Capitolo Undici - Te la fai passare

E’ stato durante i campiscuola della parrocchia che ho scoperto l’amore. Forse erano amorazzi, forse erano quelle che negli anni Ottanta si chiamavano cotte, ma, tutto sommato, non lo credo. Io credo invece che fossero una forma molto sincera e primordiale di amore, una forma pura, non condizionata da nulla se non dalla voglia di vivere e di lasciarsi andare alla vita. Certo, erano amori ingenui, spesso irrazionali e stupidi, ma chi ha mai detto che l’amore debba essere razionale ed intelligente? L’amore di testa che amore è?

Durante quelle estati, in quei freddi caseggiati sperduti tra improbabili paesini di montagna, o, gli ultimi anni, a ridosso della maggiore età, nel corso di qualche puntata in località marittime, accovacciato attorno ai falò serali, violentando “Generale” di De Gregori o imparando gli evergreen dei canti di chiesa, da “Servo per amore” a “Lampada ai miei passi” a “Resta qui con noi”, che è un po’ la “Champagne Supernova” della liturgia ecclesiastica, la canzone che chiude i concerti tra i fuochi d’artificio, di fronte alle scenette improvvisate e i giochi di gruppo, lì sono stato folgorato dai primi sguardi femminili, lì ho sperato e disperato di incrociare certi occhi, lì ho sognato di accarezzare certe mani, di baciare e fare l’amore. Che poi sia successo o meno, lo lascio alla vostra immaginazione di lettori, ma, senza scomodare Oscar Wilde e la Campari, senza arrivare ad affermare che l’attesa del piacere sia essa stessa piacere, posso dichiarare con certezza che, comunque, quegli stessi sogni erano vita e quel tratto di vita è ancora ben impresso dentro di me, è stato uno dei più belli e un po’ mi ha reso quello che sono adesso: irrimediabilmente iscritto alla categoria dei romantici e non dei pragmatici.     

Durante quei campiscuola noi tutti stavamo crescendo, ci stavamo plasticamente formando e sviluppando, sia fisicamente - a parte Antonio detto Agneso, che, come vi ho detto, a quindici anni era già uno yeti - sia interiormente. I campi migliori, quindi, sono stati quelli in cui abbiamo trovato i migliori educatori e, tra questi, il sacerdote che guidava la truppa.

Per alcuni anni, il capo supremo e indiscusso di queste settimane organizzate dalla mia parrocchia è stato Don Angelo Sterzi, alla sua prima esperienza da curato ma già in possesso di un grande carisma nonché di una grande pancia, sintomo, in fondo, di una persona che sa anche godersi la vita, il che non guasta mai. Don Angelo, con un misto di simpatia, dolcezza, profondità e rigore, non disdegnando un linguaggio talvolta colorito, ha forgiato le nostre estati di ragazzi: quelle mie, quelle del gigante Antonio, e, dopo qualche anno, quando io per qualche tempo sono passato a fare l’animatore di questi campi, un po’ come quando un cantante viene chiamato a presentare Sanremo, anche quelle di Giulia, una delle due sommelier della degustazione da Ca’ La Bionda.

Lui è stato una figura importante per tutti noi, per la rilevanza del periodo in cui lo abbiamo conosciuto e per quello che ci ha dato. Ricordo ancora che, a quei tempi in cui sotterravo sotto una vivacità fuori controllo ogni altro aspetto del mio carattere, mi aveva definito come un diamante avvolto dalla carta straccia. Poi lui, insieme a tante altre persone conosciute nel percorso sino ad oggi, credo mi abbiano aiutato a rimuovere quella carta, ma non posso dire io se quello che la carta avvolgeva fosse effettivamente un diamante o una patacca.

Durante la degustazione, Giulia mi aveva suggerito di andare a parlare del mio libro anche a Don Angelo, con cui lei, molti anni dopo quei campiscuola, aveva frequentato il corso fidanzati prima del matrimonio. Quindi ci ho pensato e ho deciso di seguire il suggerimento: non è anche così che si riesce a togliere la carta da quel diamante?

 

Negli anni Don Angelo ha fatto “carriera” e, grazie alla sua empatia verso le persone e alla capacità di riuscire a formarle, all’alba dei sessant’anni ora è il rettore del Seminario Maggiore di Verona. Ed è qui che mi trovo infatti, dinnanzi alla facciata dell’edificio che lo ospita. La sede storica del Seminario maggiore si trova nella zona di piazza Isolo, tra l’Adige e le colline delle Torricelle. Le origini di questo palazzo risalgono al 1600, è sopravvissuto in parte ai bombardamenti di Verona del 1944 ed è stato recentemente restaurato. Non ho tuttavia molto tempo per ammirarne l’eleganza perché il cielo è scuro e minaccia pioggia.

Mi rifugio quindi nel cortile interno e la prima cosa che mi colpisce è l’assoluto silenzio che separa quel luogo dall’esterno. Mi muovo con circospezione, come a non voler disturbare i residenti, ma è Don Angelo che, sbucando da una scala in tutta la sua stazza, i riccioli neri ora imbiancati rispetto ai tempi dei campiscuola, nell’accogliermi a braccia spalancate dirada ogni mio timore con voce squillante: - Puoi pure fare rumore, tutto questo silenzio c’è solo perché non c’è tanta gente da queste parti: nessuno vuole più diventare prete…

Ricambio con forza l’abbraccio, ancorché a fatica dato che la circonferenza del sacerdote si è negli anni ulteriormente ampliata. E nonostante l’edificio accolga alcuni tesori della nostra diocesi, tra cui una biblioteca storica e una preziosa cappella, quando abbiamo deciso di vederci abbiamo concordemente messo le cose in chiaro: il luogo del nostro appuntamento sarebbe stata la cucina, Angelo mi avrebbe preparato una meravigliosa pastasciutta delle sue. Sono le tredici in punto ed è lì che ci dirigiamo.

 

Nonostante la circonferenza, che in qualsiasi altro frangente della sua vita gli rallenta i movimenti, in cucina Don Angelo si destreggia con la grazia di un ballerino russo. Mentre io mi sono già accomodato a tavola, lui mi dà le spalle e, con movimento ondeggiante e regolare, quasi ipnotico, è intento a tirare la pasta su un ripiano in marmo: non sia mai che le sue fettuccine provengano da un qualche anonimo pacco industriale, possono scaturire solo dalle sue mani.

Mentre armeggia sul ripiano, comincia a parlarmi: - A Giulia e Matteo lo avevo detto in dialetto: te te la fè pasàr. Sì, caro mio, te la fai passare. Lo sai che faccio vedere proprio quel tuo film con Clint Eastwood e Meryl Streep anche ai seminaristi che vengono qui? Perché anche un prete, almeno una volta nella vita, si innamora di una donna. O anche di un uomo se è per quello. Ma non per questo, alla prima difficoltà, dovrebbe abbandonare i voti. E quindi anche a tutti loro dico: te te la fè pasàr.

Ascolto con curiosità e ribatto: - Va bene, ma se l’altra storia è finita, se il tuo prete ha esaurito la fede, allora cosa facciamo? Cerchiamo di tenere in vita un cadavere?

Stavolta si gira, si pulisce sull’ampio grembiule le mani sporche di farina, si apre in un sorriso e mi punta il ditone: - Sei sempre stato polemico! Stai dicendo tanti se, troppi se. Prendiamo il film: cosa ne sappiamo, realmente, di come era il rapporto tra Meryl Streep e suo marito? Ok, sì, non erano certamente Giulietta e Romeo, non c’era più la passione di un tempo, ma se volessimo indagare più a fondo? Magari c’era un affetto dolce, un accudimento reciproco, pure un amore comune verso i figli. Anche di questo è fatta una relazione e questo non dovrebbe essere perso per un momento di difficoltà. Sai quanti di questi momenti si hanno durante la vita? Ormai dovresti saperlo bene pure tu, - e qui accentua il sorriso - che non sei più quello scalmanato teppista che mi faceva impazzire ai campiscuola. La maturità si dovrebbe valutare anche così, dal saper difendere le proprie scelte, dal saper lottare per quelle scelte, se necessario. Non è perdere la testa per il primo fotografo che passa, neanche se si chiama Clint Eastwood. Il quale, tra l’altro, in quella situazione non aveva nulla da perdere, a differenza di Meryl.

- Tu sei il re dei pragmatici. Quindi diventare maturi vuol dire diventare tristi? - lo provoco.

Mi fissa di sbieco giusto tre secondi. – No: vuol dire non diventare stronzi.

 

Sopra quelle fettuccine gialle come il sole, Don Angelo spruzza un velo di tartufo e poi serve i piatti in tavola: un patrimonio dell’umanità, a tutti gli effetti.

Mentre mi avvento sulla pasta, facendo scempio di un’opera d’arte, gli chiedo della sua vita in seminario.

- E’ quello che vedi, - mi risponde con un velo di tristezza. - Siamo in pochi, è un momento difficile, ma resistiamo. Questo è quello che ci fa sopravvivere: resistiamo sempre, ci siamo sempre.

- Secondo te dipende un po’ dalle tentazioni di cui parlavi? Non è un po’ anacronistico, ai nostri giorni, pretendere il celibato da un giovane uomo? Non pensi che scoraggi anche i più determinati?

- Ti devo rispondere come prima: se sei convinto, se maturi quella scelta, poi la difendi. Certo, non è facile, come non è facile un matrimonio. Non sono decisioni da prendere alla leggera, per pressione sociale o per avere una bella cerimonia. Per questo motivo, ad esempio, a qualche coppia che mi ha chiesto di sposarla ho detto di no.

- Hai fatto selezione all’ingresso, come i buttafuori?

Sorride. - Sì, diciamo di sì. Per non avere risse nel locale. Per non assistere all’ennesimo, scontato, divorzio. Oppure, - ridacchia - a qualcuno ho solamente impedito di far suonare in chiesa Ti sposerò di Jovanotti durante la cerimonia: a Dio non piacciono i cantanti stonati.

Le fettuccine scompaiono velocemente dai piatti e Angelo prosegue: - Perché vuoi scrivere questo libro? - mi chiede.

- Mi sembrano temi interessanti, probabilmente universali, - dico. - In cui tante persone potrebbero riconoscersi o da cui potrebbero ricavare qualcosa sui sentimenti, che, forse, racchiudono il senso di tutte le nostre vite.

Mi scruta ancora. - Non sei tu che ci stai cercando qualcosa?

Poso la forchetta e mi appoggio allo schienale della sedia. - Be’, sicuramente ci sto cercando qualcosa anch’io, come per tutti i libri che scrivo, ma questa volta non voglio scrivere un libro su di me, - replico evocando quanto già ribattuto a Federica, sperando di non ricavarne la medesima reprimenda.

Lui riflette in silenzio e poi assume il tono di voce del sacerdote che mi ha aiutato a crescere nel corso dell’adolescenza: - Sei felice, Alberto?

Non mi spiazza troppo, perché, come sapete, è una domanda che mi faccio spesso. - Penso di sì, ma ci sto ancora lavorando, - rispondo.

Senza dire nulla, lui si alza e va ad armeggiare ai fornelli nei pressi di una grossa moka per preparare, credo, un ettolitro di caffè, date le dimensioni della moka stessa. Poi ritorna da me e, in modo analogo a come ha fatto Chiara a San Francisco, mi dà una lieve carezza sulla testa (perché poi tutti si sentono in dovere di darmi delle carezze? Appaio così infelice? Ricordo un labrador?). - Non metterci troppo, - mi dice infine.

 

Beviamo i nostri caffè ricordando quelle estati memorabili, in cui entrambi siamo cresciuti, ognuno in vite diverse, ad età diverse. Parliamo anche di Edoardo, che pure lui aveva conosciuto in parrocchia, seppur solo di sfuggita. Sinceramente, faccio fatica ad avere la sua incrollabile sicurezza sul fatto che adesso Edo si trovi in una situazione trasfigurata e migliore: io ad Avesa l’ho visto sotto terra, non nell’alto dei cieli, anche se quella sua incongrua foto sorridente sulla lapide sembrerebbe dar ragione a Don Angelo.

Ci salutiamo con un altro abbraccio all’uscita del seminario con la promessa di risentirci presto e, al ritorno sulla strada, esplode la bolla di silenzio che mi aveva avvolto all’ingresso. Ritornano i rumori delle macchine e della città, anche se ora le nuvole scure si stanno diradando e il sole sta cercando di farsi spazio.

 

Decido di fare due passi per affacciarmi al fiume da Lungadige Sammicheli. Mi appoggio con i gomiti al parapetto: mi piace guardare l’acqua fluire, ascoltarne il rumore incessante, perdermi nei suoni della mia città, senza pensare a nulla. O meglio: penso alle parole di Don Angelo e penso che non pensare a nulla sia il modo più rapido per arrivare alla felicità. E se non proprio alla felicità, almeno alla serenità. Un concetto un po’ contorto, ne convengo, ma ho detto che ci sto lavorando.

Alberto Fezzi

 

 

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