Capitolo Tre - Il carro attrezzi del carro attrezzi

Un paio di giorni dopo l’incontro con il mio omonimo amico mi trovo in macchina, il bracciolo del guidatore è rialzato ed io, con il gomito poggiato sopra, mi accarezzo la barba, come un moderno e automobilistico Pensatore di Rodin.

Nell’ambito di questo reportage che voglio scrivere, ho deciso di fare una tappa borderline: sicuramente parliamo di una storia finita male, ma in un modo diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. E mentre mi dirigo al luogo deputato a questo approfondimento, lungo la strada che porta alla frazione di Avesa, mi sovviene - per un’associazione di idee di cui non comprendo appieno il fondamento, forse solo geografico, forse connesso alla mia attitudine a cercare il lato comico di ogni situazione - di quella volta, non molto tempo addietro e non lontano da quella di strada, in cui mi trovavo a rincasare di notte percorrendo malferme viuzze collinari immerse nella boscaglia, di ritorno da un compleanno in un agriturismo. La mia situazione psicofisica era obiettivamente ben diversa da quella attuale, ero certamente meno lucido rispetto a questo luminoso tardo pomeriggio di fine estate: era l’una di notte e io avevo indugiato nella degustazione di vini rossi corposi (ma di questa mia propensione ne riparleremo). Mentre percorrevo quelle stradine, incerte loro e incerto io, avevo sbandato ed ero finito contro un grande masso a lato della strada, cagionando una, del tutto inopportuna, foratura della gomma anteriore destra. Per essere più precisi, e pure più onesti, la gomma anteriore destra era fragorosamente esplosa, lasciandomi disperso tra le colline veronesi, munito solamente di un copertone lacerato, un telefono cellulare privo di campo e tanto sconforto. Solo l’intervento di un gruppo di baldi ragazzi, ebbri più o meno quanto me ma evidentemente più stabili nelle traiettorie di guida, sopraggiunti da quelle parti dopo una buona mezz’ora di imprecazioni del sottoscritto, mi aveva permesso di contattare un carro attrezzi, il quale, intorno alle tre, si era palesato su quella strada sperduta, ammantato di tutto il suo splendore recuperatorio, benevolo come i carri armati degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.

E arriviamo all’episodio che mi ha appena fatto sorridere appoggiato al bracciolo del sedile in questo tardo pomeriggio: dal carro attrezzi era sceso un omino tutto nervi e praticità, che, in poche mosse, aveva caricato la mia auto sul pianale. Io ero poi salito con lui davanti al posto del passeggero, lui aveva fatto per mettere in moto ed ecco che, girata la chiave, il motore aveva cominciato a tossire, ma nulla più, nessuna intenzione di accendersi. E allora l’omino, dopo aver sibilato tra i denti una bestemmia, aveva pronunciato una frase iconica, con lieve cadenza balcanica: “Adesso ci tocca chiamare il carro attrezzi del carro attrezzi!”.

E nonostante tutto, nonostante la paradossale situazione che vedeva me e questo sconosciuto signore dell’Est Europa bloccati di notte nella boscaglia of nowhere, o forse proprio a causa di quella situazione, all’immagine del carro attrezzi del carro attrezzi, ovvero un imponente carro attrezzi al quadrato, non avevo potuto che scoppiare in una risata, finanche liberatoria. Se ci pensate, è un bel concetto quello del carro attrezzi del carro attrezzi. Come il medico del medico, l’avvocato dell’avvocato, lo psicologo dello psicologo. Tutti abbiamo bisogno di aiuto, anche coloro fanno dell’aiuto il loro mestiere. Anzi, costoro forse ancor di più, perché aiutare logora. E poi, per fortuna, era stata solo una questione di pochi minuti, perché il carro attrezzi ci aveva infine fatto la grazia di rimettersi in moto, senza bisogno del supporto di un gemello più grande.

E insomma, cosa c’entra questa storia con il luogo in cui mi sto recando? Direi pressoché nulla, ma mi pareva una bella storia da raccontare. Funzionano così i libri, no?

 

Il luogo in cui mi sto recando - anzi: il luogo dove ora sono arrivato - è un cimitero. Di che razza di storia d’amore posso parlarvi da un cimitero? Vediamo un po’ cosa riesco a fare.

Il cimitero di Avesa si trova ai margini della frazione, circondato dai campi coltivati che ancora resistono in questa zona della città. Se ne sta lì, silenzioso e minuto, con posa ben più discreta rispetto al Cimitero Monumentale, il cimitero principale di Verona, il quale, come già dichiara il nome immodesto, si erge solenne di fronte all’Adige, alle porte di Borgo Venezia, con l’imponente epigrafe ad onore dei “Resurrecturis”.

Percorro il vialetto di ingresso e arrivo ad un largo spiazzo in ghiaia, dove sono posizionate le tombe più recenti. Tra queste, mi dirigo verso una posizionata nelle prime file, sulla quale spicca, in modo certamente ossimorico rispetto al luogo in cui ci troviamo, la foto di un volto felice e sorridente: Edoardo.

Mi viene quasi da chiederglielo: che cazzo hai da ridere, Edo? Hai fatto piangere tutti, porca di quella gran puttana. Una sera d’aprile, di ritorno a casa sullo scooter, il mio amico Edoardo, amico fin dai tempi del liceo, ha perso il controllo e si è schiantato a 300 metri da casa, morendo sul colpo.

La mattina successiva, quando ho letto il messaggio che mi avvertiva, dopo lo shock iniziale, ho elaborato due pensieri: uno, il principale, è stato che quando se ne va un amico come Edoardo, se ne va un pezzo della tua vita. Può sembrare banale, ma veramente muore un po’ anche chi resta vivo. Muore la parte che lo ha frequentato e che ha condiviso tanti momenti con lui. Al suo funerale, ho elencato alcuni dei posti in cui eravamo stati assieme: Ibiza, Praga, Venezia, Palau, Amsterdam, Monaco. Oltre a tutta la vita a Verona, ovviamente: il liceo, il suo matrimonio, tutti i ritrovi con i nostri amici. Ognuno di questi luoghi, ognuna di queste situazioni, è stato un mondo che è scomparso con lui.

In questo stesso cimitero, a qualche tomba distanza (che schifo di unità di misura), giace un altro mio amico, Matteo, perso a vent’anni per un tumore. Anche allora il dolore era stato straziante, forse ancor di più a causa di quell’età in cui tutto è più fluorescente. Ma, al contempo, proprio a causa di quell’età, il tratto di vita trascorso assieme era stato più breve, e dunque anche la mia morte da vivo era stata ridotta.

E da qui il secondo pensiero, del tutto egoistico: negli ultimi tempi, per le nostre differenze di vita, con Edoardo ci vedevamo molto poco. Così, il dolore è stato attutito e lo strappo più lontano.

Ma ci sentivamo comunque abbastanza di frequente: Edoardo è morto un martedì sera e l’ultimo scambio di messaggi risale al venerdì precedente:

Vieni al Vinitaly domenica?

Quest’anno salto

Stronzo!

Ci trovo della poesia, e pure, a posteriori, della noncuranza verso il destino, nel fatto che l’ultima parola che mi abbia rivolto il mio amico sia stata “stronzo”. Ci sta, è una bella chiusura, priva di retorica.

Edoardo ai miei occhi era il classico Station Wagon Man, da sempre proiettato ad avere una moglie prima e dei figli poi, che puntualmente ha avuto. Era molto determinato in questo, non aveva mai avuto cedimenti nel suo progetto. Era più o meno la stessa determinazione che, da veneto di razza, figlio di alpino, metteva a tavola, quando qualcuno aveva l’ardire di ordinare, oltre al vino, anche un’innocente bottiglia d’acqua: se nei pressi del desco vi era un vaso, la bottiglia veniva irrimediabilmente rovesciata sulle piante, unico luogo che riteneva degno di ospitare quella stupida bevanda incolore.

Le station wagon o i suv che cambiava con la stessa frequenza con cui io scrivo libri, erano lì, plasticamente, a dimostrare la sua determinazione. E, direi, anche la differenza tra i nostri progetti di vita. All’inizio di “Mediterraneo”, la voce fuori campo sostiene che si arriva a un punto della vita in cui la scelta è tra mettere su famiglia e perdersi per il mondo: Edoardo ha scelto la prima, io la seconda.

Ma ecco che pure un piano così puntigliosamente progettato e solidamente realizzato - non a caso Edo era un ingegnere - si può sgretolare in un istante, nel tempo di una sbandata. Quante volte, dopo l’incidente, ho pensato al dolore di Silvia, la moglie, che è rimasta con il cerino in mano della loro storia ingiustamente interrotta. Interrotta non per colpa di scelte sbagliate, tradimenti, litigi, decisioni prese sotto la pioggia ad un incrocio dell’Iowa. Interrotta solo per una colossale e tragica botta di sfiga. E’ faticoso accettare la fine di una storia anche quando i motivi sono chiarissimi davanti agli occhi, figurarsi così.

Ma, d’altro canto, della coppia il mio amico era Edoardo e lui adesso non c’è più. La mia parte che lo frequentava, che condivideva il tempo, la vita, le risate e le bevute insieme a lui, è morta con lui. Certo, resta il ricordo, resta la memoria, ma non è la stessa cosa. Il ricordo è qualcosa che tengo sempre dentro di me e che viene fuori quando vedo una sua foto, quando con gli amici rammentiamo qualcosa fatto insieme. Ma lui non c’è più, e questo è quanto. Mi dispiace infinitamente, Silvia, per te e per i tuoi figli. Io ci sarò sempre quando vorrai, sarò sempre dalla tua parte, ma la strada più lunga e più impegnativa dovrai farla da sola. Quella forza non potrà dartela nessuno, se non te stessa. Questo è il tuo nuovo viaggio, dolce ragazza.

 

E torniamo a te, brutto stronzo che sorridi dalla foto, con i capelli sistemati con il gel, gli stessi di quando avevi diciott’anni, maledetto, mentre io mi aggrappo con le unghie e con i denti a quel gruppo di eroi incerti che sopravvive sul mio cuoio capelluto. Con quegli occhi azzurri tirabaci e quello sguardo smagliante: ci hai lasciati tutti con le pezze al culo a piangere, mentre tu te ne stai qui con il tuo sorriso eterno.

Lascia che ti risponda ora al messaggio con cui ci eravamo lasciati: non sono io lo stronzo, sei tu lo stronzo. Sei tu lo stronzo che, pur le ormai poche volte in cui ci vedevamo, era una certezza e una costante nel brindare alla vita (una chicca per i lettori più fedeli: era stato Edoardo a inventare il Kit del Piccolo Ubriacone citato in “Sognando un Negroni”, composto da una bottiglia d’acqua, un Moment, un Dissenten e un Maalox, da portare con sé a quelle feste impegnative in cui si pernottava fuori: capite bene che stiamo parlando di un professionista). E sei quello stronzo che ora se n’è andato senza pagare il conto di tutti i giri che ha ordinato. Lasci qua noi a smazzarci le rotture di palle.

Ma, in fin dei conti, fai bene a sorridermi da questa foto, penso che la tua sia una gigantesca raccomandazione: per tutte quelle volte in cui mi affanno per le piccole cose, in cui mi arrovello per i problemi, in cui mi deprimo, mi agito o sono infelice. Per tutte le volte che aspetto sotto l’acqua ad una stazione di servizio. Tu, da qui, ora mi sorridi benevolo e dici: “Albi, siamo sinceri: è davvero così grave?”.

Mentre il sole del tramonto taglia il muro di contenimento del cimitero, mi lascio colpire dalla sua luce arancione. Nel guardarti un’ultima volta prima di andare, Edo, respiro a pieni polmoni la mia vita, quale che sia, quale che sarà. La dedico a te.

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Commenti: 2
  • #1

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Alberto Fezzi

 

 

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