Di fronte alla facciata sul lato est dell’Old Trafford, si erge la statua in bronzo della Trinità del Manchester United: George Best, Dennis Law, Bobby Charlton. I tre giocatori sono stretti in un leggero abbraccio: sulla sinistra, George Best in una posa di sfrontata attesa; al centro, Dennis Law con un indice puntato al cielo; sulla destra, Bobby Charlton con il pallone in mano e l’atteggiamento rilassato del campione.
Questa statua, che si staglia sotto il cielo plumbeo di Manchester, celebra le tre leggende che portarono, nel 1968, una squadra inglese a vincere la Coppa dei Campioni per la prima volta nella storia. In quegli anni, tutti e tre furono insigniti del Pallone d’Oro ed andarono a comporre un irripetibile team che poteva schierare tre Palloni d’Oro contemporaneamente.
Nella grigia Terra d’Albione, specialmente nelle lande del Nord in cui scarseggiano spunti turistici di significativo interesse, i tour degli stadi calcistici, santuari del gioco che in quelle lande è nato, sono una delle migliori attrattive, anche per chi non è particolarmente appassionato di calcio. D’altronde, non bisogna per forza essere cattolici per ammirare una bella chiesa.
La visita dell’Old Trafford, l’iconico stadio del Manchester United, è una delle eccellenze da questo punto di vista. Il Theatre of Dreams, eretto ancora nel 1910, è contornato all’esterno da statue che ricordano i membri più rappresentativi del team: oltre alla Trinità, campeggiano le statue di Matt Busby, l’allenatore che condusse la medesima Trinità alla Coppa dei Campioni, e di Alex Ferguson, il longevo manager che in tempi più recenti ha vinto tutto. A quest’ultimo è intitolata pure l’intera gradinata nord e a Bobby Charlton quella sud. Gli spazi interni trasudano storia, tappezzati di foto e pannelli che ripercorrono le gesta del club.
Forse ora, per l’ennesima volta, vi starete chiedendo cosa c’entri questo, magari pur apprezzabile, preambolo con le tematiche del mio scritto. O magari, miei cari, siete lettori così diligenti che vi lasciate semplicemente condurre dal vostro autore e non vi fate troppe domande, i conti li farete solo alla parola “fine”.
Ebbene, quale che sia il vostro caso, con questo preambolo ho voluto innanzitutto sottolineare il fatto che ho anche altre passioni oltre all’alcol (anche se quest’ultimo a Manchester, devo dire, non manca affatto); e poi perché nel corso del tour all’Old Trafford, che ho appena terminato, si è verificato un piccolo episodio che mi pare degno di nota per i miei racconti.
La nostra guida nel tour era un signore sui settant’anni di nome Charles, vestito da capo a piedi con materiale dello United, in buona forma per la sua età. Mentre ci conduceva sugli spalti, lungo corridoi interni spesso vetusti ma rilucenti di epiche battaglie, sul campo da gioco e negli spogliatoi, e mentre ci raccontava con enfasi e trasporto la storia del club come un sacerdote durante la messa, ogni tanto alternava la narrazione con episodi della sua vita privata. Ed è durante una di queste parentesi che ci ha raccontato di sua moglie Margareth, morta per un tumore sei anni prima, la quale, negli ultimi mesi della sua vita, conoscendo la sfrenata passione del marito per i Red Devils, gli aveva consigliato di passare il tempo della sua pensione, e della sua purtroppo ineluttabile vedovanza, cercando un qualche impiego con il club.
Ed eccolo quindi qui, a condurre comitive di fedeli per l’Old Trafford, con gli occhi che gli si illuminano sotto le cispose sopracciglia bianche, mentre parla della sua squadra del cuore e della sua indimenticabile Margareth. Di lei ne parla con serenità, senza dolore o rimpianto. Ha molta più rabbia quando parla delle recenti tristi sorti dello United, per dire.
E dunque eccomi qua anch’io a far volare le mie elucubrazioni e a pensare che il nostro Charles, dopo la morte di Margareth, non ha avuto bisogno di inviare lettere a una vecchia fidanzata, non è andato a cercare nessuno nel suo passato, se non George Best, Dennis Law, Bobby Charlton. E’ certamente più interessante e letterario e cinematografico narrare di relazioni complicate, ma è indubbio che vi siano tante relazioni serene e pacificate che, a loro modo, sono egualmente straordinarie e pure ispiratrici. Perché, osservando questo anziano signore inglese che si muove a passo sicuro sotto l’enorme insegna della Sir Alex Ferguson Stand, immaginando che magari, dopo che avrà terminato la sua giornata di lavoro qui allo stadio, si dirigerà in un pub rivestito in legno con la moquette sul pavimento, a bersi la sua pinta e a parlare con qualche amico della prossima partita, ci trovo qualcosa di epico. Un epos in miniatura, ma pur sempre epos.
Probabilmente, alla fine, si arriva sempre lì: trovare il modo, ognuno a suo modo, di essere felici. E penso che Charles ce l’abbia fatta.