Capitolo Dieci - Riceverai molte lettere da morto

- Siamo rimasti solo noi due, quindi tu adesso mi devi fare una promessa: io e te non ci sposeremo mai!

Così mi apostrofava solo qualche anno fa Andrea, al matrimonio del nostro amico Alessandro. O meglio: così mi aggrediva, pure perché pregno degli aperitivi assunti in quantità significativa al buffet, attaccandomi letteralmente al muro per il bavero, quasi a volermi picchiare. All’epoca, in quel gruppo di amici, eravamo rimasti solamente io e lui ad essere qualificati, sulla carta di identità, con il vetusto termine di “celibe” (poi dall’anagrafe tramutato in “libero”, che mi pare renda molto di più l’idea). 

E a quel tempo Andrea era il profeta del celibato, anzi della libertà: diversamente da Antonio detto Agneso, lui non aveva avuto un moto reazionario conseguente a una storia finita male, alla libertà non era un convertito, bensì ne era un fervente discepolo sin dalle origini, non aveva mai avuto una vera e propria relazione, per certi versi lo assimilerei alla Patrizia/Parthenope della degustazione: biondo e bello come Robert Redford, aveva passeggiato per il mondo cogliendo alla maniera di freschi fiori di campo tutte le occasioni sentimentali (più onestamente possiamo dire sessuali) che gli si erano presentate, non soffermandosi mai su nessuna. Al primo posto erano sempre venuti i suoi spazi, i suoi passatempi, i suoi sport, la sua vita. Poi tutto il resto.

Per questo motivo, ai matrimoni era sempre insofferente, e più si assottigliava il roster dei celibi, più lui si agitava, temendo di trovarsi privato di adeguati compagni sul campo di battaglia della libertà, spavaldo William Wallace dei rapporti di coppia. Questa inquietudine aveva raggiunto il suo apice al matrimonio di Alessandro, quando appunto, in quel gruppo di amici, i celibi rimasti eravamo solamente io e lui.

 

Ebbene, ora facciamo un bel cambio di scena, mandiamo avanti veloce il nastro, uno stacco di circa otto anni da quell’aggressione nei miei confronti, ed oggi, nel giorno del Signore 13 luglio 2025, potreste crederci che la persona che cammina a fianco a me, sospingendo gaiamente una carrozzina contenente una meravigliosa bambina di nome Giada, è quello stesso Andrea che, otto anni prima, mi aveva attaccato al muro intimandomi di non sposarmi mai?

Sic transit gloria mundi, potremmo affermare, chiudendo definitivamente la questione. Ma non siamo qui proprio per approfondire queste facezie? Quindi approfondiamo.

Un bel giorno di circa tre anni fa, questo stronzo (immagino siate tutti d’accordo con me, se adesso, visto quello che sapete, lo appello in questo modo) mi si presenta con anima candida, dicendo che si sta sentendo con una ragazza e pensa che lei sia, finalmente, quella giusta. E il bello, o il brutto, è che lo era veramente: infatti, a poco meno di sei anni di distanza dall’attacco subito da parte di Andrea al matrimonio di Alessandro, mi sono ritrovato ad assistere ad un altro matrimonio: il suo! E oltre al danno, pure la beffa: come testimone! Testimone del più grande voltafaccia nella storia dell’inquietudine sentimentale, un twist degno del finale di quel film che già vi ho spoilerato quindi ormai siamo tranquilli, Andrea come lo zoppo de “I soliti sospetti”. E per completare il filotto, dopo un anno ecco la nascita di Giada.

Ora, tralasciando quanto sia beffarda la vita, e quanto sia banalmente vero il detto “mai dire mai”, la vicenda di Andrea mi sembra adatta a rientrare nelle tematiche del mio libro: nel suo caso, infatti, si potrebbe arrivare ad affermare che, in quella scena tra Clint e Meryl, sia Clint, del tutto a sorpresa, ad entrare nell’auto di Meryl. E’ cioè Clint ad abbandonare la sua vita da fotografo selvaggio, per trasformarsi nell’addomesticato padre di famiglia che organizza festine tra neonati, servendo torte alla fragola su piattini di color azzurro cielo, decorati da nuvolette antropomorfe che sorridono.

Ed eccoci quindi qui, fianco a fianco, in questa domenica estiva, a passeggiare accaldati per Lungadige Attiraglio, la strada a scorrimento veloce lungo il fiume che porta alla Diga del Chievo, e che, nelle giornate festive, viene chiusa al traffico per permettere queste scampagnate in città.

Interrompiamo per un attimo il nostro cammino per soffermarci ad osservare, come ogni volta anche oggi con un certo sbigottimento, un tratto dell’Adige lungo il quale un circolo di canoa cittadino, interponendo rocce e spartiacque di vario genere, è riuscito a creare delle rapide in miniatura per allenarsi. E’ pur vero che, se non fossero stati in grado di realizzare questi manufatti lungo il fiume, un circolo di canoa a Verona avrebbe rischiato di sciogliersi in breve tempo per la noia, ma insomma, ogni volta che passiamo di qua, assistere alle gesta di questi scapestrati che perigliosamente si affannano come dovessero domare il fiume Zambesi, e invece si trovano a galleggiare in Pianura Padana, lascia sempre un po’ interdetti.

Andrea allunga la cappottina del passeggino sopra Giada per ripararla dal sole. - Che non ti venga mai in mente di fare una roba del genere quando sarai grande, - la mette in guardia, osservando di traverso i canoisti disperati.

- Ecco qua il Family Man, - attacco io indicandolo a mano aperta. – Allora: innanzitutto Nizza è molto più bella di Borgo Roma.

Lui ridacchia di rimando. - Resto della mia idea: a parte la Promenade des Anglais, il resto è periferia.

- Si, va be’, come no, - sbuffo. - Parliamo di cose più serie: ai posteri, come spiegherai tutto questo? - gli chiedo facendo cenno al quadretto di padre e figlia.

- Me lo hai già chiesto tante volte, - si difende. - Senti, nel tuo libro puoi scrivere questo: io ho solamente avuto fortuna.

- Procedi, prendo appunti. Appunti mentali eh, che non pensi che quello che dici adesso meriti che estragga un bloc-notes e una penna come Stefano Nazzi.

- Ho avuto fortuna: ho incontrato la miglior persona che potessi incontrare. Veronica è perfetta per me. Punto e basta.

- Punto e basta un bel cacchio, - insorgo. - Non ti sembra un po’ sbrigativa come spiegazione da inserire in un libro, dopo che mi hai quasi picchiato per impormi di non sposarmi mai? Anzi: di non sposarci mai?

- Lo so, ma quando poi ti capita, ti capita. Se sei fortunato devi cogliere l’occasione, e io l’ho colta.

- Sei salito in macchina con Meryl o è lei che è salita sul tuo furgone? Chi dei due ha cambiato di più la sua vita?

Andrea ci riflette giusto qualche secondo, mentre giù nel fiume un signore di circa cinquant’anni si ribalta con la canoa e finisce sott’acqua e io penso a chissà quale moto interiore spinga un signore di circa cinquant’anni a finire sotto l’acqua dell’Adige incastrato in una canoa, con il rischio di non riemergere mai più. Forse pure certe passioni, che hanno le sembianze di sfoghi, i quali a loro volta nascondono frustrazioni, andrebbero approfondite, ma non è questo il momento, non divaghiamo.

- Ho cambiato di più la mia vita io, lo sai. Ma era proprio il momento, ero diventato Clint, avevo raggiunto la mia maturità e sono salito su quella macchina. Scusami se ho tradito il motivo per cui ti ho quasi pestato, ma non si sputa sulla fortuna.

- Quindi secondo te Meryl in quel film ha sputato sulla fortuna?

- Assolutamente sì. Senza ombra di dubbio.

E così ho ottenuto un’altra sentenza per la mia raccolta.

- Come hai fatto a capire che Veronica era quella giusta? Cosa ha fatto per fartelo capire? 

In questo caso non ci deve pensare neanche un secondo. - Mi ha accolto, - replica di getto. - Totalmente, integralmente, senza dubbi o retropensieri, senza volermi cambiare. Ha preso, anzi ha voluto, il famoso pacchetto completo.

- Ma forse tu, nonostante l’aggressione a mio danno, in realtà la stavi già cercando. Non dico proprio lei, ma una cosa come quella che poi hai avuto con lei.

Ne abbiamo abbastanza dei canoisti della domenica e proseguiamo la lenta passeggiata verso la Diga. Dopo qualche attimo di silenzio, Andrea mi risponde: - Ti ricordi quella canzone di Elisa e De Gregori che ascoltavamo in Sardegna?

- Quelli che restano?

- Sì, quella. Se ti ricordi, dice: ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno. Quindi, per risponderti, non so se stessi cercando Veronica, ma so che a un certo punto bisogna smettere di aspettare.

Dopo aver scoccato la sua freccia, mi fissa.

- Stai parlando a me, Family Man? - chiedo velocemente, forse troppo. - Mi stai forse ancora attaccando al muro, dicendomi però l’esatto contrario di quello che mi hai detto l’altra volta?

Andrea si apre in uno di quei sorrisi smaglianti che tante gioie e tanti dolori hanno arrecato a tutte le donne che hanno preceduto Veronica. - No, no, non mi permetterei più. Ma, Albi, quando ti trovi a una stazione di servizio, come Clint, invece di entrare a comprare le caramelle, controlla che fuori non ci siano macchine parcheggiate con la portiera spalancata.

- Va bene, - annuisco. - E se invece fossi io ad aprire la portiera del mio furgone e loro non salissero?

Ed ecco l’altra sentenza di Andrea che potrò catalogare nel mio libro, emessa esattamente di fronte al manufatto di color marrone/arancione, assurto alle cronache nazionali in ragione di quella squadra di quartiere che nella Diga del Chievo ha trovato il suo simbolo: - In quel caso, riceverai molte lettere da morto.

Non ho altro da aggiungere, amici miei. L’immagine della mia cassetta delle lettere stracolma di buste, mentre io contestualmente giaccio in una cassa più grande, di legno, sotto terra, mi fa sorridere con dolcezza: quanti errori commettiamo nel corso della vita e quanto sarebbe bello poter sempre rimediare in tempo. L’errore è insito nella natura umana, ma se ci è concessa l’occasione di rimediare, penso che dovremmo farlo, sempre. Quindi va bene, perdono anche te Andrea, che quel giorno mi hai sì quasi picchiato, ma lo hai fatto perché stavi sbagliando: quello che volevi realmente era altro e quando hai avuto l’occasione di rimediare lo hai fatto. 

 

Proseguiamo la nostra passeggiata attraversando la Diga e l’Adige e chiedo ad Andrea di poter spingere il passeggino di Giada: mai dire mai.

Alberto Fezzi

 

 

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