Un paio d’anni fa ho deciso di cambiare vita, lavorativamente parlando. Da socio di uno studio legale del centro di Verona - sicuramente un buon lavoro, che certamente non rinnego ma nemmeno rimpiango - ad un certo punto mi sono reso conto che le mie giornate si ripetevano uguali, senza guizzi, e a quarant’anni ero già sdraiato su un lungo scivolo che, pian piano, mi avrebbe portato (forse) alla tiepida piscina della pensione. Una duratura discesa condita da stress e da redditi discutibili. Mi si prospettava una stasi di circa trent’anni: non che io sia un ipercinetico, mi piace molto sostare sul mio divano come già ben sapete pure voi miei impavidi lettori, ma sostarci per trent’anni di fila pareva un tantinello troppo pure per me. Aggiungiamoci poi che, con il passare del tempo, io che mi sono sempre considerato un avvocato processualista, nel senso che trovavo la mia massima espressione lavorativa nella causa in tribunale, sono arrivato a considerare che causa e tribunale siano modalità del tutto fruste e obsolete di risolvere le controversie, oltre che molto spesso inefficaci, ancorché talvolta ancora necessarie. Quando sento qualcuno minacciare il più cinematografico dei “ti faccio causa!”, mi viene da sorridere. Siccome, però, quel qualcuno, a causa della mia professione, dovevo essere io, ad un bel momento mi sono stufato, tutto quel carrozzone non era più il mio.
Dunque, pur continuando a collaborare con il mio studio (perché, in fin dei conti, il primo amore non si scorda mai: vero Giulia?), sono diventato il legale interno di una società di consulenza che spazia dal mondo bancario e assicurativo, all’ambito dell’innovazione e delle startup, fino allo sport e alla cultura. Pochissimo tribunale, quasi tutta consulenza stragiudiziale, attività manageriali e di gestione e, soprattutto, ogni giorno qualcosa di diverso di cui occuparmi. Se non la ricetta per la felicità (ché si tratta pur sempre di lavoro e io non rientro tra quelli che dicono che senza lavoro sarebbero persi: io starei volentieri spaparanzato per mesi interi sulle spiagge di Honolulu e gli altri mesi li dedicherei interamente a scrivere queste amenità), quantomeno la ricetta per non diventare anziani a quarant’anni.
Questo preambolo lo faccio mentre mi accingo a salire sulla scaletta di un aereo della Lufthansa che, da Francoforte, mi porterà a San Francisco per questo nuovo lavoro. Tra poco vi racconterò cosa ci andrò a fare, ma posso già decretare che, nella mia precedente vita lavorativa, un viaggio del genere non sarebbe stato mai neanche astrattamente concepibile, il massimo dell’escursione ipotizzabile era per l’udienza alla Corte d’Appello di Venezia, con annesso ottimo giro dei bàcari, questo lo devo riconoscere, o al Tribunale di Milano, ché proferire la frase “ho un’udienza a Milano” ha sempre conferito una certa aura di autorevolezza professionale.
Su questa scaletta, penso anche (capite perché scrivo libri, se penso a tutte queste cose nel breve e ventoso tratto d’una scaletta d’aereo?) al convegno organizzato in memoria di un professore della mia università, a cui ho partecipato ieri. Un breve inciso, giusto perché non crediate che io sia quel tipo di persona estremamente noiosa che passa il proprio tempo libero partecipando a convegni: noi avvocati siamo letteralmente costretti a partecipare ad un tot di convegni all’anno come obbligo formativo. Io, se ho del tempo libero, lo impiego bevendo birra, amici miei.
Ebbene, costui era un professore molto stimato, un vero e proprio maestro, un'istituzione a Verona, con un piccolo problema verso di me: alla mia laurea, nonostante la buona media ed il completamento degli esami in corso (cosa che eravamo riusciti a fare in tre su quattrocento), da controrelatore mi negò la lode e il mio voto di laurea fu quindi centodieci senza lode, una specie di coitus interruptus. Forse in quei venti minuti non ci eravamo presi, forse c'entrava una di quelle strane elucubrazioni che maturano esclusivamente nei corridoi delle università, nelle torri d’avorio del sapere accademico, chi lo sa. Ciononostante, al convegno l'ho applaudito e, pensando al viaggio del giorno successivo, ho sorriso con indulgenza al me di allora così inquieto, che se l'era presa: quante carezze, i noi di adesso, dovrebbero dare ai noi di allora.
Quello che ho pensato ieri durante il convegno e che mi torna in mente sulla scaletta di questo aereo battente bandiera germanica, è che bisogna applaudire anche chi non ci ha trattati bene, sorridendo e facendo un inchino. Perché alla fine, come dicono in quel caposaldo del cinema che è “Jurassic Park”, la vita vince sempre.
Contro ogni pronostico di qualche anno fa, eccomi pertanto diretto in California, anche se tra me e il Far West si frappongono undici ore di viaggio. Ho sempre sofferto i lunghi voli aerei per due motivi: 1) le mie lunghe leve sono sacrificate in quegli angusti anfratti dedicati alle sedute: provo tutte le combinazioni possibili come in una partita di Tetris lunga mezza giornata, ma non vinco mai. Vincerò solo quando potrò permettermi la Business Class, ma siamo ben lungi dal farcela; 2) su undici ore, riesco a dormire al massimo trentasette minuti. Non so se dipenda dal fatto che, di fondo, resto sempre una persona inquieta, o se dal fatto che non si può tecnicamente dormire restando seduti come ad una scrivania, fatto sta che, durante quelle lunghe ore, devo sempre farmela passare. Per questo invidio quei passeggeri che si siedono, chiudono gli occhi al decollo, li riaprono all’atterraggio, recuperano il bagaglio dalle cappelliere (che non contengono cappelli, questo va detto a difesa dell’italiano) e se ne vanno con passo leggero, come avessero fatto tre fermate di tram. Per me, che invece all’arrivo ho sviluppato sei etti di occhiaie e sono fresco come dopo un rapimento di sei mesi sull’Aspromonte, queste persone sono dei supereroi. Se mi venisse chiesto di scegliere un superpotere, giuro che sarei in difficoltà tra il teletrasporto, l’invisibilità e il dormire in aereo. Anche se il teletrasporto, a ben vedere, assorbirebbe il problema.
A conferma di questi convincimenti, ecco che vicino a me siede il signor Michael (lo deduco dall’etichetta incollata sulle grandi cuffie da elicotterista che gli coprono le orecchie; chissà perché poi ha marchiato le cuffie col suo nome, trovo difficile che possa smarrire un simile strafanto), un corpulento tedesco calzante Birkenstock Boston con il pelo (che banalità e che bruttezza, ma almeno lui è tedesco, è in qualche modo giustificato ad indossare quell’obbrobrio), il quale, ancor prima del decollo, sta già guardando un film dal cellulare. Ebbene, adesso faccio un flash-forward per non tediarvi, e vi comunico che Michael, per undici ore filate, ha guardato un film dopo l’altro dal suo smartphone, evitando il più oculisticamente confortevole schermo assegnato al suo sedile (evidentemente sul telefono aveva una filmografia selezionata appositamente per lui da Martin Scorsese in persona). E, soprattutto, non si è MAI alzato. Scusate la grettezza grafica del maiuscolo, ma mi sembrava doveroso segnalarlo: è rimasto seduto per undici ore. Quindi, in questo caso, possiamo pure dire che Michael, di superpoteri, ne ha ben due: un’infinita pazienza e la vescica di uranio.
Per parte mia, dopo aver visto tre film, assunto molte pietanze al sentore di curry (e chissà perché chi compone i menù sugli aerei ha sempre questa predilezione per il curry) ed essermi alzato cinque volte sotto lo sguardo indagatore del buon Michael, evidentemente deluso dalla mia vescica, sono atterrato a San Francisco.
Il primo impatto con questa città è sempre lo stesso: c’è freddo. Ora è inizio dicembre, ma se fosse giugno sarebbe uguale. I locali sono soliti affermare che, a San Francisco, si vivono ogni giorno tutte le quattro stagioni, ma, per quel che mi riguarda, la principale stagione che ricorre è l’inverno. Uno pensa di venire in California e trovare caldo per definizione: ebbene, proprio per niente. Anche se arrivi d’estate, con i tuoi bermuda, la tua camicia a fiori, la voglia di surf e Margarita, è meglio che in valigia metti altri sei o sette strati di indumenti se non vuoi ammalarti dopo cinque minuti.
L’altro elemento che balza all’occhio è che, indubbiamente, l’innovazione e il futuro passano da qua: in molte parti della città campeggiano enormi cartelli che inneggiano all’intelligenza artificiale proclamando “It’s all about AI”, mentre in Italia, come ci insegna Federica, al momento consultiamo ChatGPT al più per chiedere le motivazioni di un matrimonio. Oppure balzano subito all’occhio i taxi Waymo, che circolano senza conducente: questi veicoli provocano anche una certa inquietudine, perché mostrano plasticamente come l’uomo cominci ad essere inutile, se non addirittura inferiore (gli autisti anziani col cappello sono comunque destinati ad estinguersi per questioni biologiche, ma quel pilota automatico guida anche molto meglio di me, per dire).
Ed eccomi al motivo del viaggio: la società per cui lavoro ha aperto una succursale in Silicon Valley, che si occupa di fare scouting delle migliori startup italiane per poi aiutarle a entrare nel mercato americano. Il nostro Master&Commander in loco è Massimiliano, detto Max alla moda di Pezzali, e mi interessa parlarvene, ai fini del mio reportage, per il rapporto con Chiara, la sua compagna. Loro due rappresentano l’epitome di un grande e assai dibattuto classico dei rapporti sentimentali complessi: la relazione a distanza.
Sono arrivato nel primo pomeriggio di domenica, Max lo incontrerò domani e dunque, con il viso crepato e di un beige tenue a causa del viaggio, devo pure non cedere al fuso orario e resistere alla tentazione di andare a letto alle due del pomeriggio per poi risvegliarmi alle sette freschissimo e impossibilitato a dormire prima delle cinque di mattina. Arrivo pertanto in hotel, mollo le valigie e mi dirigo senza esitazioni verso uno dei luoghi che considero tra i più suggestivi della città.
Se pensiamo a San Francisco, la prima cosa che ci viene in mente è senz’altro il Golden Gate. Tuttavia, una volta arrivati in città, ci si rende conto di un fatto piuttosto singolare, ovvero che, nonostante la sua imponenza, non sia così semplice scorgerlo, a causa dell’altro tipico fenomeno atmosferico della baia: la nebbia. E’ infatti molto frequente che, per lunghi tratti della mattinata, o d’improvviso durante il corso della giornata, salga dall’oceano un manto farinoso che avvolge tutto: uomini, palazzi e ponti, pure quelli imponenti. Quindi, a meno di non percorrerla, quando sale la nebbia non si trovano punti panoramici da cui ammirare l’iconica struttura arancione. In quel caso, l’unico modo per essere sicuri di poterla osservare in tutte la sue dimensioni, è recarvisi esattamente sotto. Era stato proprio Max, che oramai vive a San Francisco da oltre due anni, a segnalarmi quella possibilità. Una breve precisazione su di lui: Max è una persona che possiamo incasellare in quel noto tipo umano creato da Tom Wolfe, oramai piuttosto abusato ma in relazione al mio collega comunque ancora ficcante: il radical-chic. In estrema sintesi: negli Stati Uniti lui non mangia hamburger, non beve birra, non va a vedere i Golden State Warriors al Chase Center e non guarda blockbuster i cui protagonisti sono un gruppo di dinosauri feroci; lui mangia salmone, beve vino rosso, frequenta il SFMoMa (il MoMa di San Francisco) e guarda film di Hitchcock. Ed è proprio grazie ad un film di Hitchcock, “La donna che visse due volte”, che mi ha condotto in quel luogo per la prima volta, perché vi si svolge una famosa scena in cui Kim Novak si lancia nelle acque gelide della baia nel tentativo di suicidarsi, ma viene poi salvata dal temerario e provvidenziale arrivo di James Stewart.
In quello stesso luogo, sul lato sud del Golden Gate, sorge anche Fort Point, un forte in muratura costruito alla metà dell’Ottocento per proteggere l’insenatura e la città dagli attacchi delle navi nemiche. Quando poi, nel 1937, è stato inaugurato il Golden Gate, Fort Point si è trovato ad essere, senza averlo minimamente preventivato, il privilegiato punto di osservazione di una delle costruzioni più famose al mondo.
L’accesso al forte è libero e, superati i vari pannelli che ne raccontano la storia e fotografati i cannoni ancora presenti che la confermano, si può arrivare alla sua sommità, che lambisce il ponte. Qui, anche se avvolto nella nebbia, lo si può vedere bene, quasi toccare.
E’ lì, quindi, che mi reco appena arrivato e, sulla cima del forte, alzo il cappuccio della giacca per proteggermi dal vento teso e avanzo nella nebbia verso uno dei pilastri del Golden Gate. Il pensiero che mi sovviene in questo luogo così suggestivo è che, ogni tanto, bisogna proprio muovere il culo e andare a vedere le cose, andarci sotto, a toccarle con mano, anche se questo ci può creare disagio, anche se comporta alzarsi da quel divano e fare un viaggio di dodici ore gomito a gomito con un grasso tedesco dalla vescica bionica. Bisogna cambiare aria, uscire dal piccolo mondo che ci siamo costruiti: io non sono contro la tanto vituperata comfort zone, ma penso che non vada assolutizzata. Bisogna lasciarsi graffiare da questo vento della baia e avvolgere da questa nebbia per poi emergere di fronte a tanta imponenza. Bisogna avere il coraggio del distacco e lo stupore della scoperta. Bisogna imparare a vedere le cose con occhi diversi, altrimenti rischiamo di invecchiare troppo presto, appassiti a causa di un lavoro monotono o imbullonati al bancone di un bar di provincia. E ve lo dice uno che beve molto.
Sul video del computer campeggia una sneaker di dubbio gusto. Anzi, nessun dubbio: è orrenda. Una sorta di simil-Hogan femminile con la suola correttiva e gli strappi al posto dei lacci.
Max mi indica lo schermo a mano aperta: - Ma ti pare possibile?
Avvinto nel suo immancabile dolcevita nero (penso ne possieda quindici o sedici, è il suo costume da Gran Ciambellano dell’Innovazione, a metà tra Steve Jobs e un mimo francese), si sistema gli occhiali come per osservare meglio, ma, quello che vede, nuovamente non lo convince affatto: - Cioè questi vorrebbero fare lo Zalando dei capi orrendi? E’ questa la novità che vorrebbero applicare a un’idea già trita e ritrita? La bassissima qualità?
Non posso che annuire. In questi mesi passati a lavorare con Massimiliano, siamo venuti in contatto con numerose startup e, nel gruppone, insieme a imprenditori brillanti, abbiamo avuto modo di conoscere un elevato numero di veri e propri scappati di casa: oltre a questi che vorrebbero sfondare vendendo online sneakers con la zeppa a donne con poco amor proprio, abbiamo incontrato altri casi umani, come quello che voleva impiantare una produzione di gin artigianale e ce lo spiegava parlandoci in macchina da un parcheggio della Costiera Amalfitana perché aveva (giustamente) paura che nel suo attuale luogo di lavoro lo prendessero per matto, d’altronde del suo gin aveva solo il nome (“Amalfin”) e nient’altro e pensava bastasse questo, un nome a suo dire geniale e rivoluzionario, per farlo diventare milionario, ma non aveva neanche il garage di Bill Gates, solo un automobile in un parcheggio; quella ragazza che sosteneva di avere “inventato” una app che organizza viaggi, più o meno come ottantacinque o ottantasei app già esistenti; quello che voleva farsi finanziare un film western metropolitano ambientato a Rovigo o quell’altro che voleva portare la squadra di calcio del Capri in Champions League tramite un crowdfunding, al solo motto di “perché Capri è bella”.
- A me sembra una scarpa ortopedica, - è l’unico commento che riesco a fare.
Max sbuffa e si alza. - Dai, meglio lasciar perdere. Vuoi un caffè?
Annuisco e questo lo induce a dirigersi alla macchina per l’espresso situata in un angolo di questo spazio di coworking nel Financial District di San Francisco, dove abbiamo il nostro ufficio. Si trova in Sansome Street, non distante dal Transamerica Pyramid, il grattacielo dall’originale forma slanciata verso l’alto. L’ufficio si trova all’interno di un’architettura industriale che fa molto Silicon Valley, come molto Silicon Valley fa pure lo stesso Max, con i suoi dolcevita, gli occhiali dalla montatura nera e spessa, i lunghi capelli raccolti in una coda e tutti i possibili accessori della Apple a portata di mano.
Un po’ come per la selezione dei progetti imprenditoriali di cui ho raccontato poco fa, ho capito in questi mesi che in generale la stessa Silicon Valley, la tanto rinomata Silicon Valley, oltre ad essere effettivamente la culla mondiale dell’innovazione, offre parimenti rifugio ad una bella quantità di cialtroni patentati. In questo spazio di lavoro, in cui adesso Max mi sta preparando un espresso macinando i chicchi di caffè (tipica attività radicalchicchissima da Max), organizziamo eventi per presentare le startup più promettenti a potenziali investitori. Questi ultimi cerchiamo di selezionarli nel modo più accurato possibile, ma non manca mai l’errore di valutazione che ci porta ad invitare eccentrici figuri che, con la scusa di essere parte del network della Silicon Valley, altro non vengono a fare se non a prendere d’assalto il buffet al termine dell’incontro con determinata ferocia. Nemmeno in Italia, nemmeno ai buffet che seguono le presentazioni dei libri (che sono il tipico evento in cui il 76% dell’uditorio viene solo per il buffet, ed anzi ecco il mio consiglio: se desiderate un pubblico folto alla presentazione del vostro libro, inserite sempre nell’invito la magica frase Segue Buffet, la locuzione che spalanca le porte a quelle folti folle che paiono non assumere cibo dal 1971), ho visto gente riempirsi il piatto come ai buffet di San Francisco. In un’occasione, un ragazzo me lo ha proprio confessato in modo chiaro: prima, con il tipico approccio finanche forzatamente friendly che vige da queste parti, si è messo a fissarmi con un mezzo ghigno, attendendo che lo salutassi e mi presentassi. In Italia, uno così lo scambieremmo per un mezzo maniaco, mentre in Silicon Valley potrebbe essere, alternativamente, il prossimo Jeff Bezos oppure un emerito cretino. Purtroppo questo ragazzo, che indossava un cappellino dei San Francisco Giants girato all’indietro, una t-shirt con un fulmine stampato al centro del petto e i jeans gravemente strappati sulle ginocchia, pendeva spiccatamente verso la seconda ipotesi. Dunque l’ho salutato, mi sono presentato e gli ho spiegato il mio lavoro, come richiede il protocollo della Valley; lui si è presentato a sua volta, mi ha detto che il suo lavoro è reperire speaker per eventi come quello a cui stavamo partecipando e poi, candidamente, indicando con il mento il piatto che egli sorreggeva con un po’ di fatica a causa della torre di pizzette e tramezzini alta non meno di ventidue centimetri che vi si ergeva sopra sghemba e pericolante, ha dichiarato qualcosa del tipo: “E’ bellissimo venire a questi eventi: si conoscono persone interessanti e si mangia gratis”. Che sia questa, in fondo, l’essenza della Silicon Valley? Instaurare relazioni stimolanti mentre ci si ingozza di pizzette? Chi lo sa. Con quel ragazzo ci siamo scambiati i contatti su Linkedin, lui se n’è andato con le guance piene di cibo come uno scoiattolo pronto ad entrare in letargo e non ci siamo mai più sentiti.
Max ritorna con i caffè e ci prendiamo una pausa dal lavoro. Gli avevo già accennato del mio libro e dopo andremo a cena insieme a Chiara, la sua compagna, per approfondire le nostre essenziali tematiche.
- Dovresti scrivere un capitolo sulle tartarughe Caretta Caretta, - dice lui improvvisamente, lasciandomi un po’ interdetto. E’ un'altra delle caratteristiche del mio collega: tirar fuori dal nulla concetti astrusi, appesi ad un filo logico il cui bandolo, però, è solo nella sua mente.
- Cioè?
Soffia serioso sul suo caffè macinato, ricordandomi la ieraticità dei gesti di Giselle all’hotel di Nizza: dovrebbero essere assoldati entrambi in quel film di Sergio Leone, sarebbero uno spettacolo: dodici minuti di una scena senza dialoghi in cui viene preparato un uovo e bevuto un caffè. Quindi prosegue: - Ho visto un documentario su queste tartarughe Caretta Caretta, che fanno lunghissime traversate nel profondo degli oceani, convinte, imperterrite, tenaci. Solamente ogni tanto sentono il bisogno di risalire in superficie a prendere una boccata d’aria, per poi riprendere il loro viaggio.
Attendo che mi mostri il suo bandolo mentale, ma siccome lui tende a darlo per scontato, lasciando l’interlocutore completamente spaesato, mi tocca esplicitare la domanda: - E quindi? Cosa c’entra con il mio libro?
E Max, come al solito fa in questa tarantella degli equivoci, si meraviglia del fatto che l’interlocutore attonito non abbia compreso il senso del suo ragionamento: - Ma come? Tutti, durante una relazione, hanno bisogno di risalire in superficie a prendere una boccata d’aria, come fanno le tartarughe Caretta Caretta.
- Allora: innanzitutto smettila di ripetere le parole caretta caretta con quell’aria da Licia Colò, - ribatto. - Vuoi dire che ogni tanto è comprensibile il tradimento? La sbandata?
- Sì, ma voglio anche dire che poi la tartaruga ritorna a traversare l’oceano. Sale, respira, torna giù. Un po’ come ha fatto Meryl Streep nel tuo film. Tutto normale, niente di strano, è la natura.
Rifletto su questo suo punto di vista. - Tu potevi respirare tutte le boccate d’aria che volevi, la tua ragazza stava dall’altra parte del mondo, eppure l’hai voluta qui. Non hai mai sentito il bisogno di salire in superficie.
Pure lui riflette su quello che ho detto io, poi decide di tagliare corto e di tranciare quel bandolo: - Hai ragione, fanculo le tartarughe Caretta Caretta, io sono una cazzo di cernia. Dove andiamo a cena?
Eccoci dunque al nostro secondo ufficio: il ristorante Mona Lisa su Columbus Avenue, a North Beach, non distante da Sansome Street. E’ una zona molto viva di San Francisco, puntellata di ristoranti italiani e locali fighetti. Columbus Avenue ne è l’arteria principale, la taglia in salita e culmina con la Coit Tower, la torretta smozzicata posta in altura che si vede spesso nella raffigurazione dello skyline di San Francisco.
Magari vi starete chiedendo: perché un ristorante italiano? Sei quel tipo di viaggiatore che cerca i ristoranti italiani in ogni posto in cui viaggia? A dir la verità no, ma dovendo venire frequentemente da queste parti, mi piace avere un punto di riferimento che faccia sentire me, e soprattutto il mio stomaco, a casa. Considerando che in hotel, a colazione, la scelta è limitata esclusivamente ad una omelette al prosciutto e formaggio che fornisce lo stesso apporto calorico necessario a scalare il Nanga Parbat a gennaio o ad un piatto di pancake grandi come pizze, il tutto innaffiato da un brodo nero solo convenzionalmente denominato caffè ma che di caffè ha ben poco e ha ben più dell’olio motore di una vecchia Punto, quando mi è possibile conduco le mie stressate interiora nel porto sicuro di un ristorante italiano, ma italiano vero, con camerieri e cuochi nostrani e grandi foto alle pareti raffiguranti Rino Gattuso abbracciato al proprietario del locale: se ci ha mangiato Rino, che ha pure vinto la Coppa del Mondo, potrò mangiarci anch’io, no? E poi questo posto mette d’accordo sia me che Max: lui può ordinare il suo salmone e bere il suo vino rosso, io posso lanciarmi sugli spaghetti with meatballs, assecondando la tamarra propensione degli Stati Uniti all’eccesso, che in fondo a me piace. Se Max è chic, io sono pop.
Il cameriere, agghindato con un’enorme cravatta su cui è stampata la Gioconda, ci ha appena servito un fiaschetto di Chianti, quand’ecco che fa il suo ingresso nel locale Chiara, la compagna di Massimiliano. E’ ancora vestita da lavoro, con maglione a girocollo nero, pantaloni larghi neri e mocassini neri. Vicino a Max, al suo dolcevita e alla spessa montatura dei suoi occhiali, ugualmente neri, mi vien da pensare che questi due odino gli arcobaleni. Ma a contrastare quelle tinte fosche, almeno in Chiara, ci sono i corti e brillanti capelli biondi, anche se forse il termine più corretto da usare è gialli, al limite del bianco.
- Bentornato Albi, - mi accoglie. - Com’è andato il viaggio?
- Il solito sbattimento. Ma ho scoperto che si può resistere undici ore senza mai andare in bagno, approfondirò con il mio urologo.
Chiara sorride e si versa del vino. La sintesi della situazione è questa: quando Massimiliano è venuto a lavorare qui, per un anno la relazione è continuata a distanza, dopo di che Chiara è riuscita a trovare un posto da commessa a San Francisco in un negozio di Luis Vitton, la stessa griffe per cui lavorava pure in Italia, e dunque eccoci qui.
Il cameriere ritorna a prendere le ordinazioni, facciamo un brindisi a tre e infine irrompe Max: - Basta con le cazzate, parlale del tuo libro.
Lei mi osserva incuriosita e quindi le riassumo le mie idee: Meryl, Clint, le relazioni complicate e tutto il resto. Poi concludo: - E voi due siete l’esempio della relazione a distanza. O meglio: voi la sconfessate, la possibilità della relazione a distanza.
- Beh, dipende dalla distanza, - ribatte Chiara.
- Cento chilometri o novemila? - le fa eco Max.
- No, certo, - convengo io. - Penso sia impossibile continuare una relazione così lontani. Bisognerebbe almeno riuscire a non alzarsi mai per andare a pisciare durante il volo, così sembrerebbe più breve. Però ricordo bene - proseguo - che la prima volta che siamo venuti qui insieme, quando ancora non ti eri trasferito negli Stati Uniti e convivevate in Italia, tu mi hai detto che distaccarti anche solo per qualche giorno da Chiara ti faceva proprio male.
Lei si scioglie lusingata e lancia una carezza sulla guancia di Max. Ma io devo proseguire nell’arringa:
- Ebbene, adesso vi espongo un punto di vista differente, signori miei. Provo a fare l’avvocato. Con i tempi e le distanze giuste, forse la relazione a distanza è una delle tipologie migliori di relazione: perché si vivono singoli momenti di felicità e ognuno di questi momenti ha il suo valore. E poi si vedono continuamente posti nuovi, quelli dell’altra persona. Oppure con occhi nuovi, sempre quelli dell’altra persona, si vedono i propri posti. A stare insieme ventiquattrore su ventiquattro si rischia di creare un polpettone in cui si perde tutto questo.
- E dunque, - replica Max - non siamo lontani dalla mia teoria delle tartarughe Caretta Caretta…
- Scusa? - interviene Chiara.
- Lascia perdere amore, una delle mie similitudini…
- Del cazzo, - chioso.
- Va be’, del cazzo o no, comunque, a parte le tartarughe, il tutto sta nello stabilire cosa faccia star bene una persona. A me il polpettone, come lo chiami tu, piace. Io voglio stare ventiquattrore su ventiquattro con lei.
- Adesso basta con tutte queste effusioni, - sogghigna Chiara. - Comunque sono d’accordo con Max, il polpettone è la vera relazione. Quella che descrivi tu, in fin dei conti, non è una vera relazione. Al massimo è una delle tue meatballs, ma non è il polpettone.
Apprezzo molto la metafora gastronomica, però li scruto entrambi. - Ma cosa rende appagante una relazione? Più che l’amore, concetto piuttosto astratto, non è forse la felicità? La felicità pura e cristallina di stare con quella persona? E’ difficile che la felicità possa esserci ventiquattrore al giorno. Se invece non ci vediamo sempre, tutte le volte che ci vediamo possiamo essere felici. E poi, scusate, vogliamo decretare che, con una popolazione mondiale di otto miliardi di persone, dobbiamo concentrarci solo su quelle della nostra città o del nostro paesello? Uno nato a Tregnago deve scegliere solo tra i suoi concittadini? E chi lo sa che la sua anima gemella non viva, magari, a Martignacco? O a San Vito Lo Capo?
Mentre espongo i teoremi del Fezzi arrivano i piatti, e, dopo aver ammirato quelle graziose polpette, proseguo: - Io ho un amico. Si è sposato giovane, convinto che quella fosse la sua strada, ma non era felice. Poi si è separato e si è lanciato subito alla ricerca di una compagna sostituiva da mettersi in casa. E così ha fatto per due o tre volte, ma non era comunque mai felice. Fino a quando non ha trovato una compagna che abita a ottanta chilometri da Verona, ha la sua vita in un’altra città, si vedono una o due volte a settimana, un po’ da lui e un po’ da lei. Ora ha trovato il suo equilibrio e sta benissimo.
- Capisco, ma io non ce la farei, - dichiara Max.
- Nemmeno io, - si accoda Chiara.
- E allora diciamo che ognuno dovrebbe fare solo quello che lo rende felice, - sentenzio infine.
Max inghiotte un boccone del suo salmone (anche gli Steve Jobs si devono nutrire: non di sola innovazione vive l’uomo con il dolcevita nero), poggia la forchetta e parte con un enfatico applauso al rallentatore, più o meno come quello che Edward Norton rivolge a Richard Gere alla fine di “Schegge di paura”, quando l’avvocato Richard scopre infine che il suo cliente Edward gli aveva sempre mentito (quindi, se non avete visto il film, ve l’ho appena rovinato. D’altronde state parlando con uno che, quando era uscito “I soliti sospetti”, con i suoi amici si recava in auto davanti ai cinema dove lo proiettavano e, alla gente che entrava, urlava: “Lo zoppo è Kaiser Sose!”. Alè, vi ho appena rovinato un altro film). Be’, insomma, Max applaude e commenta: - Ci ha appena comunicato una verità sconvolgente, Avvocato Fezzi!
A mia volta mastico una polpetta e, anche memore del primo dialogo con Alberto al pub veronese o delle parole di Federica a Nizza, replico: - Non creda che sia così scontato, Dottor Marini. Ci sono tante persone che non fanno quello che le rende felici. I motivi sono vari, ma non lo fanno. E infatti c’è pieno di gente infelice, frustrata, incazzata, insoddisfatta. Pieno di separazioni, di corna, di amanti, di figli fatti senza motivo.
- Cin, cin! - alza sarcasticamente il bicchiere Chiara, ma poi dà una carezza anche alla mia guancia. Mi guarda in viso e dichiara: - Di te ho sempre notato questi occhi che si piegano all’ingiù. Sono occhi tristi, caro Albi.
Dopo cena ci dirigiamo per bere un ultimo drink in un locale situato in una traversa di Columbus Avenue, incastonato tra due barocchi e un po’ fatiscenti strip club, una tipologia di locale che, negli Stati Uniti, ha ancora il suo pubblico. Il locale dove stiamo andando è amato da Max perché vi suonano musica jazz e non poteva essere altrimenti. Ve l’ho già detto, amici miei: cosa c’è di meno utilmente ascoltabile al mondo della musica jazz? Non può, quindi, che piacergli.
Mi attardo un po’ dietro di loro e li guardo procedere abbracciati, sostenendosi l’un l’altra. Max e Chiara sono in effetti inscindibili, sono due metà congiunte, o ricongiunte. Quindi, a ben vedere, non sono nemmeno l’esempio corretto per il mio libro, o meglio: ne sono il contraltare, la nemesi, rispetto a quei pezzi più complessi che sto cercando, quelli che faticano ad incastrarsi con altri pezzi. O che magari sono già interi di loro o credono di esserlo.
Tra loro due c’è una serenità che è impossibile non notare e questo qualcosa dovrà pur dire. Vorrà pur dire che a volte le stelle si allineano e ci conducono alla persona perfetta, la persona di fronte alla quale non abbiamo più bisogno di fingere, scappare, agitarci. La bravura, in questi casi, è tenersi stretta quella persona perfetta, proprio come stanno facendo Max e Chiara in questo momento, abbracciati, uniti, a sostegno l’uno dell’altra. Sembra un concetto ovvio, che merita l’applauso di Max e di Edward Norton, ma non è affatto così: ci sono effettivamente persone che proprio rifuggono la felicità. Non so se sia il caso del mio amico Alberto e di Laura, come lui ha sostenuto al pub. Ma penso sia vero che, come ha detto Federica, esistano persone che scelgono proprio di scansarla. Ce l’hanno davanti agli occhi, palese, evidente, solare, e fanno dietrofront. Basterebbe fare un semplice passo in avanti verso quella luce e invece ne fanno sette indietro, otto di lato e cinque in salita. Si complicano la vita e poi si lamentano della propria vita complicata. E quindi può capitare pure di farsi sfuggire la persona perfetta, sotto la pioggia, in un pomeriggio qualsiasi.
Con Max in questi giorni abbiamo assistito alla presentazione di alcune startup italiane nel settore della Space Economy: è un settore in forte crescita, ma mi restano dei dubbi sulle potenzialità italiane in questo ambito. Se io vi dico le parole “spazio” o “satelliti”, vi viene in mente l’Italia? Al momento direi di no. E infatti le startup che abbiamo visto, a parte un paio di casi, sembrano essere ancora allo stadio della creazione di razzi nel proprio cortile, appena un gradino sopra quel famoso esperimento delle Mentos nella bottiglia di Coca Cola. E poi non voglio tediarvi con le norme, ma se, per prendere sonno o per autolesionismo, volete andare a darvi una letta al recente disegno di legge approvato dal Governo in materia di Space Economy, capirete che l’approccio italico al tema è più quello della regolamentazione burocratica, che dell’innovazione: noi andiamo verso la creazione di una Motorizzazione delle stelle, con targhe sui satelliti e vigili spaziali con l’etilometro.
L’aspetto che ha interessato di più sia me che Max è stato quello dell’intelligenza artificiale applicata a questo settore: è stato affermato che, mentre l’AI è probabilistica, l’uomo è deterministico. Per cui, se devo lanciare un razzo su Marte, devo essere sicuro al 100%, e non al 99%, di tutto quello che potrebbe succedere. Quindi il fattore umano, almeno in questo ambito, è ancora essenziale.
Resto convinto di questo anche mentre mi ritrovo circondato da quei manifesti con su scritto “It’s all about AI” che mi riaccolgono mentre faccio ritorno all’aeroporto di San Francisco per il rientro in Italia. Max ha voluto accompagnarmi e, nell’abbracciarmi per il commiato, facendo cenno verso uno di quei cartelloni, sentenzia: - Io non ci credo fino in fondo: it’s all about us, secondo me. Tienimi aggiornato sul tuo libro, avvocato.
Mentre saluto il mio amico e collega e mi dirigo ai controlli, rifletto sul suo monito: io sono a tutti gli effetti un umanista, cioè un boomer antropocentrico che crede ancora nell’uomo e, al più, nel modo in cui l’uomo riesce ad utilizzare la tecnologia. Adesso sarei tentato di scrivere alcune battute sul cervello in pappa delle nuove generazioni piegate davanti agli smartphone, ma allora, forse, dovrei anche censurare quelle schiere di sessantenni/settantenni, per lo più reazionari, complottisti e no-vax, vittime dei social e dei gruppi su Telegram. E allora, niente di tutto questo. Ricordando quanto detto alla cena con Max e Chiara, decido di andare alle basi di questo nuovo mondo: apro ChatGPT e, appresa la lezione nizzarda di Federica, chiedo: Come si fa a essere felici?
Chat mi risponde così:
“La felicità è un concetto soggettivo e complesso, ma ci sono alcuni approcci che possono aiutarti a viverla più pienamente. Ecco alcune idee:
Conosci te stesso
Rifletti su ciò che ti fa stare bene. Cosa ti dà gioia? Cosa ti appassiona?
Stabilisci obiettivi realistici e in linea con i tuoi valori personali.
Coltiva relazioni autentiche
Circondati di persone che ti sostengono e ti fanno sentire amato.
Dedica tempo a costruire relazioni profonde e significative.
Pratica la gratitudine
Scrivi ogni giorno tre cose per cui sei grato.
Questo esercizio ti aiuta a focalizzarti sugli aspetti positivi della tua vita.
Vivi nel presente
Evita di rimuginare sul passato o preoccuparti eccessivamente del futuro.
La meditazione e la mindfulness possono aiutarti a rimanere ancorato al presente.
Prenditi cura di te stesso
Fai attività fisica: l'esercizio rilascia endorfine, che migliorano il tuo umore.
Mangia in modo sano e dormi a sufficienza.
Dedica del tempo ai tuoi hobby o a ciò che ti rilassa.
Contribuisci agli altri
Aiutare gli altri, che sia con atti di gentilezza o volontariato, può dare un senso di scopo e appagamento.
Accetta le difficoltà
La vita non è sempre facile, ma accettare i momenti difficili e imparare da essi può renderti più forte.
Coltiva la resilienza e guarda le sfide come opportunità di crescita.
Focalizzati su ciò che puoi controllare
Preoccuparsi di cose fuori dal tuo controllo porta solo stress.
Concentra le tue energie su ciò che puoi influenzare.
Coltiva un atteggiamento positivo
Evita pensieri negativi cronici e cerca di vedere il lato positivo delle situazioni.
Pratica l’auto-compassione e non essere troppo duro con te stesso.
Cerca un equilibrio
Trovare un equilibrio tra lavoro, famiglia, amici e tempo personale è fondamentale per sentirsi completi.
Non c’è una formula magica per la felicità, ma lavorare su te stesso e sul tuo approccio alla vita può fare una grande differenza. Essere felici è un viaggio, non una destinazione!”.
Una risposta vagamente moralistica e paracula, come sosteneva pure Federica, con qualche spruzzata di buddhismo, un tocco new age, e l’abusato concetto di resilienza che fa tanto Mario Draghi. Ma mi piace constatare che, alla veneranda età di quarantasette anni e a discapito dei miei occhi che si piegano all’ingiù, più o meno mi ritrovo in tutto, a mio modo sono in linea con i comandamenti di Chat. O almeno ci sto lavorando.
E se, ancora una volta contro ogni pronostico, fossi uno splendido quarantenne, come sosteneva Nanni Moretti in quel suo film? Chi lo sa, è tempo di mettere alla prova la mia prostata per altre undici ore su un aereo e, forse, riuscirò a capirlo meglio.
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