Capitolo Quattro - Si va avanti

Sto percorrendo la A10, l’autostrada peggiore d’Italia, probabilmente del mondo. Penso che in quei reel su Instagram in cui si elencano le strade più pericolose sulla faccia della Terra, dove si vedono traballanti pulmini che transitano a sfioro su malconci tornanti peruviani, al margine di strapiombi di trecento metri, dovrebbero inserire anche un viaggio in Liguria. Già si tratta di una regione tortuosa di suo, e per di più, per arrivarci, bisogna utilizzare questo budello autostradale dove i lavori in corso sono iniziati nel 1962 e non sono mai terminati. Penso che gli operai stessi non sappiano neanche più a cosa stiano lavorando. A dir la verità, nemmeno si vedono più gli operai, ci sono solo i cartelli dei lavori e i coni per restringere le corsie, lasciati lì probabilmente con l’unico scopo di creare disagio, dopo che l’idea di poter ristrutturare o migliorare alcunché è stata definitivamente abbandonata.

Comunque sia, la Liguria non è nemmeno la mia meta, la mia metà è la Costa Azzurra, Nizza in particolare. E’ novembre e sto andando a trovare un’amica che, a cavallo del Ponte dei Morti, si sta trastullando con un lungo giro della Francia. Era un po’ che volevo vedere Nizza con calma, mi hanno sempre detto che il clima è gradevole anche in autunno, e dunque eccomi qua. Sempre appoggiato al bracciolo dell’auto con il gomito del filosofo, versione intellettuale di quello del tennista, convinto che l’amica che sto andando a trovare possa fornire materiale interessante per il mio libro: sposata fino a un anno fa, senza figli, ad un bel momento ha pensato bene di mandare a fanculo il marito e, ricca di famiglia com’è, ha lasciato il lavoro per prendersi un anno sabbatico, che sta trascorrendo viaggiando e giocando a padel. Quando non è in viaggio, gioca a padel; quando non gioca a padel, è in viaggio.

Io ho preferito raggiungerla nell’ambito della sua passione per i viaggi, anche se abbiamo pure giocato a padel insieme: come quasi ogni italiano normodotato, infatti, pure io mi sono dovuto piegare alla pratica di questo sport, la cui finalità principale, oltre a quella di permettere di sudare copiosamente e quindi in qualche modo di mantenersi in forma, è quella di creare aggregazione e nuove amicizie, e, in caso di doppi misti, scusate la sintesi, scopare. Per quel che mi riguarda, a Verona frequento un circolo la cui qualità migliore è la birra Augustiner che serve il bar, spinata con la dovizia che merita l’ambrosia, e questo la dice lunga sulle mie propensioni sportive. Per quel che attiene alla copula, invece, diciamo che la situazione sino ad oggi è stata abbastanza altalenante, ma non è mai capitato con l’amica che sto andando a raggiungere a Nizza. Con lei siamo amici dai tempi dell’università, e benché io sia ontologicamente contrario all’amicizia tra uomo e donna (non fatemi riaprire questo spinoso capitolo, vi rimando alla mia bibliografia precedente! Riassumiamo così: se devo vedere un amico, esco con un uomo), lei è sempre stata un’eccezione. E poi nel libro voglio esplorare pure qualche punto di vista femminile, altrimenti mi verrebbe rinfacciato per l’ennesima volta di scrivere libri maschilisti, quando, molto più semplicemente, scrivo libri maschili.

Un’ultima postilla sul padel mi sovviene pensando al pirotecnico proprietario di un negozio di cornici nel quartiere di Verona in cui vivo, vicino allo Stadio: qualche settimana fa sono stato da lui per fargli incorniciare una stampa e questi, vedendomi leggermente sciancato, mi ha chiesto se avessi mal di schiena. Gli ho risposto di sì, “a causa dello sport”, ho precisato genericamente. “Che sport fai?”, mi ha chiesto lui, “io ballo latinoamericano”, ha poi subito puntualizzato, pure accennando qualche passo di salsa in mezzo alle cornici poggiate per terra. Ero tentato di ribattere che il ballo latinoamericano non lo considererei propriamente uno sport, ma ipotizzando che le finalità per cui lo praticasse coincidessero con le mie, mi sono limitato a rispondergli: “Padel”. E lui: “Non so neanche cosa sia”. “E’ una specie di tennis, ma con pareti intorno”. E qui si è illuminato: “Una specie di tennis con parenti intorno?! Che sport incredibile!”.

Devo dire che, forse, il simpatico corniciao ed io in quel momento abbiamo inventato una nuova disciplina, che può praticare solo chi sa reggere molto bene la pressione. Ma, ad ogni modo, sul padel potremo tornare più avanti, ora andiamo in Costa Azzurra.

 

Arrivo a Nizza con il sole ancora alto in cielo e, confrontando il cielo metallico dell’autunno veronese con il blu violento che mi colpisce ora, sembra che le due città non appartengano nemmeno allo stesso pianeta. Sempre a proposito di confronti tra le due città, un amico veronese, prima che partissi, aveva liquidato la mia trasferta affermando che Nizza è una Borgo Roma che si affaccia sul mare. Una enorme periferia bagnata dal Mediterraneo. Ora, devo dire che l’impatto dall’autostrada fa abbastanza Suburra, ma appena si scorge la Promenade des Anglais, le palme, il lungomare, le colline circostanti, beh, l’ultimo posto che mi viene in mente è Borgo Roma, amico caro.

Con l’intento di risparmiare - e che stupida idea è quella di voler risparmiare in Costa Azzurra! - ho prenotato una stanza in un piccolo hotel a tre stelle situato proprio accanto al ben più magnificente e lussuoso Hotel Negresco, tanto che il mio, senza offesa per nessuno, mi sento di poterlo ribattezzare il Negretto.

Dopo una rapida ispezione, mi accorgo che il Negretto, con le sue sei camere, altro non è che il grande appartamento della proprietaria, riattato ad hotel. Lei si chiama Giselle, è una donna smunta, vestita in modo sciatto, di un’età indefinibile tra i 55 e gli 85 anni. Gestisce tutto da sola, si proclama conoscitrice di quattro lingue oltre al francese, ma non ne parla bene nessuna, nemmeno il francese.

Dopo aver sistemato la valigia nella stanza, debbo riconoscere che non manca di nulla, ma è come se tutto l’arredamento provenisse in blocco da un varco spazio-temporale aperto sugli Anni Settanta, oltre al fatto che il bagno è largo come la distanza tra le mie rotule. Mi appunto quindi mentalmente che, la prossima volta che verrò da queste parti, dovrò badare meno all’economia domestica. Non mi resta che scrivere un messaggio a Federica ed uscire.

 

La Promenade des Anglais è probabilmente uno dei più bei corsi al mondo (no, in Borgo Roma non ce ne sono di corsi così), costeggiato dalle famose sedie azzurre, grazie alle quali nizzardi e turisti si siedono semplicemente a osservare il mare da un promontorio all’altro, un cinema naturale di cui bearsi. Quelle sedie certificano lo spettacolo, la brezza e le alte palme fanno il resto, riecheggiando atmosfere californiane. Sotto le palme, decine di runner e di ciclisti sfrecciano senza ritegno, forti delle loro corsie dedicate, una segregazione stradale a cui si attengono in modo fideistico: sulla Promenade è più facile essere rasati da una bicicletta che da un’automobile.

Federica, ben più sportiva di me, mi aveva proposto di trovarci lì per correre, ma io ho addotto la surreale scusa dell’alluce valgo dolorante, controproponendo un più consono aperitivo e a seguire una cena in una pregevole steakhouse. Al che lei mi ha censurato, restando sul surrealismo, sostenendo che il mio problema è l’alluce wagyu.

Tornando alle sedie, sono così distintive di questa città, che nel bel mezzo della Promenade vi hanno pure dedicato un imponente monumento, una enorme sedia azzurra, eretta su di un blocco di cemento poco prima del bagno Beau Rivage. Finanche un po’ ridondante direi, una cosa molto francese, prosopopea spinta. Più o meno come se in Piazza San Marco installassero la statua di un enorme piccione.

E’ lì che mi devo incontrare con Federica (sotto la sedia, non sotto il piccione), ed in effetti, precisa e risoluta com’è, la vedo già in posizione: la figura minuta, i riccioli ambrati dal sole, il fisico asciutto e abbronzato della sportiva.

La colgo di sorpresa da dietro, mentre sta scrutando il mare: - Andrea dice che Nizza assomiglia a Borgo Roma, ma sul mare.

Lei si volta sorridendo: - Mai viste palme a Borgo Roma.

Ci diamo un abbraccio e sento tra le mie braccia la sua schiena tonica che tira la giacca di pelle.

- Siamo sempre in forma eh?

- Sì, sono andata correre, io. E tu, col tuo alluce? - abbozza lei. - Dobbiamo sederci subito o riesci a camminare almeno cinque minuti? Se vuoi, conosco io un posto qui vicino dove fare l’aperitivo.

- Ti seguo. Se mi vedi cadere, chiama i soccorsi.

Mi porta al Babel Babel, un grazioso locale su due piani dalle facciate color ocra, poco più interno rispetto alla Promenade des Anglais. Su un terrazzino al primo piano, un trio suona musica jazz e qui, come per la birra artigianale, mi debbo spendere in una breve intemerata contro gli integralisti: trovo che il jazz sia uno dei generi musicali più inutili al mondo. Non peggiori, ma inutili, nel senso che non trasmette nulla: se questo trio suonasse, che so, Tiziano Ferro, sarebbe molto meglio.

Noi prendiamo posto nel dehor al pianterreno, perché, trovo conferma con piacere, a novembre a Nizza si può sedere tranquillamente all’aperto, sereni come a giugno. Ordiniamo: la birra francese non è disastrosa come altre in Europa (pensiamo a quella belga, che pare di bere un divano), ma si affaccia timidamente alla sufficienza, per cui opto per un Americano, mentre Federica resta su un vinello bianco. E’ sempre sul pezzo lei, perde raramente il controllo. L’unica concessione al vizio che si permette è la sigaretta elettronica, anche se il modo in cui la succhia a intervalli cadenzati mi trasmette più un’idea di compulsività che di lascivia.

Dopo il brindisi di benvenuto, partiamo con le danze: - Allora, parlami di questo libro, - mi chiede diretta, avvolta da una nuvola di vapore al profumo di banana (e non ho voglia adesso di partire con un’ulteriore ramanzina, ma sarà ben strana questa nuova mania, o no? Per carità, se ha contribuito a migliorare la salute mondiale ben venga, ma se vent’anni fa qualcuno avesse detto che, vent’anni dopo, le sigarette sarebbero state sostituite da vaporiere alla banana, be’, qualche sopracciglio si sarebbe alzato perplesso).

- I ponti di Madison County, hai presente?

 - Un po’ generico.

- Clint Eastwood sotto la pioggia che chiede a Meryl Streep di andare via con lui e lei che sceglie il marito e la famiglia.

- Ah ok. Che imbecille.

- Chi? - chiedo con leggera coda di paglia.

(Per inciso: l’Americano è buono. Un cocktail vicino al mare, mentre un inaspettato tepore novembrino mi accarezza il viso. Cerco di godermi la vita: come promesso, Edo).

- Innanzitutto tu, - prosegue Federica ed eccomi qua io con la mia coda che sbandiera - che elucubri sempre su queste stronzate. E poi, comunque, anche lei.

- La ascolto, - le dico con tono da commissario di polizia.

- Ma sì dai, non c’è tanto da dire. E’ evidente che sarebbe stato meglio andare con l’uomo che in quel momento l’aveva travolta, l’uomo giusto per lei in quel momento. Solo che non sempre va così, perché non si può, perché non si vuole, scegli tu. Fatto sta che lei ha scelto l’infelicità, come tantissime donne fanno. Io però, per esempio, non rientro tra queste.

- Non si sta parlando di lei, signora Vincenzi. Stiamo sul generale, per ora, - precisa il Commissario Fezzi. - Risponda a questa domanda: nella canzone Sandy di Massimo Bubola, nostro conterraneo che pure lei ben conosce, ad un certo punto Massimo dice: Adesso hai un uomo che ti vuole bene e quella vita che volevi tu, ed ogni giorno stringi le catene un po' di più. Questo è ciò di cui lei sta parlando, signora Vincenzi?

Riesco a farle accennare un sorriso. - Sì, direi di sì. Insomma dai, cosa siamo? Nell’Ottocento che bisogna stare insieme per forza? Se stai male, stai male. Puoi anche fingere di stare bene, ma se sei in gabbia poi te ne accorgi. Ti basta incontrare una persona libera e improvvisamente vedi spalancarsi davanti a te tutto il mondo che ti sei persa. Prova a far incontrare un leone del Parco Natura Viva di Pastrengo con un leone della savana: appena capisce che appartengono alla stessa specie, il leone di Pastrengo due domande se le fa.

Sorrido pure io. - Questa del leone cittadino che si fa due domande mi piace. Al leone di Pastrengo danno da mangiare il cotechino: l’ultima volta che ci sono stato aveva la stessa pancia del mio commercialista.

Lei sorseggia il suo vino, aspira dalla sigaretta, produce un cumulonembo aromatizzato, e riparte con una certa foga: - E infatti nel film, se non sbaglio, Clint Eastwood ha l’onestà intellettuale di far vedere come prosegue la storia: la buona Meryl Streep, vecchia decrepita, si accorge, solo dopo che è morto il marito, di aver fatto una gran cazzata ad aver spedito Clint e quindi lo cerca di nuovo. Un grande, grandissimo classico di noi donne. Peccato che pure lui sia morto. Che bell’esempio di occasione sprecata. Di vita sprecata.

- Quindi il segreto di una relazione è incontrare una persona libera? - provo a riassumere.

- Questa è una bella domanda. Penso di sì, ma ne esistono pochissime, bisogna avere calma nel cercarle e fortuna nel trovarle. Tu, Albi, pensi di esserlo?

Rifletto un attimo osservando il fondo del mio Americano, ormai quasi terminato. Rialzo lo sguardo e sentenzio: - Credo di sì. Ma non voglio scrivere un libro su di me, tu mi sembri molto più interessante.

 

Il ristorante La Chaumière si trova sulle colline che sovrastano Nizza e, come dice il nome (in italiano: La Baita), vuole essere al contempo rustico e chic. L'interno è caratterizzato da pareti in pietra, travi in legno a vista e un grande camino che domina il centro del locale, ma tutto è molto curato ed elegante, tanto da essere divenuto nel tempo un punto di riferimento per star e vip che transitano per la Costa Azzurra. Questa caratteristica è sottolineata con enfasi mediante l’apposizione di una targhetta sul retro di ciascuna sedia, che ne attribuisce il diritto di seduta al vip di passaggio, evidentemente considerato un habitué. Un po’ come il diritto di banco in chiesa, fondamentale istituto giuridico che ben conosco perché fu oggetto di domanda al mio esame per avvocato.

Eccoci qui, quindi: io sono illegittimamente seduto sulla sedia appartenente a Tom Hanks e Federica è seduta su quella di Mike Tyson: non possiamo che continuare a scrutare l’ingresso con una certa preoccupazione perché se entrasse il legittimo proprietario, soprattutto per Federica ci sarebbe qualche problema.

A condurci in questo locale, comunque, non è stata tanto questa atmosfera esclusiva, quanto piuttosto il mio ormai famoso alluce wagyu, l’equivalente del pollice verde per i giardinieri, perché la carne qui è veramente spettacolare, quasi quanto la vista che si gode sulla città sottostante.

Ordiniamo da bere un più che onesto champagne Deutz, ricordando che siamo veronesi e non possiamo quindi minimamente accettare quanto i francesi se la tirino con i loro vini rossi che, tra l’altro, rispetto ai nostri, hanno una consistenza di poco superiore alla sciacquatura dei piatti nel lavello (permalosi sommelier all’ascolto: sto scherzando!).

Dopo un sonoro brindisi, penso sia il momento giusto per entrare più nel dettaglio della vicenda di Federica.

- Allora, - riparto - torniamo a noi. A che punto ti trovi, in questo momento?

- Si fa lunga, - ribatte sarcastica. - A che punto eri rimasto?

- Al punto in cui, a vent’anni, giravi con una felpa verde con sopra stampata la A di Anarchia.

Scoppia a ridere. - Allora più o meno sono ancora così.

- Sono rimasto alla tua separazione da Giovanni, ma non te ne ho mai chiesto bene i motivi.

- E hai fatto bene a non chiedermeli bene, perché allora non te li avrei detti.

- E ora?

Lei, che sta aumentando i giri delle bevute e ha già finito il suo primo bicchiere, estrae la bottiglia dal secchiello, si versa quello che dalle nostre parti definiamo un pistone di vino, butta giù un ulteriore discreto sorso, e risponde risoluta: - Sì, ora sì.

Mi limito a fissarla, invitandola a proseguire.

- Riassumiamola così: io e Giovanni non riuscivamo ad avere un figlio e mentre facevamo tutti gli esami e le provavamo tutte, mi sono accorta che l’unico motivo che ci legava ormai era rimasto quello. Il figlio era il fine, e pure la fine. Noi due non c’eravamo più, al massimo noi eravamo un mezzo per quel fine. Che poi, se osservi bene, è quello che molte coppie sono, i due genitori manco si guardano più.

Si attende un commento da me. - Sospendo il giudizio, - mi limito a dichiarare. - Non vorrei scrivere…

- Un libro su di te, - mi interrompe facendomi il verso - va bene, va bene, paraculo. Anche se lo so che poi, a un certo punto, ci infilerai dentro tutte le tue stronzatine sull’amore: sei sempre stato un amosessuale.

- Questa è come quella sull’alluce?

- Ma sì, tu ragioni tanto sull’amore e poco a farti una bella scopata tanto per.

- Respingo le accuse! Dimmi questo, invece: secondo te Giovanni era la persona libera che cercavi?

- Non credo. Ma probabilmente, all’età in cui l’ho conosciuto, nemmeno io lo ero.

 

Mentre parliamo, ci arriva un tagliere in legno di ragguardevoli dimensioni, sul quale è poggiata una tomahawk imperiale, che andrebbe certamente bene per il suddetto Mike Tyson, ma forse per noi due è un po’ eccessiva. Anche se, scusandomi sin da subito con i vegetariani più incalliti, devo confessare che a me le bistecche di questo genere fanno venire la pelle d’oca (che poi non ho mai capito perché si dica “pelle d’oca”: le oche hanno quel tipo di cute? A me, ad esempio, quell’increspatura ricorda piuttosto la superficie di un pallone da basket di gomma, ma va be’, non divaghiamo).

Federica comunque non fa una piega, sarà perché questa mattina ha corso per dodici chilometri. Dunque si infila il tovagliolo sotto il mento, afferra saldamente forchetta e coltello e comincia a servirsi con pezzi degni di un altro suddetto, il leone della savana.

Dopo aver deglutito un quadricipite di manzo, prosegue: - Dopo Giovanni non ho più avuto relazioni impegnative, non ho conosciuto nessun altro di interessante. Dopo di lui, l’unica cosa che ho conosciuto, a costo di sembrare un po’ retorica ma è la verità, è la vita. La vita non è ingabbiarsi: ora faccio quello che voglio e sto da dio. Alla fine, se fai i conti, si va più o meno sempre pari tra gioie e dolori.

- A parte le tragedie? - intervengo pensando a Edoardo.

- Sì, a parte le tragedie. Quelle speriamo di evitarle, - annuisce. - Sai chi è il mio punto di riferimento adesso? 

Scuoto il capo mentre bevo del vino.

- ChatGPT.

- Scusa?

- ChatGPT, l’intelligenza artificiale. Potrebbe essere utile anche te, visto che sei così razionale. Fammi una domanda.

- Su cosa?

- Su quello che vuoi. Su quello che vuoi sapere per il tuo libro.

- Mmm … Ok: perché le persone stanno insieme anche se non si amano?

- Benissimo, - annuisce. Afferra la borsa ed estrae il cellulare, digita freneticamente sullo schermo come sanno fare le donne, abilissime stenografe del Nuovo Millennio, e poi comincia a leggere, quasi a declamare: - Le persone rimangono insieme anche in assenza di amore per diverse ragioni, spesso complesse e intrecciate. Ecco alcuni dei motivi principali. Stabilità e Sicurezza Economica: la sicurezza economica è un fattore importante, soprattutto se i partner condividono proprietà, spese e responsabilità finanziarie. La separazione può essere economicamente impegnativa, e alcuni preferiscono restare insieme per evitare di affrontare difficoltà finanziarie. Figli e Responsabilità Familiari: molte coppie decidono di restare insieme per il bene dei figli, pensando che una famiglia unita sia più stabile per loro. Nonostante l’assenza di amore romantico, si rimane insieme per garantire un ambiente familiare sereno ai figli e per assolvere le responsabilità genitoriali. Paura della Solitudine: la paura della solitudine può essere un deterrente forte. Per alcuni, l’idea di stare da soli è più spaventosa della prospettiva di continuare una relazione senza amore. La compagnia, anche se imperfetta, viene preferita all’idea di essere soli. Dipendenza emotiva: alcune persone sviluppano una forma di dipendenza emotiva dal partner, e si convincono di non poter trovare lo stesso legame altrove, o di non valere abbastanza per essere amati. Questa convinzione le porta a rimanere in relazioni insoddisfacenti… eccetera eccetera eccetera. Poi alla fine Chat ci piazza sempre una chiosa prudenziale e vagamente moralista: In definitiva, restare in una relazione senza amore può essere una scelta pragmatica, emotivamente complessa e spesso influenzata da paure, abitudini, doveri e fattori esterni. Eccolo qua, il tuo libro.

- Mi sembra un po’ freddino, però.

- Io mi confronto spesso con Chat e mi dà gli spunti che mi servono.

- Stai diventando un robot, Fede. Ma senti, faccio un’altra domanda, a te, non a Chat. Me l’ha sottoposta Albi qualche settimana fa: tu ti sei sposata a caso?

Federica sbuffa sarcastica: - Ma guarda ‘sti due: vi vedo lì come due comari a decidere chi si è sposato a caso e chi no, tra l’altro secondo il punto di vista ignorante di chi non si è mai sposato. Comunque la risposta è no. Quando mi sono sposata ero innamorata, volevo fare fino in fondo tutto il mio percorso con Giovanni: all the way, come dicono gli americani che ti piacciono tanto. Poi l’amore è finito e l’ho lasciato. Molto semplice da capire, lineare, anche per te e il tuo omonimo.

- Se fosse per te, il mio libro sarebbe lungo due pagine, - chioso.

- Certo, perché mentre tu scrivi, io vivo, caro mio, - risponde Federica addentando l’ultimo pezzo di bistecca.

 

Decido di non tormentarla più con il mio interrogatorio e piuttosto mi concentro sul dessert, un cremoso tiramisù, e su un cognac finale che, in modo subdolo, mi stende. Federica mi osserva divertita mentre la faccia, sotto le mazzate del distillato, pian piano mi casca sul tavolo e decreta che l’opzione migliore per me sia andare a letto.

Ritorniamo in città al punto in cui ci siamo incontrati, sotto la sedia azzurra, e al momento dei saluti esitiamo giusto un istante, una frazione di secondo, quella in cui si decide se può accadere qualcosa o meno: in altre situazioni avrei forse provato una zampata, ma con Federica quella cosa lì non c’è mai stata, è proprio sempre stata l’eccezione alla mia regola di rifuggire con tutte le forze l’amicizia tra uomo e donna. Tuttavia, non posso fare a meno di considerare quanto la sua forza determinata abbia un certo fascino, forse in alcuni momenti può sembrare una posa, ma tutto in lei, a partire dal suo corpo tonico per arrivare a quegli occhi neri che ti scrutano, trasmette l’idea di una persona che ora sa quello che vuole e quello è. Decidete voi se, una persona così, possa piacervi o meno. A me non dispiace, anche se spesso, nei rapporti con gli altri, può essere sottile il confine tra fare sempre quello che si vuole e invece trattare male le persone. E’ una corda tesa sulla quale bisogna saper camminare con sicurezza e Federica sta imparando a farlo.  

 

La mattina successiva mi alzo con calma. Con Federica ci siamo salutati con quel lungo abbraccio sotto la sedia azzurra: oggi lei prosegue per Cannes mentre io me ne starò a ciondolare per Nizza.

Nel corso della notte il mio corpo ha processato con fatica il cognac, ma alla fine la gran macchina del corpo umano, l’Uomo Vitruviano del doposbronza, ha vinto ancora e sono riuscito a dormire fino alle nove. Ora mi trovo nella “Sala delle Colazioni”, che altro non è che la cucina della casa di Giselle, seduto a fianco a due giapponesi, ospiti, come me, dell’“Hotel” (ovvero: ospiti come me in casa della suddetta). Costoro stanno suggendo assai rumorosamente un grumo di simil-spaghetti da alcune scatole coniche presumibilmente portate da casa, diffondendo nella stanza un discreto olezzo di Kyoto Vecchia. Nel mentre, Giselle, curva sotto i pensili rossi della cucina d’antan, per me sta facendo bollire un uovo con i gesti, la flemma e la ieraticità di un personaggio dei film di Sergio Leone. Nella sfibrante attesa della cottura, mi si rivolge con faccia schifata e con un inglese stentato osserva: - What a bad smell! - indicando col mento le pietanze dei giapponesi. I quali peraltro parlano perfettamente inglese e dunque capiscono benissimo che la signora li sta infamando, ma per fortuna si limitano solamente a guardarla male di rimando e continuano a suggere i cibi espatriati.

Riesco finalmente a ottenere il mio agognato uovo, lo accompagno con un croissant che Giselle premurosamente è andata ad acquistare poco prima, bevo il mio caffè e mi ributto sulla Promenade a passeggiare.

Il sole splende deciso e il tepore costiero novembrino mi avvolge, facendomi sentire bene: io sono un uomo da mare, anche se sono nato e cresciuto in Padania. O forse proprio per quello, perché si cerca sempre quello che non si ha. Probabilmente se fossi nato a Cefalù, amerei visitare Rovigo (ho qualche dubbio, ad essere sinceri).

Più o meno a metà del tragitto tra il mio hotel e la grande sedia sotto la quale ieri mi sono incontrato con Federica, mi imbatto in un altro monumento, che la sera prima avevo solo adocchiato di sfuggita: è un angelo stilizzato, in alluminio, sul cui basamento sono incisi i nomi delle ottantasei vittime dell’attentato del 2016, quando un camion si lanciò a tutta velocità sulla folla che gremiva la Promenade des Anglais per la festa nazionale del 14 luglio. La scultura si trova all’altezza del Palais de la Méditerranée, dove il camion fermò la sua corsa dopo la strage, e i nomi delle vittime compongono un cuore alla base del monumento.

Quell’attentato mi ha sempre colpito per la sua casualità: intendiamoci, tutti gli attentati trovano impreparate le vittime, sono sempre una combinazione diabolica di sfiga e tragedia. Ma questo in particolare: ho sempre pensato con sconforto alla sequenza fatale di chi ha deciso di andare a Nizza proprio in quei giorni (e di chi magari voleva andarci e non ci è andato) e poi si è trovato proprio lì quando il terrorista è partito e poi ancora, fra tutti, è stato centrato da quella follia.

Mentre il sole brilla sull’alluminio e il blu del mare vi si riflette, mi risulta ancora una volta cristallino, come durante quel tramonto al cimitero di Avesa, che non dobbiamo incancrenirci sui pensieri negativi che punteggiano la vita. Starò diventando vecchio, ma più vado avanti e più mi sale una piccola ansia di non perdere tempo, di non sprecarlo, di puntare sempre, in modo incondizionato, alla felicità. E quindi, tutto sommato, mi ritrovo ad essere d’accordo con l’impostazione che Federica ha cominciato a dare alla sua vita: fa quello che la fa stare bene e se ne fotte di tutto il resto. Se ne fotte dei giudizi, se ne fotte dei pregiudizi, se ne fotte dei commenti, se ne fotte della pressione sociale. Se ne fotte e non si guarda indietro. Ok, sta imparando, ma intanto ci prova. C’è una frase del poeta Robert Frost che mi è sempre rimasta impressa: In tre parole posso riassumere tutto quello che ho imparato sulla vita: si va avanti. C’è niente di più vero?

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Commenti: 2
  • #1

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  • #2

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Alberto Fezzi

 

 

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