino il proprio status sociale, per me birra artigianale è invece solamente sinonimo di birra cattiva. Io preferisco le birre tedesche, Augustiner su tutte, la Ferrari delle birre. Sì, amici integralisti, proprio quelle famigerate birre ritenute industriali. E invece, ho visitato certi stabilimenti in Baviera, la cui pulizia, organizzazione e cura dell’eccellenza, sono un incrocio tra la cucina di Carlo Cracco e una sala operatoria. Per contro, ho visto certi microbirrifici artigianali all’interno dei quali i NAS potrebbero organizzare dei pigiama party.
Dunque, birra artigianale: fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, per i contemporanei, resta scolpita nella pietra la risposta che il mio amico Corrado diede al barista dello Sciorùm, il locale in Via Sant’Alessio, vicino alla Chiesa di San Giorgio e dirimpettaio dell’Adige: quando questi gli propose una bella bottiglia da mezzo litro di luppolo d’artigiano, egli lo rasò con un perentorio “No, no, per carità!”. Risposta che, da allora, io stesso utilizzo in modo più vasto per qualsiasi tipologia di proposta ritenuta indecente: “Vieni all’addio al celibato di Alessandro a Jesolo?” “No, no, per carità!”; “Andiamo a cena in baita con il gatto delle nevi?” “No, no, per carità!”; e così via.
Al più, l’alternativa alla birra bavarese, per quel che mi riguarda, deriva dalla mia sfrenata passione per l’Irlanda, ed è la Guinness, l’insostituibile caffettona: un grande classico, reperibile, alla mala parata, più o meno in tutto il mondo.
E dunque, tornando all’inizio: dove è possibile ottenere buone birre bavaresi o solide Guinness a Verona?
A questo punto dovremmo aprire alcune sottoparentesi (parentesi quadre? O grafe?), ma cerco di sintetizzare come segue, e, per una comprensione più gradevole, potete immaginare che, ad illustrare i successivi due paragrafi, sia la suadente voce di Alberto Angela:
A proposito di birre bavaresi
Per quel che riguarda le birre bavaresi, non basta essere tenutari del prodotto, bisogna anche saperlo spinare con dovizia, ovvero a caduta, lentamente, a più riprese, eliminando il gas in eccesso, lasciando un bel cappello di schiuma in cima al boccale. Vi sono infatti alcuni bar a Verona, in Piazza delle Erbe, che possiedono sì la spina di Augustiner, ma la utilizzano senza amore, erogano sveltine di birra, le quali, a differenza delle sveltine vere e proprie, non procurano neanche quel velocissimo momento di piacere, ma solamente molto gonfiore intestinale e fragorosi rutti baritonali (non so se Alberto Angela sarebbe d’accordo sul tenore del testo, ma tant’è, immaginare non costa nulla). Dunque, i migliori locali a Verona per suggere birra bavarese sono attualmente l’Ellis 22, adiacente al già menzionato Sciorùm (il locale è tuttavia universalmente conosciuto come “Da Juve”, sol perché il suo pirotecnico proprietario Davide, detto ora appunto Juve pur essendo tifosissimo dell’Hellas Verona, una volta, all’incirca all’età di cinque anni, venne colto ad indossare una sciarpa della Juventus, e dalle nostre parti queste cose non si dimenticano più); l’Osteria Tre Miracoli vicino alla Basilica di San Zeno, patrono della città; la Birreria Iter, dalle parti dello Stadio Bentegodi, anche se qui, a voler esser pignoli, la birra è servita a due/tre gradi in più del dovuto e l’odore di fritto proveniente dalla cucina lascia sui vestiti una leggera panatura; ed infine la Taverna Cansignorio, verso Borgo Venezia, dotata di un elaboratissimo sistema di spinatura presumibilmente progettato da Robert Oppenheimer in persona nonché gelosamente custodito dal proprietario Danilo, un vero talebano della birra bavarese: se parlate a lui di birra artigianale, rischiate di essere spediti fuori dal locale a pedate nel deretano.
A proposito di Guinness
Per quel che riguarda la Guinness, il discorso si lega indissolubilmente all’intervenuta scomparsa dei pub a Verona, una grave deriva sociologica compiutasi negli anni successivi alla pubblicazione della mia Divina Commedia veronese, ovvero “Sognando un Negroni”, testo in cui esaltavo quella tipologia di locali, che da sempre conservano un posto speciale nel mio cuore (sempre per quella passione per l’Irlanda e il mondo anglosassone in generale). Nel tempo, questi luoghi che all’inizio degli anni Duemila erano stati la fucina di varie generazioni di giovani alcolizzati veronesi, che erano stati il gorgo del delirio peggiore, o migliore, della mia città, a seconda dei punti di vista (peggiore: per i residenti vicino al pub; migliore: per noi entusiasti avventori), hanno chiuso quasi tutti, per lasciare il posto ad anonimi e freddi ristoranti, o, peggio ancora, ad alcuni garage. E a noi bevitori cos’è rimasto? In città direi solo l’Hartigans, in un vicolo-traversa di Corso Cavour, a metà tra i Portoni Borsari e Castelvecchio.
Ora voi forse vi starete chiedendo: a quale scopo l’autore ha compiuto questa lunga digressione sull’assunzione della birra a Verona? Ebbene, “solo perché l’autore è un ubriacone” potrebbe essere già una buona risposta. Oppure perché, dai tempi dell’uscita di quel “Sognando un Negroni” che mi ha lanciato tra i grandi della letteratura mondiale tanto che ogni volta che mi squilla il cellulare con numero anonimo rispondo sempre con l’accento svedese confidando che dall’altro capo della linea vi sia l’Accademia di Stoccolma che mi annuncia l’assegnazione del Nobel, mi è sempre rimasta la passione di descrivere le abitudini alcoliche dei miei concittadini. D’altronde, a mio avviso, nella maggior parte dei casi, una persona ubriaca ha da dire cose molto più interessanti di una sobria: intendiamoci, il 90% saranno cazzate, ma quel restante 10% saranno stille di puro genio.
O forse, infine, parlo di tutto questo perché quelli bravi a scrivere mi hanno insegnato che, quando si vuole raccontare qualcosa, il nocciolo della storia va sempre contestualizzato.
Quale che sia il motivo della premessa, ecco che mi ritrovo ad entrare al sopra citato Hartigans, in Vicolo Disciplina, traversa di Corso Cavour, un pub duro e puro che ha resistito alle mode e alle migrazioni inconsce dei giovani veronesi, e direi in particolare delle giovani veronesi, che cercano la movida: mentre all’estero la frequentazione dei pub è attività ludica praticata anche dalle ragazze, quindi il connubio tra birra e gentil sesso li rende non poco attraenti, nella mia città la stragrande maggioranza delle donne ben si guarda dal frequentare questa tipologia di locali, ritenuti poco cool. Tale inclinazione permette a codeste femmine di risultare sicuramente più graziose da un punto di vista estetico, poiché tutta quella birra non va a depositarsi all’interno dei loro glutei, ma al contempo ce le restituisce più tristi delle colleghe anglosassoni.
Muovendo quindi da questa scarsa presenza femminile, possiamo affermare che il locale in questione è frequentato per lo più da avventori maschi ascrivibili alle categorie dei nerd e dei tecnici informatici, le quali notoriamente poco si interessano all’altra metà del cielo: in questo pub, dunque, difficilmente potrai lanciarti in grandi conquiste sessuali e/o sentimentali, ma se devi aggiornare l’iPhone o riparare il mouse, sei nel posto giusto. E tutto questo a voler tacere dei due proprietari, una coppia di fratelli segaligni che stazionano impettiti dietro l’imponente spina in legno e incarnano a pieno lo spirito integralista del locale (birra, birra, solo birra, al massimo whisky): se vieni per berti uno spritzino di aperitivo, in cerca di vanità e frivolezze, al pari di Danilo della Taverna Cansignorio sono capaci di buttarti fuori senza tanti complimenti.
Per fortuna io rientro nel gruppo degli avventori abituali, più per la passione per la birra che per le capacità in ambito tecnologico, e dunque al mio ingresso vengo accolto con un caloroso “Ciao!”, e poi con l’usuale domanda “Sei da solo?”, che a ben vedere è così usuale solo in questo locale, in cui bere in solitudine è la regola, ma in tutti gli altri desterebbe qualche perplessità.
- No, aspetto un amico, - rispondo dirigendomi verso un tavolino d’angolo, posizionato in penombra sotto alla tipica insegna di latta raffigurante un tucano, abbinato alla scritta “It’s a lovely day for a Guinness”.
Dopo che mi sono accomodato, senza che nemmeno lo chieda (e qui si misura il livello di alcolismo dell’avventore di un locale), i proprietari mi spinano prima, e servono poi, una pinta di Guinness. Nello stesso momento in cui mi viene consegnata la mia perla nera, quasi in ossequio ad un antico e fatale rituale, entra nel locale il suddetto amico, saluta pure lui i fratelli Gallagher con fare di consuetudine, ordina la sua Guinness e mi si siede di fronte, estraendo gli AirPods dalle orecchie (immagino solleticando l’interesse degli altri sparuti avventori, che si staranno chiedendo di quale modello si tratti).
- Ti capita mai che Spotify azzecchi la sequenza perfetta? Metti su una playlist e lui infila tutte le canzoni che hai voglia di ascoltare per il mood in cui sei in quel momento, - esordisce.
- Praticamente ti fa da deejay, - lo assecondo.
- Esatto. Mi è appena capitato venendo qui.
- E quale sarebbe il tuo mood attuale?
Si finge sorpreso. - Come quale sarebbe? Il mood Ponti di Madison County, no? Amori impossibili, storie infrante, speranza di rincontrarsi, cose così. L’amore conta di Ligabue, Chiamami quando la magia finisce di Tropico, Quella te di Gazzelle. Completamente: Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te?
La persona che mi sta di fronte, e che adesso affronta sognante il primo sorso di Guinness (che bella locuzione, che preludio ad infinite possibilità: “il primo sorso di Guinness”), si chiama come me, ha la mia età e ci conosciamo da quando abbiamo nove anni. E’ arrivato nella mia stessa scuola in quarta elementare, perché si era trasferito nel mio quartiere, Borgo Trento, più centrale, dal suo precedente, Borgo Roma, più periferico. Quando la maestra gli ha chiesto di presentarsi alla classe, ha risposto più o meno così: “Prima di trasferirmi qui, frequentavo una scuola di suore. Facevamo molti scherzi a queste suore: una volta abbiamo preso Suor Giuseppa per il velo e l’abbiamo trascinata giù per le scale”. E fu così che, grazie a quell’incipit da teppista senza rimpianti, ebbe subito la mia attenzione. E l’ha tuttora, dopo trentasette anni da quel fatidico giorno di settembre e dopo tutte le scuole, e pure l’università, frequentate assieme. Un fratello acquisito.
- Giusto, - annuisco. - Allora cominciamo pure: perché hai messo quella storia su Instagram? Sempre per Laura?
- Ovvio.
Vi devo una breve spiegazione: Alberto è un integralista delle storie d’amore, non accetta compromessi, non accetta sentimenti fiochi o relazioni stantìe. O ha le farfalle nello stomaco perennemente, una sorta di voliera gastroesofagea, oppure resta da solo. La sua ultima storia è finita piuttosto male: frequentava questa Laura, stavano molto bene insieme, era un match quasi perfetto di caratteri e sentimenti, lepidotteri che svolazzavano a pranzo colazione e cena, ma purtroppo era una relazione ingolfata a causa del fatto che lei manteneva ancora un forte legame con il suo ex-fidanzato e con la famiglia di lui. Ex-fidanzato che è ritornato in auge ed infine, per saltare in estrema sintesi alla conclusione, lei ha sposato, lasciando il mio amico Alberto da solo con il suo retino, ad accalappiare l’aria vuota, ad afferrare il vento tra le nuvole. Mi sembra già un’ottima partenza per la mia inchiesta, no?
- Quella scena riassume perfettamente la scelta di Laura, - continua lui.
- Quindi l’hai pubblicata perché speravi che lei la vedesse? Era una storia educativa?
- Difficile, visto che mi ha bloccato dappertutto, ma chi lo sa, - replica con una punta di rassegnazione.
- Che roba strana questa per cui le donne che ti hanno lasciato, ti bloccano: non dovrebbe essere il contrario? - lo provoco.
- Excusatio non petita, accusatio manifesta, - declama, alla moda di Cicerone. - Lei sa perfettamente di aver fatto una cazzata, ma non vuole sentirselo dire. La versione social dello struzzo.
- Quindi ti piacerebbe se scrivessi un libro su tutto questo? Potresti essere il primo capitolo di questa inchiesta.
Alberto butta giù un lungo sorso di birra, frutto di anni di allenamento comune tra Verona e Dublino, e poi mi guarda: - Ci ho pensato, dopo che ci siamo sentiti: certo che devi scriverlo, questo libro! Che domande mi fai?! - e sbatte una mano sul tavolino di legno consunto, quasi si inalbera, cogliendomi di sorpresa. - Ci conosciamo da quarant’anni, sai come la penso! Guarda, ti do anche il titolo: Sposarsi a caso. Ancor meglio sarebbe a cazzo, ma mi pare un po’ troppo volgare.
Ridacchio pensando a quel titolo e all’editor che potrebbe ritrovarsi a leggerne le bozze: con un titolo così, se il libro finisce nelle mani di qualcuno che, come afferma il mio amico, si è sposato a caso, potrei avere difficoltà nella pubblicazione. Mi è già capitato qualcosa di simile con qualche mio libro precedente, perché se è vero che la verità rende liberi, è altrettanto vero che fa male.
- Non male, un po’ forte forse, ma a questo servono i titoli, - gli concedo. - Allora, - proseguo, visto che lo vedo sul pezzo (nel frattempo ha anche ordinato un’altra birra) - torniamo ai ponti di Madison County. Quando un uomo romantico incontra una donna pragmatica, l’uomo romantico è un uomo morto, - gli riporto il mio pensiero. – E’ così?
Stavolta è lui a ridacchiare. - Può essere un bell’inizio ad effetto per il libro, ma penso che poi il concetto dovrebbe evolvere: Se la donna pragmatica si lascia scappare l’uomo della sua vita, la donna pragmatica è una deficiente -. Poi alza le mani. - Vale anche a parti invertite, eh! Anche se il pragmatico fosse l’uomo. Non ce l’ho con le donne. Cioè, io un po’ sì, ma ci siamo capiti…
- Prosegui pure, ti ascolto, - lo sprono, cominciando a prendere nota mentalmente (posizionare il telefono sul tavolo per registrare mi sembrerebbe dargli troppa importanza: gli voglio bene e sa esprimere concetti interessanti, ma il mio omonimo amico non è certo Schopenhauer, ecco, e non siamo nemmeno a Report).
- Il pragmatismo è una cazzata, conta solo la felicità, - riparte lui. - Nel mio caso, come nel caso di Clint Eastwood, il risultato sono tre persone infelici: Laura, che si è sposata senza essere innamorata, ma solo per doverizzazione sociale; suo marito, che si è legato ad una donna infelice che lo renderà infelice; e il sottoscritto ovviamente, che te lo dico a fare. Pensiamo invece per un attimo se lei avesse fatto la scelta di stare con me, come Meryl Streep fa con Clint Eastwood solamente dopo che lui è morto. Guarda che è un bel monito quel film! Io e lei saremmo entrambi felici perché è innegabile che stessimo bene insieme, e pure quell’altro, dopo aver sicuramente sofferto un po’, si sarebbe ritrovato in una situazione migliore, perché poi avrebbe potuto trovare una persona che lo avrebbe reso molto più felice. E invece ha voluto la sua vittoria di Pirro.
- E se invece lei avesse solamente deciso di buttarsi con lui? Invece che farlo con te? - provo a rintuzzarlo. - Non è che bisogna per forza razionalizzare tutto. Lei ad un certo momento, probabilmente stanca della situazione incerta, ha scelto lui e non te. Non può essere tutto molto più semplice di come lo descrivi tu?
Lui mi ascolta e poi comincia a rispondere con una discreta flemma, non l’ho particolarmente scalfito, segno che forse questi pensieri li ha già elaborati da un po’, anche se, come sappiamo, ogni tanto ricasca ancora in quelle storie educative su Instagram, che non educano proprio nessuno. - Ci può stare. Allora diciamo che ha scommesso sul matrimonio con lui. Peccato che il matrimonio non sia per nulla qualcosa su cui scommettere, è una scelta troppo importante e impegnativa per essere l’oggetto di una scommessa. E’ come se uno entrasse in un casinò e puntasse tutto il suo patrimonio su un singolo numero: sarebbe un comportamento furbo? Oppure, e proseguo nella similitudine ludopatica, nel caso di Laura è come se, su un tavolo da poker, avesse fatto all-in avendo in mano una doppia coppia.
Finisco con un sorso la mia pinta e pure io ne ordino una seconda, a cui farà certamente seguito una terza: per meno di tre birre medie neanche si esce di casa. - Ok, ho preso nota, - lo seguo. - Ma allora dimmi: a parte quelle storie sibilline sui social, come stai vivendo il distacco? Ci pensi ancora o no? - chiedo per capire meglio se quella flemma sia solo una posa.
Lui si ammanta di rigore, mette su una faccia come quelle dell’Isola di Pasqua, e serafico risponde: - Ogni sera, prima di dormire, guardo il suo profilo whatsapp per vedere se mi ha sbloccato. La volta che mi sbloccherà, vorrà dire che sarà pronta a tornare con me.
- Sei serio? - ribatto allibito. Ma vi ho già detto che faccia aveva pochi secondi fa quando ha pronunciato le suddette parole e quindi possiamo tutti concordare sul fatto che le faccione su quell’isola siano ben serie.
- Certo, - rimarca lui, con la naturalezza di un killer.
Al che, seppur con un certo tatto, non posso che farglielo notare: - Albi, non mi sembra un comportamento normale, di uno che ha superato la cosa.
- E chi ha detto che io voglio essere normale? Chi ha detto che voglio superare la cosa? Quando spengo le luci di casa, prima di dormire, solo nel mio silenzio, senza disturbare nessuno, posso guardare il suo profilo whatsapp o qualcosa me lo impedisce?
- Forse la tua salute mentale?
- Io sto bene, sono molto tranquillo.
- Anche Charles Manson probabilmente lo era.
- Ah ah ah, - scandisce, alzando il braccio verso il bancone per arrivare alla canonica terza pinta.
Prima di arrivarci pure io, riparto: - Stai facendo come nella scena finale del film su Facebook: Zuckerberg lo utilizza per chiedere l’amicizia alla ragazza che lo ha lasciato. Lei non risponde e lui continua ad aggiornare la pagina. Speriamo almeno che anche tu possa diventare miliardario, quello ti risolverebbe comunque molti problemi.
- Sai come la penso: o perfetto o niente, - ribatte perentorio.
- Più probabilmente niente, - concludo.
- E allora niente, amen.
E così sia, mi verrebbe da chiosare. Ma il materiale per iniziare il libro ce l’ho e allora per un po’ parliamo d’altro, di altri fatti nostri e delle nostre vite, come facciamo da trentasette anni a questa parte. Potrei anche aggiungere che l’amicizia è la versione affidabile dell’amore, che l’amicizia è un lingotto d’oro e l’amore è un bitcoin, ma non vorrei parlare di questo, nel mio libro. Restiamo sulle cose inaffidabili, sono più interessanti, più letterarie.
Con Alberto ci salutiamo sulla porta del pub e gli prometto che lo terrò aggiornato su quello che scriverò. Mentre parlavamo, mi sono venute in mente varie idee e varie altre persone con cui vorrei parlare. Ci vorrà un po’ di tempo, probabilmente dovrò pure viaggiare, ma la cosa mi intriga.
Tornando a casa, a piedi, mi stringo nella giacca per respingere il primo freddo di settembre. Percorro a passo lento Corso Porta Palio, tra le luci pallide e malaticce provenienti dai neon dei negozi chiusi e quel vago afrore di ristorante etnico che serpeggia per il Corso. Per farmi passare la camminata Centro-Stadio, indosso pure io gli auricolari. Neanche farlo apposta, parte una intro di sintetizzatori e poi: Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te? Ma non penso che possa dirti tutto quello che ti dico io… O forse quella canzone è partita proprio per farlo apposta. Forse, come dice Alberto, la sequenza perfetta esiste veramente e bisogna solo avere la pazienza di aspettarla.
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