Capitolo Quattordici - Tutta la paura era evitabile, tutta la felicità era essenziale

Infine tocca a me. E’ vero: finisco sempre a parlare un po’ di me, sperando che, per qualcuno, sia buono quello che scrivo. E che poi questo qualcuno si possa riconoscere e mi possa fare compagnia. Allora in questo reportage vorrei lasciare pure il mio punto di vista: se, come ha profetizzato Andrea, riceverò molte lettere da morto, questa sarà la mia.

Quando voglio andare all’essenza dei miei pensieri e delle mie emozioni, quando voglio percepire in modo nitido chi sono e quello che sento, metto in atto alcuni riti.

Il primo è tornare alle basi, a tutto quello che mi ha illuminato, che ha svoltato i miei sentimenti e ha colmato i miei vuoti: mi piace, ad esempio, osservare una foto di me da giovane, come quella che ho incorniciata nello studio di casa e mi ritrae assieme a Bono degli U2, a Dublino nel 2001. Partendo da lì, penso a come è cambiata la mia vita nel frattempo, a quante gioie, sofferenze, ansie, preoccupazioni, esaltazioni ho vissuto. Per rendermi conto che, il più delle volte, tutta la paura era evitabile e tutta la felicità era essenziale. Ma questo l’ho scoperto col tempo ed è proprio il tempo che mi ha permesso di scoprirlo, no? Si matura per quello. Per essere felici e, sì, pure per evitare di diventare stronzi, Don Angelo.

Questi che faccio non sono bilanci, quelli secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano perché, più che guardare indietro, è meglio guardare avanti, bisogna sempre sperare che ci sia ancora vita, fortissimamente vita. Sono, semmai, la descrizione di un attimo, sempre per citare quegli anni.

Partendo da una foto come quella, penso alla prima volta in cui ho ascoltato Bono cantare love is a temple, love the higher law: che splendore. Guardo il cofanetto color oro a forma di pacchetto di sigarette in cui sono contenuti i cd dei singoli degli Oasis estratti da “(What’s the Story) Morning Glory”: che musica meravigliosa ha squarciato i miei vent’anni. Gli Oasis si sono pure riuniti e non credo sia un caso. Quegli anni hanno il suono soffice della voce di Bono e il graffio teso di quella di Liam Gallagher. Gli echi della chitarra di The Edge e la Epiphone di Noel con la Union Jack stampata sopra.

Sfoglio la copia prestata da un’amica (prestata da quasi trent’anni, oramai usucapita!) di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, un’altra storia che mi ha fulminato e mi ha fatto venir la voglia di scrivere quello che sento e quello che penso. E pure Brizzi ha scritto il seguito di quel libro e anche quello non credo sia un caso. Torniamo sempre dove siamo stati bene: lo dice un proverbio e pure Tropico insieme a Calcutta.

Un altro rito è andare a camminare. Mi infilo gli auricolari e percorro la pista ciclabile che costeggia Canale Camuzzoni, il canale artificiale che porta alla Diga del Chievo, in modo parallelo rispetto al Lungadige Attiraglio dove mi sono incontrato con Andrea. Mi piace quel luogo perché i capannoni bassi lungo il percorso, ricoperti di murales, mi ricordano quelli della zona del porto dell’amata Dublino, di fronte ad uno dei quali, riattato a studio di registrazione, ho scattato la foto con Bono.

Il mio preferito tra i capannoni veronesi è quello sul quale un writer, novello Caravaggio, ha riprodotto in modo fedelissimo il “San Matteo e l’Angelo”, con le due figure che si osservano e inscenano quella sorta di danza che li avviluppa, esattamente come nel dipinto. Ogni volta che ci passo davanti gli dedico un minuto di reverenza come nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.

Un altro rito ancora è ovviamente la musica, che mi risuona nelle orecchie mentre cammino. Solitamente, per quel principio della sequenza perfetta sancito da Alberto al pub, durante queste camminate partono sempre canzoni che in qualche modo trasmettono un senso di perdita e di chissà dove sei o chissà cosa farai. Canzoni anche un po’ tossiche, se vogliamo dirla tutta, di uno struggimento così dolce da risultare vagamente malvagio, lo zucchero ai diabetici. Il numero uno in questo è Gazzelle: Che fine hai fatto? Si può sapere come ti sei cacciata in tutti i tuoi guai, da quando non sei più nei tramonti e dentro le fotografie? Ti ricordi di me? Abbiamo fatto scintille, io mi ricordo e lo sai: pensavo fosse amore e invece erano guai.

 

E allora, messi in pratica tutti i miei riti, mentre cammino lungo il canale, qual è il mio pensiero su tutto quello di cui ho chiesto alle persone che ho incontrato? Ebbene, in fondo lo sapete già: io penso che Meryl abbia sbagliato. Sbagliato tremendamente. Ha avuto la fortuna di ritrovare la felicità in un momento in cui era profondamente infelice, ma l’ha tradita. Ha trasformato quel colpo di fortuna, l’incontro con Clint, in un colpo basso inferto a Clint medesimo. Il quale se n’è rimasto ad aspettare sotto l’acqua come un coglione.

Fino ad oggi, nella mia vita, ho pure io incontrato le mie Meryl. Alcune, in particolare, le ho incontrate quando ero già diventato Clint, quando ero cioè maturato e non ero più un ragazzino inaffidabile e irrequieto che tutto sommato in quella pioggia si perdeva facilmente: sono rimasto lì piantato ad aspettare (come un coglione?), per minuti, per giorni, per mesi, per anni a volte, ma poi quella portiera, le mie Meryl, come quella originale, l’hanno chiusa. E, come Meryl, proprio perché, seduto in mezzo tra noi e la felicità, c’era un qualche stronzo. Probabilmente tutto questo è dipeso anche dall’epidemia di fidanzamenti che c’è in giro, dal fatto che, ad un certo punto, alcune donne (ma anche alcuni uomini) avvertano il bisogno di accoppiarsi per paura di restare in piedi da sole come nel gioco delle sedie. Lo dico senza rancore: io penso che saremmo stati più felici noi due che loro due, quello che mi dispiace è non aver condiviso con loro la felicità che potevamo avere, credo che ci abbiamo perso entrambi: loro, a voler seguire il consiglio di Don Angelo di farsela passare, ci hanno perso in termini di vita e così io. Ma chi lo sa, è solamente un mio pensiero, buono al più per i libri, non c’è la controprova. Anzi: quello che mi ha scritto Alessia parrebbe dimostrare il contrario. E forse è pure vero che il romantico ama la sconfitta, come ha sostenuto Giulia, e allora sono le sconfitte che mi permettono di scrivere. Se avessi vinto, forse non scriverei nulla. Ma, più precisamente, credo che il romantico sappia elaborare la sconfitta con estro e una delicata malinconia, sappia sublimarla. Amarla, sinceramente no. A me quelle sconfitte hanno fatto proprio schifo.

Quello che però il film non mostra, o almeno non pienamente, è come sia andata a Clint dopo la chiusura di quella portiera: sappiamo come è andata per Meryl, ma per Clint? Io non lo so, so però come è andata per me: si va avanti. Come Robert Frost e come Federica a Nizza. E, in fondo, come Alessia, che pure la sua storia l’ha vissuta, anche se non ha avuto il “per sempre” che cercava. Certo, prima mi sono preso (da coglione?) tutta la pioggia che dovevo prendermi, e d’altronde, come mi ha ricordato pure Andrea, ci si fa più male aspettando le persone invece di dimenticarle. Ma poi sono sempre andato avanti, amando la mia libertà, godendomela, assaporandola, facendone virtù. Da questo punto di vista, mi sento in qualche modo più dalle parti di Charles di Manchester e della sua nuova vita dopo Margareth.

Certo, a volte, il rovescio della medaglia della libertà è la solitudine, ma tant’è, basta saperla indossare, come quello smoking di James Bond. Basta non averne paura e non mettersi in casa Danilo Restivo per esorcizzarla. A dir la verità, io sono sempre stato affascinato dalle persone sole, non sole agli angoli delle strade sdraiate sotto strati di cartone, ma nel senso che sanno stare da sole. Perché sanno poi scegliere in modo pienamente consapevole quando rinunciare a quella solitudine e per questo sono capaci di amare il doppio, come il nostro Clint. Possiamo pure arrivare ad affermare, un po’ come Patrizia davanti al vino, che la stessa premessa in base alla quale Meryl, sulle prime, sceglie Clint, potrebbe ritenersi errata, perché lo ha scelto come fuga momentanea da una situazione che non la soddisfaceva, come acqua nel deserto. Sarebbe sempre meglio scegliere come persone libere.

Così ho detto anche tanti “non mi interessa”, ho chiuso pure io le mie portiere e non ho particolari rimpianti per questo. Penso che non fossero portiere importanti altrimenti non le avrei mai chiuse, e probabilmente, per la medesima ragione, pensano la stessa cosa le Meryl che le hanno chiuse a me.

Possiamo avere la nostra opinione sul perché quelle portiere siano state chiuse e quelle storie siano finite, ma difficilmente quell’opinione cambierà le cose. Meglio riporla sullo scaffale dei bei ricordi e andare avanti, anche se ci costa tanta pioggia in testa. Per l’uomo romantico molta più pioggia, per la donna pragmatica giusto qualche schizzo. Se ci fate caso, è Clint che se ne sta sotto l’acqua, mentre Meryl, che se l’è fatta passare, è al riparo in macchina.

 

Mentre cammino, neanche farlo apposta, anzi sicuramente facendolo, in cuffia parte una intro di sintetizzatori e poi: Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te? Ma non penso che possa dirti, tutto quello che ti dico io…. Eccoci all’usuale sequenza perfetta. Tossica e perfetta, come tutto ciò che ci piace troppo. Il cielo comincia a farsi scuro e cade pure qualche goccia di pioggia, ma non è la pioggia battente di Clint e Meryl, è piuttosto quella pioggerellina fine che scende quando i nuvoloni neri si alternano al sole. Con tutto il rispetto per Alessandro M., che ora si starà rivoltando nella tomba, mi ricorda più la pioggia del finale de “I Promessi Sposi”, che voi, miei amati lettori, conoscete bene, proprio come me che ne ho girato una memorabile versione cinematografica in casa mia all’età di quindici anni.

Sulle prime, è una pioggia che mi infastidisce e mi mette pure tristezza perché io sono meteoropatico e quando va via il sole ci resto male. Poi però diventa una pioggia che monda, che porta via tutto con sé, compresa la tristezza, compreso lo sconforto. E’ una pioggia che lava via il dolore: non c’è più tempo per soffrire, Agne dixit.

La mente viaggia e parte quel carrello cinematografico panoramico sulla vita delle persone: immagino Alberto, nel buio della sua camera da letto, con il viso illuminato solamente dalla luce azzurra del cellulare, che controlla il profilo whatsapp di Laura per vedere se lei lo ha sbloccato; immagino Federica, che corre impettita lungo un qualche scorcio scenografico e nel frattempo interroga ChatGPT sui fondamenti della propria vita; immagino Max e Chiara, per mano, dal ginecologo, lei sdraiata col pancione all’aria, mentre osservano l’ecografia del loro piccolo Leone; immagino Agneso, che percorre il corridoio rosso al primo piano del Leierkasten con la baldanza di un pugile che si dirige al ring tra due ali di folla; immagino Patrizia aggrappata ad un kitesurf per perdersi nel cielo e immagino Giulia rincorrere il suo border collie in un prato, inseguita da due figli biondi come lei; immagino Andrea cambiare i pannolini di Giada facendole le vocine e accarezzandole l’ombelico; immagino Don Angelo seduto da solo nella cucina del Seminario, intento a bere un caffè immerso nel silenzio dei propri pensieri; immagino Charles nel cerchio di centrocampo del Teatro dei Sogni con gli occhi puntati all’insù; immagino Alessia, accovacciata sul letto a gambe incrociate davanti al laptop, che mi scrive per donarmi un prezioso pezzetto di sé; e immagino infine il sorriso di Edoardo da quella foto: eterno, immutabile, dolce.

 

Ho finito il libro.

Alberto Fezzi

 

 

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