Torniamo per un attimo al padel. D’altronde, di questi tempi non possiamo proprio prescindervi: se in Silicon Valley “It’s all about AI”, in Italia “It’s all about PADEL”.
Vi ho già raccontato che pure io mi ci sono piegato e, devo dire, senza particolare sforzo. In primo luogo, come vi ho già detto, perché il bar del circolo che frequento, disperso nella zona industriale di un paesino della bassa veronese, serve una delle migliori Augustiner del Triveneto, e questo è un motivo per me più che sufficiente per trascorrere ore e ore tra i grigi capannoni di quella landa desolata (lo stesso padel, per lo più, si pratica all’interno di grigi capannoni). Vi dirò di più: quel dolce nettare, quando assunto ai tavoloni in legno situati all’esterno, all’ora del tramonto di un sabato, che so, di giugno, fa sì che lì, in Via della Tecnica a Povegliano Veronese, quando il sole cala placidamente tra quelle industriali e anonime costruzioni, distendendo tra i fabbricati il suo manto arancione, ebbene, pur trovandomi in codesta Via della Tecnica a Povegliano Veronese, io mi senta magicamente trasportato sul Sunset Boulevard di Los Angeles. E come avrete capito, anche senza le palme mi basta poco per essere felice: una buona birra e tanta tanta fantasia.
Compiuta questa ennesima premessa da alcolizzato-sognatore, ribadisco l’altro elemento che ultimamente ha reso così interessante questo sport: la promiscuità. Il doppio misto uomo-donna ha dato il là a frequentazioni, matrimoni, filiazioni, scappatelle, tradimenti, inciuci delle più varie forme e colori. In molti circoli, il padel è divenuto poco più di una scusa per organizzare feste, grigliate, bevute. Gli adulti che, data l’età, non se la sentono più di andare in discoteca per provarci con chiunque, hanno virato sul padel, un modo più salutare di tradirsi.
Io ho amici accoppiati che, quando andiamo in qualche locale, cercano in modo spasmodico di posizionarsi vicino a qualche ragazza, più o meno bella, al fine di scrutarla avidamente con un interesse che si attesta a metà tra quello di un veterinario e quello di Pietro Pacciani, ma poi, colti in flagrante dal gruppo, si lavano la coscienza sgranando occhi da cerbiatto e coinvolgendomi inopinatamente nel misfatto: “Guarda che lo sto facendo per te, sto lavorando per te!”. Come no: se questa ti chiedesse anche solamente che ore sono, le intesteresti il garage. E poi, non si sente proprio il bisogno del soccorso di questi entomologi serial killer, poiché il loro giudizio è compromesso dall’astinenza: sarebbe come andare al ristorante in compagnia e far scegliere il menù da uno che è a digiuno da quattro mesi: come minimo si finirà a mangiare cozze, biscotti e rane.
Dunque, ritornando al padel, questi cripto-repressi non hanno bisogno di accampare banali scuse di non richiesto supporto ad amici single più equilibrati di loro, bensì possono limitarsi ad organizzare un doppio misto all’apparenza innocente e la pratica sportiva sdoganerà i loro istinti. Il padel è divenuto, a tutti gli effetti, il cimitero delle coppie fragili e quindi, in conclusione, se il vostro partner dovesse iniziare a frequentare assiduamente un circolo di padel senza di voi, cominciate a preoccuparvi.
E’ proprio ad uno di questi baccanali che mi sto dirigendo questa mattina: è il giorno di Pasquetta e, da qualche anno, ho sostituito la tipica scampagnata con una giornata a giocare e a sfondarmi di birra (lascio a voi quantificare una stima presuntiva della proporzione tra le due attività). E’ comunque un passatempo più salutistico della classica gita di Pasquetta, a cui tutti noi veronesi ci sentiamo annualmente obbligati e durante la quale ci si riempie di pietanze in modo sconclusionato, introitando di tutto senza metodo alcuno, dalle costine grigliate alle uova intere, fino alle immancabili torte salate preparate dalla fidanzata di un amico che è alle prime armi come cuoca e infligge ai convenuti il suo friabile tentativo: quando afferri una fetta, una metà si spezza e ti cade subito sulle scarpe, un quarto ti cade sulla maglietta, il restante quarto riesci a introdurlo in bocca per scoprire che è crudo. Per poi, pieni di cibo, mezzi abbioccati, sicuramente annoiati, cimentarsi in una sgangherata partita di calcio su un terreno sconnesso, nel corso della quale i malleoli si fratturano come cracker.
Almeno la mia giornata sarà più lineare: padel, birra. Fine.
Non vi annoio sulla mia performance sul terreno di gioco, del tutto trascurabile, né su come funziona una partita di padel, ché potete pure leggerlo su Wikipedia o chiederlo al corniciao del mio quartiere. Piuttosto, voglio descrivervi in diretta ciò a cui sto assistendo in questo momento, dopo aver giocato. E’ solo un micro-momento, probabilmente trascurabile per i più, ma che, come un piccolo bozzetto impressionista, di quelli piazzati un po’ in disparte negli angoli dei musei, ben può descrivere una di quelle situazioni che voglio trattare nel mio libro.
Ho finito di giocare, mi sono fatto la doccia e ora sono seduto sulla mia bella panca di legno, la schiena appoggiata al muro del capannone e un leggero sole che mi riscalda il viso. Mi è appena arrivata la birra, spinata in un boccale ghiacciato. e quindi, al primo sorso, mi sento come Adamo prima di tutti quei casini con Eva e con la mela (dovrei forse trattare anche questo nel libro? La prima coppia della storia del mondo a saltare? Per colpa di lei e non di lui? Vedremo).
Mentre sorseggio la birra e mi trastullo di pensieri, mi cade lo sguardo su una coppia seduta ad un tavolo davanti al mio: ho visto più volte lei, è molto brava a giocare, quando tira uno smash le escono dalla racchetta certi frigoriferi che crepano le pareti di fondo. Ha un viso molto bello, lineamenti vagamenti orientali, lunghi capelli castani che arrivano fin sotto le spalle e un fisico da sportiva. Possiamo insomma dire che mi piace? Certamente sì, ma ogni volta che ho chiesto notizie su di lei, tutti mi hanno sempre stoppato rispondendo che è sposata. Pacta sunt servanda: io sono uno che rispetta i contratti, anche quelli altrui, e quindi sono sempre rimasto sulle mie. Lui invece non l’ho mai visto, un biondino anonimo, quello che so per certo è che non è suo marito. Anche loro hanno appena finito di giocare e ora stanno bevendo.
Ed ecco il micro-momento: lui fa scivolare il braccio lungo la schiena di lei, fino a cingerle un fianco con una certa dolcezza; lei ricambia intrecciando la sua mano a quella dell’uomo. Le due mani congiunte, entrambe munite di fede all’anulare sinistro, si carezzano delicatamente. Il tutto alla luce del sole, letteralmente. Chiunque li può vedere, non solo uno stronzo guardone come me.
Cosa vorrà dirvi dunque il vostro aspirante Monet, nello sbozzarvi questo piccolo quadro? Solo un decalogo di dubbi in libertà che quella visione mi provoca e che provo testé ad elencarvi:
1) Quanto conosciamo realmente delle vite degli altri?
2) Qual è il momento in cui un matrimonio si rompe?
3) Quante piccole crepe portano alla frana?
4) Qual è l'istante preciso in cui una persona sposata decide di tradire?
5) Quanto senso di colpa c’è nel farlo?
6) Quali giustificazioni ci diamo per non avvertire quel senso di colpa?
7) Quelle mani intrecciate sono la felicità fuggiasca di un momento o potranno diventare la vita intera?
8) Qualcuno dei due, ad un certo punto, deciderà di lasciare l’altro da solo sotto la pioggia?
9) Fino a dove siamo disposti a spingerci pur di essere felici?
10) Quanto è buona l’Augustiner?
Non credo che questa minuta tela verrà mai esposta al Museo d’Orsay, ma, quando volete, ci vediamo e ne parliamo. Davanti a una birra, ovviamente.
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Eric Donald (lunedì, 23 marzo 2026 17:34)
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