Capitolo Otto - Tre manifesti a Verona, Veneto

Per scrivere il mio libro, mi sto appuntando le idee tra le note del cellulare, precisamente in una nota denominata, in modo estremamente originale, “Libro”: se un autore alquanto disperato avesse messo sotto controllo il mio telefono nel tentativo di plagio, sarei fregato.

Ebbene, appunto queste idee in modo caotico e randomico, come mi vengono, dopo di che alcune riesco a riunirle nel filo logico della storia e altre invece restano spunti isolati che, poveretti (o fortunati), non trovano il loro posto nel mondo sghembo dei miei scritti e vengono quindi scartati.

Ci sono però tre appunti che, per quanto non riesca ad inserire in alcuna storia, vorrei comunque condividere con voi. Non ho un motivo in particolare per farlo, ho solo voglia di raccontarveli, mi spiacerebbe che andassero persi, e questo, in realtà, mi sembra già un buon motivo.

 

Il primo fatto di cui voglio parlare si ricollega ad un episodio che vi ho già narrato prima, quello del corniciaio che mi ha chiesto se il padel è una specie di tennis che si gioca con i parenti intorno. Proprio ieri sono ripassato per caso davanti allo stesso negozio e, dalle vetrine, ho visto il medesimo proprietario intento a suonare la chitarra insieme ad un cliente, cantando allegramente tra le cornici. Oltre a farmi sorridere, mi è parsa una di quelle scene cinematografiche in cui, in una lunga carrellata, si rivedono i personaggi già incontrati nel corso della storia e questi ribadiscono le loro peculiarità caratteriali: succedeva sul finale delle puntate di “Dr. House” oppure in quella memorabile scena di “Notting Hill” in cui Hugh Grant attraversa il suo quartiere nel corso delle quattro stagioni. Nel passare davanti a quel corniciao, ormai eletto a insuperabile caratterista, lanciargli un’occhiata, abbozzare un sorriso e proseguire, mi sono stretto nella giacca e mi sono sentito un po’ Hugh, ancorché non a Londra ma nel Quartiere Stadio di Verona (un po’ meno romantico, ne convengo).

 

Un altro fatto di cui vi voglio parlare, ma più che un fatto è una sensazione, e ancor più precisamente è una percezione sensoriale, è l’odore delle scale mobili: ogni volta che mi ci trovo sopra avverto sempre quell’odore misto di plastica, ferro e affanno, avete presente? Modernità, ansia e materiali sintetici. Un odore di vita quotidiana, di frenesia e voglia di arrivare da qualche parte. Necessità di sbrigare le proprie faccende. Un odore pratico e risoluto. Io utilizzo sempre le scale mobili quando ci sono, ma solo perché sono pigro: concettualmente preferisco le scale normali, perché decido io in che modo percorrerle e non hanno nessun odore.

 

Infine l’ultimo spunto: quando alla mattina entro in tangenziale per andare al lavoro, la mia uscita è quella immediatamente successiva rispetto a quella di entrata, quindi entro, metto la freccia a sinistra per immettermi nella carreggiata, e poi, percorsi cinquecento metri, devo subito mettere la freccia a destra per uscire. Ecco, a me questa cosa imbarazza sempre un po’, mi verrebbe da chiedere scusa agli altri automobilisti già presenti sulla strada, perché chiedo il permesso di entrare e subito esco, e questo mi sembra un po’ sgarbato. Come venire invitati ad una festa e andarsene via dopo cinque minuti. E va bene che la tangenziale nord non è una festa, ma io provo comunque una punta di disagio. Probabilmente sono stato educato a doverizzarmi sempre e molto probabilmente a doverizzarmi troppo, se mi preoccupo di quanto tempo rimango su una tangenziale, ma questo è.

 

 

Questi erano i miei tre piccoli manifesti, le note da non buttare, prima di proseguire.  

Alberto Fezzi

 

 

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