Dopo aver debitamente approfondito il tema della birra, e volendo comunque mantenerci sul quadro di spiccato alcolismo già inequivocabilmente emerso, parliamo ora un po’ di vino: raccontandovi di Federica, ho fatto cenno ad una mia personale contrapposizione tra vini rossi veronesi e vini rossi francesi. Dunque, ora torniamo sull’argomento e prendiamoci il tempo necessario a sviscerare questo rilevante tema.
La doverosa premessa che ribadisco, nei confronti di quei permalosissimi sommelier che percorrono il mondo a naso dritto e sicumera, è che parlo a titolo personale, secondo il mio gusto soggettivo: mentre nel campo della birra mi posso quasi dare la patente di esperto, nel campo del vino certamente no. I sommelier possono quindi ritenersi tranquillizzati e io a questo ci tengo molto, visto che stiamo parlando di una delle categorie umane più suscettibili al mondo, al pari dei ciclisti in città e di quelli che ti chiedono di togliere le scarpe quando ti invitano a cena.
L’altra significativa premessa è che io sono nato a Negrar e mia madre è di Fumane, quindi io sono, a tutti gli effetti, un Valpolicella Boy.
Fatte queste premesse, posso sobriamente certificare che, per me, l’unico vino al mondo realmente degno di nota è il vino rosso veronese. Più precisamente, il vino rosso veronese strutturato, “opulento” come lo ha definito una volta una persona che ne capisce: senz’altro Amarone quindi, oppure, a titolo di eccezione, qualche Ripasso o Valpolicella Superiore, ma solo se dai 15 gradi in su. In tema di vino, faccio quindi mia la celebre frase dell’amico e collega William: non c’è mondo al di fuori delle mura di Verona.
E se a queste affermazioni sento già le orecchie fischiare al brusio degli improperi di tutti i degustatori del globo, vi rimando alle premesse e, noncurante, procedo: la ratio del mio pensiero è che, se bevo vino, devo sentirlo, deve avvolgermi in modo totale, deve ammaliarmi e stendermi, altrimenti, se voglio bere qualcosa di leggerino e vacuo, bevo la birra (e qui i miei timpani stanno friggendo). Potremmo sintetizzare il tutto in modo figurativo dicendo che, per me, il vino è una moglie e la birra è un’amante.
Per la carità di Dio, posso pure bere lo Champagne accettando che mi sciolga l’esofago con la sua “crosta di pane” a.k.a. acidità; posso pure bere il Barolo accettando di degustare un vino indeciso, un italiano che vuole fare il francese; e posso pure bere un vino rosso della Borgogna accettando di suggere un pallido liquido rossastro dal vago sapore di terriccio e dall’insensato rapporto qualità-prezzo, ma comunque, e questo gli va riconosciuto, ottimamente utilizzabile per sfumare l’arrosto. Ma se poi voglio bere del vino, allora mi apro un Amarone vecchio di dieci anni.
Le mie orecchie mi stanno infine riproponendo, sotto forma di assordante sibilo, gli usuali refrain: “quel vino ti ammazza”, “quel vino ti impacca”, e via discorrendo. Esattamente, è così, è proprio quello che cerco, per quello lo bevo.
Ed ora, dopo essermi inimicato un buon 94% della popolazione mondiale bevitrice, posso procedere nel racconto e spiegarvi il motivo del preambolo sul vino. Tra i vari esperimenti che sto tentando per la stesura nel mio libro, ne ho escogitato uno molto ardito, mi ci è voluto un po’ per costruirlo, ma ce l’ho fatta: ho organizzato una degustazione in cantina con due amiche di lunga data, più giovani di me di una decina d’anni, due persone accomunate dalla passione per il vino ma agli antipodi su tutto il resto.
Da una parte c’è Patrizia, che da qualche mese, e precisamente da quando ho visto l’ultimo film di Paolo Sorrentino, ho preso a chiamare Parthenope, perché mi ricorda in modo preciso la protagonista di quel film. Se avete presente la scena del ballo a tre con la musica di Cocciante, così ipnotica e meravigliosa, potete allora anche immaginarvi Patrizia: una bellezza magnetica, due profondi occhi blu che osservano il mondo a proprio piacimento, mai stata fidanzata per più di sei mesi, libera e selvaggia come la protagonista del film e come quella canzone degli U2 in cui Bono si chiede: Who’s gonna ride your wild horses?
Dall’altra parte c’è Giulia: una radiosità posata, i capelli biondi raccolti in una coda, il viso leggermente incrinato da qualche ruga, ma mai triste. La calma e la grazia serafica di chi si sente a posto con la coscienza, otto anni di un bel matrimonio, due figli, un border collie, caldi maglioni di inverno e castelli di sabbia d’estate.
In mezzo a loro due, un uomo senza arte né parte che di nome fa Alberto e di cognome fa Fezzi.
La location dell’incontro è la Cantina Cà’ La Bionda, a Valgatara in Valpolicella, un compromesso tra i miei gusti e quelli delle mie due ospiti: loro, purtroppo, hanno entrambe frequentato il corso da sommelier (aiuto!) e quindi la scelta è ricaduta su una cantina che ha provato a trasferire, devo ammettere con un certo successo, i metodi francesi in Valpolicella. La scelta ci ha messo tutti d’accordo: passerò distrattamente in rassegna i loro primi quattro/cinque vini, per arrivare con soddisfazione al loro Amarone Riserva Ravazzòl, elegante e deciso come James Bond in smoking, uno dei migliori mai bevuti.
La cantina si trova incastonata su un terrazzamento collinare tipico della Valpolicella, una terra quieta e laboriosa, meno affascinante del Chianti o delle Langhe dal punto di vista panoramico, ma non meno produttiva.
Dopo il doveroso giro tra le botti e le cisterne - che personalmente, durante queste visite, trovo tutto sommato inutile, perché in fondo siamo venuti qui per bere, ma certamente non ditelo alle mie ospiti che invece si pascono la bocca di parole come “tonneaux”, “fermentazione” e “vasche di raccolta” - ci ritroviamo, infine e finalmente, nel locale dedicato alle degustazioni, un grazioso salottino con mattoni a vista e mensole romboidali che decorano le pareti esponendo bottiglie di tutte le annate, impilate in orizzontale. Incorniciate in ordine sparso, le certificazioni dei premi ricevuti dai vini della cantina.
Grazie alla confidenza che abbiamo con il proprietario, riusciamo a convincerlo a spiegarci, in una sola volta all’inizio, tutti i vini oggetto della degustazione, per poi lasciarci da soli a discettare delle nostre cose mentre ci lasciamo inebriare dal vino: una versione bacchica di “Otto e Mezzo”, un threesome intellettuale ma senza Lilli Gruber.
Orbene, nel riportarvi l’esito delle nostre discussioni, per praticità vorrei seguire uno schema simile a quello utilizzato per descrivervi le massime enunciate da Antonio detto Agneso nella birreria di Monaco. Seguitemi.
Primo vino: Bianco del Casal
“È un vino molto complesso, con una mineralità spiccata e una lunghezza gustativa e aromatica davvero uniche per un vino bianco italiano.”
Alberto: - Partiamo piano, addirittura con un bianco, l’anello di congiunzione tra la birra e il vino.
Patrizia: - Adesso non cominciare con le tue stronzate.
Giulia: - Concordo. Noi beviamo e commentiamo, tu bevi e taci.
Alberto: - Va bene, chiedo venia, non dirò che il vino bianco sa di cavi della batteria bruciati e procedo oltre…
Patrizia: - Ancora?! Facci le domande che ci devi fare e smettila con queste cazzate.
Alberto: - Ok, ok. Siete felici?
Giulia: - Ah, così, una robetta semplice. Esiste Dio?
Alberto: - Be’, dai, la mia è più verificabile…
Giulia: - Io sto bene. Non so se sia l’esatto equivalente dell’essere felice. Ma non sono infelice, questo è certo.
Patrizia: - Io sono sempre inquieta. Di quello che trovo, mi stufo dopo poco tempo e passo oltre. Ma questo è diventato il mio equilibrio: interessarmi, stufarmi, interessarmi, stufarmi, e così ciclicamente. Non so, però, se questo personale equilibrio mi renda felice: non credo, non completamente.
Secondo vino: Valpolicella Classico Superiore Casalvegri
“Vino di grande finezza ed eleganza. Al naso ricorda chiari sentori di spezie, piccoli frutti di sottobosco e sentori di rosa. Al gusto denota grande complessità e freschezza.”
Patrizia: - Questo è proprio una carezza.
Giulia: - Solo dal colore ne capisci la raffinatezza.
Alberto: - …
Patrizia: - Ecco, bravo, taci.
Alberto: - Pensi che ti sposerai mai?
Patrizia: - Domanda dritta. Penso di no. Non mi interessa, voglio vivere il momento, non ipotecare la vita. Perché bisogna farsi promesse così lunghe? Perché non ci si può limitare a promettere amore, che sarebbe già tanta roba, anziché amore eterno? Chi l’ha inventata questa cosa? Forse perché una volta si viveva fino a trent’anni e allora una storia coincideva con la vita?
Alberto: - Tu cosa ribatti a questo sproloquio?
Giulia: - Non ribatto nulla, è il suo punto di vista, lo comprendo ma non concordo. A differenza sua, io non sono inquieta, io non ho mai avuto dubbi a sposare Matteo, a fare dei figli con lui. Mi sono sentita realizzata nel farlo, perché a me piace proprio prendermi cura delle persone, di loro in particolare.
Alberto: - Tu copri il centro.
Giulia: - Cioè?
Alberto: - Niente, una cosa che succede nel padel: ciascun giocatore della coppia copre il suo lungolinea e quindi il punto più critico resta il centro. Allora, perché la coppia funzioni, uno dei due deve essere bravo ad assumersi la responsabilità e la fatica di fare, quando serve, pure quel passo in più verso il centro per coprire anche quella zona critica. Solitamente, il giocatore che ha quell’attitudine, è quello che sostiene la coppia. Quindi tu copri il centro.
Giulia: - Il padel come metafora della vita… Allora sì, direi che io copro il centro.
Alberto: - E ti pesa?
Giulia: - No.
Alberto: - A te?
Patrizia: - A me peserebbe, non voglio sostenere nessuno. Già è complesso sostenere me stessa.
Alberto: - Tu sei una tennista, allora.
Terzo Vino: Valpolicella Ripasso Classico Superiore Malavoglia
“Questo Valpolicella Ripasso è completamente secco nello stile Ca’ La Bionda, freschezza ed eleganza accompagnano una grande struttura.”
Patrizia: - Si chiama Malavoglia perché in Valpolicella fare il Ripasso è quasi un obbligo. Qui provano a farlo in modo originale ma, se potessero, probabilmente neanche lo farebbero, perché è solo un fratello minore dell’Amarone.
Alberto: - Ci stiamo avvicinando ai vini che piacciono a me. Tu sei mai stata in una relazione di malavoglia?
Patrizia: - Ah ah ah, ridiamo forte per questo gioco di parole? Io, sempre. Dopo l’entusiasmo dell’inizio, è sempre di malavoglia.
Alberto: - E quindi te ne vai?
Patrizia: - Certo, non sono mica masochista.
Alberto: - E tu, se ad un certo punto non stessi più bene con Matteo, cosa faresti?
Giulia: - Non penso che succederà, quindi non mi sono mai posta il problema. Già ci sono tanti problemi reali nella vita, se rimuginiamo anche su quelli eventuali, non è più finita.
Alberto: - Sì, ok, ma io devo scrivere un libro! Ammettiamo per un attimo l’ipotesi astratta: cosa faresti?
Giulia: - Che palle! Va be’, ascolta: non lo so. Penso che proverei in tutti i modi a capire le cause del disagio e proverei in tutti i modi a risolverle, per salvare tutto quello che abbiamo costruito. Se ci riusciamo bene, altrimenti amen. Ma, ripeto, non lo so. E’ un’ipotesi, vale poco, dovrei trovarmici, ma non mi ci troverò, brutto stronzo!
Alberto: - Torno all’inizio: non dovresti fare quello che ti rende felice?
Giulia: - Quello che ci rende felici. Non potrei permettermi di essere egoista e pensare solo ed esclusivamente a me.
Patrizia: - Tu pensi che io sia egoista?
Giulia: - No, perché tu sei in una situazione diversa.
Alberto: - Peccato, speravo che vi metteste a litigare, che vi tiraste i capelli, una cosa così, quello sarebbe stato un bel colpo di scena da raccontare.
Quarto vino: Amarone della Valpolicella Classico
“Questo vino ha una grande concentrazione di profumi che ricordano la tipica ciliegia della nostra vallata di Marano. Al palato si presenta avvolgente, con un retrogusto lungo e persistente.”
Alberto: - Ci siamo quasi…
Giulia: - Al ritiro della patente sulla strada del ritorno?
Alberto: - Al vino migliore e alla domanda clou, ma prima un altro passaggio: cosa pensate della vita dell’altra?
Patrizia: - Questa è proprio una domanda del cazzo: io non penso niente della sua vita, ci mancherebbe, semplicemente non è quella che vorrei fare io, ma mica la giudico.
Giulia: - Idem. Sei un cretino.
Alberto: Adesso finisce che tirate i capelli a me, se ne avessi. Be’, vi sarete fatte un’idea, un pensiero, qualcosa…
Patrizia: - Ti ho detto di no, basta. Io penso che l’unica vera cosa che ci distingue, e che nessuno potrà mai toglierci o annullarci, è il percorso che abbiamo fatto, che è unico per ciascuno. Tutto quello che ho fatto, tutto ciò che mi ha fatto crescere, è solo mio.
Giulia: - E pure le mie scelte, sono solo mie. Qualche volta posso pure essere affascinata dalla vita che fa lei, dalla sua libertà, e magari a lei ogni tanto mancherà qualcosa della vita che faccio io, ma le nostre vite sono frutto di tante scelte che abbiamo fatto da sole, nel nostro intimo, e quelle ci definiscono una per una, non sono interscambiabili, non siamo personaggi dei tuoi libri, caro il mio scrittore amante dei vini iperalcolici.
Quinto vino: Amarone della Valpolicella Classico Riserva Ravazzòl
“Quello che colpisce di questo vino è l’eleganza, la finezza, che solo un grande Amarone può esprimere.”
Alberto: - Un minuto di silenzio per il re dei vini…
Patrizia: - Forza, re dei vini, spara la tua domanda clou, così poi io e Giulia possiamo finalmente dedicarci alla degustazione.
Alberto: - Va bene. Avete presente il film I ponti di Madison County? La scena in cui Clint Eastwood e Meryl Streep si incontrano sotto la pioggia e lei sceglie di non andare con lui? Ecco: voi cosa avreste fatto al posto di Meryl?
Patrizia: - Questa è la domanda clou?
Giulia: - Cioè, scusa, siamo venute qui per questo? Patti, siamo d’accordo che abbiamo a che fare con un imbecille?
Patrizia: - Assolutamente.
Alberto: - Va be’, ora che mi avete insultato, potete rispondermi. Voi non ci crederete, ma tra i miei lettori c’è grande fermento intorno a questo dilemma!
Patrizia: - Ognuno ha i lettori che si merita. Comunque, ti rispondo, imbecille: è la premessa che è sbagliata.
Alberto: - Cioè?
Patrizia: - Cioè io, prima di tutto, prima ancora di conoscere Clint, avrei lasciato quell’osso di marito con cui stava Meryl. E poi, libera e bella, con la mente sgombra, e non solo per prendermi una pausa da una situazione schifosa, avrei capito se Clint potesse essere effettivamente l’uomo giusto per me. Invece lei ha fatto solo un gran casino e poi ha continuato a fare una vita di merda.
Alberto: - Niente male come punto di vista. E tu invece cosa dici?
Giulia: - Mettiamola così: nel tuo sogno romantico, ti sei chiesto come poi sarebbe andata tra Clint e Meryl, se lei fosse andata via con lui?
Alberto: - Dimmelo tu.
Giulia: Non è scontato che sarebbe stato tutte rose e fiori. Guarda che spesso i romantici sono dei pazzi instabili: magari finiva dopo due mesi e restavano solo i cocci.
Alberto: - E pure questo è un punto di vista interessante…
Giulia: - Certo che lo è: non ci hai invitate per questo? E poi il romantico ama la sconfitta: quindi a Clint, tutto sommato, è andata bene così.
Alberto: - Questo mi sembra discutibile: si è preso tanta di quell’acqua, il povero Clint… Ma facciamo un passo avanti perché non hai ancora risposto alla mia domanda: se questa cosa succedesse a te, cosa faresti?
Giulia: Non incontrerei mai uno come Clint.
Alberto: - Risposta democristiana…
Giulia: - Che pesante che sei. Allora ti rispondo così: prima di sposarci, con Matteo abbiamo fatto il corso fidanzati con Don Angelo, te lo ricordi? Ai tempi di San Pietro Apostolo, quando tu eri animatore in parrocchia? Tra l’altro, ora che ci penso, potresti chiedere pure a lui un parere sul tuo libro. Perché il suo consiglio, in casi come quello del film, è: te la fai passare. Altrimenti, se ad ogni dubbio che hai in una relazione, molli il chiodo, che relazione è?
Alberto: - Ok, ma…
Giulia: - Volevi la tua risposta e l’hai avuta. Patti, cosa ne pensi di questo Amarone?
Patrizia: - Opulento.
Mentre stiamo completando la degustazione, da una cassa nascosta in qualche angolo della stanza attaccano degli accordi di pianoforte, dolci ed evocativi, struggenti rintocchi da un altro mondo.
Era già tutto previsto, comincia a cantare Riccardo Cocciante con sofferenza, fin da quando tu ballando, mi hai baciato di nascosto…
Tra di noi cala il silenzio, in parte stupito e in parte complice. Dopo aver fatto vagare lo sguardo nell’aria alla ricerca della fonte del suono, i miei occhi si imbattono in quelli profondi e celesti di Patrizia e credo, forse presumo, probabilmente immagino, di intuire un invito. Quindi decido di allungare una mano per accarezzare le sue dita affusolate che stringono lo stelo del calice e le stacco delicatamente la mano dal bicchiere, la sollevo piano, invitandola a mia volta ad alzarsi con me. Lei segue i miei gesti, sposta la sedia e si alza, io avvicino la sua mano al mio petto e capisce che voglio ballare con lei.
Mentre lui che non guardava, agli amici raccontava, delle cose che sai dire, delle cose che sai fare, nei momenti dell’amore…
Patrizia si avvicina a me, si sistema i capelli, lascia cadere le braccia lungo la mia schiena, e appoggia la testa nell’incavo del mio collo. Ci lasciamo cullare dalla musica, dondolando lentamente in modo circolare.
Mentre ti stringevo forte e tu mi dicevi piano "io non lo amo, non lo amo"…
Alza leggermente il viso verso il mio mento, i suoi occhi si aprono, mi parlano, le mie labbra si avvicinano alle sue e le sfiorano, lei le schiude e lascia avanzare la punta della lingua.
Era già tutto previsto, fino al punto che sapevo che oggi tu mi avresti detto quelle cose che mi dici, che non siamo più felici, che io sono troppo buono, che per te ci vuole un uomo che ti sappia soddisfare, che non ti basta solo dare, ma vorresti anche avere nell’amore, ma quale amore?
Un’altra sedia si muove e un’ombra compare dietro Patrizia: è Giulia, che osserva me e poi osserva lei, le afferra dolcemente i capelli, rompe l’incantesimo che si era creato tra noi due e la tira a sé. Patrizia volge lo sguardo verso Giulia e la invita ad avvicinarsi a me, e questo ballo a due diventa a tre.
Era già tutto previsto, anche l’uomo che sceglievi e il sorriso che gli fai mentre ti sta portando via…
Giulia mi si avvicina, sfiora le mie labbra con le sue e poi fa lo stesso con Patrizia e…
… e no, purtroppo tutto questo non è successo, sarebbe stato bello che la degustazione finisse così, spalancando l’anima ad emozioni pure e ancestrali, e sì, va bene, sono solamente le mie di emozioni, pure piuttosto sconclusionate, sicuramente Patrizia e Giulia non hanno minimamente pensato a questo ballo e se avessero intuito la mia divagazione mi avrebbero mollato un ceffone, ma il punto per me è più generale, aldilà del sogno anarchico: non sarebbe bello vivere così? Lasciandoci sempre trasportare dal momento, dai sentimenti, dalla vita? E invece ci blocchiamo, ci freniamo, ci ingabbiamo, costruiamo recinti per i nostri cavalli selvaggi.
Con Patrizia e Giulia ci siamo salutati con un semplice “ciao” e un bacio sulla guancia nel parcheggio dell’azienda agricola, anche se hanno riconosciuto l’originalità dell’invito e della nostra discussione. Hanno acquistato entrambe due bottiglie di Valpolicella Superiore ed io il mio Amarone d’ordinanza (come ormai avrete capito, nella mia cantina conservo solamente birra bavarese e Amarone: se mi chiamassi Wolfgang Allegrini, nessuno avrebbe niente da ridire) e siamo ritornati alle nostre vite. Il tutto un pochino banale, purtroppo la vita non è un film di Paolo Sorrentino e nemmeno “I ponti di Madison County”, ma almeno, suggerisco, teniamoci stretti i nostri sogni. A Disney World, e dove sennò, ho comprato una tazza che, ogni mattina, mi ricorda una celebre frase di Walt stampigliata lì sopra: E’ tutto cominciato da un topo. Ecco, ai più impressionabili magari potrebbe fare un po’ schifo, ma consiglio di tenerci stretti i nostri topi.