sab
02
mag
2026
Infine tocca a me. E’ vero: finisco sempre a parlare un po’ di me, sperando che, per qualcuno, sia buono quello che scrivo. E che poi questo qualcuno si possa riconoscere e mi possa fare compagnia. Allora in questo reportage vorrei lasciare pure il mio punto di vista: se, come ha profetizzato Andrea, riceverò molte lettere da morto, questa sarà la mia.
Quando voglio andare all’essenza dei miei pensieri e delle mie emozioni, quando voglio percepire in modo nitido chi sono e quello che sento, metto in atto alcuni riti.
Il primo è tornare alle basi, a tutto quello che mi ha illuminato, che ha svoltato i miei sentimenti e ha colmato i miei vuoti: mi piace, ad esempio, osservare una foto di me da giovane, come quella che ho incorniciata nello studio di casa e mi ritrae assieme a Bono degli U2, a Dublino nel 2001. Partendo da lì, penso a come è cambiata la mia vita nel frattempo, a quante gioie, sofferenze, ansie, preoccupazioni, esaltazioni ho vissuto. Per rendermi conto che, il più delle volte, tutta la paura era evitabile e tutta la felicità era essenziale. Ma questo l’ho scoperto col tempo ed è proprio il tempo che mi ha permesso di scoprirlo, no? Si matura per quello. Per essere felici e, sì, pure per evitare di diventare stronzi, Don Angelo.
Questi che faccio non sono bilanci, quelli secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano perché, più che guardare indietro, è meglio guardare avanti, bisogna sempre sperare che ci sia ancora vita, fortissimamente vita. Sono, semmai, la descrizione di un attimo, sempre per citare quegli anni.
Partendo da una foto come quella, penso alla prima volta in cui ho ascoltato Bono cantare love is a temple, love the higher law: che splendore. Guardo il cofanetto color oro a forma di pacchetto di sigarette in cui sono contenuti i cd dei singoli degli Oasis estratti da “(What’s the Story) Morning Glory”: che musica meravigliosa ha squarciato i miei vent’anni. Gli Oasis si sono pure riuniti e non credo sia un caso. Quegli anni hanno il suono soffice della voce di Bono e il graffio teso di quella di Liam Gallagher. Gli echi della chitarra di The Edge e la Epiphone di Noel con la Union Jack stampata sopra.
Sfoglio la copia prestata da un’amica (prestata da quasi trent’anni, oramai usucapita!) di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, un’altra storia che mi ha fulminato e mi ha fatto venir la voglia di scrivere quello che sento e quello che penso. E pure Brizzi ha scritto il seguito di quel libro e anche quello non credo sia un caso. Torniamo sempre dove siamo stati bene: lo dice un proverbio e pure Tropico insieme a Calcutta.
Un altro rito è andare a camminare. Mi infilo gli auricolari e percorro la pista ciclabile che costeggia Canale Camuzzoni, il canale artificiale che porta alla Diga del Chievo, in modo parallelo rispetto al Lungadige Attiraglio dove mi sono incontrato con Andrea. Mi piace quel luogo perché i capannoni bassi lungo il percorso, ricoperti di murales, mi ricordano quelli della zona del porto dell’amata Dublino, di fronte ad uno dei quali, riattato a studio di registrazione, ho scattato la foto con Bono.
Il mio preferito tra i capannoni veronesi è quello sul quale un writer, novello Caravaggio, ha riprodotto in modo fedelissimo il “San Matteo e l’Angelo”, con le due figure che si osservano e inscenano quella sorta di danza che li avviluppa, esattamente come nel dipinto. Ogni volta che ci passo davanti gli dedico un minuto di reverenza come nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.
Un altro rito ancora è ovviamente la musica, che mi risuona nelle orecchie mentre cammino. Solitamente, per quel principio della sequenza perfetta sancito da Alberto al pub, durante queste camminate partono sempre canzoni che in qualche modo trasmettono un senso di perdita e di chissà dove sei o chissà cosa farai. Canzoni anche un po’ tossiche, se vogliamo dirla tutta, di uno struggimento così dolce da risultare vagamente malvagio, lo zucchero ai diabetici. Il numero uno in questo è Gazzelle: Che fine hai fatto? Si può sapere come ti sei cacciata in tutti i tuoi guai, da quando non sei più nei tramonti e dentro le fotografie? Ti ricordi di me? Abbiamo fatto scintille, io mi ricordo e lo sai: pensavo fosse amore e invece erano guai.
E allora, messi in pratica tutti i miei riti, mentre cammino lungo il canale, qual è il mio pensiero su tutto quello di cui ho chiesto alle persone che ho incontrato? Ebbene, in fondo lo sapete già: io penso che Meryl abbia sbagliato. Sbagliato tremendamente. Ha avuto la fortuna di ritrovare la felicità in un momento in cui era profondamente infelice, ma l’ha tradita. Ha trasformato quel colpo di fortuna, l’incontro con Clint, in un colpo basso inferto a Clint medesimo. Il quale se n’è rimasto ad aspettare sotto l’acqua come un coglione.
Fino ad oggi, nella mia vita, ho pure io incontrato le mie Meryl. Alcune, in particolare, le ho incontrate quando ero già diventato Clint, quando ero cioè maturato e non ero più un ragazzino inaffidabile e irrequieto che tutto sommato in quella pioggia si perdeva facilmente: sono rimasto lì piantato ad aspettare (come un coglione?), per minuti, per giorni, per mesi, per anni a volte, ma poi quella portiera, le mie Meryl, come quella originale, l’hanno chiusa. E, come Meryl, proprio perché, seduto in mezzo tra noi e la felicità, c’era un qualche stronzo. Probabilmente tutto questo è dipeso anche dall’epidemia di fidanzamenti che c’è in giro, dal fatto che, ad un certo punto, alcune donne (ma anche alcuni uomini) avvertano il bisogno di accoppiarsi per paura di restare in piedi da sole come nel gioco delle sedie. Lo dico senza rancore: io penso che saremmo stati più felici noi due che loro due, quello che mi dispiace è non aver condiviso con loro la felicità che potevamo avere, credo che ci abbiamo perso entrambi: loro, a voler seguire il consiglio di Don Angelo di farsela passare, ci hanno perso in termini di vita e così io. Ma chi lo sa, è solamente un mio pensiero, buono al più per i libri, non c’è la controprova. Anzi: quello che mi ha scritto Alessia parrebbe dimostrare il contrario. E forse è pure vero che il romantico ama la sconfitta, come ha sostenuto Giulia, e allora sono le sconfitte che mi permettono di scrivere. Se avessi vinto, forse non scriverei nulla. Ma, più precisamente, credo che il romantico sappia elaborare la sconfitta con estro e una delicata malinconia, sappia sublimarla. Amarla, sinceramente no. A me quelle sconfitte hanno fatto proprio schifo.
Quello che però il film non mostra, o almeno non pienamente, è come sia andata a Clint dopo la chiusura di quella portiera: sappiamo come è andata per Meryl, ma per Clint? Io non lo so, so però come è andata per me: si va avanti. Come Robert Frost e come Federica a Nizza. E, in fondo, come Alessia, che pure la sua storia l’ha vissuta, anche se non ha avuto il “per sempre” che cercava. Certo, prima mi sono preso (da coglione?) tutta la pioggia che dovevo prendermi, e d’altronde, come mi ha ricordato pure Andrea, ci si fa più male aspettando le persone invece di dimenticarle. Ma poi sono sempre andato avanti, amando la mia libertà, godendomela, assaporandola, facendone virtù. Da questo punto di vista, mi sento in qualche modo più dalle parti di Charles di Manchester e della sua nuova vita dopo Margareth.
Certo, a volte, il rovescio della medaglia della libertà è la solitudine, ma tant’è, basta saperla indossare, come quello smoking di James Bond. Basta non averne paura e non mettersi in casa Danilo Restivo per esorcizzarla. A dir la verità, io sono sempre stato affascinato dalle persone sole, non sole agli angoli delle strade sdraiate sotto strati di cartone, ma nel senso che sanno stare da sole. Perché sanno poi scegliere in modo pienamente consapevole quando rinunciare a quella solitudine e per questo sono capaci di amare il doppio, come il nostro Clint. Possiamo pure arrivare ad affermare, un po’ come Patrizia davanti al vino, che la stessa premessa in base alla quale Meryl, sulle prime, sceglie Clint, potrebbe ritenersi errata, perché lo ha scelto come fuga momentanea da una situazione che non la soddisfaceva, come acqua nel deserto. Sarebbe sempre meglio scegliere come persone libere.
Così ho detto anche tanti “non mi interessa”, ho chiuso pure io le mie portiere e non ho particolari rimpianti per questo. Penso che non fossero portiere importanti altrimenti non le avrei mai chiuse, e probabilmente, per la medesima ragione, pensano la stessa cosa le Meryl che le hanno chiuse a me.
Possiamo avere la nostra opinione sul perché quelle portiere siano state chiuse e quelle storie siano finite, ma difficilmente quell’opinione cambierà le cose. Meglio riporla sullo scaffale dei bei ricordi e andare avanti, anche se ci costa tanta pioggia in testa. Per l’uomo romantico molta più pioggia, per la donna pragmatica giusto qualche schizzo. Se ci fate caso, è Clint che se ne sta sotto l’acqua, mentre Meryl, che se l’è fatta passare, è al riparo in macchina.
Mentre cammino, neanche farlo apposta, anzi sicuramente facendolo, in cuffia parte una intro di sintetizzatori e poi: Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te? Ma non penso che possa dirti, tutto quello che ti dico io…. Eccoci all’usuale sequenza perfetta. Tossica e perfetta, come tutto ciò che ci piace troppo. Il cielo comincia a farsi scuro e cade pure qualche goccia di pioggia, ma non è la pioggia battente di Clint e Meryl, è piuttosto quella pioggerellina fine che scende quando i nuvoloni neri si alternano al sole. Con tutto il rispetto per Alessandro M., che ora si starà rivoltando nella tomba, mi ricorda più la pioggia del finale de “I Promessi Sposi”, che voi, miei amati lettori, conoscete bene, proprio come me che ne ho girato una memorabile versione cinematografica in casa mia all’età di quindici anni.
Sulle prime, è una pioggia che mi infastidisce e mi mette pure tristezza perché io sono meteoropatico e quando va via il sole ci resto male. Poi però diventa una pioggia che monda, che porta via tutto con sé, compresa la tristezza, compreso lo sconforto. E’ una pioggia che lava via il dolore: non c’è più tempo per soffrire, Agne dixit.
La mente viaggia e parte quel carrello cinematografico panoramico sulla vita delle persone: immagino Alberto, nel buio della sua camera da letto, con il viso illuminato solamente dalla luce azzurra del cellulare, che controlla il profilo whatsapp di Laura per vedere se lei lo ha sbloccato; immagino Federica, che corre impettita lungo un qualche scorcio scenografico e nel frattempo interroga ChatGPT sui fondamenti della propria vita; immagino Max e Chiara, per mano, dal ginecologo, lei sdraiata col pancione all’aria, mentre osservano l’ecografia del loro piccolo Leone; immagino Agneso, che percorre il corridoio rosso al primo piano del Leierkasten con la baldanza di un pugile che si dirige al ring tra due ali di folla; immagino Patrizia aggrappata ad un kitesurf per perdersi nel cielo e immagino Giulia rincorrere il suo border collie in un prato, inseguita da due figli biondi come lei; immagino Andrea cambiare i pannolini di Giada facendole le vocine e accarezzandole l’ombelico; immagino Don Angelo seduto da solo nella cucina del Seminario, intento a bere un caffè immerso nel silenzio dei propri pensieri; immagino Charles nel cerchio di centrocampo del Teatro dei Sogni con gli occhi puntati all’insù; immagino Alessia, accovacciata sul letto a gambe incrociate davanti al laptop, che mi scrive per donarmi un prezioso pezzetto di sé; e immagino infine il sorriso di Edoardo da quella foto: eterno, immutabile, dolce.
Ho finito il libro.
sab
25
apr
2026
Da: Alessia Bernardini <[email protected]>
Inviato: mercoledì 12 dicembre 2025 23:21
A: Alberto Fezzi <[email protected]>
Oggetto: R: Bozze libro
Ciao Albi,
eccomi qua.
Cominciamo da questo: devo confessarti che, lì per lì, la tua richiesta di leggere queste bozze mi ha lasciato un po’ perplessa. O forse solo spiazzata. Dopo tutti questi anni (decenni!) che non ci sentivamo, non sapevo neanche bene come comportarmi. Ma poi, in fin dei conti, ho seguito il tuo suggerimento: ho eliminato il ragionamento e mi sono fatta trascinare dalle emozioni, quelle che abbiamo provato io e te e quelle che, in generale, mi hanno sempre trascinato nella vita, come leggerai tra poco. Tu ti ricordi ancora tutto il nostro casino? Per chissà quale coincidenza (o forse non lo era, come dici tu nel libro…), qualche settimana prima che mi contattassi mi sono capitate in mano alcune delle lettere che mi avevi scritto allora: eravamo veramente sparati fuori da un cannone! Ma che vita è stata, però. Che momenti: le notti sulle Torricelle, il Tavernello dai cartoni (adesso la patente ce la distruggerebbero), i nomi delle costellazioni affibbiati a caso (mi ricordo ancora l’Orsa Minchiona!). Quella era tutta la vita, era tutta la nostra vita. Siamo stati bene, è stata tanta roba, lascia che te lo scriva Albi, visto che ne ho l’occasione.
Ma ora non perdiamo più tempo: mi hai chiesto di leggere senza ragionarci troppo su e poi di dirti, secondo me, se a questo libro mancasse qualcosa.
E allora eccomi qua.
Io penso che al tuo reportage manchi un capitolo: non ho trovato la storia che fin dall’inizio, pagina dopo pagina, ero indotta a cercare, perché è la storia che dà origine a tutto, quella che ti ha spinto a viaggiare e scrivere, quella che fa da filo conduttore, ovvero la storia di qualcuno che, su quel pick-up, ha deciso di salirci. Manca il ponte di Madison County! È come una carbonara senza l’uovo!
Non so se condividerai la mia impressione e la considererai sensata o se magari questo ingrediente non l’hai inserito intenzionalmente: forse inserire quella storia lo hai valutato mediocre, scontato e banale?
Io non so rispondere ovviamente, se vorrai me lo spiegherai tu. Invece, anche se non so se ti potrà servire, voglio lasciarti un mio contributo. Sono stata indecisa se condividerlo o meno, lo trovo strano e al tempo stesso meraviglioso, ma ho scelto di farlo perché, in ogni caso, questa condivisione sarà un arricchimento (se non lo sarà per tutti e due, sicuramente lo sarà per me). Intendiamoci: non ho nessuna aspirazione né presunzione di rientrare nel tuo libro, non è affatto questo l’intento. È un pensiero nato spontaneamente e inconsciamente in un momento di relax (precisamente mentre entravo in sauna): ho deciso di lasciarti la mia storia, se mai tu decretassi che la mia opinione possa avere un senso per la tua inchiesta, se ti mancasse quell’uovo e non ne avessi uno migliore. E dunque eccotelo qui, Albi: puoi cucinarlo e romanzarlo come più ti piace, ma non frantumarlo, please! Diversamente, be’, è un pezzo di Alessia: leggilo, goditelo e tienilo per te.
Cosa avrei fatto io al posto di Meryl? La risposta sorprendente, che ha sbalordito me per prima quando mi ci sono ritrovata di fronte nella realtà, è che Alessia-Meryl, a 33 anni, su quel pick-up ci è saltata dentro con anima e corpo, mollando un uomo sull’altare a pochi giorni dal matrimonio, con tutte le conseguenze disastrose che puoi immaginare. E il mio non era mica un film!
Quell’Ale-Meryl era fermamente e totalmente convinta del suo altro “per sempre”, una scelta straripante di felicità. Per poi ritrovarsi, dopo qualche tempo (quasi 8 anni a onor del vero), scaraventata giù in corsa da quel pick-up a 200km/h. Scaraventata giù in malo modo proprio da Clint, dal suo Clint. Errore di valutazione? Forse. Errore di auto-svalutazione? Probabile. È stato il cuore a guidare? Senza alcun dubbio, tutto intero, vivo e pulsante.
Qualsiasi sia la scelta, salire o non salire sul pick-up, posso affermare con certezza che non esista nessuna garanzia che l’una sia meglio dell’altra, che l’una porti ad una felicità incondizionata e duratura e l’altra ad una vita sospesa, incompleta ed apatica, priva di gioie ed emozioni forti. In fin dei conti, io ci trovo del romanticismo anche nella tristezza e nel dolore. Forse il segreto sta solo nel cogliere il momento, affrontare la scelta, non scappare, non voltarsi dall’altra parte, vivere intensamente, emozionarsi, sentire e ascoltarsi, seguire le sensazioni e l’istinto, vivere con la luce negli occhi, il cuore che batte forte e la follia nell’anima.
“Che sia una vita o solo un giorno, che sia per sempre o un secondo”, per citare quel tale di Bologna diventato famoso quando io e te ci siamo conosciuti. Ciò che conta davvero è poterlo vivere, quel momento di felicità (e, perché no, anche di tormento). E se poi finisce? Certo, il per sempre è solo per i più fortunati tra noi, agli altri non resta che continuare il proprio viaggio. Ma dovranno farlo da romantici, sul romanticismo non ho alcun dubbio!
Grazie per avermi donato un prezioso pezzetto di te, grazie per tutta la vita che ci hai messo dentro e grazie per tutta quella che io e te ci siamo scambiati.
Ti voglio bene,
Ale
sab
18
apr
2026
Di fronte alla facciata sul lato est dell’Old Trafford, si erge la statua in bronzo della Trinità del Manchester United: George Best, Dennis Law, Bobby Charlton. I tre giocatori sono stretti in un leggero abbraccio: sulla sinistra, George Best in una posa di sfrontata attesa; al centro, Dennis Law con un indice puntato al cielo; sulla destra, Bobby Charlton con il pallone in mano e l’atteggiamento rilassato del campione.
Questa statua, che si staglia sotto il cielo plumbeo di Manchester, celebra le tre leggende che portarono, nel 1968, una squadra inglese a vincere la Coppa dei Campioni per la prima volta nella storia. In quegli anni, tutti e tre furono insigniti del Pallone d’Oro ed andarono a comporre un irripetibile team che poteva schierare tre Palloni d’Oro contemporaneamente.
Nella grigia Terra d’Albione, specialmente nelle lande del Nord in cui scarseggiano spunti turistici di significativo interesse, i tour degli stadi calcistici, santuari del gioco che in quelle lande è nato, sono una delle migliori attrattive, anche per chi non è particolarmente appassionato di calcio. D’altronde, non bisogna per forza essere cattolici per ammirare una bella chiesa.
La visita dell’Old Trafford, l’iconico stadio del Manchester United, è una delle eccellenze da questo punto di vista. Il Theatre of Dreams, eretto ancora nel 1910, è contornato all’esterno da statue che ricordano i membri più rappresentativi del team: oltre alla Trinità, campeggiano le statue di Matt Busby, l’allenatore che condusse la medesima Trinità alla Coppa dei Campioni, e di Alex Ferguson, il longevo manager che in tempi più recenti ha vinto tutto. A quest’ultimo è intitolata pure l’intera gradinata nord e a Bobby Charlton quella sud. Gli spazi interni trasudano storia, tappezzati di foto e pannelli che ripercorrono le gesta del club.
Forse ora, per l’ennesima volta, vi starete chiedendo cosa c’entri questo, magari pur apprezzabile, preambolo con le tematiche del mio scritto. O magari, miei cari, siete lettori così diligenti che vi lasciate semplicemente condurre dal vostro autore e non vi fate troppe domande, i conti li farete solo alla parola “fine”.
Ebbene, quale che sia il vostro caso, con questo preambolo ho voluto innanzitutto sottolineare il fatto che ho anche altre passioni oltre all’alcol (anche se quest’ultimo a Manchester, devo dire, non manca affatto); e poi perché nel corso del tour all’Old Trafford, che ho appena terminato, si è verificato un piccolo episodio che mi pare degno di nota per i miei racconti.
La nostra guida nel tour era un signore sui settant’anni di nome Charles, vestito da capo a piedi con materiale dello United, in buona forma per la sua età. Mentre ci conduceva sugli spalti, lungo corridoi interni spesso vetusti ma rilucenti di epiche battaglie, sul campo da gioco e negli spogliatoi, e mentre ci raccontava con enfasi e trasporto la storia del club come un sacerdote durante la messa, ogni tanto alternava la narrazione con episodi della sua vita privata. Ed è durante una di queste parentesi che ci ha raccontato di sua moglie Margareth, morta per un tumore sei anni prima, la quale, negli ultimi mesi della sua vita, conoscendo la sfrenata passione del marito per i Red Devils, gli aveva consigliato di passare il tempo della sua pensione, e della sua purtroppo ineluttabile vedovanza, cercando un qualche impiego con il club.
Ed eccolo quindi qui, a condurre comitive di fedeli per l’Old Trafford, con gli occhi che gli si illuminano sotto le cispose sopracciglia bianche, mentre parla della sua squadra del cuore e della sua indimenticabile Margareth. Di lei ne parla con serenità, senza dolore o rimpianto. Ha molta più rabbia quando parla delle recenti tristi sorti dello United, per dire.
E dunque eccomi qua anch’io a far volare le mie elucubrazioni e a pensare che il nostro Charles, dopo la morte di Margareth, non ha avuto bisogno di inviare lettere a una vecchia fidanzata, non è andato a cercare nessuno nel suo passato, se non George Best, Dennis Law, Bobby Charlton. E’ certamente più interessante e letterario e cinematografico narrare di relazioni complicate, ma è indubbio che vi siano tante relazioni serene e pacificate che, a loro modo, sono egualmente straordinarie e pure ispiratrici. Perché, osservando questo anziano signore inglese che si muove a passo sicuro sotto l’enorme insegna della Sir Alex Ferguson Stand, immaginando che magari, dopo che avrà terminato la sua giornata di lavoro qui allo stadio, si dirigerà in un pub rivestito in legno con la moquette sul pavimento, a bersi la sua pinta e a parlare con qualche amico della prossima partita, ci trovo qualcosa di epico. Un epos in miniatura, ma pur sempre epos.
Probabilmente, alla fine, si arriva sempre lì: trovare il modo, ognuno a suo modo, di essere felici. E penso che Charles ce l’abbia fatta.
dom
12
apr
2026
E’ stato durante i campiscuola della parrocchia che ho scoperto l’amore. Forse erano amorazzi, forse erano quelle che negli anni Ottanta si chiamavano cotte, ma, tutto sommato, non lo credo. Io credo invece che fossero una forma molto sincera e primordiale di amore, una forma pura, non condizionata da nulla se non dalla voglia di vivere e di lasciarsi andare alla vita. Certo, erano amori ingenui, spesso irrazionali e stupidi, ma chi ha mai detto che l’amore debba essere razionale ed intelligente? L’amore di testa che amore è?
Durante quelle estati, in quei freddi caseggiati sperduti tra improbabili paesini di montagna, o, gli ultimi anni, a ridosso della maggiore età, nel corso di qualche puntata in località marittime, accovacciato attorno ai falò serali, violentando “Generale” di De Gregori o imparando gli evergreen dei canti di chiesa, da “Servo per amore” a “Lampada ai miei passi” a “Resta qui con noi”, che è un po’ la “Champagne Supernova” della liturgia ecclesiastica, la canzone che chiude i concerti tra i fuochi d’artificio, di fronte alle scenette improvvisate e i giochi di gruppo, lì sono stato folgorato dai primi sguardi femminili, lì ho sperato e disperato di incrociare certi occhi, lì ho sognato di accarezzare certe mani, di baciare e fare l’amore. Che poi sia successo o meno, lo lascio alla vostra immaginazione di lettori, ma, senza scomodare Oscar Wilde e la Campari, senza arrivare ad affermare che l’attesa del piacere sia essa stessa piacere, posso dichiarare con certezza che, comunque, quegli stessi sogni erano vita e quel tratto di vita è ancora ben impresso dentro di me, è stato uno dei più belli e un po’ mi ha reso quello che sono adesso: irrimediabilmente iscritto alla categoria dei romantici e non dei pragmatici.
Durante quei campiscuola noi tutti stavamo crescendo, ci stavamo plasticamente formando e sviluppando, sia fisicamente - a parte Antonio detto Agneso, che, come vi ho detto, a quindici anni era già uno yeti - sia interiormente. I campi migliori, quindi, sono stati quelli in cui abbiamo trovato i migliori educatori e, tra questi, il sacerdote che guidava la truppa.
Per alcuni anni, il capo supremo e indiscusso di queste settimane organizzate dalla mia parrocchia è stato Don Angelo Sterzi, alla sua prima esperienza da curato ma già in possesso di un grande carisma nonché di una grande pancia, sintomo, in fondo, di una persona che sa anche godersi la vita, il che non guasta mai. Don Angelo, con un misto di simpatia, dolcezza, profondità e rigore, non disdegnando un linguaggio talvolta colorito, ha forgiato le nostre estati di ragazzi: quelle mie, quelle del gigante Antonio, e, dopo qualche anno, quando io per qualche tempo sono passato a fare l’animatore di questi campi, un po’ come quando un cantante viene chiamato a presentare Sanremo, anche quelle di Giulia, una delle due sommelier della degustazione da Ca’ La Bionda.
Lui è stato una figura importante per tutti noi, per la rilevanza del periodo in cui lo abbiamo conosciuto e per quello che ci ha dato. Ricordo ancora che, a quei tempi in cui sotterravo sotto una vivacità fuori controllo ogni altro aspetto del mio carattere, mi aveva definito come un diamante avvolto dalla carta straccia. Poi lui, insieme a tante altre persone conosciute nel percorso sino ad oggi, credo mi abbiano aiutato a rimuovere quella carta, ma non posso dire io se quello che la carta avvolgeva fosse effettivamente un diamante o una patacca.
Durante la degustazione, Giulia mi aveva suggerito di andare a parlare del mio libro anche a Don Angelo, con cui lei, molti anni dopo quei campiscuola, aveva frequentato il corso fidanzati prima del matrimonio. Quindi ci ho pensato e ho deciso di seguire il suggerimento: non è anche così che si riesce a togliere la carta da quel diamante?
Negli anni Don Angelo ha fatto “carriera” e, grazie alla sua empatia verso le persone e alla capacità di riuscire a formarle, all’alba dei sessant’anni ora è il rettore del Seminario Maggiore di Verona. Ed è qui che mi trovo infatti, dinnanzi alla facciata dell’edificio che lo ospita. La sede storica del Seminario maggiore si trova nella zona di piazza Isolo, tra l’Adige e le colline delle Torricelle. Le origini di questo palazzo risalgono al 1600, è sopravvissuto in parte ai bombardamenti di Verona del 1944 ed è stato recentemente restaurato. Non ho tuttavia molto tempo per ammirarne l’eleganza perché il cielo è scuro e minaccia pioggia.
Mi rifugio quindi nel cortile interno e la prima cosa che mi colpisce è l’assoluto silenzio che separa quel luogo dall’esterno. Mi muovo con circospezione, come a non voler disturbare i residenti, ma è Don Angelo che, sbucando da una scala in tutta la sua stazza, i riccioli neri ora imbiancati rispetto ai tempi dei campiscuola, nell’accogliermi a braccia spalancate dirada ogni mio timore con voce squillante: - Puoi pure fare rumore, tutto questo silenzio c’è solo perché non c’è tanta gente da queste parti: nessuno vuole più diventare prete…
Ricambio con forza l’abbraccio, ancorché a fatica dato che la circonferenza del sacerdote si è negli anni ulteriormente ampliata. E nonostante l’edificio accolga alcuni tesori della nostra diocesi, tra cui una biblioteca storica e una preziosa cappella, quando abbiamo deciso di vederci abbiamo concordemente messo le cose in chiaro: il luogo del nostro appuntamento sarebbe stata la cucina, Angelo mi avrebbe preparato una meravigliosa pastasciutta delle sue. Sono le tredici in punto ed è lì che ci dirigiamo.
Nonostante la circonferenza, che in qualsiasi altro frangente della sua vita gli rallenta i movimenti, in cucina Don Angelo si destreggia con la grazia di un ballerino russo. Mentre io mi sono già accomodato a tavola, lui mi dà le spalle e, con movimento ondeggiante e regolare, quasi ipnotico, è intento a tirare la pasta su un ripiano in marmo: non sia mai che le sue fettuccine provengano da un qualche anonimo pacco industriale, possono scaturire solo dalle sue mani.
Mentre armeggia sul ripiano, comincia a parlarmi: - A Giulia e Matteo lo avevo detto in dialetto: te te la fè pasàr. Sì, caro mio, te la fai passare. Lo sai che faccio vedere proprio quel tuo film con Clint Eastwood e Meryl Streep anche ai seminaristi che vengono qui? Perché anche un prete, almeno una volta nella vita, si innamora di una donna. O anche di un uomo se è per quello. Ma non per questo, alla prima difficoltà, dovrebbe abbandonare i voti. E quindi anche a tutti loro dico: te te la fè pasàr.
Ascolto con curiosità e ribatto: - Va bene, ma se l’altra storia è finita, se il tuo prete ha esaurito la fede, allora cosa facciamo? Cerchiamo di tenere in vita un cadavere?
Stavolta si gira, si pulisce sull’ampio grembiule le mani sporche di farina, si apre in un sorriso e mi punta il ditone: - Sei sempre stato polemico! Stai dicendo tanti se, troppi se. Prendiamo il film: cosa ne sappiamo, realmente, di come era il rapporto tra Meryl Streep e suo marito? Ok, sì, non erano certamente Giulietta e Romeo, non c’era più la passione di un tempo, ma se volessimo indagare più a fondo? Magari c’era un affetto dolce, un accudimento reciproco, pure un amore comune verso i figli. Anche di questo è fatta una relazione e questo non dovrebbe essere perso per un momento di difficoltà. Sai quanti di questi momenti si hanno durante la vita? Ormai dovresti saperlo bene pure tu, - e qui accentua il sorriso - che non sei più quello scalmanato teppista che mi faceva impazzire ai campiscuola. La maturità si dovrebbe valutare anche così, dal saper difendere le proprie scelte, dal saper lottare per quelle scelte, se necessario. Non è perdere la testa per il primo fotografo che passa, neanche se si chiama Clint Eastwood. Il quale, tra l’altro, in quella situazione non aveva nulla da perdere, a differenza di Meryl.
- Tu sei il re dei pragmatici. Quindi diventare maturi vuol dire diventare tristi? - lo provoco.
Mi fissa di sbieco giusto tre secondi. – No: vuol dire non diventare stronzi.
Sopra quelle fettuccine gialle come il sole, Don Angelo spruzza un velo di tartufo e poi serve i piatti in tavola: un patrimonio dell’umanità, a tutti gli effetti.
Mentre mi avvento sulla pasta, facendo scempio di un’opera d’arte, gli chiedo della sua vita in seminario.
- E’ quello che vedi, - mi risponde con un velo di tristezza. - Siamo in pochi, è un momento difficile, ma resistiamo. Questo è quello che ci fa sopravvivere: resistiamo sempre, ci siamo sempre.
- Secondo te dipende un po’ dalle tentazioni di cui parlavi? Non è un po’ anacronistico, ai nostri giorni, pretendere il celibato da un giovane uomo? Non pensi che scoraggi anche i più determinati?
- Ti devo rispondere come prima: se sei convinto, se maturi quella scelta, poi la difendi. Certo, non è facile, come non è facile un matrimonio. Non sono decisioni da prendere alla leggera, per pressione sociale o per avere una bella cerimonia. Per questo motivo, ad esempio, a qualche coppia che mi ha chiesto di sposarla ho detto di no.
- Hai fatto selezione all’ingresso, come i buttafuori?
Sorride. - Sì, diciamo di sì. Per non avere risse nel locale. Per non assistere all’ennesimo, scontato, divorzio. Oppure, - ridacchia - a qualcuno ho solamente impedito di far suonare in chiesa Ti sposerò di Jovanotti durante la cerimonia: a Dio non piacciono i cantanti stonati.
Le fettuccine scompaiono velocemente dai piatti e Angelo prosegue: - Perché vuoi scrivere questo libro? - mi chiede.
- Mi sembrano temi interessanti, probabilmente universali, - dico. - In cui tante persone potrebbero riconoscersi o da cui potrebbero ricavare qualcosa sui sentimenti, che, forse, racchiudono il senso di tutte le nostre vite.
Mi scruta ancora. - Non sei tu che ci stai cercando qualcosa?
Poso la forchetta e mi appoggio allo schienale della sedia. - Be’, sicuramente ci sto cercando qualcosa anch’io, come per tutti i libri che scrivo, ma questa volta non voglio scrivere un libro su di me, - replico evocando quanto già ribattuto a Federica, sperando di non ricavarne la medesima reprimenda.
Lui riflette in silenzio e poi assume il tono di voce del sacerdote che mi ha aiutato a crescere nel corso dell’adolescenza: - Sei felice, Alberto?
Non mi spiazza troppo, perché, come sapete, è una domanda che mi faccio spesso. - Penso di sì, ma ci sto ancora lavorando, - rispondo.
Senza dire nulla, lui si alza e va ad armeggiare ai fornelli nei pressi di una grossa moka per preparare, credo, un ettolitro di caffè, date le dimensioni della moka stessa. Poi ritorna da me e, in modo analogo a come ha fatto Chiara a San Francisco, mi dà una lieve carezza sulla testa (perché poi tutti si sentono in dovere di darmi delle carezze? Appaio così infelice? Ricordo un labrador?). - Non metterci troppo, - mi dice infine.
Beviamo i nostri caffè ricordando quelle estati memorabili, in cui entrambi siamo cresciuti, ognuno in vite diverse, ad età diverse. Parliamo anche di Edoardo, che pure lui aveva conosciuto in parrocchia, seppur solo di sfuggita. Sinceramente, faccio fatica ad avere la sua incrollabile sicurezza sul fatto che adesso Edo si trovi in una situazione trasfigurata e migliore: io ad Avesa l’ho visto sotto terra, non nell’alto dei cieli, anche se quella sua incongrua foto sorridente sulla lapide sembrerebbe dar ragione a Don Angelo.
Ci salutiamo con un altro abbraccio all’uscita del seminario con la promessa di risentirci presto e, al ritorno sulla strada, esplode la bolla di silenzio che mi aveva avvolto all’ingresso. Ritornano i rumori delle macchine e della città, anche se ora le nuvole scure si stanno diradando e il sole sta cercando di farsi spazio.
Decido di fare due passi per affacciarmi al fiume da Lungadige Sammicheli. Mi appoggio con i gomiti al parapetto: mi piace guardare l’acqua fluire, ascoltarne il rumore incessante, perdermi nei suoni della mia città, senza pensare a nulla. O meglio: penso alle parole di Don Angelo e penso che non pensare a nulla sia il modo più rapido per arrivare alla felicità. E se non proprio alla felicità, almeno alla serenità. Un concetto un po’ contorto, ne convengo, ma ho detto che ci sto lavorando.
sab
04
apr
2026
- Siamo rimasti solo noi due, quindi tu adesso mi devi fare una promessa: io e te non ci sposeremo mai!
Così mi apostrofava solo qualche anno fa Andrea, al matrimonio del nostro amico Alessandro. O meglio: così mi aggrediva, pure perché pregno degli aperitivi assunti in quantità significativa al buffet, attaccandomi letteralmente al muro per il bavero, quasi a volermi picchiare. All’epoca, in quel gruppo di amici, eravamo rimasti solamente io e lui ad essere qualificati, sulla carta di identità, con il vetusto termine di “celibe” (poi dall’anagrafe tramutato in “libero”, che mi pare renda molto di più l’idea).
E a quel tempo Andrea era il profeta del celibato, anzi della libertà: diversamente da Antonio detto Agneso, lui non aveva avuto un moto reazionario conseguente a una storia finita male, alla libertà non era un convertito, bensì ne era un fervente discepolo sin dalle origini, non aveva mai avuto una vera e propria relazione, per certi versi lo assimilerei alla Patrizia/Parthenope della degustazione: biondo e bello come Robert Redford, aveva passeggiato per il mondo cogliendo alla maniera di freschi fiori di campo tutte le occasioni sentimentali (più onestamente possiamo dire sessuali) che gli si erano presentate, non soffermandosi mai su nessuna. Al primo posto erano sempre venuti i suoi spazi, i suoi passatempi, i suoi sport, la sua vita. Poi tutto il resto.
Per questo motivo, ai matrimoni era sempre insofferente, e più si assottigliava il roster dei celibi, più lui si agitava, temendo di trovarsi privato di adeguati compagni sul campo di battaglia della libertà, spavaldo William Wallace dei rapporti di coppia. Questa inquietudine aveva raggiunto il suo apice al matrimonio di Alessandro, quando appunto, in quel gruppo di amici, i celibi rimasti eravamo solamente io e lui.
Ebbene, ora facciamo un bel cambio di scena, mandiamo avanti veloce il nastro, uno stacco di circa otto anni da quell’aggressione nei miei confronti, ed oggi, nel giorno del Signore 13 luglio 2025, potreste crederci che la persona che cammina a fianco a me, sospingendo gaiamente una carrozzina contenente una meravigliosa bambina di nome Giada, è quello stesso Andrea che, otto anni prima, mi aveva attaccato al muro intimandomi di non sposarmi mai?
Sic transit gloria mundi, potremmo affermare, chiudendo definitivamente la questione. Ma non siamo qui proprio per approfondire queste facezie? Quindi approfondiamo.
Un bel giorno di circa tre anni fa, questo stronzo (immagino siate tutti d’accordo con me, se adesso, visto quello che sapete, lo appello in questo modo) mi si presenta con anima candida, dicendo che si sta sentendo con una ragazza e pensa che lei sia, finalmente, quella giusta. E il bello, o il brutto, è che lo era veramente: infatti, a poco meno di sei anni di distanza dall’attacco subito da parte di Andrea al matrimonio di Alessandro, mi sono ritrovato ad assistere ad un altro matrimonio: il suo! E oltre al danno, pure la beffa: come testimone! Testimone del più grande voltafaccia nella storia dell’inquietudine sentimentale, un twist degno del finale di quel film che già vi ho spoilerato quindi ormai siamo tranquilli, Andrea come lo zoppo de “I soliti sospetti”. E per completare il filotto, dopo un anno ecco la nascita di Giada.
Ora, tralasciando quanto sia beffarda la vita, e quanto sia banalmente vero il detto “mai dire mai”, la vicenda di Andrea mi sembra adatta a rientrare nelle tematiche del mio libro: nel suo caso, infatti, si potrebbe arrivare ad affermare che, in quella scena tra Clint e Meryl, sia Clint, del tutto a sorpresa, ad entrare nell’auto di Meryl. E’ cioè Clint ad abbandonare la sua vita da fotografo selvaggio, per trasformarsi nell’addomesticato padre di famiglia che organizza festine tra neonati, servendo torte alla fragola su piattini di color azzurro cielo, decorati da nuvolette antropomorfe che sorridono.
Ed eccoci quindi qui, fianco a fianco, in questa domenica estiva, a passeggiare accaldati per Lungadige Attiraglio, la strada a scorrimento veloce lungo il fiume che porta alla Diga del Chievo, e che, nelle giornate festive, viene chiusa al traffico per permettere queste scampagnate in città.
Interrompiamo per un attimo il nostro cammino per soffermarci ad osservare, come ogni volta anche oggi con un certo sbigottimento, un tratto dell’Adige lungo il quale un circolo di canoa cittadino, interponendo rocce e spartiacque di vario genere, è riuscito a creare delle rapide in miniatura per allenarsi. E’ pur vero che, se non fossero stati in grado di realizzare questi manufatti lungo il fiume, un circolo di canoa a Verona avrebbe rischiato di sciogliersi in breve tempo per la noia, ma insomma, ogni volta che passiamo di qua, assistere alle gesta di questi scapestrati che perigliosamente si affannano come dovessero domare il fiume Zambesi, e invece si trovano a galleggiare in Pianura Padana, lascia sempre un po’ interdetti.
Andrea allunga la cappottina del passeggino sopra Giada per ripararla dal sole. - Che non ti venga mai in mente di fare una roba del genere quando sarai grande, - la mette in guardia, osservando di traverso i canoisti disperati.
- Ecco qua il Family Man, - attacco io indicandolo a mano aperta. – Allora: innanzitutto Nizza è molto più bella di Borgo Roma.
Lui ridacchia di rimando. - Resto della mia idea: a parte la Promenade des Anglais, il resto è periferia.
- Si, va be’, come no, - sbuffo. - Parliamo di cose più serie: ai posteri, come spiegherai tutto questo? - gli chiedo facendo cenno al quadretto di padre e figlia.
- Me lo hai già chiesto tante volte, - si difende. - Senti, nel tuo libro puoi scrivere questo: io ho solamente avuto fortuna.
- Procedi, prendo appunti. Appunti mentali eh, che non pensi che quello che dici adesso meriti che estragga un bloc-notes e una penna come Stefano Nazzi.
- Ho avuto fortuna: ho incontrato la miglior persona che potessi incontrare. Veronica è perfetta per me. Punto e basta.
- Punto e basta un bel cacchio, - insorgo. - Non ti sembra un po’ sbrigativa come spiegazione da inserire in un libro, dopo che mi hai quasi picchiato per impormi di non sposarmi mai? Anzi: di non sposarci mai?
- Lo so, ma quando poi ti capita, ti capita. Se sei fortunato devi cogliere l’occasione, e io l’ho colta.
- Sei salito in macchina con Meryl o è lei che è salita sul tuo furgone? Chi dei due ha cambiato di più la sua vita?
Andrea ci riflette giusto qualche secondo, mentre giù nel fiume un signore di circa cinquant’anni si ribalta con la canoa e finisce sott’acqua e io penso a chissà quale moto interiore spinga un signore di circa cinquant’anni a finire sotto l’acqua dell’Adige incastrato in una canoa, con il rischio di non riemergere mai più. Forse pure certe passioni, che hanno le sembianze di sfoghi, i quali a loro volta nascondono frustrazioni, andrebbero approfondite, ma non è questo il momento, non divaghiamo.
- Ho cambiato di più la mia vita io, lo sai. Ma era proprio il momento, ero diventato Clint, avevo raggiunto la mia maturità e sono salito su quella macchina. Scusami se ho tradito il motivo per cui ti ho quasi pestato, ma non si sputa sulla fortuna.
- Quindi secondo te Meryl in quel film ha sputato sulla fortuna?
- Assolutamente sì. Senza ombra di dubbio.
E così ho ottenuto un’altra sentenza per la mia raccolta.
- Come hai fatto a capire che Veronica era quella giusta? Cosa ha fatto per fartelo capire?
In questo caso non ci deve pensare neanche un secondo. - Mi ha accolto, - replica di getto. - Totalmente, integralmente, senza dubbi o retropensieri, senza volermi cambiare. Ha preso, anzi ha voluto, il famoso pacchetto completo.
- Ma forse tu, nonostante l’aggressione a mio danno, in realtà la stavi già cercando. Non dico proprio lei, ma una cosa come quella che poi hai avuto con lei.
Ne abbiamo abbastanza dei canoisti della domenica e proseguiamo la lenta passeggiata verso la Diga. Dopo qualche attimo di silenzio, Andrea mi risponde: - Ti ricordi quella canzone di Elisa e De Gregori che ascoltavamo in Sardegna?
- Quelli che restano?
- Sì, quella. Se ti ricordi, dice: ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno. Quindi, per risponderti, non so se stessi cercando Veronica, ma so che a un certo punto bisogna smettere di aspettare.
Dopo aver scoccato la sua freccia, mi fissa.
- Stai parlando a me, Family Man? - chiedo velocemente, forse troppo. - Mi stai forse ancora attaccando al muro, dicendomi però l’esatto contrario di quello che mi hai detto l’altra volta?
Andrea si apre in uno di quei sorrisi smaglianti che tante gioie e tanti dolori hanno arrecato a tutte le donne che hanno preceduto Veronica. - No, no, non mi permetterei più. Ma, Albi, quando ti trovi a una stazione di servizio, come Clint, invece di entrare a comprare le caramelle, controlla che fuori non ci siano macchine parcheggiate con la portiera spalancata.
- Va bene, - annuisco. - E se invece fossi io ad aprire la portiera del mio furgone e loro non salissero?
Ed ecco l’altra sentenza di Andrea che potrò catalogare nel mio libro, emessa esattamente di fronte al manufatto di color marrone/arancione, assurto alle cronache nazionali in ragione di quella squadra di quartiere che nella Diga del Chievo ha trovato il suo simbolo: - In quel caso, riceverai molte lettere da morto.
Non ho altro da aggiungere, amici miei. L’immagine della mia cassetta delle lettere stracolma di buste, mentre io contestualmente giaccio in una cassa più grande, di legno, sotto terra, mi fa sorridere con dolcezza: quanti errori commettiamo nel corso della vita e quanto sarebbe bello poter sempre rimediare in tempo. L’errore è insito nella natura umana, ma se ci è concessa l’occasione di rimediare, penso che dovremmo farlo, sempre. Quindi va bene, perdono anche te Andrea, che quel giorno mi hai sì quasi picchiato, ma lo hai fatto perché stavi sbagliando: quello che volevi realmente era altro e quando hai avuto l’occasione di rimediare lo hai fatto.
Proseguiamo la nostra passeggiata attraversando la Diga e l’Adige e chiedo ad Andrea di poter spingere il passeggino di Giada: mai dire mai.
sab
28
mar
2026
Dopo aver debitamente approfondito il tema della birra, e volendo comunque mantenerci sul quadro di spiccato alcolismo già inequivocabilmente emerso, parliamo ora un po’ di vino: raccontandovi di Federica, ho fatto cenno ad una mia personale contrapposizione tra vini rossi veronesi e vini rossi francesi. Dunque, ora torniamo sull’argomento e prendiamoci il tempo necessario a sviscerare questo rilevante tema.
La doverosa premessa che ribadisco, nei confronti di quei permalosissimi sommelier che percorrono il mondo a naso dritto e sicumera, è che parlo a titolo personale, secondo il mio gusto soggettivo: mentre nel campo della birra mi posso quasi dare la patente di esperto, nel campo del vino certamente no. I sommelier possono quindi ritenersi tranquillizzati e io a questo ci tengo molto, visto che stiamo parlando di una delle categorie umane più suscettibili al mondo, al pari dei ciclisti in città e di quelli che ti chiedono di togliere le scarpe quando ti invitano a cena.
L’altra significativa premessa è che io sono nato a Negrar e mia madre è di Fumane, quindi io sono, a tutti gli effetti, un Valpolicella Boy.
Fatte queste premesse, posso sobriamente certificare che, per me, l’unico vino al mondo realmente degno di nota è il vino rosso veronese. Più precisamente, il vino rosso veronese strutturato, “opulento” come lo ha definito una volta una persona che ne capisce: senz’altro Amarone quindi, oppure, a titolo di eccezione, qualche Ripasso o Valpolicella Superiore, ma solo se dai 15 gradi in su. In tema di vino, faccio quindi mia la celebre frase dell’amico e collega William: non c’è mondo al di fuori delle mura di Verona.
E se a queste affermazioni sento già le orecchie fischiare al brusio degli improperi di tutti i degustatori del globo, vi rimando alle premesse e, noncurante, procedo: la ratio del mio pensiero è che, se bevo vino, devo sentirlo, deve avvolgermi in modo totale, deve ammaliarmi e stendermi, altrimenti, se voglio bere qualcosa di leggerino e vacuo, bevo la birra (e qui i miei timpani stanno friggendo). Potremmo sintetizzare il tutto in modo figurativo dicendo che, per me, il vino è una moglie e la birra è un’amante.
Per la carità di Dio, posso pure bere lo Champagne accettando che mi sciolga l’esofago con la sua “crosta di pane” a.k.a. acidità; posso pure bere il Barolo accettando di degustare un vino indeciso, un italiano che vuole fare il francese; e posso pure bere un vino rosso della Borgogna accettando di suggere un pallido liquido rossastro dal vago sapore di terriccio e dall’insensato rapporto qualità-prezzo, ma comunque, e questo gli va riconosciuto, ottimamente utilizzabile per sfumare l’arrosto. Ma se poi voglio bere del vino, allora mi apro un Amarone vecchio di dieci anni.
Le mie orecchie mi stanno infine riproponendo, sotto forma di assordante sibilo, gli usuali refrain: “quel vino ti ammazza”, “quel vino ti impacca”, e via discorrendo. Esattamente, è così, è proprio quello che cerco, per quello lo bevo.
Ed ora, dopo essermi inimicato un buon 94% della popolazione mondiale bevitrice, posso procedere nel racconto e spiegarvi il motivo del preambolo sul vino. Tra i vari esperimenti che sto tentando per la stesura nel mio libro, ne ho escogitato uno molto ardito, mi ci è voluto un po’ per costruirlo, ma ce l’ho fatta: ho organizzato una degustazione in cantina con due amiche di lunga data, più giovani di me di una decina d’anni, due persone accomunate dalla passione per il vino ma agli antipodi su tutto il resto.
Da una parte c’è Patrizia, che da qualche mese, e precisamente da quando ho visto l’ultimo film di Paolo Sorrentino, ho preso a chiamare Parthenope, perché mi ricorda in modo preciso la protagonista di quel film. Se avete presente la scena del ballo a tre con la musica di Cocciante, così ipnotica e meravigliosa, potete allora anche immaginarvi Patrizia: una bellezza magnetica, due profondi occhi blu che osservano il mondo a proprio piacimento, mai stata fidanzata per più di sei mesi, libera e selvaggia come la protagonista del film e come quella canzone degli U2 in cui Bono si chiede: Who’s gonna ride your wild horses?
Dall’altra parte c’è Giulia: una radiosità posata, i capelli biondi raccolti in una coda, il viso leggermente incrinato da qualche ruga, ma mai triste. La calma e la grazia serafica di chi si sente a posto con la coscienza, otto anni di un bel matrimonio, due figli, un border collie, caldi maglioni di inverno e castelli di sabbia d’estate.
In mezzo a loro due, un uomo senza arte né parte che di nome fa Alberto e di cognome fa Fezzi.
La location dell’incontro è la Cantina Cà’ La Bionda, a Valgatara in Valpolicella, un compromesso tra i miei gusti e quelli delle mie due ospiti: loro, purtroppo, hanno entrambe frequentato il corso da sommelier (aiuto!) e quindi la scelta è ricaduta su una cantina che ha provato a trasferire, devo ammettere con un certo successo, i metodi francesi in Valpolicella. La scelta ci ha messo tutti d’accordo: passerò distrattamente in rassegna i loro primi quattro/cinque vini, per arrivare con soddisfazione al loro Amarone Riserva Ravazzòl, elegante e deciso come James Bond in smoking, uno dei migliori mai bevuti.
La cantina si trova incastonata su un terrazzamento collinare tipico della Valpolicella, una terra quieta e laboriosa, meno affascinante del Chianti o delle Langhe dal punto di vista panoramico, ma non meno produttiva.
Dopo il doveroso giro tra le botti e le cisterne - che personalmente, durante queste visite, trovo tutto sommato inutile, perché in fondo siamo venuti qui per bere, ma certamente non ditelo alle mie ospiti che invece si pascono la bocca di parole come “tonneaux”, “fermentazione” e “vasche di raccolta” - ci ritroviamo, infine e finalmente, nel locale dedicato alle degustazioni, un grazioso salottino con mattoni a vista e mensole romboidali che decorano le pareti esponendo bottiglie di tutte le annate, impilate in orizzontale. Incorniciate in ordine sparso, le certificazioni dei premi ricevuti dai vini della cantina.
Grazie alla confidenza che abbiamo con il proprietario, riusciamo a convincerlo a spiegarci, in una sola volta all’inizio, tutti i vini oggetto della degustazione, per poi lasciarci da soli a discettare delle nostre cose mentre ci lasciamo inebriare dal vino: una versione bacchica di “Otto e Mezzo”, un threesome intellettuale ma senza Lilli Gruber.
Orbene, nel riportarvi l’esito delle nostre discussioni, per praticità vorrei seguire uno schema simile a quello utilizzato per descrivervi le massime enunciate da Antonio detto Agneso nella birreria di Monaco. Seguitemi.
Primo vino: Bianco del Casal
“È un vino molto complesso, con una mineralità spiccata e una lunghezza gustativa e aromatica davvero uniche per un vino bianco italiano.”
Alberto: - Partiamo piano, addirittura con un bianco, l’anello di congiunzione tra la birra e il vino.
Patrizia: - Adesso non cominciare con le tue stronzate.
Giulia: - Concordo. Noi beviamo e commentiamo, tu bevi e taci.
Alberto: - Va bene, chiedo venia, non dirò che il vino bianco sa di cavi della batteria bruciati e procedo oltre…
Patrizia: - Ancora?! Facci le domande che ci devi fare e smettila con queste cazzate.
Alberto: - Ok, ok. Siete felici?
Giulia: - Ah, così, una robetta semplice. Esiste Dio?
Alberto: - Be’, dai, la mia è più verificabile…
Giulia: - Io sto bene. Non so se sia l’esatto equivalente dell’essere felice. Ma non sono infelice, questo è certo.
Patrizia: - Io sono sempre inquieta. Di quello che trovo, mi stufo dopo poco tempo e passo oltre. Ma questo è diventato il mio equilibrio: interessarmi, stufarmi, interessarmi, stufarmi, e così ciclicamente. Non so, però, se questo personale equilibrio mi renda felice: non credo, non completamente.
Secondo vino: Valpolicella Classico Superiore Casalvegri
“Vino di grande finezza ed eleganza. Al naso ricorda chiari sentori di spezie, piccoli frutti di sottobosco e sentori di rosa. Al gusto denota grande complessità e freschezza.”
Patrizia: - Questo è proprio una carezza.
Giulia: - Solo dal colore ne capisci la raffinatezza.
Alberto: - …
Patrizia: - Ecco, bravo, taci.
Alberto: - Pensi che ti sposerai mai?
Patrizia: - Domanda dritta. Penso di no. Non mi interessa, voglio vivere il momento, non ipotecare la vita. Perché bisogna farsi promesse così lunghe? Perché non ci si può limitare a promettere amore, che sarebbe già tanta roba, anziché amore eterno? Chi l’ha inventata questa cosa? Forse perché una volta si viveva fino a trent’anni e allora una storia coincideva con la vita?
Alberto: - Tu cosa ribatti a questo sproloquio?
Giulia: - Non ribatto nulla, è il suo punto di vista, lo comprendo ma non concordo. A differenza sua, io non sono inquieta, io non ho mai avuto dubbi a sposare Matteo, a fare dei figli con lui. Mi sono sentita realizzata nel farlo, perché a me piace proprio prendermi cura delle persone, di loro in particolare.
Alberto: - Tu copri il centro.
Giulia: - Cioè?
Alberto: - Niente, una cosa che succede nel padel: ciascun giocatore della coppia copre il suo lungolinea e quindi il punto più critico resta il centro. Allora, perché la coppia funzioni, uno dei due deve essere bravo ad assumersi la responsabilità e la fatica di fare, quando serve, pure quel passo in più verso il centro per coprire anche quella zona critica. Solitamente, il giocatore che ha quell’attitudine, è quello che sostiene la coppia. Quindi tu copri il centro.
Giulia: - Il padel come metafora della vita… Allora sì, direi che io copro il centro.
Alberto: - E ti pesa?
Giulia: - No.
Alberto: - A te?
Patrizia: - A me peserebbe, non voglio sostenere nessuno. Già è complesso sostenere me stessa.
Alberto: - Tu sei una tennista, allora.
Terzo Vino: Valpolicella Ripasso Classico Superiore Malavoglia
“Questo Valpolicella Ripasso è completamente secco nello stile Ca’ La Bionda, freschezza ed eleganza accompagnano una grande struttura.”
Patrizia: - Si chiama Malavoglia perché in Valpolicella fare il Ripasso è quasi un obbligo. Qui provano a farlo in modo originale ma, se potessero, probabilmente neanche lo farebbero, perché è solo un fratello minore dell’Amarone.
Alberto: - Ci stiamo avvicinando ai vini che piacciono a me. Tu sei mai stata in una relazione di malavoglia?
Patrizia: - Ah ah ah, ridiamo forte per questo gioco di parole? Io, sempre. Dopo l’entusiasmo dell’inizio, è sempre di malavoglia.
Alberto: - E quindi te ne vai?
Patrizia: - Certo, non sono mica masochista.
Alberto: - E tu, se ad un certo punto non stessi più bene con Matteo, cosa faresti?
Giulia: - Non penso che succederà, quindi non mi sono mai posta il problema. Già ci sono tanti problemi reali nella vita, se rimuginiamo anche su quelli eventuali, non è più finita.
Alberto: - Sì, ok, ma io devo scrivere un libro! Ammettiamo per un attimo l’ipotesi astratta: cosa faresti?
Giulia: - Che palle! Va be’, ascolta: non lo so. Penso che proverei in tutti i modi a capire le cause del disagio e proverei in tutti i modi a risolverle, per salvare tutto quello che abbiamo costruito. Se ci riusciamo bene, altrimenti amen. Ma, ripeto, non lo so. E’ un’ipotesi, vale poco, dovrei trovarmici, ma non mi ci troverò, brutto stronzo!
Alberto: - Torno all’inizio: non dovresti fare quello che ti rende felice?
Giulia: - Quello che ci rende felici. Non potrei permettermi di essere egoista e pensare solo ed esclusivamente a me.
Patrizia: - Tu pensi che io sia egoista?
Giulia: - No, perché tu sei in una situazione diversa.
Alberto: - Peccato, speravo che vi metteste a litigare, che vi tiraste i capelli, una cosa così, quello sarebbe stato un bel colpo di scena da raccontare.
Quarto vino: Amarone della Valpolicella Classico
“Questo vino ha una grande concentrazione di profumi che ricordano la tipica ciliegia della nostra vallata di Marano. Al palato si presenta avvolgente, con un retrogusto lungo e persistente.”
Alberto: - Ci siamo quasi…
Giulia: - Al ritiro della patente sulla strada del ritorno?
Alberto: - Al vino migliore e alla domanda clou, ma prima un altro passaggio: cosa pensate della vita dell’altra?
Patrizia: - Questa è proprio una domanda del cazzo: io non penso niente della sua vita, ci mancherebbe, semplicemente non è quella che vorrei fare io, ma mica la giudico.
Giulia: - Idem. Sei un cretino.
Alberto: Adesso finisce che tirate i capelli a me, se ne avessi. Be’, vi sarete fatte un’idea, un pensiero, qualcosa…
Patrizia: - Ti ho detto di no, basta. Io penso che l’unica vera cosa che ci distingue, e che nessuno potrà mai toglierci o annullarci, è il percorso che abbiamo fatto, che è unico per ciascuno. Tutto quello che ho fatto, tutto ciò che mi ha fatto crescere, è solo mio.
Giulia: - E pure le mie scelte, sono solo mie. Qualche volta posso pure essere affascinata dalla vita che fa lei, dalla sua libertà, e magari a lei ogni tanto mancherà qualcosa della vita che faccio io, ma le nostre vite sono frutto di tante scelte che abbiamo fatto da sole, nel nostro intimo, e quelle ci definiscono una per una, non sono interscambiabili, non siamo personaggi dei tuoi libri, caro il mio scrittore amante dei vini iperalcolici.
Quinto vino: Amarone della Valpolicella Classico Riserva Ravazzòl
“Quello che colpisce di questo vino è l’eleganza, la finezza, che solo un grande Amarone può esprimere.”
Alberto: - Un minuto di silenzio per il re dei vini…
Patrizia: - Forza, re dei vini, spara la tua domanda clou, così poi io e Giulia possiamo finalmente dedicarci alla degustazione.
Alberto: - Va bene. Avete presente il film I ponti di Madison County? La scena in cui Clint Eastwood e Meryl Streep si incontrano sotto la pioggia e lei sceglie di non andare con lui? Ecco: voi cosa avreste fatto al posto di Meryl?
Patrizia: - Questa è la domanda clou?
Giulia: - Cioè, scusa, siamo venute qui per questo? Patti, siamo d’accordo che abbiamo a che fare con un imbecille?
Patrizia: - Assolutamente.
Alberto: - Va be’, ora che mi avete insultato, potete rispondermi. Voi non ci crederete, ma tra i miei lettori c’è grande fermento intorno a questo dilemma!
Patrizia: - Ognuno ha i lettori che si merita. Comunque, ti rispondo, imbecille: è la premessa che è sbagliata.
Alberto: - Cioè?
Patrizia: - Cioè io, prima di tutto, prima ancora di conoscere Clint, avrei lasciato quell’osso di marito con cui stava Meryl. E poi, libera e bella, con la mente sgombra, e non solo per prendermi una pausa da una situazione schifosa, avrei capito se Clint potesse essere effettivamente l’uomo giusto per me. Invece lei ha fatto solo un gran casino e poi ha continuato a fare una vita di merda.
Alberto: - Niente male come punto di vista. E tu invece cosa dici?
Giulia: - Mettiamola così: nel tuo sogno romantico, ti sei chiesto come poi sarebbe andata tra Clint e Meryl, se lei fosse andata via con lui?
Alberto: - Dimmelo tu.
Giulia: Non è scontato che sarebbe stato tutte rose e fiori. Guarda che spesso i romantici sono dei pazzi instabili: magari finiva dopo due mesi e restavano solo i cocci.
Alberto: - E pure questo è un punto di vista interessante…
Giulia: - Certo che lo è: non ci hai invitate per questo? E poi il romantico ama la sconfitta: quindi a Clint, tutto sommato, è andata bene così.
Alberto: - Questo mi sembra discutibile: si è preso tanta di quell’acqua, il povero Clint… Ma facciamo un passo avanti perché non hai ancora risposto alla mia domanda: se questa cosa succedesse a te, cosa faresti?
Giulia: Non incontrerei mai uno come Clint.
Alberto: - Risposta democristiana…
Giulia: - Che pesante che sei. Allora ti rispondo così: prima di sposarci, con Matteo abbiamo fatto il corso fidanzati con Don Angelo, te lo ricordi? Ai tempi di San Pietro Apostolo, quando tu eri animatore in parrocchia? Tra l’altro, ora che ci penso, potresti chiedere pure a lui un parere sul tuo libro. Perché il suo consiglio, in casi come quello del film, è: te la fai passare. Altrimenti, se ad ogni dubbio che hai in una relazione, molli il chiodo, che relazione è?
Alberto: - Ok, ma…
Giulia: - Volevi la tua risposta e l’hai avuta. Patti, cosa ne pensi di questo Amarone?
Patrizia: - Opulento.
Mentre stiamo completando la degustazione, da una cassa nascosta in qualche angolo della stanza attaccano degli accordi di pianoforte, dolci ed evocativi, struggenti rintocchi da un altro mondo.
Era già tutto previsto, comincia a cantare Riccardo Cocciante con sofferenza, fin da quando tu ballando, mi hai baciato di nascosto…
Tra di noi cala il silenzio, in parte stupito e in parte complice. Dopo aver fatto vagare lo sguardo nell’aria alla ricerca della fonte del suono, i miei occhi si imbattono in quelli profondi e celesti di Patrizia e credo, forse presumo, probabilmente immagino, di intuire un invito. Quindi decido di allungare una mano per accarezzare le sue dita affusolate che stringono lo stelo del calice e le stacco delicatamente la mano dal bicchiere, la sollevo piano, invitandola a mia volta ad alzarsi con me. Lei segue i miei gesti, sposta la sedia e si alza, io avvicino la sua mano al mio petto e capisce che voglio ballare con lei.
Mentre lui che non guardava, agli amici raccontava, delle cose che sai dire, delle cose che sai fare, nei momenti dell’amore…
Patrizia si avvicina a me, si sistema i capelli, lascia cadere le braccia lungo la mia schiena, e appoggia la testa nell’incavo del mio collo. Ci lasciamo cullare dalla musica, dondolando lentamente in modo circolare.
Mentre ti stringevo forte e tu mi dicevi piano "io non lo amo, non lo amo"…
Alza leggermente il viso verso il mio mento, i suoi occhi si aprono, mi parlano, le mie labbra si avvicinano alle sue e le sfiorano, lei le schiude e lascia avanzare la punta della lingua.
Era già tutto previsto, fino al punto che sapevo che oggi tu mi avresti detto quelle cose che mi dici, che non siamo più felici, che io sono troppo buono, che per te ci vuole un uomo che ti sappia soddisfare, che non ti basta solo dare, ma vorresti anche avere nell’amore, ma quale amore?
Un’altra sedia si muove e un’ombra compare dietro Patrizia: è Giulia, che osserva me e poi osserva lei, le afferra dolcemente i capelli, rompe l’incantesimo che si era creato tra noi due e la tira a sé. Patrizia volge lo sguardo verso Giulia e la invita ad avvicinarsi a me, e questo ballo a due diventa a tre.
Era già tutto previsto, anche l’uomo che sceglievi e il sorriso che gli fai mentre ti sta portando via…
Giulia mi si avvicina, sfiora le mie labbra con le sue e poi fa lo stesso con Patrizia e…
… e no, purtroppo tutto questo non è successo, sarebbe stato bello che la degustazione finisse così, spalancando l’anima ad emozioni pure e ancestrali, e sì, va bene, sono solamente le mie di emozioni, pure piuttosto sconclusionate, sicuramente Patrizia e Giulia non hanno minimamente pensato a questo ballo e se avessero intuito la mia divagazione mi avrebbero mollato un ceffone, ma il punto per me è più generale, aldilà del sogno anarchico: non sarebbe bello vivere così? Lasciandoci sempre trasportare dal momento, dai sentimenti, dalla vita? E invece ci blocchiamo, ci freniamo, ci ingabbiamo, costruiamo recinti per i nostri cavalli selvaggi.
Con Patrizia e Giulia ci siamo salutati con un semplice “ciao” e un bacio sulla guancia nel parcheggio dell’azienda agricola, anche se hanno riconosciuto l’originalità dell’invito e della nostra discussione. Hanno acquistato entrambe due bottiglie di Valpolicella Superiore ed io il mio Amarone d’ordinanza (come ormai avrete capito, nella mia cantina conservo solamente birra bavarese e Amarone: se mi chiamassi Wolfgang Allegrini, nessuno avrebbe niente da ridire) e siamo ritornati alle nostre vite. Il tutto un pochino banale, purtroppo la vita non è un film di Paolo Sorrentino e nemmeno “I ponti di Madison County”, ma almeno, suggerisco, teniamoci stretti i nostri sogni. A Disney World, e dove sennò, ho comprato una tazza che, ogni mattina, mi ricorda una celebre frase di Walt stampigliata lì sopra: E’ tutto cominciato da un topo. Ecco, ai più impressionabili magari potrebbe fare un po’ schifo, ma consiglio di tenerci stretti i nostri topi.
ven
20
mar
2026
Per scrivere il mio libro, mi sto appuntando le idee tra le note del cellulare, precisamente in una nota denominata, in modo estremamente originale, “Libro”: se un autore alquanto disperato avesse messo sotto controllo il mio telefono nel tentativo di plagio, sarei fregato.
Ebbene, appunto queste idee in modo caotico e randomico, come mi vengono, dopo di che alcune riesco a riunirle nel filo logico della storia e altre invece restano spunti isolati che, poveretti (o fortunati), non trovano il loro posto nel mondo sghembo dei miei scritti e vengono quindi scartati.
Ci sono però tre appunti che, per quanto non riesca ad inserire in alcuna storia, vorrei comunque condividere con voi. Non ho un motivo in particolare per farlo, ho solo voglia di raccontarveli, mi spiacerebbe che andassero persi, e questo, in realtà, mi sembra già un buon motivo.
Il primo fatto di cui voglio parlare si ricollega ad un episodio che vi ho già narrato prima, quello del corniciaio che mi ha chiesto se il padel è una specie di tennis che si gioca con i parenti intorno. Proprio ieri sono ripassato per caso davanti allo stesso negozio e, dalle vetrine, ho visto il medesimo proprietario intento a suonare la chitarra insieme ad un cliente, cantando allegramente tra le cornici. Oltre a farmi sorridere, mi è parsa una di quelle scene cinematografiche in cui, in una lunga carrellata, si rivedono i personaggi già incontrati nel corso della storia e questi ribadiscono le loro peculiarità caratteriali: succedeva sul finale delle puntate di “Dr. House” oppure in quella memorabile scena di “Notting Hill” in cui Hugh Grant attraversa il suo quartiere nel corso delle quattro stagioni. Nel passare davanti a quel corniciao, ormai eletto a insuperabile caratterista, lanciargli un’occhiata, abbozzare un sorriso e proseguire, mi sono stretto nella giacca e mi sono sentito un po’ Hugh, ancorché non a Londra ma nel Quartiere Stadio di Verona (un po’ meno romantico, ne convengo).
Un altro fatto di cui vi voglio parlare, ma più che un fatto è una sensazione, e ancor più precisamente è una percezione sensoriale, è l’odore delle scale mobili: ogni volta che mi ci trovo sopra avverto sempre quell’odore misto di plastica, ferro e affanno, avete presente? Modernità, ansia e materiali sintetici. Un odore di vita quotidiana, di frenesia e voglia di arrivare da qualche parte. Necessità di sbrigare le proprie faccende. Un odore pratico e risoluto. Io utilizzo sempre le scale mobili quando ci sono, ma solo perché sono pigro: concettualmente preferisco le scale normali, perché decido io in che modo percorrerle e non hanno nessun odore.
Infine l’ultimo spunto: quando alla mattina entro in tangenziale per andare al lavoro, la mia uscita è quella immediatamente successiva rispetto a quella di entrata, quindi entro, metto la freccia a sinistra per immettermi nella carreggiata, e poi, percorsi cinquecento metri, devo subito mettere la freccia a destra per uscire. Ecco, a me questa cosa imbarazza sempre un po’, mi verrebbe da chiedere scusa agli altri automobilisti già presenti sulla strada, perché chiedo il permesso di entrare e subito esco, e questo mi sembra un po’ sgarbato. Come venire invitati ad una festa e andarsene via dopo cinque minuti. E va bene che la tangenziale nord non è una festa, ma io provo comunque una punta di disagio. Probabilmente sono stato educato a doverizzarmi sempre e molto probabilmente a doverizzarmi troppo, se mi preoccupo di quanto tempo rimango su una tangenziale, ma questo è.
Questi erano i miei tre piccoli manifesti, le note da non buttare, prima di proseguire.
sab
14
mar
2026
Oramai mi risulta chiaro che, nonostante i propositi iniziali che nobilmente aspirano a descrivere l’amore e i sentimenti che sorreggono le nostre vite, quando scrivo un libro finisco sempre a parlare di alcol e bevute: sarà lo stigma che mi ha lasciato l’esordio con il Negroni, sarà che sono semplicemente uno a cui piace bere (diciamo quindi più propriamente un alcolista che un alcolizzato: l’alcolista ha un diletto, l’alcolizzato ha una malattia, e così mi salvo con le parole Vostro Onore!), sarà quel che sarà, ma devo tornare per un attimo sul tema della birra e la domanda che vi pongo è: voi fareste cinque ore di strada per bere una birra che potreste bere anche in un locale che si trova a duecento metri da casa vostra? Se posso immaginare la vostra risposta, o almeno la risposta della stragrande maggioranza di voi, ebbene, voi potete allora immaginare la mia: un grande sì, come dicono i giudici di Masterchef alle selezioni (a questo proposito, una breve digressione su Masterchef: non mette addosso anche a voi una devastante ansia il montaggio convulso della trasmissione, in base al quale Bruno Barbieri dice che mancano cinque minuti alla fine della prova, dopo di che staccano sul concorrente che invece è ancora sotto la doccia in hotel?).
Se le cinque ore in questione sono quelle del tratto Verona-Monaco di Baviera, con la finalità di recarsi nel tempio della Augustiner, ovvero la birreria Augustiner am Platzl, dietro Marienplatz, nel cuore della capitale bavarese, il viaggio vale l’esperienza. Perché, quando verso le ore 19.00, sollevano sul bancone la grande botte in legno, scrigno del nettare teutonico, vi posizionano davanti un rubinetto color oro e, con una potente martellata, infilano il rubinetto nella botte, e dallo scrigno finalmente fuoriesce la dolce ambrosia per riversarsi senza soluzione di continuità nei boccali da un litro, i problemi scompaiono e la vita risplende. Entro quei boccali, affermo senza tema di smentita, fluisce la miglior birra del mondo. Per cui, sì, una birra molto simile la posso bere anche a duecento metri da casa mia, ma lì è meglio. Come dire che allo Stadio Bentegodi, che pure si trova a duecento metri da casa mia, posso pure vedere del buon calcio, ma al Bernabeu lo vedo migliore.
E poi non è solo questione di birra in sé, c’entra anche il contesto: l’arredamento in legno su più piani, i tanti angolini e separé che offrono accogliente rifugio ai degustatori, il vociare allegro e maldestro di quel popolo basico e sempliciotto che sono i tedeschi, la cui cucina locale è quella che in Italia serviamo ai bambini dai sei ai dodici anni (ci avete mai fatto caso? Nei nostri ristoranti, quei menù che si chiamano Pippo o Pluto e che noi releghiamo ai bambini scemi, sono composti dai piatti che in Germania costituiscono invece la cucina nazionale). E poi c’è la musica dal vivo, la banda che gironzola per il locale in costume tradizionale e suona canzoni dei Vengaboys o Marina, Marina, Marina, ti voglio al più presto sposar! Che bello bere e che bello è farlo in Germania.
E tuttavia, per non parlare sempre e solo di birra, ecco un altro motivo di questo viaggio: andare a trovare un vecchio amico, sia per il piacere di incontrarlo sia perché potrebbe avere argomenti interessanti per il mio libro. Anche se devo fare subito una precisazione precauzionale (detto in altri termini: mi devo parare il culo): quell’accusa di maschilismo che talvolta mi viene rivolta, nel narrarvi di questo amico potrebbe ora assumere un’innegabile concretezza. Io vi ho avvisati! Anzi, soprattutto: io vi ho avvisate!
Antonio Romani, quarantasette anni, conosciuto alla Parrocchia di San Pietro Apostolo quando entrambi ne avevamo tredici. Soprannominato Agneso, nickname a sua volta diminuito in Agne, perché a quindici anni, in coincidenza della lettura, in seconda superiore, de “I Promessi Sposi”, decidemmo, con lui e altri coetanei evidentemente perditempo, di girarne, con telecamera in spalla, una versione amatoriale e parodistica in casa mia, ingegnandoci per utilizzare tutte le varie stanze di casa Fezzi come set: l’incontro con i bravi sul terrazzo tra le dipladenie di mia madre, la canonica di Don Abbondio ricostruita tra le poltrone Frau del salotto, la fuga in barca di Lucia dal paese natale realizzata nella vasca da bagno, e avanti così, nella più totale demenza (e ora potete cominciare a capire qualcosa di più anche in merito alla ragione profonda di tutti questi miei scritti con cui vi ho ammorbato per anni).
Nell’ambito di quel buffo delirio, Antonio si ritagliò il ruolo, marginale ma significativo, della madre di Lucia, ovvero Agnese, senonché, essendo lui con tutta evidenza un uomo (e che uomo, sfoggiando sin dai quindici anni lunghi riccioli scuri fino alle spalle e una folta barba, a cagione di una produzione ormonale già a tutto motore mentre le ghiandole di tutti noialtri coetanei cominciavano timidamente il loro rodaggio al più promuovendo una sottile peluria sotto il naso), decidemmo, con tocco nonsense alla Monty Phyton, di lasciare che interpretasse il ruolo proprio così, con le sue sembianze estremamente maschili, per cui la madre di Lucia risultava essere un omone con la barba e i capelli lunghi, di nome Agneso. E poiché la riuscita fu molto esilarante, da quel momento in poi, per tutti noi, Antonio divenne per sempre Agneso anche nella vita reale fuori dal set e lo è tuttora dopo trent’anni.
Anche se non abbiamo frequentato le scuole insieme, tra di noi c’è sempre stato un bel legame, che non si è mai perso, rinforzato al di fuori delle aule grazie a passioni comuni come la pallacanestro e il cinema. All’incirca a vent’anni, Antonio/Agneso aveva iniziato una relazione con Chiara, durata una dozzina d’anni, fino a che lui non aveva scoperto che lei lo tradiva. In quel momento, ebbe un cambiamento repentino, potrei dire quasi una mutazione genetica: da uomo romantico e propenso ai rapporti di coppia, Antonio, forse perché scottato (probabilmente ustionato) dal tradimento o forse perché, sotto sotto, riconosciutosi stufo di quel tipo di vita, è divenuto, senza mezzi termini, il più grande puttaniere del Nord Italia. Da allora ha sempre rifuggito, con fierezza e granitica determinazione, qualsiasi relazione, non facendo nulla per nascondere una certa repulsione verso la categoria femminile nel suo complesso, ritenendo invece opportuno concentrarsi esclusivamente sui rapporti occasionali, preferibilmente a pagamento. Per darvi un paragone letterario, se siete amanti dei libri di Irvine Welsh, l’autore di “Trainspotting”, indimenticabile ritratto della acid-generation degli anni Novanta, potrete rinvenire una notevole somiglianza, fisica e morale, tra il mio Antonio e il suo Gas Terry, il tassista riccioluto, sboccato e votato al satirismo. Con entrambi, non ci si annoia mai.
Ci stiamo per incontrare a Monaco, perché lui, dopo la mutazione, ha chiesto alla multinazionale per cui lavorava di essere trasferito all’estero: prima Dublino, poi Londra e infine Monaco. Qui, Antonio ha trovato la sua stabilità: anche a lui piace molto la birra e le donne di facili costumi non mancano. Una vita semplice, in fondo.
Arrivo a Monaco in treno e faccio un rapido passaggio all’hotel che ho prenotato dalle parti della stazione, il crocevia del melting-pot di questa città: deliziosa architettura bavarese e tagliagole nordafricani, eleganza e kebab.
Esco e, immerso nel calante sole di maggio, stretto nella giacca di pelle che mi protegge dalla brezza teutonica, mi godo la passeggiata fino a Marienplatz. Qui, come da tradizione, mi soffermo ad ammirare il municipio e l’iconica torre dell’orologio, verificando se sia l’orario giusto per assistere alla marcetta del famoso carillon. Confortato dal fatto che quel mediocre spettacolino sia ben di là da venire (ma è vero che, se scatta, il visitatore si sente in obbligo di guardarlo), posso proseguire per l’agognato appuntamento: ore 18.55 davanti alla birreria Augustiner am Platzl.
Qui, con mani poggiate sui fianchi in una posa vagamente mussoliniana, scorgo l’imponente figura di Antonio che mi aspetta.
- Agne! - urlo.
Lui si volta, mi viene incontro ad ampie falcate, e, memore del fatto che è da più di un anno che gli dico che verrò a trovarlo e poi per un motivo o per l’altro rimando sempre, esclama: - E’ più facile inculare un gabbiano che incontrarsi con te!
E questi sono solo i convenevoli.
Come ho già avuto modo di anticiparvi, le nostre sortite in questo paradiso del luppolo seguono un rituale ben preciso: il primo passaggio è posizionarsi davanti al bancone alle ore 19.00 in punto, attendere che i solerti inservienti agghindati con i tipici lederhosen (e anche su questo, una nota sul sempliciotto popolo germanico: in tutta franchezza, ma che razza di vestiario è? Lo scemo del villaggio che diventa re?) vi sistemino in cima l’imponente botte in legno, per poi ammirare il capomastro dei baristi afferrare un grosso martello simil-medievale, sistemare il rubinetto in acciaio tra il martello e il fusto, e finalmente, con un gran colpo, infilare il rubinetto nel fusto al grido di “O’zapft is!” (che, più o meno, sta per “Che la festa abbia inizio!”). Dal fusto schizza fuori un beneagurante spruzzo di schiuma bianca e la birra può cominciare a riempire i boccali.
Davanti a quello spettacolo, nelle nostre teste e nelle nostre vene sale una pulsazione, comincia a risuonare una musica, un eccitante crescendo che potete assimilare all’incipit di archi di “Viva la Vida” dei Coldplay. Che bello essere esistiti in questi momenti.
Dopo aver reso omaggio al rito pagano dell’apertura del fusto, e aver afferrato il nostro boccale, Antonio ed io ci rechiamo al tavolo che abbiamo prenotato, poco distante dal bancone. Un importante consiglio per i più puntigliosi tra gli alcolisti che dovessero imbattersi in questo scritto: in questa birreria, la birra va degustata al pianterreno, appunto perché sgorga direttamente dal fusto-cornucopia; se prenotate al primo piano, transiterà invece da una spina, e quindi, prima di arrivare al vostro bicchiere e poi al vostro cavo orale, dovrà percorrere tubi ferrosi e subire iniezioni gassose che in parte ne corromperanno la genuinità e la dolcezza. E questo è ovviamente molto grave: un po’ come servire bruciata la miglior fiorentina del mondo, un po’ come avere una Ferrari e andare in seconda, insomma ci siamo capiti.
Antonio raccoglie i riccioli in una coda, afferra con fare risoluto il suo boccale gonfiando il bicipite tatuato, ne sugge un sorso imponente, lancia uno sguardo panoramico agli astanti e al loro vociare, si ferma su un tavolo di sole donne conciate pure loro alla moda della Baviera con il tipico dirndrl (la lavandaia che diventa regina?), e infine sentenzia: - A quel tavolo, gli inguini stanno sfrigolando come il bacon in padella.
Quale sia il fondamento di una simile certezza, non saprei dirvelo. E anzi, poiché mi parrebbe quasi inopportuno riferirvi l’intero successivo dialogo con questo Francesco Petrarca degli anni Duemila, preferisco ora sintetizzarvi le sue massime, secondo il seguente ordine: per ogni litro di birra da lui assunta, vi riporto il meglio, il suo Greatest Hits.
Primo Litro
“Guarda, secondo me il punto di vista del tuo libro è sbagliato: a me non interessa la scelta di Meryl Streep, a me interessa la scelta di Clint Eastwood, quel cretino che si è piantato lì sotto la pioggia ad aspettare una donna indecisa che lo ha pure trattato di merda. Tra stare bene e stare male ci metti lo stesso tempo, perché alla fine dipende da te. Quindi perché, una volta raggiunta una qualche maturità, non cerchiamo di evitare di infilarci in queste situazioni del cazzo? Se tutti i Clint Eastwood di questo mondo si svegliassero, avremmo molti più uomini sereni e molte meno donne indecise”.
Secondo Litro
“Ascolta questa perché è clamorosa. Tu sai chi è Danilo Restivo? E’ quel tipo che a Potenza ha ucciso Elisa Claps, poveretta. Questo qua era un tipo chiaramente disturbato, in città lo sapevano tutti, faceva un sacco di colpi da matto e aveva pure una montagna di indizi contro di lui per l’omicidio. Siccome sulle prime è riuscito a farla franca, ha pensato bene di lasciare Potenza e trasferirsi in Inghilterra per andare a vivere con una signora più grande di lui conosciuta online, una donna sola che cercava compagnia. Qualche tempo dopo, pure una vicina di casa dei due viene uccisa e quindi il cerchio comincia a restringersi attorno a Restivo. A questo punto, tra le altre cose, si scopre che questo matto aveva l’abitudine di tagliare ciocche di capelli alle sconosciute sugli autobus. Quindi la polizia inglese perquisisce la casa di Restivo e trova centinaia di ciocche di capelli tutte ben conservate in un cassetto. Allora chiedono alla sua compagna: ‘Mi scusi, ma lei cosa pensava di tutte queste ciocche? Non le sembrava un po’ strano?’ E lei: ‘Mah, forse sì, ma non gli ho mai chiesto niente. Io avevo bisogno di compagnia e non volevo che magari, se gli avessi chiesto qualcosa, si potesse arrabbiare e mi lasciasse’. Hai capito Albi? Hai capito bene? Questa, pur di non restare sola, si è tirata su un serial killer! Le donne hanno il terrore della solitudine, e invece la solitudine, se compresa e accettata, è anche libertà. Ma no, loro vogliono incastrarsi, vogliono sistemarsi, e il più delle volte si sistemano in situazioni di merda. E poi si lamentano: trovo tutti casi umani… No, mia cara, dì la verità: voglio tutti casi umani.
Terzo Litro
“Tutte le belle parole che ci hanno detto le donne che erano innamorate di noi e poi ci hanno lasciato, dove sono andate a finire? Esiste una discarica dei ti amo? E secondo te, poi, loro se lo chiedono? Se hanno fatto bene a lasciarci? Se è stata vera felicità? Secondo me no, secondo me fanno tutto a caso, in modo isterico, quasi sempre senza criterio. D’altronde stiamo parlando di una categoria che, quando gioca a tennis, caccia urla disperate ad ogni colpo: ti pare normale?”
Quarto Litro
“Quella cosa dell’ananas è vera. Che se mangi ananas, poi lo sperma è dolce. Intendiamoci: io non l’ho mai assaggiato, ma così mi hanno riferito”.
Sì, mi rendo conto che con il passare dei litri gli argomenti si siano un po’ deteriorati, ma questo è. E se quello che vi ho raccontato sin qui del mio amico Antonio detto Agneso vi è parso in buona misura disdicevole, aspettate il prosieguo.
Dopo il quarto litro, e dopo l’ennesimo passaggio in bagno (perché, quando si aprono le danze con il bagno durante una bevuta di birra, si scatena un vero e proprio can-can di avanti e indietro da quella toilette), Antonio ritorna al tavolo, si sistema dentro i pantaloni la sobria t-shirt nera degli AC-DC, afferra la giacca dalla sedia e decreta: - E’ ora di andare al taxi.
Io mi ridesto dal mondo ovattato in cui sto fluttuando grazie ai boccali assunti e, innocente, chiedo: - E dove si va?
- Lo vedrai.
A quel punto il mio sangue luppolato lascia che lo stordimento mi avvolga nel suo confortevole manto e quindi decido di non pormi più troppe domande, mi lascio trasportare dal taxi, da Antonio, dalla vita, sia quel che sia.
E, infine, dopo un discreto tragitto nella tarda serata bavarese verso la periferia più limitrofa al centro, scopro cos’è quel che è: ci troviamo innanzi ad un edificio squadrato, pure piuttosto anonimo se le sue facciate non fossero tinte di un rosso acceso e illuminate da fari egualmente rossi. Sopra l’ingresso campeggia una sfavillante insegna al neon, rossa anch’essa, con una scritta in corsivo: “Leierkasten”. A cercare la traduzione su Google, si rinviene un vocabolo innocuo, finanche simpatico: in italiano significa infatti “Organetto”. A Verona c’è persino una graziosa osteria che reca questo nomignolo, vicino alla Cattedrale di San Zeno. Ma, nel caso bavarese, le apparenze ingannano: questo buffo vezzeggiativo non si riferisce ad un’osteria, qui non servono cibo e nemmeno suonano fisarmoniche, altri sono gli strumenti che vengono suonati. Il Leierkasten, infatti, è un bordello. Fatto e finito.
Ci si avvede della destinazione d’uso dell’edificio dopo pochi minuti dall’ingresso: nell’ampia stanza al pianterreno sorge nell’avventore il primo serio sospetto, laddove una clientela composta al 100% da uomini di nazionalità varia ma accomunati dal non essere pienamente raccomandabili (e così ritengo dovremmo apparire pure Antonio ed io in questo momento dopo i quattro litri di birra assunti, pur concedendo generosamente un minuscolo beneficio del dubbio per me, ma escludendolo certamente per lui e la sua folta chioma riccia e scompigliata) osserva nella penombra, al ritmo di una musica assordante, alcuni pali da lap-dance su cui si contorcono affascinanti signorine assai poco vestite. Il sospetto diviene poi granitica certezza quando si sale un piano di scale e si giunge ad un lungo corridoio, ammantato, ovviamente, da ulteriori soffuse luci rosse (quella definizione di “locale a luci rosse” qui sembrano averla preso molto sul serio). Davanti alla porta di ciascuna camera che dà sul corridoio, staziona una parimenti affascinante signorina assai poco vestita, pronta ad accogliere l’avventore nella stanza medesima.
Ebbene, mentre nel deliquio che mi avvolge cerco di decifrare ed elaborare nel dettaglio il luogo in cui mi trovo, non faccio nemmeno in tempo a girarmi verso il mio amico per farmi aiutare nell’elaborazione - o meglio: mi giro, riesco ad abbozzare un “Agne, scusa, ma…” - che lui mi molla una vigorosa pacca sulla spalla alla moda di Antonino Cannavacciuolo, mi liquida con un “ci vediamo tra un po’”, sorride ad una cavallona pseudo-cubana di almeno un metro e settantacinque e dalle forme decisamente procaci, ed entra nella camera con lei.
Io invece me ne resto lì, solo nel corridoio di un bordello tedesco, con lo sguardo perso nel vuoto, ma con una strana serenità in corpo. Tutto sommato è un altro sguardo sul mondo, un mondo ben bizzarro, ne convengo, ma il naufragar m’è dolce in questo mare.
Accetto quindi la situazione ma convengo con me stesso di non essere, a differenza di Antonio, interessato ad usufruire delle prestazioni di una di queste operatrici sociosanitarie (non lo faccio per moralismo, lo faccio soprattutto perché, se ora mi sdraiassi sul letto, potrei addormentarmi con lei, ma non credo sia questo il programma in cartellone quando si accede ad una di quelle camere). Scendo quindi le scale, ritorno allo stanzone della lap-dance, ordino un gin tonic al barista tunisino che me lo serve in un bicchiere lungo e stretto, la classica truffa dei locali minori, mi siedo su un divanetto di fronte ad un palo, appoggio la testa allo schienale e mi lascio andare all’osservazione di questa bella ragazza bionda che balla. Mi interrogo su cosa possa fare nella vita di tutti i giorni: dove vada, che so, il martedì mattina, cosa guardi su Netflix e che tipo di spesa faccia al supermercato. Quante volte porti l’auto a lavare, quali sogni faccia la notte e se il mondo le sembri un bel posto. Se sia felice.
Quindi mi volto e scruto il mio vicino di divano, un tipo dal viso affilato e i capelli tinti di un nero pece, sui settant’anni. Gli do un colpo di gomito, lui si gira sorpreso e io gli chiedo secco, indicando la ragazza: - Secondo te è felice?
Glielo chiedo in italiano e quello, dopo un attimo di esitazione, mi risponde in italiano: - Secondo me no. Ma a volte è brutto anche essere felici, - risponde. E poi si rigira come nulla fosse, come avessimo parlato al parco una domenica mattina. Che poi forse, tecnicamente, il sabato sera ora è divenuto domenica mattina, ma insomma ci siamo capiti.
La sua risposta lascia ora perplesso me, devo pure dire che non mi convince molto, e quindi, del tutto inopinatamente e probabilmente a causa del gin pericolosamente mischiatosi alla birra, decido di provare a chiederlo direttamente alla ragazza. Appoggio il drink su un tavolino, mi alzo e avanzo deciso verso il palo.
Purtroppo, va da sé che una tale strampalata iniziativa venga stroncata dopo non più di tre passi e mezzo dalle nodose mani di un buttafuori dalla stazza di un orso bruno, il quale, invero con una certa gentilezza nonostante tale stazza, ma comunque con una dose di irrevocabile fermezza che non mi è difficile comprendere pur nell’ebbrezza alcolica, mi agguanta per le spalle e mi sospinge verso l’uscita, facendomi inequivocabile cenno che quello sia l’unico possibile sbocco della mia restante serata.
Ed è proprio nell’atrio che conduce all’uscita che, guarda caso, mi ricongiungo con Antonio, il quale, disteso in volto e beato nei modi, mi chiede cosa sia successo.
- Volevo solo chiederle se è felice, - rispondo io, ricollegandomi al filo di un discorso che lui non conosce, un po’ alla maniera di Max.
Ma lui, in qualche modo e a suo modo, a differenza di me con Max, sa sempre essere connesso. Memore delle origini friulane di suo nonno, ribatte senza indugio: - Che la vadi ben, che la vadi mal, sempre alegri e mai pasiòn. Viva là e po' bòn.
Non so dire se sia la risposta giusta, non sono nemmeno sicuro di averne compreso il senso, ma, se non altro a livello fonetico, mi sembra ci possa stare. Nel complesso, penso di poter andare a letto soddisfatto.
Sempre impettito in posa da Ventennio, il giorno successivo, nel sole freddo di una mattinata bavarese di fine maggio (il che potrebbe sembrare un ossimoro ma in Baviera funziona così), mi ritrovo Antonio fuori dall’hotel, che mi aspetta per fare colazione. A dispetto della serata precedente, lo trovo piuttosto pimpante.
- Oh, finalmente! - mi accoglie. - Sono venti minuti che ti aspetto!
Io, che così pimpante non sono, rispondo: - Scusa, sono rimasto tanto sotto la doccia.
A questa mia affermazione, scorgo in lui un velo di preoccupazione: - Ma poi ti farai la doccia anche stasera?
- Penso di sì, - ribatto perplesso.
- Ecco! Sbagli! Io mi faccio la doccia solo alla sera, - replica lui molto serio. - Non possono farmi due docce al giorno, mi rovinerei il pH.
- Scusa?
- Il pH della pelle. Se fai due docce al giorno rischi di comprometterlo.
Stavolta devo dirgli qualcosa, questa non posso farla passare così: - Cioè fammi capire: tu, che ieri sera hai bevuto quattro litri di birra in mezzo a una folla composta da tedeschi ubriachi e sudati e poi sei entrato nella stanza di un bordello alla periferia di Monaco assieme a una valchiria sudamericana, tutte attività che non possiamo certamente definire salutistiche e rispettose dell’igiene corporea, ebbene proprio tu ti preoccupi del fatto che il pH della pelle che potrebbe essere compromesso da due docce in un giorno? Tu, al giorno, dovresti fartene sei di docce!
Lui spazza l’aria con la mano in segno di sufficienza. - Dai va là, stupido, tu proprio non conosci l’importanza del pH. Andiamo a fare colazione qui di fronte, ché siamo nella patria del cappuccino.
Anche quest’ultima affermazione mi parrebbe degna di approfondimento, ma lascio correre. Ed è di fronte a questo cappuccino, devo però dire notevole, che Agne si fa per un attimo serio, fissa la schiuma che quasi trabocca dalla tazza, solleva il viso e mi spara un’altra delle sue massime: - Riguardo al tuo libro, riguardo a tutte le sofferenze e i dolori che ci vuoi mettere dentro, ricordati di non indugiarci troppo, non sfruculiare troppo sul dolore: non c’è più tempo per soffrire. Da giovani concediamo tanto tempo alla sofferenza, troppo tempo, ci rotoliamo nella sofferenza come maiali nel fango, ma ad un certo punto ci accorgiamo che è solo una perdita di tempo. O almeno, io me ne sono accorto. Quindi, se vuoi, questo scrivilo.
Poso la mia tazza, lo fisso in volto e sorrido. Ecco qua, caro Antonio detto Agneso, pazzo amico mio: l’ho scritto. Hai ragione.
sab
07
mar
2026
Torniamo per un attimo al padel. D’altronde, di questi tempi non possiamo proprio prescindervi: se in Silicon Valley “It’s all about AI”, in Italia “It’s all about PADEL”.
Vi ho già raccontato che pure io mi ci sono piegato e, devo dire, senza particolare sforzo. In primo luogo, come vi ho già detto, perché il bar del circolo che frequento, disperso nella zona industriale di un paesino della bassa veronese, serve una delle migliori Augustiner del Triveneto, e questo è un motivo per me più che sufficiente per trascorrere ore e ore tra i grigi capannoni di quella landa desolata (lo stesso padel, per lo più, si pratica all’interno di grigi capannoni). Vi dirò di più: quel dolce nettare, quando assunto ai tavoloni in legno situati all’esterno, all’ora del tramonto di un sabato, che so, di giugno, fa sì che lì, in Via della Tecnica a Povegliano Veronese, quando il sole cala placidamente tra quelle industriali e anonime costruzioni, distendendo tra i fabbricati il suo manto arancione, ebbene, pur trovandomi in codesta Via della Tecnica a Povegliano Veronese, io mi senta magicamente trasportato sul Sunset Boulevard di Los Angeles. E come avrete capito, anche senza le palme mi basta poco per essere felice: una buona birra e tanta tanta fantasia.
Compiuta questa ennesima premessa da alcolizzato-sognatore, ribadisco l’altro elemento che ultimamente ha reso così interessante questo sport: la promiscuità. Il doppio misto uomo-donna ha dato il là a frequentazioni, matrimoni, filiazioni, scappatelle, tradimenti, inciuci delle più varie forme e colori. In molti circoli, il padel è divenuto poco più di una scusa per organizzare feste, grigliate, bevute. Gli adulti che, data l’età, non se la sentono più di andare in discoteca per provarci con chiunque, hanno virato sul padel, un modo più salutare di tradirsi.
Io ho amici accoppiati che, quando andiamo in qualche locale, cercano in modo spasmodico di posizionarsi vicino a qualche ragazza, più o meno bella, al fine di scrutarla avidamente con un interesse che si attesta a metà tra quello di un veterinario e quello di Pietro Pacciani, ma poi, colti in flagrante dal gruppo, si lavano la coscienza sgranando occhi da cerbiatto e coinvolgendomi inopinatamente nel misfatto: “Guarda che lo sto facendo per te, sto lavorando per te!”. Come no: se questa ti chiedesse anche solamente che ore sono, le intesteresti il garage. E poi, non si sente proprio il bisogno del soccorso di questi entomologi serial killer, poiché il loro giudizio è compromesso dall’astinenza: sarebbe come andare al ristorante in compagnia e far scegliere il menù da uno che è a digiuno da quattro mesi: come minimo si finirà a mangiare cozze, biscotti e rane.
Dunque, ritornando al padel, questi cripto-repressi non hanno bisogno di accampare banali scuse di non richiesto supporto ad amici single più equilibrati di loro, bensì possono limitarsi ad organizzare un doppio misto all’apparenza innocente e la pratica sportiva sdoganerà i loro istinti. Il padel è divenuto, a tutti gli effetti, il cimitero delle coppie fragili e quindi, in conclusione, se il vostro partner dovesse iniziare a frequentare assiduamente un circolo di padel senza di voi, cominciate a preoccuparvi.
E’ proprio ad uno di questi baccanali che mi sto dirigendo questa mattina: è il giorno di Pasquetta e, da qualche anno, ho sostituito la tipica scampagnata con una giornata a giocare e a sfondarmi di birra (lascio a voi quantificare una stima presuntiva della proporzione tra le due attività). E’ comunque un passatempo più salutistico della classica gita di Pasquetta, a cui tutti noi veronesi ci sentiamo annualmente obbligati e durante la quale ci si riempie di pietanze in modo sconclusionato, introitando di tutto senza metodo alcuno, dalle costine grigliate alle uova intere, fino alle immancabili torte salate preparate dalla fidanzata di un amico che è alle prime armi come cuoca e infligge ai convenuti il suo friabile tentativo: quando afferri una fetta, una metà si spezza e ti cade subito sulle scarpe, un quarto ti cade sulla maglietta, il restante quarto riesci a introdurlo in bocca per scoprire che è crudo. Per poi, pieni di cibo, mezzi abbioccati, sicuramente annoiati, cimentarsi in una sgangherata partita di calcio su un terreno sconnesso, nel corso della quale i malleoli si fratturano come cracker.
Almeno la mia giornata sarà più lineare: padel, birra. Fine.
Non vi annoio sulla mia performance sul terreno di gioco, del tutto trascurabile, né su come funziona una partita di padel, ché potete pure leggerlo su Wikipedia o chiederlo al corniciao del mio quartiere. Piuttosto, voglio descrivervi in diretta ciò a cui sto assistendo in questo momento, dopo aver giocato. E’ solo un micro-momento, probabilmente trascurabile per i più, ma che, come un piccolo bozzetto impressionista, di quelli piazzati un po’ in disparte negli angoli dei musei, ben può descrivere una di quelle situazioni che voglio trattare nel mio libro.
Ho finito di giocare, mi sono fatto la doccia e ora sono seduto sulla mia bella panca di legno, la schiena appoggiata al muro del capannone e un leggero sole che mi riscalda il viso. Mi è appena arrivata la birra, spinata in un boccale ghiacciato. e quindi, al primo sorso, mi sento come Adamo prima di tutti quei casini con Eva e con la mela (dovrei forse trattare anche questo nel libro? La prima coppia della storia del mondo a saltare? Per colpa di lei e non di lui? Vedremo).
Mentre sorseggio la birra e mi trastullo di pensieri, mi cade lo sguardo su una coppia seduta ad un tavolo davanti al mio: ho visto più volte lei, è molto brava a giocare, quando tira uno smash le escono dalla racchetta certi frigoriferi che crepano le pareti di fondo. Ha un viso molto bello, lineamenti vagamenti orientali, lunghi capelli castani che arrivano fin sotto le spalle e un fisico da sportiva. Possiamo insomma dire che mi piace? Certamente sì, ma ogni volta che ho chiesto notizie su di lei, tutti mi hanno sempre stoppato rispondendo che è sposata. Pacta sunt servanda: io sono uno che rispetta i contratti, anche quelli altrui, e quindi sono sempre rimasto sulle mie. Lui invece non l’ho mai visto, un biondino anonimo, quello che so per certo è che non è suo marito. Anche loro hanno appena finito di giocare e ora stanno bevendo.
Ed ecco il micro-momento: lui fa scivolare il braccio lungo la schiena di lei, fino a cingerle un fianco con una certa dolcezza; lei ricambia intrecciando la sua mano a quella dell’uomo. Le due mani congiunte, entrambe munite di fede all’anulare sinistro, si carezzano delicatamente. Il tutto alla luce del sole, letteralmente. Chiunque li può vedere, non solo uno stronzo guardone come me.
Cosa vorrà dirvi dunque il vostro aspirante Monet, nello sbozzarvi questo piccolo quadro? Solo un decalogo di dubbi in libertà che quella visione mi provoca e che provo testé ad elencarvi:
1) Quanto conosciamo realmente delle vite degli altri?
2) Qual è il momento in cui un matrimonio si rompe?
3) Quante piccole crepe portano alla frana?
4) Qual è l'istante preciso in cui una persona sposata decide di tradire?
5) Quanto senso di colpa c’è nel farlo?
6) Quali giustificazioni ci diamo per non avvertire quel senso di colpa?
7) Quelle mani intrecciate sono la felicità fuggiasca di un momento o potranno diventare la vita intera?
8) Qualcuno dei due, ad un certo punto, deciderà di lasciare l’altro da solo sotto la pioggia?
9) Fino a dove siamo disposti a spingerci pur di essere felici?
10) Quanto è buona l’Augustiner?
Non credo che questa minuta tela verrà mai esposta al Museo d’Orsay, ma, quando volete, ci vediamo e ne parliamo. Davanti a una birra, ovviamente.
mer
25
feb
2026
Un paio d’anni fa ho deciso di cambiare vita, lavorativamente parlando. Da socio di uno studio legale del centro di Verona - sicuramente un buon lavoro, che certamente non rinnego ma nemmeno rimpiango - ad un certo punto mi sono reso conto che le mie giornate si ripetevano uguali, senza guizzi, e a quarant’anni ero già sdraiato su un lungo scivolo che, pian piano, mi avrebbe portato (forse) alla tiepida piscina della pensione. Una duratura discesa condita da stress e da redditi discutibili. Mi si prospettava una stasi di circa trent’anni: non che io sia un ipercinetico, mi piace molto sostare sul mio divano come già ben sapete pure voi miei impavidi lettori, ma sostarci per trent’anni di fila pareva un tantinello troppo pure per me. Aggiungiamoci poi che, con il passare del tempo, io che mi sono sempre considerato un avvocato processualista, nel senso che trovavo la mia massima espressione lavorativa nella causa in tribunale, sono arrivato a considerare che causa e tribunale siano modalità del tutto fruste e obsolete di risolvere le controversie, oltre che molto spesso inefficaci, ancorché talvolta ancora necessarie. Quando sento qualcuno minacciare il più cinematografico dei “ti faccio causa!”, mi viene da sorridere. Siccome, però, quel qualcuno, a causa della mia professione, dovevo essere io, ad un bel momento mi sono stufato, tutto quel carrozzone non era più il mio.
Dunque, pur continuando a collaborare con il mio studio (perché, in fin dei conti, il primo amore non si scorda mai: vero Giulia?), sono diventato il legale interno di una società di consulenza che spazia dal mondo bancario e assicurativo, all’ambito dell’innovazione e delle startup, fino allo sport e alla cultura. Pochissimo tribunale, quasi tutta consulenza stragiudiziale, attività manageriali e di gestione e, soprattutto, ogni giorno qualcosa di diverso di cui occuparmi. Se non la ricetta per la felicità (ché si tratta pur sempre di lavoro e io non rientro tra quelli che dicono che senza lavoro sarebbero persi: io starei volentieri spaparanzato per mesi interi sulle spiagge di Honolulu e gli altri mesi li dedicherei interamente a scrivere queste amenità), quantomeno la ricetta per non diventare anziani a quarant’anni.
Questo preambolo lo faccio mentre mi accingo a salire sulla scaletta di un aereo della Lufthansa che, da Francoforte, mi porterà a San Francisco per questo nuovo lavoro. Tra poco vi racconterò cosa ci andrò a fare, ma posso già decretare che, nella mia precedente vita lavorativa, un viaggio del genere non sarebbe stato mai neanche astrattamente concepibile, il massimo dell’escursione ipotizzabile era per l’udienza alla Corte d’Appello di Venezia, con annesso ottimo giro dei bàcari, questo lo devo riconoscere, o al Tribunale di Milano, ché proferire la frase “ho un’udienza a Milano” ha sempre conferito una certa aura di autorevolezza professionale.
Su questa scaletta, penso anche (capite perché scrivo libri, se penso a tutte queste cose nel breve e ventoso tratto d’una scaletta d’aereo?) al convegno organizzato in memoria di un professore della mia università, a cui ho partecipato ieri. Un breve inciso, giusto perché non crediate che io sia quel tipo di persona estremamente noiosa che passa il proprio tempo libero partecipando a convegni: noi avvocati siamo letteralmente costretti a partecipare ad un tot di convegni all’anno come obbligo formativo. Io, se ho del tempo libero, lo impiego bevendo birra, amici miei.
Ebbene, costui era un professore molto stimato, un vero e proprio maestro, un'istituzione a Verona, con un piccolo problema verso di me: alla mia laurea, nonostante la buona media ed il completamento degli esami in corso (cosa che eravamo riusciti a fare in tre su quattrocento), da controrelatore mi negò la lode e il mio voto di laurea fu quindi centodieci senza lode, una specie di coitus interruptus. Forse in quei venti minuti non ci eravamo presi, forse c'entrava una di quelle strane elucubrazioni che maturano esclusivamente nei corridoi delle università, nelle torri d’avorio del sapere accademico, chi lo sa. Ciononostante, al convegno l'ho applaudito e, pensando al viaggio del giorno successivo, ho sorriso con indulgenza al me di allora così inquieto, che se l'era presa: quante carezze, i noi di adesso, dovrebbero dare ai noi di allora.
Quello che ho pensato ieri durante il convegno e che mi torna in mente sulla scaletta di questo aereo battente bandiera germanica, è che bisogna applaudire anche chi non ci ha trattati bene, sorridendo e facendo un inchino. Perché alla fine, come dicono in quel caposaldo del cinema che è “Jurassic Park”, la vita vince sempre.
Contro ogni pronostico di qualche anno fa, eccomi pertanto diretto in California, anche se tra me e il Far West si frappongono undici ore di viaggio. Ho sempre sofferto i lunghi voli aerei per due motivi: 1) le mie lunghe leve sono sacrificate in quegli angusti anfratti dedicati alle sedute: provo tutte le combinazioni possibili come in una partita di Tetris lunga mezza giornata, ma non vinco mai. Vincerò solo quando potrò permettermi la Business Class, ma siamo ben lungi dal farcela; 2) su undici ore, riesco a dormire al massimo trentasette minuti. Non so se dipenda dal fatto che, di fondo, resto sempre una persona inquieta, o se dal fatto che non si può tecnicamente dormire restando seduti come ad una scrivania, fatto sta che, durante quelle lunghe ore, devo sempre farmela passare. Per questo invidio quei passeggeri che si siedono, chiudono gli occhi al decollo, li riaprono all’atterraggio, recuperano il bagaglio dalle cappelliere (che non contengono cappelli, questo va detto a difesa dell’italiano) e se ne vanno con passo leggero, come avessero fatto tre fermate di tram. Per me, che invece all’arrivo ho sviluppato sei etti di occhiaie e sono fresco come dopo un rapimento di sei mesi sull’Aspromonte, queste persone sono dei supereroi. Se mi venisse chiesto di scegliere un superpotere, giuro che sarei in difficoltà tra il teletrasporto, l’invisibilità e il dormire in aereo. Anche se il teletrasporto, a ben vedere, assorbirebbe il problema.
A conferma di questi convincimenti, ecco che vicino a me siede il signor Michael (lo deduco dall’etichetta incollata sulle grandi cuffie da elicotterista che gli coprono le orecchie; chissà perché poi ha marchiato le cuffie col suo nome, trovo difficile che possa smarrire un simile strafanto), un corpulento tedesco calzante Birkenstock Boston con il pelo (che banalità e che bruttezza, ma almeno lui è tedesco, è in qualche modo giustificato ad indossare quell’obbrobrio), il quale, ancor prima del decollo, sta già guardando un film dal cellulare. Ebbene, adesso faccio un flash-forward per non tediarvi, e vi comunico che Michael, per undici ore filate, ha guardato un film dopo l’altro dal suo smartphone, evitando il più oculisticamente confortevole schermo assegnato al suo sedile (evidentemente sul telefono aveva una filmografia selezionata appositamente per lui da Martin Scorsese in persona). E, soprattutto, non si è MAI alzato. Scusate la grettezza grafica del maiuscolo, ma mi sembrava doveroso segnalarlo: è rimasto seduto per undici ore. Quindi, in questo caso, possiamo pure dire che Michael, di superpoteri, ne ha ben due: un’infinita pazienza e la vescica di uranio.
Per parte mia, dopo aver visto tre film, assunto molte pietanze al sentore di curry (e chissà perché chi compone i menù sugli aerei ha sempre questa predilezione per il curry) ed essermi alzato cinque volte sotto lo sguardo indagatore del buon Michael, evidentemente deluso dalla mia vescica, sono atterrato a San Francisco.
Il primo impatto con questa città è sempre lo stesso: c’è freddo. Ora è inizio dicembre, ma se fosse giugno sarebbe uguale. I locali sono soliti affermare che, a San Francisco, si vivono ogni giorno tutte le quattro stagioni, ma, per quel che mi riguarda, la principale stagione che ricorre è l’inverno. Uno pensa di venire in California e trovare caldo per definizione: ebbene, proprio per niente. Anche se arrivi d’estate, con i tuoi bermuda, la tua camicia a fiori, la voglia di surf e Margarita, è meglio che in valigia metti altri sei o sette strati di indumenti se non vuoi ammalarti dopo cinque minuti.
L’altro elemento che balza all’occhio è che, indubbiamente, l’innovazione e il futuro passano da qua: in molte parti della città campeggiano enormi cartelli che inneggiano all’intelligenza artificiale proclamando “It’s all about AI”, mentre in Italia, come ci insegna Federica, al momento consultiamo ChatGPT al più per chiedere le motivazioni di un matrimonio. Oppure balzano subito all’occhio i taxi Waymo, che circolano senza conducente: questi veicoli provocano anche una certa inquietudine, perché mostrano plasticamente come l’uomo cominci ad essere inutile, se non addirittura inferiore (gli autisti anziani col cappello sono comunque destinati ad estinguersi per questioni biologiche, ma quel pilota automatico guida anche molto meglio di me, per dire).
Ed eccomi al motivo del viaggio: la società per cui lavoro ha aperto una succursale in Silicon Valley, che si occupa di fare scouting delle migliori startup italiane per poi aiutarle a entrare nel mercato americano. Il nostro Master&Commander in loco è Massimiliano, detto Max alla moda di Pezzali, e mi interessa parlarvene, ai fini del mio reportage, per il rapporto con Chiara, la sua compagna. Loro due rappresentano l’epitome di un grande e assai dibattuto classico dei rapporti sentimentali complessi: la relazione a distanza.
Sono arrivato nel primo pomeriggio di domenica, Max lo incontrerò domani e dunque, con il viso crepato e di un beige tenue a causa del viaggio, devo pure non cedere al fuso orario e resistere alla tentazione di andare a letto alle due del pomeriggio per poi risvegliarmi alle sette freschissimo e impossibilitato a dormire prima delle cinque di mattina. Arrivo pertanto in hotel, mollo le valigie e mi dirigo senza esitazioni verso uno dei luoghi che considero tra i più suggestivi della città.
Se pensiamo a San Francisco, la prima cosa che ci viene in mente è senz’altro il Golden Gate. Tuttavia, una volta arrivati in città, ci si rende conto di un fatto piuttosto singolare, ovvero che, nonostante la sua imponenza, non sia così semplice scorgerlo, a causa dell’altro tipico fenomeno atmosferico della baia: la nebbia. E’ infatti molto frequente che, per lunghi tratti della mattinata, o d’improvviso durante il corso della giornata, salga dall’oceano un manto farinoso che avvolge tutto: uomini, palazzi e ponti, pure quelli imponenti. Quindi, a meno di non percorrerla, quando sale la nebbia non si trovano punti panoramici da cui ammirare l’iconica struttura arancione. In quel caso, l’unico modo per essere sicuri di poterla osservare in tutte la sue dimensioni, è recarvisi esattamente sotto. Era stato proprio Max, che oramai vive a San Francisco da oltre due anni, a segnalarmi quella possibilità. Una breve precisazione su di lui: Max è una persona che possiamo incasellare in quel noto tipo umano creato da Tom Wolfe, oramai piuttosto abusato ma in relazione al mio collega comunque ancora ficcante: il radical-chic. In estrema sintesi: negli Stati Uniti lui non mangia hamburger, non beve birra, non va a vedere i Golden State Warriors al Chase Center e non guarda blockbuster i cui protagonisti sono un gruppo di dinosauri feroci; lui mangia salmone, beve vino rosso, frequenta il SFMoMa (il MoMa di San Francisco) e guarda film di Hitchcock. Ed è proprio grazie ad un film di Hitchcock, “La donna che visse due volte”, che mi ha condotto in quel luogo per la prima volta, perché vi si svolge una famosa scena in cui Kim Novak si lancia nelle acque gelide della baia nel tentativo di suicidarsi, ma viene poi salvata dal temerario e provvidenziale arrivo di James Stewart.
In quello stesso luogo, sul lato sud del Golden Gate, sorge anche Fort Point, un forte in muratura costruito alla metà dell’Ottocento per proteggere l’insenatura e la città dagli attacchi delle navi nemiche. Quando poi, nel 1937, è stato inaugurato il Golden Gate, Fort Point si è trovato ad essere, senza averlo minimamente preventivato, il privilegiato punto di osservazione di una delle costruzioni più famose al mondo.
L’accesso al forte è libero e, superati i vari pannelli che ne raccontano la storia e fotografati i cannoni ancora presenti che la confermano, si può arrivare alla sua sommità, che lambisce il ponte. Qui, anche se avvolto nella nebbia, lo si può vedere bene, quasi toccare.
E’ lì, quindi, che mi reco appena arrivato e, sulla cima del forte, alzo il cappuccio della giacca per proteggermi dal vento teso e avanzo nella nebbia verso uno dei pilastri del Golden Gate. Il pensiero che mi sovviene in questo luogo così suggestivo è che, ogni tanto, bisogna proprio muovere il culo e andare a vedere le cose, andarci sotto, a toccarle con mano, anche se questo ci può creare disagio, anche se comporta alzarsi da quel divano e fare un viaggio di dodici ore gomito a gomito con un grasso tedesco dalla vescica bionica. Bisogna cambiare aria, uscire dal piccolo mondo che ci siamo costruiti: io non sono contro la tanto vituperata comfort zone, ma penso che non vada assolutizzata. Bisogna lasciarsi graffiare da questo vento della baia e avvolgere da questa nebbia per poi emergere di fronte a tanta imponenza. Bisogna avere il coraggio del distacco e lo stupore della scoperta. Bisogna imparare a vedere le cose con occhi diversi, altrimenti rischiamo di invecchiare troppo presto, appassiti a causa di un lavoro monotono o imbullonati al bancone di un bar di provincia. E ve lo dice uno che beve molto.
Sul video del computer campeggia una sneaker di dubbio gusto. Anzi, nessun dubbio: è orrenda. Una sorta di simil-Hogan femminile con la suola correttiva e gli strappi al posto dei lacci.
Max mi indica lo schermo a mano aperta: - Ma ti pare possibile?
Avvinto nel suo immancabile dolcevita nero (penso ne possieda quindici o sedici, è il suo costume da Gran Ciambellano dell’Innovazione, a metà tra Steve Jobs e un mimo francese), si sistema gli occhiali come per osservare meglio, ma, quello che vede, nuovamente non lo convince affatto: - Cioè questi vorrebbero fare lo Zalando dei capi orrendi? E’ questa la novità che vorrebbero applicare a un’idea già trita e ritrita? La bassissima qualità?
Non posso che annuire. In questi mesi passati a lavorare con Massimiliano, siamo venuti in contatto con numerose startup e, nel gruppone, insieme a imprenditori brillanti, abbiamo avuto modo di conoscere un elevato numero di veri e propri scappati di casa: oltre a questi che vorrebbero sfondare vendendo online sneakers con la zeppa a donne con poco amor proprio, abbiamo incontrato altri casi umani, come quello che voleva impiantare una produzione di gin artigianale e ce lo spiegava parlandoci in macchina da un parcheggio della Costiera Amalfitana perché aveva (giustamente) paura che nel suo attuale luogo di lavoro lo prendessero per matto, d’altronde del suo gin aveva solo il nome (“Amalfin”) e nient’altro e pensava bastasse questo, un nome a suo dire geniale e rivoluzionario, per farlo diventare milionario, ma non aveva neanche il garage di Bill Gates, solo un automobile in un parcheggio; quella ragazza che sosteneva di avere “inventato” una app che organizza viaggi, più o meno come ottantacinque o ottantasei app già esistenti; quello che voleva farsi finanziare un film western metropolitano ambientato a Rovigo o quell’altro che voleva portare la squadra di calcio del Capri in Champions League tramite un crowdfunding, al solo motto di “perché Capri è bella”.
- A me sembra una scarpa ortopedica, - è l’unico commento che riesco a fare.
Max sbuffa e si alza. - Dai, meglio lasciar perdere. Vuoi un caffè?
Annuisco e questo lo induce a dirigersi alla macchina per l’espresso situata in un angolo di questo spazio di coworking nel Financial District di San Francisco, dove abbiamo il nostro ufficio. Si trova in Sansome Street, non distante dal Transamerica Pyramid, il grattacielo dall’originale forma slanciata verso l’alto. L’ufficio si trova all’interno di un’architettura industriale che fa molto Silicon Valley, come molto Silicon Valley fa pure lo stesso Max, con i suoi dolcevita, gli occhiali dalla montatura nera e spessa, i lunghi capelli raccolti in una coda e tutti i possibili accessori della Apple a portata di mano.
Un po’ come per la selezione dei progetti imprenditoriali di cui ho raccontato poco fa, ho capito in questi mesi che in generale la stessa Silicon Valley, la tanto rinomata Silicon Valley, oltre ad essere effettivamente la culla mondiale dell’innovazione, offre parimenti rifugio ad una bella quantità di cialtroni patentati. In questo spazio di lavoro, in cui adesso Max mi sta preparando un espresso macinando i chicchi di caffè (tipica attività radicalchicchissima da Max), organizziamo eventi per presentare le startup più promettenti a potenziali investitori. Questi ultimi cerchiamo di selezionarli nel modo più accurato possibile, ma non manca mai l’errore di valutazione che ci porta ad invitare eccentrici figuri che, con la scusa di essere parte del network della Silicon Valley, altro non vengono a fare se non a prendere d’assalto il buffet al termine dell’incontro con determinata ferocia. Nemmeno in Italia, nemmeno ai buffet che seguono le presentazioni dei libri (che sono il tipico evento in cui il 76% dell’uditorio viene solo per il buffet, ed anzi ecco il mio consiglio: se desiderate un pubblico folto alla presentazione del vostro libro, inserite sempre nell’invito la magica frase Segue Buffet, la locuzione che spalanca le porte a quelle folti folle che paiono non assumere cibo dal 1971), ho visto gente riempirsi il piatto come ai buffet di San Francisco. In un’occasione, un ragazzo me lo ha proprio confessato in modo chiaro: prima, con il tipico approccio finanche forzatamente friendly che vige da queste parti, si è messo a fissarmi con un mezzo ghigno, attendendo che lo salutassi e mi presentassi. In Italia, uno così lo scambieremmo per un mezzo maniaco, mentre in Silicon Valley potrebbe essere, alternativamente, il prossimo Jeff Bezos oppure un emerito cretino. Purtroppo questo ragazzo, che indossava un cappellino dei San Francisco Giants girato all’indietro, una t-shirt con un fulmine stampato al centro del petto e i jeans gravemente strappati sulle ginocchia, pendeva spiccatamente verso la seconda ipotesi. Dunque l’ho salutato, mi sono presentato e gli ho spiegato il mio lavoro, come richiede il protocollo della Valley; lui si è presentato a sua volta, mi ha detto che il suo lavoro è reperire speaker per eventi come quello a cui stavamo partecipando e poi, candidamente, indicando con il mento il piatto che egli sorreggeva con un po’ di fatica a causa della torre di pizzette e tramezzini alta non meno di ventidue centimetri che vi si ergeva sopra sghemba e pericolante, ha dichiarato qualcosa del tipo: “E’ bellissimo venire a questi eventi: si conoscono persone interessanti e si mangia gratis”. Che sia questa, in fondo, l’essenza della Silicon Valley? Instaurare relazioni stimolanti mentre ci si ingozza di pizzette? Chi lo sa. Con quel ragazzo ci siamo scambiati i contatti su Linkedin, lui se n’è andato con le guance piene di cibo come uno scoiattolo pronto ad entrare in letargo e non ci siamo mai più sentiti.
Max ritorna con i caffè e ci prendiamo una pausa dal lavoro. Gli avevo già accennato del mio libro e dopo andremo a cena insieme a Chiara, la sua compagna, per approfondire le nostre essenziali tematiche.
- Dovresti scrivere un capitolo sulle tartarughe Caretta Caretta, - dice lui improvvisamente, lasciandomi un po’ interdetto. E’ un'altra delle caratteristiche del mio collega: tirar fuori dal nulla concetti astrusi, appesi ad un filo logico il cui bandolo, però, è solo nella sua mente.
- Cioè?
Soffia serioso sul suo caffè macinato, ricordandomi la ieraticità dei gesti di Giselle all’hotel di Nizza: dovrebbero essere assoldati entrambi in quel film di Sergio Leone, sarebbero uno spettacolo: dodici minuti di una scena senza dialoghi in cui viene preparato un uovo e bevuto un caffè. Quindi prosegue: - Ho visto un documentario su queste tartarughe Caretta Caretta, che fanno lunghissime traversate nel profondo degli oceani, convinte, imperterrite, tenaci. Solamente ogni tanto sentono il bisogno di risalire in superficie a prendere una boccata d’aria, per poi riprendere il loro viaggio.
Attendo che mi mostri il suo bandolo mentale, ma siccome lui tende a darlo per scontato, lasciando l’interlocutore completamente spaesato, mi tocca esplicitare la domanda: - E quindi? Cosa c’entra con il mio libro?
E Max, come al solito fa in questa tarantella degli equivoci, si meraviglia del fatto che l’interlocutore attonito non abbia compreso il senso del suo ragionamento: - Ma come? Tutti, durante una relazione, hanno bisogno di risalire in superficie a prendere una boccata d’aria, come fanno le tartarughe Caretta Caretta.
- Allora: innanzitutto smettila di ripetere le parole caretta caretta con quell’aria da Licia Colò, - ribatto. - Vuoi dire che ogni tanto è comprensibile il tradimento? La sbandata?
- Sì, ma voglio anche dire che poi la tartaruga ritorna a traversare l’oceano. Sale, respira, torna giù. Un po’ come ha fatto Meryl Streep nel tuo film. Tutto normale, niente di strano, è la natura.
Rifletto su questo suo punto di vista. - Tu potevi respirare tutte le boccate d’aria che volevi, la tua ragazza stava dall’altra parte del mondo, eppure l’hai voluta qui. Non hai mai sentito il bisogno di salire in superficie.
Pure lui riflette su quello che ho detto io, poi decide di tagliare corto e di tranciare quel bandolo: - Hai ragione, fanculo le tartarughe Caretta Caretta, io sono una cazzo di cernia. Dove andiamo a cena?
Eccoci dunque al nostro secondo ufficio: il ristorante Mona Lisa su Columbus Avenue, a North Beach, non distante da Sansome Street. E’ una zona molto viva di San Francisco, puntellata di ristoranti italiani e locali fighetti. Columbus Avenue ne è l’arteria principale, la taglia in salita e culmina con la Coit Tower, la torretta smozzicata posta in altura che si vede spesso nella raffigurazione dello skyline di San Francisco.
Magari vi starete chiedendo: perché un ristorante italiano? Sei quel tipo di viaggiatore che cerca i ristoranti italiani in ogni posto in cui viaggia? A dir la verità no, ma dovendo venire frequentemente da queste parti, mi piace avere un punto di riferimento che faccia sentire me, e soprattutto il mio stomaco, a casa. Considerando che in hotel, a colazione, la scelta è limitata esclusivamente ad una omelette al prosciutto e formaggio che fornisce lo stesso apporto calorico necessario a scalare il Nanga Parbat a gennaio o ad un piatto di pancake grandi come pizze, il tutto innaffiato da un brodo nero solo convenzionalmente denominato caffè ma che di caffè ha ben poco e ha ben più dell’olio motore di una vecchia Punto, quando mi è possibile conduco le mie stressate interiora nel porto sicuro di un ristorante italiano, ma italiano vero, con camerieri e cuochi nostrani e grandi foto alle pareti raffiguranti Rino Gattuso abbracciato al proprietario del locale: se ci ha mangiato Rino, che ha pure vinto la Coppa del Mondo, potrò mangiarci anch’io, no? E poi questo posto mette d’accordo sia me che Max: lui può ordinare il suo salmone e bere il suo vino rosso, io posso lanciarmi sugli spaghetti with meatballs, assecondando la tamarra propensione degli Stati Uniti all’eccesso, che in fondo a me piace. Se Max è chic, io sono pop.
Il cameriere, agghindato con un’enorme cravatta su cui è stampata la Gioconda, ci ha appena servito un fiaschetto di Chianti, quand’ecco che fa il suo ingresso nel locale Chiara, la compagna di Massimiliano. E’ ancora vestita da lavoro, con maglione a girocollo nero, pantaloni larghi neri e mocassini neri. Vicino a Max, al suo dolcevita e alla spessa montatura dei suoi occhiali, ugualmente neri, mi vien da pensare che questi due odino gli arcobaleni. Ma a contrastare quelle tinte fosche, almeno in Chiara, ci sono i corti e brillanti capelli biondi, anche se forse il termine più corretto da usare è gialli, al limite del bianco.
- Bentornato Albi, - mi accoglie. - Com’è andato il viaggio?
- Il solito sbattimento. Ma ho scoperto che si può resistere undici ore senza mai andare in bagno, approfondirò con il mio urologo.
Chiara sorride e si versa del vino. La sintesi della situazione è questa: quando Massimiliano è venuto a lavorare qui, per un anno la relazione è continuata a distanza, dopo di che Chiara è riuscita a trovare un posto da commessa a San Francisco in un negozio di Luis Vitton, la stessa griffe per cui lavorava pure in Italia, e dunque eccoci qui.
Il cameriere ritorna a prendere le ordinazioni, facciamo un brindisi a tre e infine irrompe Max: - Basta con le cazzate, parlale del tuo libro.
Lei mi osserva incuriosita e quindi le riassumo le mie idee: Meryl, Clint, le relazioni complicate e tutto il resto. Poi concludo: - E voi due siete l’esempio della relazione a distanza. O meglio: voi la sconfessate, la possibilità della relazione a distanza.
- Beh, dipende dalla distanza, - ribatte Chiara.
- Cento chilometri o novemila? - le fa eco Max.
- No, certo, - convengo io. - Penso sia impossibile continuare una relazione così lontani. Bisognerebbe almeno riuscire a non alzarsi mai per andare a pisciare durante il volo, così sembrerebbe più breve. Però ricordo bene - proseguo - che la prima volta che siamo venuti qui insieme, quando ancora non ti eri trasferito negli Stati Uniti e convivevate in Italia, tu mi hai detto che distaccarti anche solo per qualche giorno da Chiara ti faceva proprio male.
Lei si scioglie lusingata e lancia una carezza sulla guancia di Max. Ma io devo proseguire nell’arringa:
- Ebbene, adesso vi espongo un punto di vista differente, signori miei. Provo a fare l’avvocato. Con i tempi e le distanze giuste, forse la relazione a distanza è una delle tipologie migliori di relazione: perché si vivono singoli momenti di felicità e ognuno di questi momenti ha il suo valore. E poi si vedono continuamente posti nuovi, quelli dell’altra persona. Oppure con occhi nuovi, sempre quelli dell’altra persona, si vedono i propri posti. A stare insieme ventiquattrore su ventiquattro si rischia di creare un polpettone in cui si perde tutto questo.
- E dunque, - replica Max - non siamo lontani dalla mia teoria delle tartarughe Caretta Caretta…
- Scusa? - interviene Chiara.
- Lascia perdere amore, una delle mie similitudini…
- Del cazzo, - chioso.
- Va be’, del cazzo o no, comunque, a parte le tartarughe, il tutto sta nello stabilire cosa faccia star bene una persona. A me il polpettone, come lo chiami tu, piace. Io voglio stare ventiquattrore su ventiquattro con lei.
- Adesso basta con tutte queste effusioni, - sogghigna Chiara. - Comunque sono d’accordo con Max, il polpettone è la vera relazione. Quella che descrivi tu, in fin dei conti, non è una vera relazione. Al massimo è una delle tue meatballs, ma non è il polpettone.
Apprezzo molto la metafora gastronomica, però li scruto entrambi. - Ma cosa rende appagante una relazione? Più che l’amore, concetto piuttosto astratto, non è forse la felicità? La felicità pura e cristallina di stare con quella persona? E’ difficile che la felicità possa esserci ventiquattrore al giorno. Se invece non ci vediamo sempre, tutte le volte che ci vediamo possiamo essere felici. E poi, scusate, vogliamo decretare che, con una popolazione mondiale di otto miliardi di persone, dobbiamo concentrarci solo su quelle della nostra città o del nostro paesello? Uno nato a Tregnago deve scegliere solo tra i suoi concittadini? E chi lo sa che la sua anima gemella non viva, magari, a Martignacco? O a San Vito Lo Capo?
Mentre espongo i teoremi del Fezzi arrivano i piatti, e, dopo aver ammirato quelle graziose polpette, proseguo: - Io ho un amico. Si è sposato giovane, convinto che quella fosse la sua strada, ma non era felice. Poi si è separato e si è lanciato subito alla ricerca di una compagna sostituiva da mettersi in casa. E così ha fatto per due o tre volte, ma non era comunque mai felice. Fino a quando non ha trovato una compagna che abita a ottanta chilometri da Verona, ha la sua vita in un’altra città, si vedono una o due volte a settimana, un po’ da lui e un po’ da lei. Ora ha trovato il suo equilibrio e sta benissimo.
- Capisco, ma io non ce la farei, - dichiara Max.
- Nemmeno io, - si accoda Chiara.
- E allora diciamo che ognuno dovrebbe fare solo quello che lo rende felice, - sentenzio infine.
Max inghiotte un boccone del suo salmone (anche gli Steve Jobs si devono nutrire: non di sola innovazione vive l’uomo con il dolcevita nero), poggia la forchetta e parte con un enfatico applauso al rallentatore, più o meno come quello che Edward Norton rivolge a Richard Gere alla fine di “Schegge di paura”, quando l’avvocato Richard scopre infine che il suo cliente Edward gli aveva sempre mentito (quindi, se non avete visto il film, ve l’ho appena rovinato. D’altronde state parlando con uno che, quando era uscito “I soliti sospetti”, con i suoi amici si recava in auto davanti ai cinema dove lo proiettavano e, alla gente che entrava, urlava: “Lo zoppo è Kaiser Sose!”. Alè, vi ho appena rovinato un altro film). Be’, insomma, Max applaude e commenta: - Ci ha appena comunicato una verità sconvolgente, Avvocato Fezzi!
A mia volta mastico una polpetta e, anche memore del primo dialogo con Alberto al pub veronese o delle parole di Federica a Nizza, replico: - Non creda che sia così scontato, Dottor Marini. Ci sono tante persone che non fanno quello che le rende felici. I motivi sono vari, ma non lo fanno. E infatti c’è pieno di gente infelice, frustrata, incazzata, insoddisfatta. Pieno di separazioni, di corna, di amanti, di figli fatti senza motivo.
- Cin, cin! - alza sarcasticamente il bicchiere Chiara, ma poi dà una carezza anche alla mia guancia. Mi guarda in viso e dichiara: - Di te ho sempre notato questi occhi che si piegano all’ingiù. Sono occhi tristi, caro Albi.
Dopo cena ci dirigiamo per bere un ultimo drink in un locale situato in una traversa di Columbus Avenue, incastonato tra due barocchi e un po’ fatiscenti strip club, una tipologia di locale che, negli Stati Uniti, ha ancora il suo pubblico. Il locale dove stiamo andando è amato da Max perché vi suonano musica jazz e non poteva essere altrimenti. Ve l’ho già detto, amici miei: cosa c’è di meno utilmente ascoltabile al mondo della musica jazz? Non può, quindi, che piacergli.
Mi attardo un po’ dietro di loro e li guardo procedere abbracciati, sostenendosi l’un l’altra. Max e Chiara sono in effetti inscindibili, sono due metà congiunte, o ricongiunte. Quindi, a ben vedere, non sono nemmeno l’esempio corretto per il mio libro, o meglio: ne sono il contraltare, la nemesi, rispetto a quei pezzi più complessi che sto cercando, quelli che faticano ad incastrarsi con altri pezzi. O che magari sono già interi di loro o credono di esserlo.
Tra loro due c’è una serenità che è impossibile non notare e questo qualcosa dovrà pur dire. Vorrà pur dire che a volte le stelle si allineano e ci conducono alla persona perfetta, la persona di fronte alla quale non abbiamo più bisogno di fingere, scappare, agitarci. La bravura, in questi casi, è tenersi stretta quella persona perfetta, proprio come stanno facendo Max e Chiara in questo momento, abbracciati, uniti, a sostegno l’uno dell’altra. Sembra un concetto ovvio, che merita l’applauso di Max e di Edward Norton, ma non è affatto così: ci sono effettivamente persone che proprio rifuggono la felicità. Non so se sia il caso del mio amico Alberto e di Laura, come lui ha sostenuto al pub. Ma penso sia vero che, come ha detto Federica, esistano persone che scelgono proprio di scansarla. Ce l’hanno davanti agli occhi, palese, evidente, solare, e fanno dietrofront. Basterebbe fare un semplice passo in avanti verso quella luce e invece ne fanno sette indietro, otto di lato e cinque in salita. Si complicano la vita e poi si lamentano della propria vita complicata. E quindi può capitare pure di farsi sfuggire la persona perfetta, sotto la pioggia, in un pomeriggio qualsiasi.
Con Max in questi giorni abbiamo assistito alla presentazione di alcune startup italiane nel settore della Space Economy: è un settore in forte crescita, ma mi restano dei dubbi sulle potenzialità italiane in questo ambito. Se io vi dico le parole “spazio” o “satelliti”, vi viene in mente l’Italia? Al momento direi di no. E infatti le startup che abbiamo visto, a parte un paio di casi, sembrano essere ancora allo stadio della creazione di razzi nel proprio cortile, appena un gradino sopra quel famoso esperimento delle Mentos nella bottiglia di Coca Cola. E poi non voglio tediarvi con le norme, ma se, per prendere sonno o per autolesionismo, volete andare a darvi una letta al recente disegno di legge approvato dal Governo in materia di Space Economy, capirete che l’approccio italico al tema è più quello della regolamentazione burocratica, che dell’innovazione: noi andiamo verso la creazione di una Motorizzazione delle stelle, con targhe sui satelliti e vigili spaziali con l’etilometro.
L’aspetto che ha interessato di più sia me che Max è stato quello dell’intelligenza artificiale applicata a questo settore: è stato affermato che, mentre l’AI è probabilistica, l’uomo è deterministico. Per cui, se devo lanciare un razzo su Marte, devo essere sicuro al 100%, e non al 99%, di tutto quello che potrebbe succedere. Quindi il fattore umano, almeno in questo ambito, è ancora essenziale.
Resto convinto di questo anche mentre mi ritrovo circondato da quei manifesti con su scritto “It’s all about AI” che mi riaccolgono mentre faccio ritorno all’aeroporto di San Francisco per il rientro in Italia. Max ha voluto accompagnarmi e, nell’abbracciarmi per il commiato, facendo cenno verso uno di quei cartelloni, sentenzia: - Io non ci credo fino in fondo: it’s all about us, secondo me. Tienimi aggiornato sul tuo libro, avvocato.
Mentre saluto il mio amico e collega e mi dirigo ai controlli, rifletto sul suo monito: io sono a tutti gli effetti un umanista, cioè un boomer antropocentrico che crede ancora nell’uomo e, al più, nel modo in cui l’uomo riesce ad utilizzare la tecnologia. Adesso sarei tentato di scrivere alcune battute sul cervello in pappa delle nuove generazioni piegate davanti agli smartphone, ma allora, forse, dovrei anche censurare quelle schiere di sessantenni/settantenni, per lo più reazionari, complottisti e no-vax, vittime dei social e dei gruppi su Telegram. E allora, niente di tutto questo. Ricordando quanto detto alla cena con Max e Chiara, decido di andare alle basi di questo nuovo mondo: apro ChatGPT e, appresa la lezione nizzarda di Federica, chiedo: Come si fa a essere felici?
Chat mi risponde così:
“La felicità è un concetto soggettivo e complesso, ma ci sono alcuni approcci che possono aiutarti a viverla più pienamente. Ecco alcune idee:
Conosci te stesso
Rifletti su ciò che ti fa stare bene. Cosa ti dà gioia? Cosa ti appassiona?
Stabilisci obiettivi realistici e in linea con i tuoi valori personali.
Coltiva relazioni autentiche
Circondati di persone che ti sostengono e ti fanno sentire amato.
Dedica tempo a costruire relazioni profonde e significative.
Pratica la gratitudine
Scrivi ogni giorno tre cose per cui sei grato.
Questo esercizio ti aiuta a focalizzarti sugli aspetti positivi della tua vita.
Vivi nel presente
Evita di rimuginare sul passato o preoccuparti eccessivamente del futuro.
La meditazione e la mindfulness possono aiutarti a rimanere ancorato al presente.
Prenditi cura di te stesso
Fai attività fisica: l'esercizio rilascia endorfine, che migliorano il tuo umore.
Mangia in modo sano e dormi a sufficienza.
Dedica del tempo ai tuoi hobby o a ciò che ti rilassa.
Contribuisci agli altri
Aiutare gli altri, che sia con atti di gentilezza o volontariato, può dare un senso di scopo e appagamento.
Accetta le difficoltà
La vita non è sempre facile, ma accettare i momenti difficili e imparare da essi può renderti più forte.
Coltiva la resilienza e guarda le sfide come opportunità di crescita.
Focalizzati su ciò che puoi controllare
Preoccuparsi di cose fuori dal tuo controllo porta solo stress.
Concentra le tue energie su ciò che puoi influenzare.
Coltiva un atteggiamento positivo
Evita pensieri negativi cronici e cerca di vedere il lato positivo delle situazioni.
Pratica l’auto-compassione e non essere troppo duro con te stesso.
Cerca un equilibrio
Trovare un equilibrio tra lavoro, famiglia, amici e tempo personale è fondamentale per sentirsi completi.
Non c’è una formula magica per la felicità, ma lavorare su te stesso e sul tuo approccio alla vita può fare una grande differenza. Essere felici è un viaggio, non una destinazione!”.
Una risposta vagamente moralistica e paracula, come sosteneva pure Federica, con qualche spruzzata di buddhismo, un tocco new age, e l’abusato concetto di resilienza che fa tanto Mario Draghi. Ma mi piace constatare che, alla veneranda età di quarantasette anni e a discapito dei miei occhi che si piegano all’ingiù, più o meno mi ritrovo in tutto, a mio modo sono in linea con i comandamenti di Chat. O almeno ci sto lavorando.
E se, ancora una volta contro ogni pronostico, fossi uno splendido quarantenne, come sosteneva Nanni Moretti in quel suo film? Chi lo sa, è tempo di mettere alla prova la mia prostata per altre undici ore su un aereo e, forse, riuscirò a capirlo meglio.
sab
21
feb
2026
Sto percorrendo la A10, l’autostrada peggiore d’Italia, probabilmente del mondo. Penso che in quei reel su Instagram in cui si elencano le strade più pericolose sulla faccia della Terra, dove si vedono traballanti pulmini che transitano a sfioro su malconci tornanti peruviani, al margine di strapiombi di trecento metri, dovrebbero inserire anche un viaggio in Liguria. Già si tratta di una regione tortuosa di suo, e per di più, per arrivarci, bisogna utilizzare questo budello autostradale dove i lavori in corso sono iniziati nel 1962 e non sono mai terminati. Penso che gli operai stessi non sappiano neanche più a cosa stiano lavorando. A dir la verità, nemmeno si vedono più gli operai, ci sono solo i cartelli dei lavori e i coni per restringere le corsie, lasciati lì probabilmente con l’unico scopo di creare disagio, dopo che l’idea di poter ristrutturare o migliorare alcunché è stata definitivamente abbandonata.
Comunque sia, la Liguria non è nemmeno la mia meta, la mia metà è la Costa Azzurra, Nizza in particolare. E’ novembre e sto andando a trovare un’amica che, a cavallo del Ponte dei Morti, si sta trastullando con un lungo giro della Francia. Era un po’ che volevo vedere Nizza con calma, mi hanno sempre detto che il clima è gradevole anche in autunno, e dunque eccomi qua. Sempre appoggiato al bracciolo dell’auto con il gomito del filosofo, versione intellettuale di quello del tennista, convinto che l’amica che sto andando a trovare possa fornire materiale interessante per il mio libro: sposata fino a un anno fa, senza figli, ad un bel momento ha pensato bene di mandare a fanculo il marito e, ricca di famiglia com’è, ha lasciato il lavoro per prendersi un anno sabbatico, che sta trascorrendo viaggiando e giocando a padel. Quando non è in viaggio, gioca a padel; quando non gioca a padel, è in viaggio.
Io ho preferito raggiungerla nell’ambito della sua passione per i viaggi, anche se abbiamo pure giocato a padel insieme: come quasi ogni italiano normodotato, infatti, pure io mi sono dovuto piegare alla pratica di questo sport, la cui finalità principale, oltre a quella di permettere di sudare copiosamente e quindi in qualche modo di mantenersi in forma, è quella di creare aggregazione e nuove amicizie, e, in caso di doppi misti, scusate la sintesi, scopare. Per quel che mi riguarda, a Verona frequento un circolo la cui qualità migliore è la birra Augustiner che serve il bar, spinata con la dovizia che merita l’ambrosia, e questo la dice lunga sulle mie propensioni sportive. Per quel che attiene alla copula, invece, diciamo che la situazione sino ad oggi è stata abbastanza altalenante, ma non è mai capitato con l’amica che sto andando a raggiungere a Nizza. Con lei siamo amici dai tempi dell’università, e benché io sia ontologicamente contrario all’amicizia tra uomo e donna (non fatemi riaprire questo spinoso capitolo, vi rimando alla mia bibliografia precedente! Riassumiamo così: se devo vedere un amico, esco con un uomo), lei è sempre stata un’eccezione. E poi nel libro voglio esplorare pure qualche punto di vista femminile, altrimenti mi verrebbe rinfacciato per l’ennesima volta di scrivere libri maschilisti, quando, molto più semplicemente, scrivo libri maschili.
Un’ultima postilla sul padel mi sovviene pensando al pirotecnico proprietario di un negozio di cornici nel quartiere di Verona in cui vivo, vicino allo Stadio: qualche settimana fa sono stato da lui per fargli incorniciare una stampa e questi, vedendomi leggermente sciancato, mi ha chiesto se avessi mal di schiena. Gli ho risposto di sì, “a causa dello sport”, ho precisato genericamente. “Che sport fai?”, mi ha chiesto lui, “io ballo latinoamericano”, ha poi subito puntualizzato, pure accennando qualche passo di salsa in mezzo alle cornici poggiate per terra. Ero tentato di ribattere che il ballo latinoamericano non lo considererei propriamente uno sport, ma ipotizzando che le finalità per cui lo praticasse coincidessero con le mie, mi sono limitato a rispondergli: “Padel”. E lui: “Non so neanche cosa sia”. “E’ una specie di tennis, ma con pareti intorno”. E qui si è illuminato: “Una specie di tennis con parenti intorno?! Che sport incredibile!”.
Devo dire che, forse, il simpatico corniciao ed io in quel momento abbiamo inventato una nuova disciplina, che può praticare solo chi sa reggere molto bene la pressione. Ma, ad ogni modo, sul padel potremo tornare più avanti, ora andiamo in Costa Azzurra.
Arrivo a Nizza con il sole ancora alto in cielo e, confrontando il cielo metallico dell’autunno veronese con il blu violento che mi colpisce ora, sembra che le due città non appartengano nemmeno allo stesso pianeta. Sempre a proposito di confronti tra le due città, un amico veronese, prima che partissi, aveva liquidato la mia trasferta affermando che Nizza è una Borgo Roma che si affaccia sul mare. Una enorme periferia bagnata dal Mediterraneo. Ora, devo dire che l’impatto dall’autostrada fa abbastanza Suburra, ma appena si scorge la Promenade des Anglais, le palme, il lungomare, le colline circostanti, beh, l’ultimo posto che mi viene in mente è Borgo Roma, amico caro.
Con l’intento di risparmiare - e che stupida idea è quella di voler risparmiare in Costa Azzurra! - ho prenotato una stanza in un piccolo hotel a tre stelle situato proprio accanto al ben più magnificente e lussuoso Hotel Negresco, tanto che il mio, senza offesa per nessuno, mi sento di poterlo ribattezzare il Negretto.
Dopo una rapida ispezione, mi accorgo che il Negretto, con le sue sei camere, altro non è che il grande appartamento della proprietaria, riattato ad hotel. Lei si chiama Giselle, è una donna smunta, vestita in modo sciatto, di un’età indefinibile tra i 55 e gli 85 anni. Gestisce tutto da sola, si proclama conoscitrice di quattro lingue oltre al francese, ma non ne parla bene nessuna, nemmeno il francese.
Dopo aver sistemato la valigia nella stanza, debbo riconoscere che non manca di nulla, ma è come se tutto l’arredamento provenisse in blocco da un varco spazio-temporale aperto sugli Anni Settanta, oltre al fatto che il bagno è largo come la distanza tra le mie rotule. Mi appunto quindi mentalmente che, la prossima volta che verrò da queste parti, dovrò badare meno all’economia domestica. Non mi resta che scrivere un messaggio a Federica ed uscire.
La Promenade des Anglais è probabilmente uno dei più bei corsi al mondo (no, in Borgo Roma non ce ne sono di corsi così), costeggiato dalle famose sedie azzurre, grazie alle quali nizzardi e turisti si siedono semplicemente a osservare il mare da un promontorio all’altro, un cinema naturale di cui bearsi. Quelle sedie certificano lo spettacolo, la brezza e le alte palme fanno il resto, riecheggiando atmosfere californiane. Sotto le palme, decine di runner e di ciclisti sfrecciano senza ritegno, forti delle loro corsie dedicate, una segregazione stradale a cui si attengono in modo fideistico: sulla Promenade è più facile essere rasati da una bicicletta che da un’automobile.
Federica, ben più sportiva di me, mi aveva proposto di trovarci lì per correre, ma io ho addotto la surreale scusa dell’alluce valgo dolorante, controproponendo un più consono aperitivo e a seguire una cena in una pregevole steakhouse. Al che lei mi ha censurato, restando sul surrealismo, sostenendo che il mio problema è l’alluce wagyu.
Tornando alle sedie, sono così distintive di questa città, che nel bel mezzo della Promenade vi hanno pure dedicato un imponente monumento, una enorme sedia azzurra, eretta su di un blocco di cemento poco prima del bagno Beau Rivage. Finanche un po’ ridondante direi, una cosa molto francese, prosopopea spinta. Più o meno come se in Piazza San Marco installassero la statua di un enorme piccione.
E’ lì che mi devo incontrare con Federica (sotto la sedia, non sotto il piccione), ed in effetti, precisa e risoluta com’è, la vedo già in posizione: la figura minuta, i riccioli ambrati dal sole, il fisico asciutto e abbronzato della sportiva.
La colgo di sorpresa da dietro, mentre sta scrutando il mare: - Andrea dice che Nizza assomiglia a Borgo Roma, ma sul mare.
Lei si volta sorridendo: - Mai viste palme a Borgo Roma.
Ci diamo un abbraccio e sento tra le mie braccia la sua schiena tonica che tira la giacca di pelle.
- Siamo sempre in forma eh?
- Sì, sono andata correre, io. E tu, col tuo alluce? - abbozza lei. - Dobbiamo sederci subito o riesci a camminare almeno cinque minuti? Se vuoi, conosco io un posto qui vicino dove fare l’aperitivo.
- Ti seguo. Se mi vedi cadere, chiama i soccorsi.
Mi porta al Babel Babel, un grazioso locale su due piani dalle facciate color ocra, poco più interno rispetto alla Promenade des Anglais. Su un terrazzino al primo piano, un trio suona musica jazz e qui, come per la birra artigianale, mi debbo spendere in una breve intemerata contro gli integralisti: trovo che il jazz sia uno dei generi musicali più inutili al mondo. Non peggiori, ma inutili, nel senso che non trasmette nulla: se questo trio suonasse, che so, Tiziano Ferro, sarebbe molto meglio.
Noi prendiamo posto nel dehor al pianterreno, perché, trovo conferma con piacere, a novembre a Nizza si può sedere tranquillamente all’aperto, sereni come a giugno. Ordiniamo: la birra francese non è disastrosa come altre in Europa (pensiamo a quella belga, che pare di bere un divano), ma si affaccia timidamente alla sufficienza, per cui opto per un Americano, mentre Federica resta su un vinello bianco. E’ sempre sul pezzo lei, perde raramente il controllo. L’unica concessione al vizio che si permette è la sigaretta elettronica, anche se il modo in cui la succhia a intervalli cadenzati mi trasmette più un’idea di compulsività che di lascivia.
Dopo il brindisi di benvenuto, partiamo con le danze: - Allora, parlami di questo libro, - mi chiede diretta, avvolta da una nuvola di vapore al profumo di banana (e non ho voglia adesso di partire con un’ulteriore ramanzina, ma sarà ben strana questa nuova mania, o no? Per carità, se ha contribuito a migliorare la salute mondiale ben venga, ma se vent’anni fa qualcuno avesse detto che, vent’anni dopo, le sigarette sarebbero state sostituite da vaporiere alla banana, be’, qualche sopracciglio si sarebbe alzato perplesso).
- I ponti di Madison County, hai presente?
- Un po’ generico.
- Clint Eastwood sotto la pioggia che chiede a Meryl Streep di andare via con lui e lei che sceglie il marito e la famiglia.
- Ah ok. Che imbecille.
- Chi? - chiedo con leggera coda di paglia.
(Per inciso: l’Americano è buono. Un cocktail vicino al mare, mentre un inaspettato tepore novembrino mi accarezza il viso. Cerco di godermi la vita: come promesso, Edo).
- Innanzitutto tu, - prosegue Federica ed eccomi qua io con la mia coda che sbandiera - che elucubri sempre su queste stronzate. E poi, comunque, anche lei.
- La ascolto, - le dico con tono da commissario di polizia.
- Ma sì dai, non c’è tanto da dire. E’ evidente che sarebbe stato meglio andare con l’uomo che in quel momento l’aveva travolta, l’uomo giusto per lei in quel momento. Solo che non sempre va così, perché non si può, perché non si vuole, scegli tu. Fatto sta che lei ha scelto l’infelicità, come tantissime donne fanno. Io però, per esempio, non rientro tra queste.
- Non si sta parlando di lei, signora Vincenzi. Stiamo sul generale, per ora, - precisa il Commissario Fezzi. - Risponda a questa domanda: nella canzone Sandy di Massimo Bubola, nostro conterraneo che pure lei ben conosce, ad un certo punto Massimo dice: Adesso hai un uomo che ti vuole bene e quella vita che volevi tu, ed ogni giorno stringi le catene un po' di più. Questo è ciò di cui lei sta parlando, signora Vincenzi?
Riesco a farle accennare un sorriso. - Sì, direi di sì. Insomma dai, cosa siamo? Nell’Ottocento che bisogna stare insieme per forza? Se stai male, stai male. Puoi anche fingere di stare bene, ma se sei in gabbia poi te ne accorgi. Ti basta incontrare una persona libera e improvvisamente vedi spalancarsi davanti a te tutto il mondo che ti sei persa. Prova a far incontrare un leone del Parco Natura Viva di Pastrengo con un leone della savana: appena capisce che appartengono alla stessa specie, il leone di Pastrengo due domande se le fa.
Sorrido pure io. - Questa del leone cittadino che si fa due domande mi piace. Al leone di Pastrengo danno da mangiare il cotechino: l’ultima volta che ci sono stato aveva la stessa pancia del mio commercialista.
Lei sorseggia il suo vino, aspira dalla sigaretta, produce un cumulonembo aromatizzato, e riparte con una certa foga: - E infatti nel film, se non sbaglio, Clint Eastwood ha l’onestà intellettuale di far vedere come prosegue la storia: la buona Meryl Streep, vecchia decrepita, si accorge, solo dopo che è morto il marito, di aver fatto una gran cazzata ad aver spedito Clint e quindi lo cerca di nuovo. Un grande, grandissimo classico di noi donne. Peccato che pure lui sia morto. Che bell’esempio di occasione sprecata. Di vita sprecata.
- Quindi il segreto di una relazione è incontrare una persona libera? - provo a riassumere.
- Questa è una bella domanda. Penso di sì, ma ne esistono pochissime, bisogna avere calma nel cercarle e fortuna nel trovarle. Tu, Albi, pensi di esserlo?
Rifletto un attimo osservando il fondo del mio Americano, ormai quasi terminato. Rialzo lo sguardo e sentenzio: - Credo di sì. Ma non voglio scrivere un libro su di me, tu mi sembri molto più interessante.
Il ristorante La Chaumière si trova sulle colline che sovrastano Nizza e, come dice il nome (in italiano: La Baita), vuole essere al contempo rustico e chic. L'interno è caratterizzato da pareti in pietra, travi in legno a vista e un grande camino che domina il centro del locale, ma tutto è molto curato ed elegante, tanto da essere divenuto nel tempo un punto di riferimento per star e vip che transitano per la Costa Azzurra. Questa caratteristica è sottolineata con enfasi mediante l’apposizione di una targhetta sul retro di ciascuna sedia, che ne attribuisce il diritto di seduta al vip di passaggio, evidentemente considerato un habitué. Un po’ come il diritto di banco in chiesa, fondamentale istituto giuridico che ben conosco perché fu oggetto di domanda al mio esame per avvocato.
Eccoci qui, quindi: io sono illegittimamente seduto sulla sedia appartenente a Tom Hanks e Federica è seduta su quella di Mike Tyson: non possiamo che continuare a scrutare l’ingresso con una certa preoccupazione perché se entrasse il legittimo proprietario, soprattutto per Federica ci sarebbe qualche problema.
A condurci in questo locale, comunque, non è stata tanto questa atmosfera esclusiva, quanto piuttosto il mio ormai famoso alluce wagyu, l’equivalente del pollice verde per i giardinieri, perché la carne qui è veramente spettacolare, quasi quanto la vista che si gode sulla città sottostante.
Ordiniamo da bere un più che onesto champagne Deutz, ricordando che siamo veronesi e non possiamo quindi minimamente accettare quanto i francesi se la tirino con i loro vini rossi che, tra l’altro, rispetto ai nostri, hanno una consistenza di poco superiore alla sciacquatura dei piatti nel lavello (permalosi sommelier all’ascolto: sto scherzando!).
Dopo un sonoro brindisi, penso sia il momento giusto per entrare più nel dettaglio della vicenda di Federica.
- Allora, - riparto - torniamo a noi. A che punto ti trovi, in questo momento?
- Si fa lunga, - ribatte sarcastica. - A che punto eri rimasto?
- Al punto in cui, a vent’anni, giravi con una felpa verde con sopra stampata la A di Anarchia.
Scoppia a ridere. - Allora più o meno sono ancora così.
- Sono rimasto alla tua separazione da Giovanni, ma non te ne ho mai chiesto bene i motivi.
- E hai fatto bene a non chiedermeli bene, perché allora non te li avrei detti.
- E ora?
Lei, che sta aumentando i giri delle bevute e ha già finito il suo primo bicchiere, estrae la bottiglia dal secchiello, si versa quello che dalle nostre parti definiamo un pistone di vino, butta giù un ulteriore discreto sorso, e risponde risoluta: - Sì, ora sì.
Mi limito a fissarla, invitandola a proseguire.
- Riassumiamola così: io e Giovanni non riuscivamo ad avere un figlio e mentre facevamo tutti gli esami e le provavamo tutte, mi sono accorta che l’unico motivo che ci legava ormai era rimasto quello. Il figlio era il fine, e pure la fine. Noi due non c’eravamo più, al massimo noi eravamo un mezzo per quel fine. Che poi, se osservi bene, è quello che molte coppie sono, i due genitori manco si guardano più.
Si attende un commento da me. - Sospendo il giudizio, - mi limito a dichiarare. - Non vorrei scrivere…
- Un libro su di te, - mi interrompe facendomi il verso - va bene, va bene, paraculo. Anche se lo so che poi, a un certo punto, ci infilerai dentro tutte le tue stronzatine sull’amore: sei sempre stato un amosessuale.
- Questa è come quella sull’alluce?
- Ma sì, tu ragioni tanto sull’amore e poco a farti una bella scopata tanto per.
- Respingo le accuse! Dimmi questo, invece: secondo te Giovanni era la persona libera che cercavi?
- Non credo. Ma probabilmente, all’età in cui l’ho conosciuto, nemmeno io lo ero.
Mentre parliamo, ci arriva un tagliere in legno di ragguardevoli dimensioni, sul quale è poggiata una tomahawk imperiale, che andrebbe certamente bene per il suddetto Mike Tyson, ma forse per noi due è un po’ eccessiva. Anche se, scusandomi sin da subito con i vegetariani più incalliti, devo confessare che a me le bistecche di questo genere fanno venire la pelle d’oca (che poi non ho mai capito perché si dica “pelle d’oca”: le oche hanno quel tipo di cute? A me, ad esempio, quell’increspatura ricorda piuttosto la superficie di un pallone da basket di gomma, ma va be’, non divaghiamo).
Federica comunque non fa una piega, sarà perché questa mattina ha corso per dodici chilometri. Dunque si infila il tovagliolo sotto il mento, afferra saldamente forchetta e coltello e comincia a servirsi con pezzi degni di un altro suddetto, il leone della savana.
Dopo aver deglutito un quadricipite di manzo, prosegue: - Dopo Giovanni non ho più avuto relazioni impegnative, non ho conosciuto nessun altro di interessante. Dopo di lui, l’unica cosa che ho conosciuto, a costo di sembrare un po’ retorica ma è la verità, è la vita. La vita non è ingabbiarsi: ora faccio quello che voglio e sto da dio. Alla fine, se fai i conti, si va più o meno sempre pari tra gioie e dolori.
- A parte le tragedie? - intervengo pensando a Edoardo.
- Sì, a parte le tragedie. Quelle speriamo di evitarle, - annuisce. - Sai chi è il mio punto di riferimento adesso?
Scuoto il capo mentre bevo del vino.
- ChatGPT.
- Scusa?
- ChatGPT, l’intelligenza artificiale. Potrebbe essere utile anche te, visto che sei così razionale. Fammi una domanda.
- Su cosa?
- Su quello che vuoi. Su quello che vuoi sapere per il tuo libro.
- Mmm … Ok: perché le persone stanno insieme anche se non si amano?
- Benissimo, - annuisce. Afferra la borsa ed estrae il cellulare, digita freneticamente sullo schermo come sanno fare le donne, abilissime stenografe del Nuovo Millennio, e poi comincia a leggere, quasi a declamare: - Le persone rimangono insieme anche in assenza di amore per diverse ragioni, spesso complesse e intrecciate. Ecco alcuni dei motivi principali. Stabilità e Sicurezza Economica: la sicurezza economica è un fattore importante, soprattutto se i partner condividono proprietà, spese e responsabilità finanziarie. La separazione può essere economicamente impegnativa, e alcuni preferiscono restare insieme per evitare di affrontare difficoltà finanziarie. Figli e Responsabilità Familiari: molte coppie decidono di restare insieme per il bene dei figli, pensando che una famiglia unita sia più stabile per loro. Nonostante l’assenza di amore romantico, si rimane insieme per garantire un ambiente familiare sereno ai figli e per assolvere le responsabilità genitoriali. Paura della Solitudine: la paura della solitudine può essere un deterrente forte. Per alcuni, l’idea di stare da soli è più spaventosa della prospettiva di continuare una relazione senza amore. La compagnia, anche se imperfetta, viene preferita all’idea di essere soli. Dipendenza emotiva: alcune persone sviluppano una forma di dipendenza emotiva dal partner, e si convincono di non poter trovare lo stesso legame altrove, o di non valere abbastanza per essere amati. Questa convinzione le porta a rimanere in relazioni insoddisfacenti… eccetera eccetera eccetera. Poi alla fine Chat ci piazza sempre una chiosa prudenziale e vagamente moralista: In definitiva, restare in una relazione senza amore può essere una scelta pragmatica, emotivamente complessa e spesso influenzata da paure, abitudini, doveri e fattori esterni. Eccolo qua, il tuo libro.
- Mi sembra un po’ freddino, però.
- Io mi confronto spesso con Chat e mi dà gli spunti che mi servono.
- Stai diventando un robot, Fede. Ma senti, faccio un’altra domanda, a te, non a Chat. Me l’ha sottoposta Albi qualche settimana fa: tu ti sei sposata a caso?
Federica sbuffa sarcastica: - Ma guarda ‘sti due: vi vedo lì come due comari a decidere chi si è sposato a caso e chi no, tra l’altro secondo il punto di vista ignorante di chi non si è mai sposato. Comunque la risposta è no. Quando mi sono sposata ero innamorata, volevo fare fino in fondo tutto il mio percorso con Giovanni: all the way, come dicono gli americani che ti piacciono tanto. Poi l’amore è finito e l’ho lasciato. Molto semplice da capire, lineare, anche per te e il tuo omonimo.
- Se fosse per te, il mio libro sarebbe lungo due pagine, - chioso.
- Certo, perché mentre tu scrivi, io vivo, caro mio, - risponde Federica addentando l’ultimo pezzo di bistecca.
Decido di non tormentarla più con il mio interrogatorio e piuttosto mi concentro sul dessert, un cremoso tiramisù, e su un cognac finale che, in modo subdolo, mi stende. Federica mi osserva divertita mentre la faccia, sotto le mazzate del distillato, pian piano mi casca sul tavolo e decreta che l’opzione migliore per me sia andare a letto.
Ritorniamo in città al punto in cui ci siamo incontrati, sotto la sedia azzurra, e al momento dei saluti esitiamo giusto un istante, una frazione di secondo, quella in cui si decide se può accadere qualcosa o meno: in altre situazioni avrei forse provato una zampata, ma con Federica quella cosa lì non c’è mai stata, è proprio sempre stata l’eccezione alla mia regola di rifuggire con tutte le forze l’amicizia tra uomo e donna. Tuttavia, non posso fare a meno di considerare quanto la sua forza determinata abbia un certo fascino, forse in alcuni momenti può sembrare una posa, ma tutto in lei, a partire dal suo corpo tonico per arrivare a quegli occhi neri che ti scrutano, trasmette l’idea di una persona che ora sa quello che vuole e quello è. Decidete voi se, una persona così, possa piacervi o meno. A me non dispiace, anche se spesso, nei rapporti con gli altri, può essere sottile il confine tra fare sempre quello che si vuole e invece trattare male le persone. E’ una corda tesa sulla quale bisogna saper camminare con sicurezza e Federica sta imparando a farlo.
La mattina successiva mi alzo con calma. Con Federica ci siamo salutati con quel lungo abbraccio sotto la sedia azzurra: oggi lei prosegue per Cannes mentre io me ne starò a ciondolare per Nizza.
Nel corso della notte il mio corpo ha processato con fatica il cognac, ma alla fine la gran macchina del corpo umano, l’Uomo Vitruviano del doposbronza, ha vinto ancora e sono riuscito a dormire fino alle nove. Ora mi trovo nella “Sala delle Colazioni”, che altro non è che la cucina della casa di Giselle, seduto a fianco a due giapponesi, ospiti, come me, dell’“Hotel” (ovvero: ospiti come me in casa della suddetta). Costoro stanno suggendo assai rumorosamente un grumo di simil-spaghetti da alcune scatole coniche presumibilmente portate da casa, diffondendo nella stanza un discreto olezzo di Kyoto Vecchia. Nel mentre, Giselle, curva sotto i pensili rossi della cucina d’antan, per me sta facendo bollire un uovo con i gesti, la flemma e la ieraticità di un personaggio dei film di Sergio Leone. Nella sfibrante attesa della cottura, mi si rivolge con faccia schifata e con un inglese stentato osserva: - What a bad smell! - indicando col mento le pietanze dei giapponesi. I quali peraltro parlano perfettamente inglese e dunque capiscono benissimo che la signora li sta infamando, ma per fortuna si limitano solamente a guardarla male di rimando e continuano a suggere i cibi espatriati.
Riesco finalmente a ottenere il mio agognato uovo, lo accompagno con un croissant che Giselle premurosamente è andata ad acquistare poco prima, bevo il mio caffè e mi ributto sulla Promenade a passeggiare.
Il sole splende deciso e il tepore costiero novembrino mi avvolge, facendomi sentire bene: io sono un uomo da mare, anche se sono nato e cresciuto in Padania. O forse proprio per quello, perché si cerca sempre quello che non si ha. Probabilmente se fossi nato a Cefalù, amerei visitare Rovigo (ho qualche dubbio, ad essere sinceri).
Più o meno a metà del tragitto tra il mio hotel e la grande sedia sotto la quale ieri mi sono incontrato con Federica, mi imbatto in un altro monumento, che la sera prima avevo solo adocchiato di sfuggita: è un angelo stilizzato, in alluminio, sul cui basamento sono incisi i nomi delle ottantasei vittime dell’attentato del 2016, quando un camion si lanciò a tutta velocità sulla folla che gremiva la Promenade des Anglais per la festa nazionale del 14 luglio. La scultura si trova all’altezza del Palais de la Méditerranée, dove il camion fermò la sua corsa dopo la strage, e i nomi delle vittime compongono un cuore alla base del monumento.
Quell’attentato mi ha sempre colpito per la sua casualità: intendiamoci, tutti gli attentati trovano impreparate le vittime, sono sempre una combinazione diabolica di sfiga e tragedia. Ma questo in particolare: ho sempre pensato con sconforto alla sequenza fatale di chi ha deciso di andare a Nizza proprio in quei giorni (e di chi magari voleva andarci e non ci è andato) e poi si è trovato proprio lì quando il terrorista è partito e poi ancora, fra tutti, è stato centrato da quella follia.
Mentre il sole brilla sull’alluminio e il blu del mare vi si riflette, mi risulta ancora una volta cristallino, come durante quel tramonto al cimitero di Avesa, che non dobbiamo incancrenirci sui pensieri negativi che punteggiano la vita. Starò diventando vecchio, ma più vado avanti e più mi sale una piccola ansia di non perdere tempo, di non sprecarlo, di puntare sempre, in modo incondizionato, alla felicità. E quindi, tutto sommato, mi ritrovo ad essere d’accordo con l’impostazione che Federica ha cominciato a dare alla sua vita: fa quello che la fa stare bene e se ne fotte di tutto il resto. Se ne fotte dei giudizi, se ne fotte dei pregiudizi, se ne fotte dei commenti, se ne fotte della pressione sociale. Se ne fotte e non si guarda indietro. Ok, sta imparando, ma intanto ci prova. C’è una frase del poeta Robert Frost che mi è sempre rimasta impressa: In tre parole posso riassumere tutto quello che ho imparato sulla vita: si va avanti. C’è niente di più vero?
sab
14
feb
2026
Un paio di giorni dopo l’incontro con il mio omonimo amico mi trovo in macchina, il bracciolo del guidatore è rialzato ed io, con il gomito poggiato sopra, mi accarezzo la barba, come un moderno e automobilistico Pensatore di Rodin.
Nell’ambito di questo reportage che voglio scrivere, ho deciso di fare una tappa borderline: sicuramente parliamo di una storia finita male, ma in un modo diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. E mentre mi dirigo al luogo deputato a questo approfondimento, lungo la strada che porta alla frazione di Avesa, mi sovviene - per un’associazione di idee di cui non comprendo appieno il fondamento, forse solo geografico, forse connesso alla mia attitudine a cercare il lato comico di ogni situazione - di quella volta, non molto tempo addietro e non lontano da quella di strada, in cui mi trovavo a rincasare di notte percorrendo malferme viuzze collinari immerse nella boscaglia, di ritorno da un compleanno in un agriturismo. La mia situazione psicofisica era obiettivamente ben diversa da quella attuale, ero certamente meno lucido rispetto a questo luminoso tardo pomeriggio di fine estate: era l’una di notte e io avevo indugiato nella degustazione di vini rossi corposi (ma di questa mia propensione ne riparleremo). Mentre percorrevo quelle stradine, incerte loro e incerto io, avevo sbandato ed ero finito contro un grande masso a lato della strada, cagionando una, del tutto inopportuna, foratura della gomma anteriore destra. Per essere più precisi, e pure più onesti, la gomma anteriore destra era fragorosamente esplosa, lasciandomi disperso tra le colline veronesi, munito solamente di un copertone lacerato, un telefono cellulare privo di campo e tanto sconforto. Solo l’intervento di un gruppo di baldi ragazzi, ebbri più o meno quanto me ma evidentemente più stabili nelle traiettorie di guida, sopraggiunti da quelle parti dopo una buona mezz’ora di imprecazioni del sottoscritto, mi aveva permesso di contattare un carro attrezzi, il quale, intorno alle tre, si era palesato su quella strada sperduta, ammantato di tutto il suo splendore recuperatorio, benevolo come i carri armati degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.
E arriviamo all’episodio che mi ha appena fatto sorridere appoggiato al bracciolo del sedile in questo tardo pomeriggio: dal carro attrezzi era sceso un omino tutto nervi e praticità, che, in poche mosse, aveva caricato la mia auto sul pianale. Io ero poi salito con lui davanti al posto del passeggero, lui aveva fatto per mettere in moto ed ecco che, girata la chiave, il motore aveva cominciato a tossire, ma nulla più, nessuna intenzione di accendersi. E allora l’omino, dopo aver sibilato tra i denti una bestemmia, aveva pronunciato una frase iconica, con lieve cadenza balcanica: “Adesso ci tocca chiamare il carro attrezzi del carro attrezzi!”.
E nonostante tutto, nonostante la paradossale situazione che vedeva me e questo sconosciuto signore dell’Est Europa bloccati di notte nella boscaglia of nowhere, o forse proprio a causa di quella situazione, all’immagine del carro attrezzi del carro attrezzi, ovvero un imponente carro attrezzi al quadrato, non avevo potuto che scoppiare in una risata, finanche liberatoria. Se ci pensate, è un bel concetto quello del carro attrezzi del carro attrezzi. Come il medico del medico, l’avvocato dell’avvocato, lo psicologo dello psicologo. Tutti abbiamo bisogno di aiuto, anche coloro fanno dell’aiuto il loro mestiere. Anzi, costoro forse ancor di più, perché aiutare logora. E poi, per fortuna, era stata solo una questione di pochi minuti, perché il carro attrezzi ci aveva infine fatto la grazia di rimettersi in moto, senza bisogno del supporto di un gemello più grande.
E insomma, cosa c’entra questa storia con il luogo in cui mi sto recando? Direi pressoché nulla, ma mi pareva una bella storia da raccontare. Funzionano così i libri, no?
Il luogo in cui mi sto recando - anzi: il luogo dove ora sono arrivato - è un cimitero. Di che razza di storia d’amore posso parlarvi da un cimitero? Vediamo un po’ cosa riesco a fare.
Il cimitero di Avesa si trova ai margini della frazione, circondato dai campi coltivati che ancora resistono in questa zona della città. Se ne sta lì, silenzioso e minuto, con posa ben più discreta rispetto al Cimitero Monumentale, il cimitero principale di Verona, il quale, come già dichiara il nome immodesto, si erge solenne di fronte all’Adige, alle porte di Borgo Venezia, con l’imponente epigrafe ad onore dei “Resurrecturis”.
Percorro il vialetto di ingresso e arrivo ad un largo spiazzo in ghiaia, dove sono posizionate le tombe più recenti. Tra queste, mi dirigo verso una posizionata nelle prime file, sulla quale spicca, in modo certamente ossimorico rispetto al luogo in cui ci troviamo, la foto di un volto felice e sorridente: Edoardo.
Mi viene quasi da chiederglielo: che cazzo hai da ridere, Edo? Hai fatto piangere tutti, porca di quella gran puttana. Una sera d’aprile, di ritorno a casa sullo scooter, il mio amico Edoardo, amico fin dai tempi del liceo, ha perso il controllo e si è schiantato a 300 metri da casa, morendo sul colpo.
La mattina successiva, quando ho letto il messaggio che mi avvertiva, dopo lo shock iniziale, ho elaborato due pensieri: uno, il principale, è stato che quando se ne va un amico come Edoardo, se ne va un pezzo della tua vita. Può sembrare banale, ma veramente muore un po’ anche chi resta vivo. Muore la parte che lo ha frequentato e che ha condiviso tanti momenti con lui. Al suo funerale, ho elencato alcuni dei posti in cui eravamo stati assieme: Ibiza, Praga, Venezia, Palau, Amsterdam, Monaco. Oltre a tutta la vita a Verona, ovviamente: il liceo, il suo matrimonio, tutti i ritrovi con i nostri amici. Ognuno di questi luoghi, ognuna di queste situazioni, è stato un mondo che è scomparso con lui.
In questo stesso cimitero, a qualche tomba distanza (che schifo di unità di misura), giace un altro mio amico, Matteo, perso a vent’anni per un tumore. Anche allora il dolore era stato straziante, forse ancor di più a causa di quell’età in cui tutto è più fluorescente. Ma, al contempo, proprio a causa di quell’età, il tratto di vita trascorso assieme era stato più breve, e dunque anche la mia morte da vivo era stata ridotta.
E da qui il secondo pensiero, del tutto egoistico: negli ultimi tempi, per le nostre differenze di vita, con Edoardo ci vedevamo molto poco. Così, il dolore è stato attutito e lo strappo più lontano.
Ma ci sentivamo comunque abbastanza di frequente: Edoardo è morto un martedì sera e l’ultimo scambio di messaggi risale al venerdì precedente:
Vieni al Vinitaly domenica?
Quest’anno salto
Stronzo!
Ci trovo della poesia, e pure, a posteriori, della noncuranza verso il destino, nel fatto che l’ultima parola che mi abbia rivolto il mio amico sia stata “stronzo”. Ci sta, è una bella chiusura, priva di retorica.
Edoardo ai miei occhi era il classico Station Wagon Man, da sempre proiettato ad avere una moglie prima e dei figli poi, che puntualmente ha avuto. Era molto determinato in questo, non aveva mai avuto cedimenti nel suo progetto. Era più o meno la stessa determinazione che, da veneto di razza, figlio di alpino, metteva a tavola, quando qualcuno aveva l’ardire di ordinare, oltre al vino, anche un’innocente bottiglia d’acqua: se nei pressi del desco vi era un vaso, la bottiglia veniva irrimediabilmente rovesciata sulle piante, unico luogo che riteneva degno di ospitare quella stupida bevanda incolore.
Le station wagon o i suv che cambiava con la stessa frequenza con cui io scrivo libri, erano lì, plasticamente, a dimostrare la sua determinazione. E, direi, anche la differenza tra i nostri progetti di vita. All’inizio di “Mediterraneo”, la voce fuori campo sostiene che si arriva a un punto della vita in cui la scelta è tra mettere su famiglia e perdersi per il mondo: Edoardo ha scelto la prima, io la seconda.
Ma ecco che pure un piano così puntigliosamente progettato e solidamente realizzato - non a caso Edo era un ingegnere - si può sgretolare in un istante, nel tempo di una sbandata. Quante volte, dopo l’incidente, ho pensato al dolore di Silvia, la moglie, che è rimasta con il cerino in mano della loro storia ingiustamente interrotta. Interrotta non per colpa di scelte sbagliate, tradimenti, litigi, decisioni prese sotto la pioggia ad un incrocio dell’Iowa. Interrotta solo per una colossale e tragica botta di sfiga. E’ faticoso accettare la fine di una storia anche quando i motivi sono chiarissimi davanti agli occhi, figurarsi così.
Ma, d’altro canto, della coppia il mio amico era Edoardo e lui adesso non c’è più. La mia parte che lo frequentava, che condivideva il tempo, la vita, le risate e le bevute insieme a lui, è morta con lui. Certo, resta il ricordo, resta la memoria, ma non è la stessa cosa. Il ricordo è qualcosa che tengo sempre dentro di me e che viene fuori quando vedo una sua foto, quando con gli amici rammentiamo qualcosa fatto insieme. Ma lui non c’è più, e questo è quanto. Mi dispiace infinitamente, Silvia, per te e per i tuoi figli. Io ci sarò sempre quando vorrai, sarò sempre dalla tua parte, ma la strada più lunga e più impegnativa dovrai farla da sola. Quella forza non potrà dartela nessuno, se non te stessa. Questo è il tuo nuovo viaggio, dolce ragazza.
E torniamo a te, brutto stronzo che sorridi dalla foto, con i capelli sistemati con il gel, gli stessi di quando avevi diciott’anni, maledetto, mentre io mi aggrappo con le unghie e con i denti a quel gruppo di eroi incerti che sopravvive sul mio cuoio capelluto. Con quegli occhi azzurri tirabaci e quello sguardo smagliante: ci hai lasciati tutti con le pezze al culo a piangere, mentre tu te ne stai qui con il tuo sorriso eterno.
Lascia che ti risponda ora al messaggio con cui ci eravamo lasciati: non sono io lo stronzo, sei tu lo stronzo. Sei tu lo stronzo che, pur le ormai poche volte in cui ci vedevamo, era una certezza e una costante nel brindare alla vita (una chicca per i lettori più fedeli: era stato Edoardo a inventare il Kit del Piccolo Ubriacone citato in “Sognando un Negroni”, composto da una bottiglia d’acqua, un Moment, un Dissenten e un Maalox, da portare con sé a quelle feste impegnative in cui si pernottava fuori: capite bene che stiamo parlando di un professionista). E sei quello stronzo che ora se n’è andato senza pagare il conto di tutti i giri che ha ordinato. Lasci qua noi a smazzarci le rotture di palle.
Ma, in fin dei conti, fai bene a sorridermi da questa foto, penso che la tua sia una gigantesca raccomandazione: per tutte quelle volte in cui mi affanno per le piccole cose, in cui mi arrovello per i problemi, in cui mi deprimo, mi agito o sono infelice. Per tutte le volte che aspetto sotto l’acqua ad una stazione di servizio. Tu, da qui, ora mi sorridi benevolo e dici: “Albi, siamo sinceri: è davvero così grave?”.
Mentre il sole del tramonto taglia il muro di contenimento del cimitero, mi lascio colpire dalla sua luce arancione. Nel guardarti un’ultima volta prima di andare, Edo, respiro a pieni polmoni la mia vita, quale che sia, quale che sarà. La dedico a te.
sab
07
feb
2026
Una birra a Verona: non un affare così semplice. Una birra buona, intendo.
Data questa specifica, dobbiamo subito escludere dal mazzo le birre artigianali, anche se, così dicendo, ben so di scatenare la ferocia degli amanti del genere: mi dispiace, a me non piacciono le birre che sanno di fiori, di albicocca o di cenere.
Per quanto, generalmente, l’affermazione di prediligere le birre artigianali sia pronunciata nel tentativo di elevare un pochino il proprio status sociale, per me birra artigianale è invece solamente sinonimo di birra cattiva. Io preferisco le birre tedesche, Augustiner su tutte, la Ferrari delle birre. Sì, amici integralisti, proprio quelle famigerate birre ritenute industriali. E invece, ho visitato certi stabilimenti in Baviera, la cui pulizia, organizzazione e cura dell’eccellenza, sono un incrocio tra la cucina di Carlo Cracco e una sala operatoria. Per contro, ho visto certi microbirrifici artigianali all’interno dei quali i NAS potrebbero organizzare dei pigiama party.
Dunque, birra artigianale: fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, per i contemporanei, resta scolpita nella pietra la risposta che il mio amico Corrado diede al barista dello Sciorùm, il locale in Via Sant’Alessio, vicino alla Chiesa di San Giorgio e dirimpettaio dell’Adige: quando questi gli propose una bella bottiglia da mezzo litro di luppolo d’artigiano, egli lo rasò con un perentorio “No, no, per carità!”. Risposta che, da allora, io stesso utilizzo in modo più vasto per qualsiasi tipologia di proposta ritenuta indecente: “Vieni all’addio al celibato di Alessandro a Jesolo?” “No, no, per carità!”; “Andiamo a cena in baita con il gatto delle nevi?” “No, no, per carità!”; e così via.
Al più, l’alternativa alla birra bavarese, per quel che mi riguarda, deriva dalla mia sfrenata passione per l’Irlanda, ed è la Guinness, l’insostituibile caffettona: un grande classico, reperibile, alla mala parata, più o meno in tutto il mondo.
E dunque, tornando all’inizio: dove è possibile ottenere buone birre bavaresi o solide Guinness a Verona?
A questo punto dovremmo aprire alcune sottoparentesi (parentesi quadre? O grafe?), ma cerco di sintetizzare come segue, e, per una comprensione più gradevole, potete immaginare che, ad illustrare i successivi due paragrafi, sia la suadente voce di Alberto Angela:
A proposito di birre bavaresi
Per quel che riguarda le birre bavaresi, non basta essere tenutari del prodotto, bisogna anche saperlo spinare con dovizia, ovvero a caduta, lentamente, a più riprese, eliminando il gas in eccesso, lasciando un bel cappello di schiuma in cima al boccale. Vi sono infatti alcuni bar a Verona, in Piazza delle Erbe, che possiedono sì la spina di Augustiner, ma la utilizzano senza amore, erogano sveltine di birra, le quali, a differenza delle sveltine vere e proprie, non procurano neanche quel velocissimo momento di piacere, ma solamente molto gonfiore intestinale e fragorosi rutti baritonali (non so se Alberto Angela sarebbe d’accordo sul tenore del testo, ma tant’è, immaginare non costa nulla). Dunque, i migliori locali a Verona per suggere birra bavarese sono attualmente l’Ellis 22, adiacente al già menzionato Sciorùm (il locale è tuttavia universalmente conosciuto come “Da Juve”, sol perché il suo pirotecnico proprietario Davide, detto ora appunto Juve pur essendo tifosissimo dell’Hellas Verona, una volta, all’incirca all’età di cinque anni, venne colto ad indossare una sciarpa della Juventus, e dalle nostre parti queste cose non si dimenticano più); l’Osteria Tre Miracoli vicino alla Basilica di San Zeno, patrono della città; la Birreria Iter, dalle parti dello Stadio Bentegodi, anche se qui, a voler esser pignoli, la birra è servita a due/tre gradi in più del dovuto e l’odore di fritto proveniente dalla cucina lascia sui vestiti una leggera panatura; ed infine la Taverna Cansignorio, verso Borgo Venezia, dotata di un elaboratissimo sistema di spinatura presumibilmente progettato da Robert Oppenheimer in persona nonché gelosamente custodito dal proprietario Danilo, un vero talebano della birra bavarese: se parlate a lui di birra artigianale, rischiate di essere spediti fuori dal locale a pedate nel deretano.
A proposito di Guinness
Per quel che riguarda la Guinness, il discorso si lega indissolubilmente all’intervenuta scomparsa dei pub a Verona, una grave deriva sociologica compiutasi negli anni successivi alla pubblicazione della mia Divina Commedia veronese, ovvero “Sognando un Negroni”, testo in cui esaltavo quella tipologia di locali, che da sempre conservano un posto speciale nel mio cuore (sempre per quella passione per l’Irlanda e il mondo anglosassone in generale). Nel tempo, questi luoghi che all’inizio degli anni Duemila erano stati la fucina di varie generazioni di giovani alcolizzati veronesi, che erano stati il gorgo del delirio peggiore, o migliore, della mia città, a seconda dei punti di vista (peggiore: per i residenti vicino al pub; migliore: per noi entusiasti avventori), hanno chiuso quasi tutti, per lasciare il posto ad anonimi e freddi ristoranti, o, peggio ancora, ad alcuni garage. E a noi bevitori cos’è rimasto? In città direi solo l’Hartigans, in un vicolo-traversa di Corso Cavour, a metà tra i Portoni Borsari e Castelvecchio.
Ora voi forse vi starete chiedendo: a quale scopo l’autore ha compiuto questa lunga digressione sull’assunzione della birra a Verona? Ebbene, “solo perché l’autore è un ubriacone” potrebbe essere già una buona risposta. Oppure perché, dai tempi dell’uscita di quel “Sognando un Negroni” che mi ha lanciato tra i grandi della letteratura mondiale tanto che ogni volta che mi squilla il cellulare con numero anonimo rispondo sempre con l’accento svedese confidando che dall’altro capo della linea vi sia l’Accademia di Stoccolma che mi annuncia l’assegnazione del Nobel, mi è sempre rimasta la passione di descrivere le abitudini alcoliche dei miei concittadini. D’altronde, a mio avviso, nella maggior parte dei casi, una persona ubriaca ha da dire cose molto più interessanti di una sobria: intendiamoci, il 90% saranno cazzate, ma quel restante 10% saranno stille di puro genio.
O forse, infine, parlo di tutto questo perché quelli bravi a scrivere mi hanno insegnato che, quando si vuole raccontare qualcosa, il nocciolo della storia va sempre contestualizzato.
Quale che sia il motivo della premessa, ecco che mi ritrovo ad entrare al sopra citato Hartigans, in Vicolo Disciplina, traversa di Corso Cavour, un pub duro e puro che ha resistito alle mode e alle migrazioni inconsce dei giovani veronesi, e direi in particolare delle giovani veronesi, che cercano la movida: mentre all’estero la frequentazione dei pub è attività ludica praticata anche dalle ragazze, quindi il connubio tra birra e gentil sesso li rende non poco attraenti, nella mia città la stragrande maggioranza delle donne ben si guarda dal frequentare questa tipologia di locali, ritenuti poco cool. Tale inclinazione permette a codeste femmine di risultare sicuramente più graziose da un punto di vista estetico, poiché tutta quella birra non va a depositarsi all’interno dei loro glutei, ma al contempo ce le restituisce più tristi delle colleghe anglosassoni.
Muovendo quindi da questa scarsa presenza femminile, possiamo affermare che il locale in questione è frequentato per lo più da avventori maschi ascrivibili alle categorie dei nerd e dei tecnici informatici, le quali notoriamente poco si interessano all’altra metà del cielo: in questo pub, dunque, difficilmente potrai lanciarti in grandi conquiste sessuali e/o sentimentali, ma se devi aggiornare l’iPhone o riparare il mouse, sei nel posto giusto. E tutto questo a voler tacere dei due proprietari, una coppia di fratelli segaligni che stazionano impettiti dietro l’imponente spina in legno e incarnano a pieno lo spirito integralista del locale (birra, birra, solo birra, al massimo whisky): se vieni per berti uno spritzino di aperitivo, in cerca di vanità e frivolezze, al pari di Danilo della Taverna Cansignorio sono capaci di buttarti fuori senza tanti complimenti.
Per fortuna io rientro nel gruppo degli avventori abituali, più per la passione per la birra che per le capacità in ambito tecnologico, e dunque al mio ingresso vengo accolto con un caloroso “Ciao!”, e poi con l’usuale domanda “Sei da solo?”, che a ben vedere è così usuale solo in questo locale, in cui bere in solitudine è la regola, ma in tutti gli altri desterebbe qualche perplessità.
- No, aspetto un amico, - rispondo dirigendomi verso un tavolino d’angolo, posizionato in penombra sotto alla tipica insegna di latta raffigurante un tucano, abbinato alla scritta “It’s a lovely day for a Guinness”.
Dopo che mi sono accomodato, senza che nemmeno lo chieda (e qui si misura il livello di alcolismo dell’avventore di un locale), i proprietari mi spinano prima, e servono poi, una pinta di Guinness. Nello stesso momento in cui mi viene consegnata la mia perla nera, quasi in ossequio ad un antico e fatale rituale, entra nel locale il suddetto amico, saluta pure lui i fratelli Gallagher con fare di consuetudine, ordina la sua Guinness e mi si siede di fronte, estraendo gli AirPods dalle orecchie (immagino solleticando l’interesse degli altri sparuti avventori, che si staranno chiedendo di quale modello si tratti).
- Ti capita mai che Spotify azzecchi la sequenza perfetta? Metti su una playlist e lui infila tutte le canzoni che hai voglia di ascoltare per il mood in cui sei in quel momento, - esordisce.
- Praticamente ti fa da deejay, - lo assecondo.
- Esatto. Mi è appena capitato venendo qui.
- E quale sarebbe il tuo mood attuale?
Si finge sorpreso. - Come quale sarebbe? Il mood Ponti di Madison County, no? Amori impossibili, storie infrante, speranza di rincontrarsi, cose così. L’amore conta di Ligabue, Chiamami quando la magia finisce di Tropico, Quella te di Gazzelle. Completamente: Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te?
La persona che mi sta di fronte, e che adesso affronta sognante il primo sorso di Guinness (che bella locuzione, che preludio ad infinite possibilità: “il primo sorso di Guinness”), si chiama come me, ha la mia età e ci conosciamo da quando abbiamo nove anni. E’ arrivato nella mia stessa scuola in quarta elementare, perché si era trasferito nel mio quartiere, Borgo Trento, più centrale, dal suo precedente, Borgo Roma, più periferico. Quando la maestra gli ha chiesto di presentarsi alla classe, ha risposto più o meno così: “Prima di trasferirmi qui, frequentavo una scuola di suore. Facevamo molti scherzi a queste suore: una volta abbiamo preso Suor Giuseppa per il velo e l’abbiamo trascinata giù per le scale”. E fu così che, grazie a quell’incipit da teppista senza rimpianti, ebbe subito la mia attenzione. E l’ha tuttora, dopo trentasette anni da quel fatidico giorno di settembre e dopo tutte le scuole, e pure l’università, frequentate assieme. Un fratello acquisito.
- Giusto, - annuisco. - Allora cominciamo pure: perché hai messo quella storia su Instagram? Sempre per Laura?
- Ovvio.
Vi devo una breve spiegazione: Alberto è un integralista delle storie d’amore, non accetta compromessi, non accetta sentimenti fiochi o relazioni stantìe. O ha le farfalle nello stomaco perennemente, una sorta di voliera gastroesofagea, oppure resta da solo. La sua ultima storia è finita piuttosto male: frequentava questa Laura, stavano molto bene insieme, era un match quasi perfetto di caratteri e sentimenti, lepidotteri che svolazzavano a pranzo colazione e cena, ma purtroppo era una relazione ingolfata a causa del fatto che lei manteneva ancora un forte legame con il suo ex-fidanzato e con la famiglia di lui. Ex-fidanzato che è ritornato in auge ed infine, per saltare in estrema sintesi alla conclusione, lei ha sposato, lasciando il mio amico Alberto da solo con il suo retino, ad accalappiare l’aria vuota, ad afferrare il vento tra le nuvole. Mi sembra già un’ottima partenza per la mia inchiesta, no?
- Quella scena riassume perfettamente la scelta di Laura, - continua lui.
- Quindi l’hai pubblicata perché speravi che lei la vedesse? Era una storia educativa?
- Difficile, visto che mi ha bloccato dappertutto, ma chi lo sa, - replica con una punta di rassegnazione.
- Che roba strana questa per cui le donne che ti hanno lasciato, ti bloccano: non dovrebbe essere il contrario? - lo provoco.
- Excusatio non petita, accusatio manifesta, - declama, alla moda di Cicerone. - Lei sa perfettamente di aver fatto una cazzata, ma non vuole sentirselo dire. La versione social dello struzzo.
- Quindi ti piacerebbe se scrivessi un libro su tutto questo? Potresti essere il primo capitolo di questa inchiesta.
Alberto butta giù un lungo sorso di birra, frutto di anni di allenamento comune tra Verona e Dublino, e poi mi guarda: - Ci ho pensato, dopo che ci siamo sentiti: certo che devi scriverlo, questo libro! Che domande mi fai?! - e sbatte una mano sul tavolino di legno consunto, quasi si inalbera, cogliendomi di sorpresa. - Ci conosciamo da quarant’anni, sai come la penso! Guarda, ti do anche il titolo: Sposarsi a caso. Ancor meglio sarebbe a cazzo, ma mi pare un po’ troppo volgare.
Ridacchio pensando a quel titolo e all’editor che potrebbe ritrovarsi a leggerne le bozze: con un titolo così, se il libro finisce nelle mani di qualcuno che, come afferma il mio amico, si è sposato a caso, potrei avere difficoltà nella pubblicazione. Mi è già capitato qualcosa di simile con qualche mio libro precedente, perché se è vero che la verità rende liberi, è altrettanto vero che fa male.
- Non male, un po’ forte forse, ma a questo servono i titoli, - gli concedo. - Allora, - proseguo, visto che lo vedo sul pezzo (nel frattempo ha anche ordinato un’altra birra) - torniamo ai ponti di Madison County. Quando un uomo romantico incontra una donna pragmatica, l’uomo romantico è un uomo morto, - gli riporto il mio pensiero. – E’ così?
Stavolta è lui a ridacchiare. - Può essere un bell’inizio ad effetto per il libro, ma penso che poi il concetto dovrebbe evolvere: Se la donna pragmatica si lascia scappare l’uomo della sua vita, la donna pragmatica è una deficiente -. Poi alza le mani. - Vale anche a parti invertite, eh! Anche se il pragmatico fosse l’uomo. Non ce l’ho con le donne. Cioè, io un po’ sì, ma ci siamo capiti…
- Prosegui pure, ti ascolto, - lo sprono, cominciando a prendere nota mentalmente (posizionare il telefono sul tavolo per registrare mi sembrerebbe dargli troppa importanza: gli voglio bene e sa esprimere concetti interessanti, ma il mio omonimo amico non è certo Schopenhauer, ecco, e non siamo nemmeno a Report).
- Il pragmatismo è una cazzata, conta solo la felicità, - riparte lui. - Nel mio caso, come nel caso di Clint Eastwood, il risultato sono tre persone infelici: Laura, che si è sposata senza essere innamorata, ma solo per doverizzazione sociale; suo marito, che si è legato ad una donna infelice che lo renderà infelice; e il sottoscritto ovviamente, che te lo dico a fare. Pensiamo invece per un attimo se lei avesse fatto la scelta di stare con me, come Meryl Streep fa con Clint Eastwood solamente dopo che lui è morto. Guarda che è un bel monito quel film! Io e lei saremmo entrambi felici perché è innegabile che stessimo bene insieme, e pure quell’altro, dopo aver sicuramente sofferto un po’, si sarebbe ritrovato in una situazione migliore, perché poi avrebbe potuto trovare una persona che lo avrebbe reso molto più felice. E invece ha voluto la sua vittoria di Pirro.
- E se invece lei avesse solamente deciso di buttarsi con lui? Invece che farlo con te? - provo a rintuzzarlo. - Non è che bisogna per forza razionalizzare tutto. Lei ad un certo momento, probabilmente stanca della situazione incerta, ha scelto lui e non te. Non può essere tutto molto più semplice di come lo descrivi tu?
Lui mi ascolta e poi comincia a rispondere con una discreta flemma, non l’ho particolarmente scalfito, segno che forse questi pensieri li ha già elaborati da un po’, anche se, come sappiamo, ogni tanto ricasca ancora in quelle storie educative su Instagram, che non educano proprio nessuno. - Ci può stare. Allora diciamo che ha scommesso sul matrimonio con lui. Peccato che il matrimonio non sia per nulla qualcosa su cui scommettere, è una scelta troppo importante e impegnativa per essere l’oggetto di una scommessa. E’ come se uno entrasse in un casinò e puntasse tutto il suo patrimonio su un singolo numero: sarebbe un comportamento furbo? Oppure, e proseguo nella similitudine ludopatica, nel caso di Laura è come se, su un tavolo da poker, avesse fatto all-in avendo in mano una doppia coppia.
Finisco con un sorso la mia pinta e pure io ne ordino una seconda, a cui farà certamente seguito una terza: per meno di tre birre medie neanche si esce di casa. - Ok, ho preso nota, - lo seguo. - Ma allora dimmi: a parte quelle storie sibilline sui social, come stai vivendo il distacco? Ci pensi ancora o no? - chiedo per capire meglio se quella flemma sia solo una posa.
Lui si ammanta di rigore, mette su una faccia come quelle dell’Isola di Pasqua, e serafico risponde: - Ogni sera, prima di dormire, guardo il suo profilo whatsapp per vedere se mi ha sbloccato. La volta che mi sbloccherà, vorrà dire che sarà pronta a tornare con me.
- Sei serio? - ribatto allibito. Ma vi ho già detto che faccia aveva pochi secondi fa quando ha pronunciato le suddette parole e quindi possiamo tutti concordare sul fatto che le faccione su quell’isola siano ben serie.
- Certo, - rimarca lui, con la naturalezza di un killer.
Al che, seppur con un certo tatto, non posso che farglielo notare: - Albi, non mi sembra un comportamento normale, di uno che ha superato la cosa.
- E chi ha detto che io voglio essere normale? Chi ha detto che voglio superare la cosa? Quando spengo le luci di casa, prima di dormire, solo nel mio silenzio, senza disturbare nessuno, posso guardare il suo profilo whatsapp o qualcosa me lo impedisce?
- Forse la tua salute mentale?
- Io sto bene, sono molto tranquillo.
- Anche Charles Manson probabilmente lo era.
- Ah ah ah, - scandisce, alzando il braccio verso il bancone per arrivare alla canonica terza pinta.
Prima di arrivarci pure io, riparto: - Stai facendo come nella scena finale del film su Facebook: Zuckerberg lo utilizza per chiedere l’amicizia alla ragazza che lo ha lasciato. Lei non risponde e lui continua ad aggiornare la pagina. Speriamo almeno che anche tu possa diventare miliardario, quello ti risolverebbe comunque molti problemi.
- Sai come la penso: o perfetto o niente, - ribatte perentorio.
- Più probabilmente niente, - concludo.
- E allora niente, amen.
E così sia, mi verrebbe da chiosare. Ma il materiale per iniziare il libro ce l’ho e allora per un po’ parliamo d’altro, di altri fatti nostri e delle nostre vite, come facciamo da trentasette anni a questa parte. Potrei anche aggiungere che l’amicizia è la versione affidabile dell’amore, che l’amicizia è un lingotto d’oro e l’amore è un bitcoin, ma non vorrei parlare di questo, nel mio libro. Restiamo sulle cose inaffidabili, sono più interessanti, più letterarie.
Con Alberto ci salutiamo sulla porta del pub e gli prometto che lo terrò aggiornato su quello che scriverò. Mentre parlavamo, mi sono venute in mente varie idee e varie altre persone con cui vorrei parlare. Ci vorrà un po’ di tempo, probabilmente dovrò pure viaggiare, ma la cosa mi intriga.
Tornando a casa, a piedi, mi stringo nella giacca per respingere il primo freddo di settembre. Percorro a passo lento Corso Porta Palio, tra le luci pallide e malaticce provenienti dai neon dei negozi chiusi e quel vago afrore di ristorante etnico che serpeggia per il Corso. Per farmi passare la camminata Centro-Stadio, indosso pure io gli auricolari. Neanche farlo apposta, parte una intro di sintetizzatori e poi: Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te? Ma non penso che possa dirti tutto quello che ti dico io… O forse quella canzone è partita proprio per farlo apposta. Forse, come dice Alberto, la sequenza perfetta esiste veramente e bisogna solo avere la pazienza di aspettarla.
lun
02
feb
2026
Lui chi è? E’ un altro uomo che è impazzito per te?
Thegiornalisti, Completamente
Frattanto si era fatto tardi e tutt'e due dovevamo andare per i fatti nostri.
Ma era stato molto bello rivedere ancora Annie, dico bene?
Mi resi conto di quanto era in gamba, stupenda e, sì, era un piacere solo averla conosciuta
e allora pensai a quella vecchia barzelletta, sapete?
Quella dove uno va da uno psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo: crede di essere una gallina”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”.
E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”.
Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo/donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi.
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.
Woody Allen, Io e Annie
Quando un uomo romantico incontra una donna pragmatica
Quando un uomo romantico incontra una donna pragmatica, l’uomo romantico è un uomo morto.
L’avevi rivisitata così, Clint, quando hai girato quella scena in cui Robert, ovvero tu stesso (lo stesso che, molti anni prima, in una taverna messicana, era stato il destinatario di quella famosa battuta dell’uomo con la pistola che incontra l’uomo col fucile), scende dal suo pick-up e, fradicio sotto una pioggia torrenziale, si avvicina all’automobile di Francesca, Meryl Streep, pregandola silenziosamente di scappare e passare la vita assieme a lui? E lei accenna quel sorriso malinconico, come a dire “vorrei, ma non si può”? Allora lui sorride di rimando e, afflosciandosi tra le spalle, se ne torna al furgone e scompare per sempre?
Amati lettori, sto parlando del film “I ponti di Madison County”, diretto da Clint Eastwood nel 1995. Ecco un breve riassunto della trama per chi non l’avesse mai visto: nell'estate del 1965, Robert Kincaid (Clint Eastwood), fotografo di mezza età del National Geographic, giunge a una vecchia fattoria in mezzo ai campi dell’Iowa per chiedere indicazioni sui famosi ponti di Madison County, che egli dovrà fotografare. Conosce così Francesca Johnson (Meryl Streep), donna di casa e madre di due figli, una quarantenne italiana un po' dimessa e rassegnata. Complice l'assenza del marito e dei figli, partiti per una fiera del bestiame, i due fanno amicizia e, in breve tempo, il loro incontro si trasforma in un'autentica e profonda passione. Ma la loro intensa storia d'amore, con il ritorno della famiglia di Francesca, giunge ad un bivio, che si dipana proprio nel modo descritto nella scena di cui sopra.
E, visto che ormai siamo in ballo, vediamo anche come prosegue la storia, dopo quel momento catartico, dopo il grande sforzo di volontà di Francesca: lei prosegue la sua modesta vita in Iowa insieme a un marito che non ama; dopo molti anni, alla morte del coniuge, ci ripensa, ripensa a Robert, prova a rintracciarlo e a scrivergli, e, guarda un po’, scopre che era già morto pure lui. Game over.
Sono spalmato sul divano di casa, il mitologico Busnelli grigio topo teatro di tante losche avventure, intento a guardare quel film. La voglia di rivederlo, direi pure di analizzarlo, mi è venuta qualche giorno fa, dopo aver incrociato su Instagram la storia di un mio amico, che ripostava proprio la scena che vi ho descritto.
Mentre la mente vaga tra il film e la mia vita, mentre assisto a quella mancata unione e alla scelta di Francesca che, in modo dignitosamente consapevole, rinuncia all’amore della sua vita, vengo travolto da un’epifania, un po’ come quel meme di Leonardo di Caprio che indica la televisione: ecco di cosa mi piacerebbe parlare nel mio prossimo libro. Di scelte come questa. O almeno anche di scelte come questa. Di relazioni imperfette, complicate, di storie in cui ci si inzuppa sotto la pioggia e si piange. O si ride. Di vite vissute o non vissute. Di tutto quello che, insomma, cosparge di sale le nostre vite, le quali, altrimenti, finirebbero per risultare piuttosto sciatte, banali. E invece tutti aspiriamo a urlare al mondo la nostra unicità, come me che scrivo e come voi che leggete. Qualcosa di simile ad un’inchiesta, ad un reportage.
Come Leonardo nel meme, riemergo dalla mia seduta, afferro lo smartphone e scrivo all’amico della storia su Instagram: voglio capire da lui perché l’ha postata e voglio parlargli di questa mia idea, lui saprà sicuramente illuminarmi, lui non delude mai su questi argomenti. Anche perché chiediamoci: qual è la finalità ultima, intrisa di una buona dose di vanità, di postare su Instagram una storia del genere, se non quella di voler essere ascoltati? Quella, appunto, di urlare al mondo il proprio messaggio? Il problema, purtroppo e molto spesso, sono i presunti ascoltatori di quel messaggio, che, ben che vada, lo faranno a volume azzerato. Non siamo quasi mai così interessanti come crediamo: sui social ognuno di noi vorrebbe raccontare la propria vita come un kolossal di cui è il protagonista, ma vengono proiettati così tanti kolossal, che nessuno lo è. Sono storie narrate da attori che si pavoneggiano e si agitano per il loro breve momento sul palcoscenico, sono racconti pieni di rumore, che non significano nulla.
E va bene, quest’ultima citazione l’ho scritta per darmi un tono, non esageriamo, stiamo pur sempre parlando di una storia su Instagram. Piuttosto cominciamo a scrivere questo libro, in questo modo: andiamo a parlare con l’amico e cerchiamo di scoprire se Meryl avrebbe potuto, o dovuto, scegliere diversamente.
dom
07
mag
2023
Che quella della Clivense non sarebbe stata un’esperienza ordinaria avrei dovuto capirlo quando, alla presentazione della squadra appena iscrittasi al Campionato di Terza Categoria (ovvero l’ultima e meno prestigiosa delle categorie del calcio), mi è stato consegnato un atto di citazione da 60 pagine, fresco fresco di notifica alla società all’interno di una graziosa busta verde.
Verona è sempre un po’ così: aldilà del giusto campanilismo calcistico, che ci sta, tuttavia, più in generale, quando fai qualcosa che spicca per coraggio, rischio e passione, più che essere sostenuto solitamente vieni deriso, valutato con sospetto, se non propriamente attaccato. La mia città è costituita da piccole parrocchiette che mal vedono i grandi progetti: per citare il Frank Sinatra scaligero, ovvero Umberto Smaila, “senza un gemito la provincia moriva al bar, paura di volar”.
E questo progetto è nato senz’altro in grande, ma all’inizio solo nella testa dei suoi fondatori, che definire visionari è riduttivo: Sergio Pellissier, tra i più prolifici attaccanti del campionato di Serie A (oltre 100 gol) e storica bandiera del Chievo, ed Enzo Zanin, ex-portiere e altrettanto storico dirigente del Chievo. L’attaccante si lancia in avanti, il portiere richiama all’ordine.
Ci aggiungo altre due persone: Riccardo Allegretti, il Mister, allora allenatore della Primavera del Monza acquistato da Berlusconi, che dunque ha lasciato gli elicotteri di Silvio per ritrovarsi costretto a diventare automunito, e mio fratello Giulio, che quando si tratta di essere visionari se la gioca con Elon Musk dopo che ha bevuto quattro Red Bull.
Di quel progetto nato nella testa dei fondatori e buttato giù in una stanzetta di Via Torricelli nell’agosto 2021, in sequenza, questa è la sintesi di quello che è stato realizzato nell’arco di neanche due anni: la squadra viene formata tramite un appello su Instagram (ai provini si presentano decine di giocatori da tutta Italia); vince tutto a livello di Terza Categoria; nel frattempo viene lanciata una campagna di crowdfunding che raccoglie oltre 700.000 euro tramite circa 700 soci e che permette l’acquisto di una società nel Campionato di Eccellenza; l’acquisto avviene a metà luglio e la nuova squadra viene costruita in due settimane, con un allenatore, l’automunito Allegretti di cui sopra, esordiente per la categoria; la Clivense vince il Campionato di Eccellenza con sette punti sulla seconda e vola in Serie D. Miglior attacco e miglior difesa del girone.
Questa la fredda cronaca di un progetto unico nel calcio italiano, che, almeno al momento (ma le porte sono aperte, eh!), non annovera alcun imprenditore di peso a sostenere la società, bensì una partecipazione diffusa di tifosi, sostenitori, simpatizzanti, o anche solo piccoli investitori che ci vedono un possibile guadagno. Ma la cosa veramente eccezionale che ho potuto appurare sul campo (gioco di parole abbastanza banale, ma è proprio il caso di dirlo) e in parte anche sulla mia pelle, è stata la straordinarietà dell’impresa sportiva di riuscire a vincere il Campionato di Eccellenza al primo tentativo: l’Eccellenza è una palude, una tonnara in cui sguazza di tutto, dal giocatore di classe allo scarpone senza pietà, dal giovane di belle speranze al ragazzino che ti tocca far giocare per forza perché così prevede il regolamento, dall’esperto allenatore volpone al neofita, dall’arbitro capace a quello che pare avere sfogliato velocemente il regolamento di gioco dieci minuti prima del calcio d’inizio eppure si sente Zeus, dal presidente che intravvede torbidi complotti arbitrali tra le nebbie del Nordest a quello che mantiene la compostezza e la lucidità, dalla società con novant’anni di storia a quella che non ne ha nemmeno due.
Il simbolo dell’imprevedibilità di questa stagione lo potrei cristallizzare in una singola azione di gioco, quella di una avversaria della Clivense proveniente dall’Alto Vicentino, quando, sotto una pioggia battente che aveva reso il campo proprio quella palude che, metaforicamente, è lo stesso campionato di Eccellenza, la loro ala destra (il cui cognome sarà stato qualcosa come Marcazzan) crossava al loro centravanti (alto più o meno 1.55 e il cui cognome sarà stato qualcosa come Brustolon), e questi staccava dal fango per colpire la palla in rovesciata volante alla Pelè, insaccandola a fil di palo. Ecco, è stato vedendo il più bel gol degli ultimi quarantacinque anni, che verrà tramandato di padre in figlio davanti agli spiedi di quaglie arrostite sui falò nell’Alto Vicentino ma di cui a livello nazionale non si saprà mai nulla, che ho capito che vincere questo campionato sarebbe stata un’impresa.
Per darvi una pietra di paragone: su Disney+ potete trovare una serie che narra le vicende del Wrexham, una squadra gallese che milita(va) in una categoria equivalente a quella della Clivense, acquistata da due star di Hollywood (uno è Ryan Reynolds, l’attore che ha interpretato “Deadpool”), i quali ci hanno investito qualche milione di dollari per giocarsi la promozione. Ma la squadra non è riuscita a essere promossa al primo anno, ce l’ha fatta, soffrendo, solo al secondo.
E pure a me, nel corso di questa stagione, al pari della squadra, è capitato un po’ di tutto: tra gli altri avvenimenti (mi sono anche ritrovato seduto all’interno di un ufficetto federale situato dentro lo Stadio Bentegodi, esattamente sotto la Curva Sud con vista sul campo, io che pensavo che lì sotto si aggirassero solo ultras sbronzi pronti a menare le mani, non certo che vi fossero uffici federali senza nemmeno un bar e la possibilità di bere un Verdone), sono arrivato persino davanti al Collegio di Garanzia del CONI, la Corte di Cassazione dello Sport, appena dopo la discussione sulla penalizzazione della Juventus (dopo di che ci siamo presentati trionfalmente noi a discutere di un rigore annullato). Quello davanti al Collegio di Garanzia è un tipo di procedimento che, ad un avvocato che si occupa esclusivamente di diritto sportivo (e non è il mio caso), potrebbe anche non capitare mai in tutta la carriera, ma in questa vicenda unica a me è capitato subito. Con l’auspicio quindi, l’anno prossimo, di arrivare davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per un giocatore espulso che non esce dal campo.
Insomma, tutto questo pistolotto per dire che cosa? Nulla, se non rendere omaggio alle persone che provano a rendere reali anche le visioni più ardite e che portano con sé i sogni come fedeli compagni di viaggio. Il tutto puntellato dall’assunzione di numerose birre per festeggiare le vittorie: come mi ha insegnato Enzo, nel calcio come nella vita le vittorie vanno sempre festeggiate, ai bei momenti bisogna sempre farci caso perché del domani non sappiamo nulla e potrebbero aspettarci quelli più brutti. E durante questi, le birre servono allora a risollevarsi (da tutto ciò traspare anche una punta di alcolismo, direte voi, e non mi sento di darvi torto).
E quindi, di quest’ottima annata, che ci farà ricordare la Clivense del 2022/2023 come un Amarone del 1997, quello che resta non è soltanto l’esito, né quello che ci potrà riservare il futuro, incerto per definizione, ma è la lezione di averci provato alla grande.
lun
27
giu
2022
- Unico punto all’ordine del giorno: quante volte ci si può innamorare nella vita?
- Se la risposta è Once, come il film, sei fregato amico mio… - gli sospirai contro.
- Il fatto è che io non credo a quelli che si innamorano continuamente. Finita una storia importante, bum!, subito un’altra. Hanno sempre la persona giusta dietro l’angolo. Una sequenza ininterrotta di persone giuste e angoli dietro cui trovarle.
- Mi sembra che generalizzi un po’ troppo, bisognerebbe conoscere le storie di ognuno, - provai a ribattere.
- Proprio tu parli di generalizzare? Tu che scrivi quei tuoi ritratti definitivi sulle persone?
- Ma sì, - agitai una mano davanti al viso per scacciare quell’attacco, come si farebbe con una mosca insistente - quando si scrive si va giù dritti, per catturare l’attenzione. Ovviamente la realtà è un’altra cosa, ha le sue sfumature…
- Ritorna in scena la devastante razionalità del nostro amico Alessandro Testi, che non ammette feriti sul campo di battaglia! - si intromise Pippo a mio sostegno. - Tu, nella vita, lasci mai che gli eventi scorrano, senza per forza metterci sopra il cappello di qualcosa? Non puoi provare a prendere quello che viene, a lasciarti andare, e i conti li farai alla fine?
- L’ho già fatto e guarda com’è finita. Dico solo che ora faccio una feroce selezione all’ingresso: entra solo chi per me se lo merita, ma una volta dentro, ci resta, caschi il mondo. Mentre alcune persone, soprattutto donne…
- E ti pareva, - commentò Pippo, alzando platealmente gli occhi al cielo.
- … soprattutto donne, fanno entrare chiunque. Avanti, open bar! Poi si accorgono di essersi sbagliate, che lui non va bene, che si sono rovinate la vita con quello sbagliato, e allora lo accompagnano alla porta senza tanti complimenti. Cari miei, - indugiò in una pausa scenica, forse dovuta, anche nel suo caso, alla birra che contemporaneamente scendeva e saliva - le donne, quando ci fanno entrare nella loro vita, ci stanno mentendo.
Davanti a quel pronunciamento, posai piano il bicchiere sul tavolo e, nel mio caso certamente a causa della birra, cominciai ad intonare sottovoce, con la voce impostata di Cesare Cremonini, volgendo lo sguardo prima ad Ale e poi, cercando un complice, a Pippo: - Ci prendiamo una cotta per la prima disonesta…
Pippo non si fece pregare e continuò, alzando il volume di una tacca: - …complichiamo i rapporti come grandi cruciverba…
Io: - …e tu mi chiedi: perchééé?
Sul “perché”, ormai detonato a tutta voce, per l’ennesima volta durante i nostri consessi attirammo le attenzioni dei vicini, e pure dei nostri figli che si destarono dalle palline diseducative e si riavvicinarono a noi, non so se più divertiti o spaventati.
Ormai in trance agonistica, io e Filippo ci alzammo dagli sgabelli e ci piazzammo davanti ad Alessandro, attonito e rassegnato allo stesso tempo (sono quasi certo che sibilò tra i denti anche un “teste di cazzo”), continuando a cantare insieme, agganciati per le spalle e rinfrancati dalla nostra ebbrezza: - Sai quanta gente sorride alla vita e se la canta aspettando il domani, e intanto i giorni che passano accanto li vedi partire come treni che non hanno i binari,- tono più grave guardandoci in faccia - eppure vanno in orario, - ripresa più alta con il mento e la voce sparati al cielo - e quanti inutili scemi per strada o su Facebook che si credono geni, ma parlano a caso…
Qui Filippo si staccò da me e afferrò Matilde per farla ballare con sé, in una versione rallentata, più vicina al valzer, della girandola di Jack e Rose in Titanic. Continuò comunque a cantare: - Mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo e poi dormiamo coi cani…
Lo stesso feci allora io con Arturo. - Mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo e poi dormiamo coi cani, mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo e poi dormiamo coi cani…
I bambini ora ridevano apertamente, sinceramente sorpresi da questi adulti ebbri.
Pippo interruppe la sua danza e si inginocchiò di fronte a Matilde, i cui lunghi capelli le si erano sparpagliati dappertutto, sul viso e sulle spalle, prendendole una mano a mo’ di promessa nuziale. - Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli?
Io invece presi in braccio Arturo (ignorando il piccolo ‘cric’ sulla schiena, che probabilmente avrei pagato il giorno dopo e i giorni a venire), continuando a cantare al suo viso accaldato e paonazzo (se Sofia avesse visto la scena, sarebbe immediatamente tornata dall’avvocato per ottenere qualche forma di restrizione del mio diritto di visita). - Tutti col numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori…
Pippo: - Ti sei accorta anche tu, che in questo mondo di eroi…
Si alzò in piedi e si voltò verso di me, poi entrambi fissammo Ale, che avrebbe voluto nascondersi nel bicchiere. Pippo gli puntò pure l’indice contro: - …nessuno vuole essere Robin.
Dopo qualche istante di silenzio, nel momento stesso in cui i restanti visitatori di nazionalità varia ebbero contezza della fine della nostra performance, scattò spontaneo, un po’ come successo in aeroporto per la gara di carrozzelle, un fragoroso applauso, le loro pinte innalzate al cielo in segno di apprezzamento. D’altronde stiamo parlando di un Paese in cui è fiera usanza cominciare a bere birra alle undici della mattina, quando noi stiamo ancora bevendo i cappuccini: che effetto avrebbero mai potuto fare due uomini di mezza età impegnati a cantare a squarciagola in luogo pubblico e a ballare scomposti insieme a due minori?
Io e Pippo facemmo un inchino alla sala e, soddisfatti, ordinammo un altro giro di birre, più che meritato.
lun
09
mag
2022
- C’è poco da scherzare, all’estero con Tinder si fa la pesca a strascico, molto più che in Italia. Vi spiego bene, se volete.
- Sentiamo la teoria… - lo invitai a proseguire, rassegnato.
- Non è teoria, è pratica. All’estero le donne sono meno ipocrite che in Italia: qual è il logo di Tinder? Una fiamma. Una app che ha come logo una fiamma a cosa dovrebbe servire? A far scattare la passione, se parliamo in modo educato. A scopare, se non parliamo in modo educato. All’estero lo sanno bene e Tinder si usa per quello. In Italia invece tante donne lo usano come fosse Facebook, non il mio Facebook ovviamente, il mio Facebook è molto meglio di Tinder, parlo di Facebook in generale. Mi fanno ridere quelle che scrivono non sono qui per sesso, sono qui per conoscere una persona seria. Su Tinder? E’ come scaricarsi la app del meteo e poi scrivere non sono qui per le previsioni del tempo, sono qui per sapere se esiste il paradiso.
- Non fa una piega, - dovetti ammettere.
Ingollò un notevole sorso di birra e proseguì in tono cattedratico: - Una volta che eviti le ipocrite, sul Tinder italiano restano le seguenti categorie - e qui cominciò a contare platealmente con le dita, come Berlusconi quella volta al Quirinale. - Uno: le donne che si iscrivono solo perché vogliono che tu poi le segua su Instagram, per aumentare i propri follower e alimentare la ridicola convinzione di essere, a loro modo, delle influencer. Due: le false magre, cioè quelle che si fotografano da angolature che sfidano le leggi della fisica pur di non mostrare le proprie rotondità, ma di solito, tra le ultime del profilo, c’è sempre una foto che le frega e capisci che hai a che fare con una ragazza a cui piace molto il pane. Tre: i trans. E alla fine, quattro: quella minima percentuale di donne, che all’estero è massima, con cui puoi scambiare due veloci parole e poi dedicarti a fare quello per cui Tinder è stato creato.
(estratto dal libro "La cura per dimenticarsi")
lun
23
dic
2019
Dopo l'attesissima (?) uscita del nuovo libro "Come vincere tutte le cause", ecco un altro estratto, che riguarda l'ambito dove vengono combattute le più grandi battaglie per le più grandi boiate: il condominio.
Il culmine della “Grande Lite Inutile” si raggiunge nel condominio. Qui, in primo luogo, tutti si sentono avvocati: il fruttivendolo del terzo piano non ha certamente mai preteso di operare a cuore aperto, né il bagnino dell’appartamento nel sottotetto al quinto piano ha mai invocato il diritto di progettare un grattacielo, eppure entrambi, chissà perché, all’assemblea di condominio cominciano a dissertare ad cazzum di Codice Civile e di sentenze della Corte di Cassazione.
Non solo si sentono avvocati: tutti loro, in fondo, sono avvocati. E lo sono probabilmente perché, sotto sotto, credono che funzioni come in un legal thriller di John Grisham, come in un film in cui Tom Cruise torchia Jack Nicholson, come se la professione di avvocato fosse solo un bel vestito e tante parole, come se non servissero tutti quegli anni di studio e di preparazione (e di gavetta sottopagata, e di stress, e di capelli persi) per argomentare correttamente di diritto.
E allora via, anche la pensionata ipovedente del piano terra può sbraitare con le vene gonfie di tabelle millesimali e di utilizzo del lastrico solare. Non parliamo poi dell’amministratore di condominio, il cui diploma in ragioneria, in un contesto simile, equivale a un master ad Harvard.
Le assemblee di condominio sono un po’ come i social network (o viceversa), ovvero sono luoghi dove tutti possono parlare di tutto, anche senza averne la minima competenza. Sono lo sfogatoio delle frustrazioni, la fogna delle controversie.
Ebbene, facciamo un passo indietro: per sfogarti vai a fare una bella corsa o iscriviti a una palestra di boxe, e le fogne lasciale agli autospurghi. E all’assemblea condominiale resta tranquillo, la tranquillità in quella sede è una bomba, è la vera rivoluzione.
Spesso, durante l’assemblea del mio condominio, vedendomi silente, vengo interpellato dal condòmino litigioso di turno che, con viso paonazzo, mi chiede: «avvocato, lei non dice niente?!» (e ovviamente in quel momento mi sta trattando da suo pari, in quel momento siamo entrambi avvocati, anzi forse lui mi sta persino guardando dall’alto in basso perché io sono un avvocato, ma lui è un superavvocato, reso invincibile e preparatissimo dal solo sacro fuoco della sua stizza). Solitamente io rispondo che non ho nulla da dire e propongo semplicemente di mettere ai voti la questione proposta dal paonazzo: facilmente questi ai voti perde perché la stava facendo troppo lunga e troppo grande, e si può procedere con il successivo punto all’ordine del giorno. Ore di discussione segate in radice e attimi di vita recuperati per tutti. La calma vince sempre.
Un altro consiglio che ti do, amico mio che abiti in un condominio, è di uscire dall’ottica della lite in assemblea condominiale e di ampliare la tua visione alla vita condominiale in generale.
Mi spiego: nella stragrande maggioranza dei casi, i condòmini che attaccano gli altri condòmini sono i primi a mettere in atto comportamenti contestabili. Oltre a violare quel Codice Civile che ti sbattono in faccia a ogni assemblea, sono i primi a violare finanche i più elementari principi cristiani, come quello, ad esempio, di pensare prima alla trave nel proprio occhio piuttosto che alla pagliuzza nel tuo, o quello di iniziare a rimettere i debiti agli altri laddove si desideri che siano rimessi i propri. Per dire, io avevo una vicina che si lamentava se la sera facevo rumore sul terrazzo con i miei amici, e per contro, però, lei il sabato mattina alle 8.30 faceva le pulizie sparando Lucio Battisti allo stesso volume che usano gli Iron Maiden davanti a un pubblico di sordi. Ciò significa che in un condominio, come nel mondo in generale, in un luogo cioè dove le persone sono costrette a convivere, non esiste l’essere umano perfetto, ognuno avrà le sue magagne, e la soluzione è compensare: il mio illecito si compensa con il tuo e viceversa. È un modo di vedere le cose che si posiziona giusto un po’ prima del farsi giustizia da sé, non voglio certo farti diventare un novello Olindo Romano (anche se poi leggo dai giudici di Cassazione dei social network che sarebbe innocente, quindi chissà). Chiamiamola un’accettazione forzata reciproca: non vi farete polemica in assemblea, ma al suo Acqua Azzurra Acqua Chiara risponderanno gli amici dal tuo terrazzo, e agli amici sul tuo terrazzo ribatterà Lucio. E vissero tutti più o meno felici e contenti.
lun
30
set
2019
L'ho rifatto di nuovo. Un nuovo libro, in uscita a dicembre, intitolato "Come vincere tutte le cause".
Sono tornato sui temi de “Il principe del foro non esiste”, ma stavolta per rivolgere l'attenzione al cittadino comune, non giurista, ed illustrare una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria, in quest’epoca di accentuata tensione sociale: litigare non serve a niente.
Partendo dall'analisi di fattispecie tipicamente giuridiche (matrimonio, condominio, contratti, ecc.), ma giocoforza ampliando l'analisi ad aspetti più generalmente sociologici e psicologici, ho cercato di spiegare in modo pratico, senza mai rinunciare all’ironia, come sia possibile evitare le controversie e come le stesse siano, in fondo, quasi sempre del tutto inutili o addirittura controproducenti. Il risultato, alla fine, è un piccolo manuale di sopravvivenza quotidiana, per disinnescare la rabbia e allontanare le nevrosi.
Eccovi un estratto, sul matrimonio.
Cosa dura per sempre nella vita? Niente. Te lo può confermare pure Joseph Ratzinger.
Eppure, uno dei più grandi misteri nella storia dell’umanità è il bisogno, direi quasi la necessità, che un gran numero di persone ha di legarsi per sempre a un’altra persona e, per quel che attiene all’oggetto di questo libro, legarsi proprio giuridicamente; di obbligarsi secondo diritto ad assistere moralmente e materialmente un’altra persona, a esserle fedele, a coabitarci, per sempre.
Quando poi escono statistiche impietose, come quella che qualche tempo fa diceva che nella mia provincia di Verona salta un matrimonio su due, qualcuno riesce persino a scandalizzarsi. E invece appare abbastanza ovvio che una forzatura su così larga scala non possa che portare a un risultato nefasto.
Guardiamoci negli occhi: cambi automobile ogni cinque anni, non riesci a vedere un film di tre ore perché richiede troppa concentrazione, dopo due ore in spiaggia cominci a sbuffare, eppure vuoi legarti a un’altra persona per tutta la vita? E dimmi un po’: dove le trovi, in questo caso, le motivazioni?
Eccoci, un po’ bruscamente, arrivati al punto: le motivazioni. Il modo più efficace per evitare una separazione o un divorzio, e la lite cosmica e destabilizzante che ne deriva, è analizzare sinceramente le motivazioni per cui ti sposi, amico o amica mia (finora ho utilizzato il termine “amico” in modo astratto e privo di genere, ma ora è bene specificare chiaramente che mi sto rivolgendo a entrambi i sessi).
Ti elenco quindi una serie di motivazioni che non sono sufficienti a giustificare un matrimonio:
· pressione sociale e pressione familiare;
· paura di restare da soli;
· orologio biologico;
· pragmatismo;
· opportunismo;
· vivere la favola;
· comprarsi un vestito bianco.
Se ci pensi, tutte queste motivazioni hanno una risposta che non è il matrimonio, e invece è la seguente:
· pressione sociale e pressione familiare: società e famiglia si facciano i fatti loro;
· paura di restare da soli: impara a stare da solo;
· orologio biologico: accetta la vita per com’è e non per come vorresti che fosse;
· pragmatismo: costruisci un’astronave della Lego;
· opportunismo: rapina una banca, invece del tuo partner;
· vivere la favola: vai a Disneyland;
· comprarsi un vestito bianco: organizza un finto matrimonio con un celebrante vestito da Elvis.
Se le motivazioni per sposarti sono queste, avrai una vita coniugale pessima, il matrimonio fallirà e dovrai litigare. Non era meglio l’astronave della Lego, a quel punto?
E le cause di separazione, salvo il caso in cui tu sia una persona mediamente stabile (ma se ti sei sposato per uno di quei motivi difficilmente lo sarai), sono un bagno di sangue economico ed emotivo. D’altronde non c’è ragionevolezza in chi ha compiuto una scelta tanto impegnativa per motivi tanto stupidi: se finisci dentro una controversia del genere, in questo caso più che mai, cerca un accordo ed escine prima e meglio che puoi, soprattutto se sei un uomo e non vuoi passare la restante parte della tua vita a fare cinque lavori per pagare i costi di quella separazione.
Se sei un uomo e ti separi, verrai massacrato, questo ricordalo (non è una dichiarazione maschilista, magari te lo meriti pure, ma sappi che in questa tipologia di cause taluni giudici sono molto inclini a decidere da una torre d’avorio in cui ignorano che, se impongono un assegno di 800 euro a una persona che ne guadagna 2000, lo mandano praticamente a vivere sotto un ponte).
E noto che in questi casi c’è anche una motivazione personale che spinge gli ex coniugi a scannarsi, ci provano un qualche strano gusto, e quindi vanno avanti con cause che durano cinque o dieci anni, piene di acredine, rabbia, odio, indifferenza, gelo. Ovviamente così facendo peggiorano enormemente la propria qualità della vita, ma non se ne accorgono nemmeno perché sono avvolti dalla nebbia scura del rancore, dove tutte le mucche sono nere.
Del resto, se invece di fare un semplice viaggio a Disneyland ti sei sposato, il meno che ti può capitare è che, tornato da Disneyland, l’altra persona cominci a odiarti, una volta che avrà realizzato che ti troverà a occupare il suo bagno per tutta la vita.
lun
15
ott
2018
Siediti. Rilassati. Accantona la concitazione. Cerca di essere un avvocato gentile, che preferisce conciliare piuttosto che litigare. Certo, puoi arrabbiarti anche tu, come tutti, non sei il Buddha, ma insomma ci siamo capiti. D’altronde, se ci pensi, i cimiteri sono pieni di soldati che hanno combattuto battaglie di principio, ma i soldati che hanno trattato l’armistizio ora bevono caipirinha sulle spiagge di Rio. Puoi cambiare il mondo, un accordo alla volta.
Cerca di far redimere quei clienti che dicono: “Lei si sente in grado? Qua ci vuole uno duro!”. Non serve essere duri, serve essere bravi, ed è molto meglio così. In un mondo in cui tutti si sentono avvocati perché lo hanno capito guardando qualche film, studiare e riflettere è tutto. L’avvocato è, prima di tutto, una persona, con una sua coscienza, una sua responsabilità, una sua intelligenza e un suo buon senso. Nel silenzio del tuo studio, alla luce della lampada che illumina la tua scrivania, i fogli e i fascicoli sparsi su di essa, tra il frusciare delle tue riflessioni e dei tuoi pensieri, nell’affrontare ogni questione, cerca di ricorrere a quella coscienza, quella responsabilità, quell’intelligenza e quel buon senso. “Ci vediamo in Tribunale” lo urlano solo i clienti più ingenui, e la soddisfazione più grande è riuscire a sottrarre loro la lite di cui si sono innamorati, invece che immedesimarsi in essa.
Cerca di essere un avvocato senza monocolo, casual, libero, che evita il mero tuziorismo, che non vive per lavorare e non punta a diventare soltanto la salma più ricca del cimitero, che sa ridere, e che sa trovare la leggerezza anche nelle situazioni pesanti. Perché è con leggerezza che si fanno le migliori rivoluzioni.
lun
19
mar
2018
Non sono mai stato un amante del R.I.P. scritto su Facebook, del lutto più ostentato che condiviso, vagamente morboso. Ma a volte, quando a lasciarci è un amico, poter scrivere due parole è una cura lieve.
Ci sono eroi dello sport o icone della musica che, seppur distanti fisicamente, hanno accompagnato da vicino la nostra crescita, con le loro imprese o le loro canzoni. Amici da cui ci separa lo schermo di una televisione o l’involucro di una cassa, ma pur sempre amici, persone di cui si parla a tavola, al bar, per strada.
Quando questa distanza si riduce ulteriormente, e l’eroe risulta avvicinabile, egli diviene a tutti gli effetti uno di noi. Così è stato a Verona con Henry Williams, che all’inizio degli anni ’90 è arrivato alla Scaligera Basket e, almeno nel ricordo, non se n’è più andato.
Arrivato per caso, per sostituire temporaneamente l’infortunato Corey Crowder (neanche uno scarso, tra l’altro), ha spaccato il basket veronese, in un’epoca pre e post Henry Williams.
Ero presente al debutto, durante il quale, dopo un primo tempo da 2 punti, fece seguire un secondo tempo da 23, infilandola da ogni parte del campo, soprattutto da molto distante, costruendosi il tiro da tre punti semplicemente saltando più del suo marcatore.
Ci mise poco tempo, quel piccolo meraviglioso giocatore arrivato a Verona al tempo di Jordan, a far innamorare una città e a far pensare, per l’esplosività dell’elevazione, un poco a Michael (Hi Fly e Air, siamo dalle stesse parti).
Al tempo, già grafomane, scrivevo sul giornalino della mia parrocchia, e, abitando nella stessa via del capitano della Scaligera Giampiero Savio, quello che un paio d’anni prima aveva alzato la Coppa Italia nella finale vinta contro Milano, gli inflissi un piccolo stalking chiedendogli un’intervista, una volta che lo avevo beccato, indifeso, con le borse della spesa in mano.
Savio era un giocatore quadrato, mi piaceva molto, ottimo difensore e gran tiratore, un po’ John Paxson rispetto a Jordan, e certamente un po’ Savio rispetto a Williams. Durante l’intervista si creò un bel clima, lui era molto gentile, e quando arrivò persino a porgermi in braccio il suo bambino che io afferrai come si può afferrare un gatto bagnato, provai a chiedergli se poteva fare da intermediario anche per un'intervista a Williams.
Detto fatto, qualche tempo dopo mi presentai al palazzetto dopo un allenamento munito di un vecchio registratore Philips grande come una scatola da scarpe, che fece aprire Williams in un sorriso non appena lo vide. Un sorriso enorme, inconfondibile.
Di quell’intervista ricordo poco, anche perché lui parlava solo in inglese e io l’inglese l’avevo studiato alle medie e i primi due anni del ginnasio (una volta si pensava che bastasse la conoscenza del latino e del greco antico per farci sentire cittadini europei), però ricordo due cose: che la sua attrice preferita era Halle Berry, e alla domanda su chi lo avesse più influenzato o ispirato nella vita, rispose “Dio”.
Di lui ricordo anche che, nella stagione successiva a quella del debutto, quando ormai Verona lo amava in modo incondizionato, durante una partita si fece male a un piede, restando a terra molto dolorante, per poi essere portato fuori a braccia. In quel momento, la gente sugli spalti piangeva. Non lo dico in modo iperbolico, piangeva veramente, con le lacrime agli occhi. Pure io, credo. Io che nella mia brillante (?) carriera cestistica, da Williams in poi, ho sempre indossato il 14, il suo numero, e, se quello non era disponibile, il 7, cioè la metà di lui (anche se, considerati i rispettivi valori, per me sarebbe andato meglio il 3,5). Quel giorno pensavamo di averlo perso, perché l’infortunio sembrava grave. Dopo un po’ lui però fece ritorno in campo zoppicando, e anche se per
quella partita non rientrò più e per qualche partita successiva restò fuori (ma l’infortunio era molto meno grave del previsto), ci fu un boato, bastò per farci capire che il nostro amico non se n’era andato, era ancora lì a divertirsi insieme a noi.
E come molte amicizie, anche quella ebbe i suoi alti e bassi: lui poi se ne andò, addirittura a Treviso, rivale storica di Verona per questioni geografiche, poi tornò, come fanno gli amici, e se ne andò di nuovo. Ma, come in una vera amicizia, il legame non venne mai meno. Il legame non viene mai meno.
Gli anni di Williams hanno rappresentato uno dei vertici del basket veronese, e forse, nonostante dopo di lui si sia vinto anche di più, il vertice più alto quanto a coinvolgimento emotivo e quanto a spettacolo racchiuso in un solo giocatore.
Ma gli anni di Williams, come tutti gli anni in cui ognuno di noi ha seguito un campione, un’icona, sono stati anche tra i nostri anni migliori, che siamo cresciuti insieme a lui. Il nostro amico, Henry Williams.
lun
11
dic
2017
Con l’uscita del mio ottavo libro, rapito da manie di onnipotenza, mi sento titolato a lanciarmi in una piccola polemica letteraria.
Ho notato che ci sono scrittori mainstream e ultrapop, di quelli che vendono vagonate di libri scrivendo cose leggere, che quando vengono interrogati sulle loro letture preferite o sui consigli di lettura che vorrebbero dare, citano autori altissimi: Dostoevskij, Roth, Levi, e così via.
Farò ora una premessa sul tema, e poi trarrò la mia, ovviamente non richiesta, conclusione. La premessa: io ammiro gli scrittori pop e mainstream, nel mio piccolissimo mi annovero tra questi, ritengo che se un autore vende molte copie è perché, in qualche modo, nel suo modo, abbia qualcosa di interessante da dire. E dunque, proprio per questo motivo, posso giungere a una conclusione sincera: quando dite che i vostri riferimenti letterari sono quelli, non ci crede nessuno. O almeno non ci credo io.
Mi spiace, ma io questi scrittori non me li immagino proprio con la vestaglia di seta la pipa e il monocolo a leggere Dostoevskij. Non me li immagino nemmeno ad appassionarsi a Philip Roth. Perché se così fosse, anche loro scriverebbero libri diversi. In qualche modo quello che leggiamo ci ispira, e, quando scriviamo, ritorniamo da dove proveniamo come lettori: io non mi vergogno di dire che leggo Stephen King, o John Grisham, o Don Winslow, o Diego De Silva, o Paolo Villaggio, o Nick Hornby, o la biografia di Keith Richards, o quella di André Agassi, Michael Jordan, George Lucas. Uno scrittore pop proviene da letture pop, almeno in buona parte. Certo, ci si può anche elevare, come lettori, rispetto a quello che si produce come scrittori, bisogna certamente avere una profondità di lettura anche per la scrittura di cose leggere, e anche i Righeira, ad esempio, erano raffinati conoscitori della musica elettronica, ma insomma ci siamo capiti, non si può neanche esagerare, non si può tirare troppo la corda.
Il punto, secondo me, è invece proprio un’ingiustificata vergogna: ci sono certi scrittori ultraletti che si sentono in dovere di giustificarsi, che sentono il dovere di dimostrare qualcosa del proprio successo, che vada oltre il semplice e meritevole fatto di aver saputo intercettare il gusto e il sentimento di molti lettori. Vogliono darsi una patente: “Ho successo perché leggo Philip Roth”. Non è così, lo sai benissimo anche tu che dici questo. Se la tua scrittura fosse realmente ispirata a Philip Roth, venderesti molto meno di quello che vendi. Non citare Primo Levi perché lo hai letto alle medie, non ce n’è bisogno, il tuo successo è meritato comunque.
Sarebbe come se Roberto, il titolare della pizzeria al taglio sotto casa mia, una delle migliori del quartiere, citasse tra i suoi punti di riferimento Massimo Bottura: la sua pizzeria è piena lo stesso, e lo è perché la sua pizza è buona. E non c’è niente di più pop della pizza.
lun
18
set
2017
I sogni di gloria che si fanno in autunno.
Il mio compleanno.
Fine dell’estate.
La mia malinconia è solo colpa tua.
Grandi speranze di ritrovarsi.
O di trovarsi.
I progetti.
La giovinezza.
La maturità.
Il mare dietro.
E dentro.
Quanto tempo è passato.
Tutte le volte in cui ti dico qualcosa di bello mi chiedi se sono ubriaco.
E mi chiedi di smettere.
Ma speri che ricominci.
Qualcuno cerca l’amore della propria vita su Tinder.
Qualcun altro scrutando le stelle.
Che bello bere.
Qualcosa succederà nei pub.
sab
15
lug
2017
Ci siamo, ancora una volta. Il mio editore futurista Francesco Giubilei mi ha comunicato che, incredibilmente, pubblicherà anche il mio prossimo libro, intitolato "No!" (ho scelto questo titolo innanzitutto per rispondere a tutti quelli che in questi mesi me lo stanno chiedendo: "Puoi almeno dirmi il titolo?" "No!". Ah ah, che risate).
Da inedito, il libro è arrivato in finale al Torneo Letterario Io Scrittore 2017, quindi probabilmente non fa così schifo. Per i miei sette lettori più affezionati qui sotto trovate la trama e un estratto. Con il libro vero e proprio ci vediamo, verosimilmente, a fine anno. I love you.
9 giugno 1998: primo giorno.
13 giugno 2003: secondo giorno.
10 ottobre 2009: terzo giorno.
3 luglio 2013: quarto giorno.
7 settembre 2015: quinto giorno.
Può una grande storia d’amore durare solo cinque giorni?
E’ quello che si chiede la protagonista, Chiara Sogni, nome da predestinata, ed è quello che si chiede il suo “antagonista”, Edoardo Spencer, nome da principe, non troppo azzurro.
Proprio come in una favola, intrisa di ironia, dolcezza e poesia, Chiara e Edoardo si troveranno e si rincorreranno per tutta una vita, lasciandoci a curiosare divertiti nelle loro stravaganti vicende sentimentali, ma, in un gioco di specchi, facendoci anche riflettere sulle nostre.
Sarà solo il finale, a sciogliere ogni dubbio con la forza di uno schiaffo.
Una volta rientrata a casa, la ragazza si rifugiò in camera e si ritrovò nuovamente alla scrivania, con il pigiama addosso e le trecce ancora da disfare. La camera da letto traboccava di oggetti, perché le era sempre piaciuto conservare, e poi sparpagliare, di tutto: vecchie bambole della precedente infanzia, fiori appassiti, fiori finti, vestiti, penne, quaderni, libri, disegni, dischi e cd. Ma in quel momento, osservava il muro di post-it che tappezzavano la parete davanti alla scrivania: stava ripensando a quella giornata, al saliscendi di emozioni, ancora con la necessità di scrivere una frase che potesse racchiuderle tutte. Stava pensando alle scuole medie finite, a quanto era stato duro in alcuni momenti essere ancora una bambina, a quanto era stato difficile non essere considerata in modo preciso e definito, e a quanto si preannunciava disastroso o bellissimo crescere. E poi, ovviamente, pensava a Edoardo, comparso dal nulla e scomparso con un abbraccio imbarazzato al momento dei saluti. Nello sgabuzzino buio, grazie a lui, grazie alle sue parole e ai suoi gesti semplici, si era sentita contemporaneamente una bambina e una ragazza. Avrebbe potuto essere sempre così, d’ora in poi? Lo sperava, perché in quella piccola stanza si era sentita bene, il tempo si era fermato e lei aveva vissuto. Ma Edo non c’era più, a tutti gli effetti era scomparso, se ne sarebbe andato a Londra, e chissà se l’avrebbe mai più rivisto.
Prese un post-it, estrasse la stilografica dal portapenne, e scrisse:
Siamo cassieri di supermercato, che sognano di diventare astronauti.
Attaccò il foglietto al muro, ripose la penna, sciolse i capelli e si mise a letto, sperando di sognare.
sab
20
mag
2017
IL GHEPARDO
E’ un cacciatore, e lo sarà per sempre, anche dopo i novant’anni. Le donne per lui sono prede: pochi sentimenti, molto pragmatismo. Può anche impegnarsi in relazioni stabili ma non è il suo habitat, ed è molto pericoloso tenere un ghepardo in salotto.
IL GATTO SORIANO
All’opposto del ghepardo, lui non caccia proprio nulla, bensì bivacca pigramente sul divano, in attesa di piacevoli grattatine sulle pancia.
L’INSICURO
Ha paura di tutto, specialmente delle relazioni, e per questo finisce a limonare con lo specchio.
L’ANARCHICO
Perennemente single, è il William Wallace dei rapporti di coppia: al grido di “Libertà!!!”, si ritrova a limonare con lo specchio insieme all’insicuro.
IL PESCATORE CON LE BOMBE
Considera le sue conoscenze femminili alla stregua di una cava di carpe, in cui nuotano tutte insieme, passate
presenti e future, non ne abbandona realmente mai nessuna. Quando si sente solo, manda uno stesso messaggio o una stessa foto cumulativamente a tutte, e verifica quali e quante salgono a galla.
L’ESORCISTA
Ha sempre la testa girata all’indietro, a pensare a una vecchia fidanzata che risale al Cretaceo.
L’ESIGENTE
Riesce a trovare difetti a qualsiasi donna. Se contattato su Messenger da Em Rata, le contesta una certa asimmetria degli occhi e la respinge.
IL SIAMESE
Necessita del porto sicuro della coppia: se si ritrova da solo impazzisce, alternando stati di profondissima depressione a comportamenti degni di un Hannibal Lecter strafatto di crack. La compagna non deve avere qualità particolari, l’importante è che ci sia, come il salvagente sulle barche.
RENATO DULBECCO
#strong #relax #power #sun #bellavita #moscowmule
L’INCONCLUDENTE
Scrive, scrive, scrive, parla, parla, parla, ma fatti: zero.
IL DICIOTTENNE PER SEMPRE
Eighteen till I die come Bryan Adams. Solo che non è Bryan Adams.
LO SPERANZOSO
Anche dopo 1.296 no ricevuti da quella ragazza, ci spera ancora. “Forse stavolta …”, pensa. Stavolta un cazzo,
amico mio.
IL BELLO, SIMPATICO, INTELLIGENTE E SERENO
Ne esistono dodici in tutto il mondo. Sono preti.
gio
11
mag
2017
LA PSICOPATICA
E’ totalmente instabile, non dà alcun punto di riferimento. Se vi capita di invaghirvi di lei, non dovete fare nessuna mossa, non dovete prendere alcuna iniziativa, dovete stare immobili, come con gli squali.
LA DOG SITTER
Ti getta una palla, ti dà grandi carezze sotto il mento, ti tratta, dunque, come un cagnetto (per ogni ulteriore spiegazione, vedasi questo video).
LA SIAMESE
Nella sua vita non ha mai concepito di poter restare da sola, nemmeno per un minuto: a sei anni si era già sposata in Comune con Ken, e lo aveva costretto al riconoscimento di paternità di tutte le Barbie. Massima allerta dai 29 ai 35 anni: se in quella fascia di età si trova incredibilmente sola, il Principe Azzurro diventa il Primo Che Passa.
LA MELODRAMMATICA
“La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso, che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte, e poi di lui nessuno udrà più nulla: è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato”. Per lei la vita è una tragedia di Shakespeare, ogni canzone le parla di lei e le dice che sta sbagliando.
RITA LEVI MONTALCINI
#solonoi #amichepersempre #loveofmylife #sushi #love #sun.
LA QUASI FELICE, E QUASI NO
Sorride sempre, ma il suo è un sorriso che ha piccole crepe: se ci guardi attraverso di nascosto, ti accorgi che dietro è un po’ triste, solitamente perché pensa a un ex-fidanzato, il suo primo e unico vero amore, di cui continua a parlare e di cui giura però di non essere più innamorata (ma se, ad esempio, a me i Litfiba fanno schifo, io non continuo a parlare dei Litfiba).
LA SCARICATRICE DI PORTO
Nonostante, a differenza di quello che si creda, le donne in una relazione siano interessate al sesso per un buon 82%, lei lo è al 99,6%, e dice e fa cose molto peggiori (o migliori) di quelle che dice e fa il peggiore (o il migliore) tra gli uomini.
LA GRANDE DISILLUSA
Potrebbe suonarle al campanello Ryan Gosling, lindo, profumato, porgendole un mazzo di rose e cantandole tutte le canzoni della colonna sonora di La La Land proprio lì sull’uscio, ma lei gli chiuderebbe la porta in faccia e tornerebbe sul divano a guardare Il Boss delle Cerimonie.
LA NEGAZIONISTA
Elabora spiegazioni complesse per fatti semplici.
Fatto Semplice: lui non vuole avere una relazione con me.
Spiegazione Complessa: lo fa perché è un narciso che si autoassolve e non riesce a staccarsi dall’ipertrofica immagine che ha di sé e allora preferisce distruggere me piuttosto che sé stesso.
(Spiegazione Semplice: non è innamorato di me.)
LA DOPPIOGIOCHISTA
E’ una che, in ogni occasione, non manca mai di affermare di avere un fidanzato, ma non lo porta mai con sé, nessuno lo hai mai visto. “Mi lascia molti spazi”, si giustifica. Ma è una scusa per non ammettere che starebbe
meglio single.
LA GEOLOCALIZZATRICE
Basta fornire su un qualsiasi social network un proprio minimo riferimento spazio-temporale, e lei lì si presenterà. A voler inquadrare la fattispecie da un punto di vista giuridico, stiamo parlando di una buffa forma di stalking.
LA BELLA, SIMPATICA, INTELLIGENTE E SERENA
Ne esistono diciannove in tutto il mondo, portate sulla Terra da un’astronave aliena nel 1319 a.C. Sono tutte impegnate.
lun
03
apr
2017
Dopo tanto parlare di grandi amori che ritornano, e di avvocati che si lamentano, e di bancari che si annoiano, e di emoticon che rompono la minchia, e di questo e di quello e di quell’altro, i miei lettori della prima ora mi hanno richiamato all’ordine e mi hanno fatto notare che sto da tempo trascurando un argomento fondamentale, oltre che un perno della mia scrittura e della mia visione del mondo: la birra.
In Sognando un Negroni avevo dedicato uno specifico capitolo ai pub di Verona, poiché consideravo quei luoghi il miglior posto, per me, dove divertirmi. Poiché, tuttavia, i pub descritti in quel libro sono oramai tutti chiusi, sostituiti da grigi garage o da freddi ristoranti, si impone un aggiornamento del capitolo, un piccolo spin-off.
Possiamo quindi parlare di birrerie, ricordandoci che se i pub hanno chiuso perché non attiravano particolarmente le donne terrorizzate dalla birra e dalla macilenta bolla che questa provoca, e se non ci sono donne in un locale non ci sono nemmeno grandi migrazioni di uomini salvo gli irriducibili come me, ebbene lo stesso ragionamento vale per le birrerie, che però sono più generaliste e ariose rispetto all’oscuro, e magnifico, mondo dei pub, e per questo continuano a esistere.
A dire il vero, possiamo ricordare due pub-baluardo che ancora resistono in città, ma con meno fasto degli indimenticati e mai troppo rimpianti Camelot e Highlander: lo storico Celtic, in Via Santa Chiara, con ottima spina anglo-irlandese, che poi altro non è che una stanza, dove si guardano le partite di calcio e si ascolta musica dal vivo, e, quando il locale è pieno, se un avventore rilascia un peto alla Guinness, tutti gli altri rischiano un brutto soffocamento; e l’Hartigan’s, in Vicolo Disciplina, ben curato pub in stile irlandese, che avrebbe tutte le carte in regola per essere perfetto, ma è frequentato per l’ottanta per cento da tecnici informatici con moderati problemi di socialità, per cui in questo locale difficilmente passerete una serata di delirio, ma potrete aggiornare con successo tutte le vostre applicazioni.
Venendo alle birrerie di Verona da me preferite, eccole.
ITER, Via Sturzo
Magnifica birreria hard-rock/rifugio di motociclisti (occhio a non fissarsi troppo negli occhi), nata sulle ceneri del vicino Ritrovo poi passato in mano ai cinesi che, come loro consuetudine, avevano imparato a spinare benissimo la birra, ma non a trasmettere umanità (chiediamocelo: i cinesi sono umani? O replicanti? O soldatini giunti sulla Terra da un pianeta alieno?). Ecco che quindi Il Cesco (questo il suo unico dato anagrafico che conosco, ma con cui disquisisco di birra come se parlassimo di fissione nucleare), ora proprietario dell’Iter, ha lasciato il Ritrovo e ha aperto questa meraviglia per bevitori, con una spina vicino alla quale farsi i selfie come al Colosseo, e un bancone lungo due chilometri dove passare le serate, ma anche la vita intera. Punta di diamante della casa, l’Augustiner: potrete innamorarvene, più di qualsiasi altra bionda che avete conosciuto in vita. Eletta miglior birra di Verona da me e dalla mia cricca di amici ubriaconi. Ottima anche la cucina.
TAVERNA CANSIGNORIO, Via Biancolini
Può un locale fondarsi, esclusivamente, sulla spina della birra? Può. E’ il Cansignorio. La sua HB Traunstein, spinata alla giusta temperatura (fresca ma non gelata) e con il giusto gas (poco), è una delle gioie della vita, da pensarci la notte (sì, io la notte penso alla birra, e allora? Meglio che pensare alle tasse o al lavoro). La stessa stanza dove si trova la spina potrebbe essere oggetto di visite guidate per scolaresche desiderose di apprendimento.
Il locale si fonda sulla birra perché il resto, diciamo, non spicca come quella: la location è carina, in uno stile pseudo-medioevale con una spruzzatina dei Corsari di Gardaland, ma ristagna spesso un certo odore di piscina comunale (come nei Corsari, appunto); la zona della città dove si trova il locale (una strada laterale di
Borgo Venezia) non è certo lo Strip di Las Vegas; i proprietari e molti degli avventori (al 94% uomini) non sono inclini a sganasciare di gusto. Ma la birra è tutto. La birra è vita. Viva il Cansignorio.
BOTTIGLIERIA BARALDI, Corso Porta Palio
Questa enoteca/bottiglieria, nel tempo, ha visto sempre più clienti fermarsi al bancone a degustare in loco la birra Ayinger che qui servono, leggera, fresca, un balsamo per le interiora e per la vescica. E a forza di ettolitri di Ayinger l’enoteca è diventata un vero e proprio locale, con tanto di tavolini all’aperto, e ha persino raddoppiato aprendo anche a San Zeno. Potenza della birra e di tutto quello che porta con sé.
Ideale per serate primaverili ed estive: ci si posiziona nel plateatico e si lascia scorrere la vita. Unico inconveniente: il locale chiude abbastanza presto e quindi ti ritrovi alle nove in mezzo a una strada ciucco come all’Oktoberfest, e invece sei in Corso Porta Palio a Verona, ubriaco ad un incrocio.
KOFLER, Piazza Pradaval
E’ una recente apertura che, sotto l’insegna di un generalista “risto-pizza”, nasconde una piccola gemma: la Lowenbrau a caduta. Roba da uscire di corsa da casa a mezzanotte lasciando gli elettrodomestici in funzione, solo per suggerne un po’ (io l’ho fatto, faccio tante cose strane). E’ un locale molto bello, forse manca della rudezza e dell’ignoranza necessaria a una vera e propria birreria, ma l’essenziale c’è, e non è nemmeno invisibile agli occhi, è sulla spina.
Cari amici lettori della prima ora, cari amici che, anche quando avrò 97 anni e mi porterò il fegato appresso in una carriola, mi chiederete quando scriverò il seguito di Sognando un Negroni, spero di avervi accontentato almeno un po’. Vorrei quindi lasciarvi con la frase-manifesto che io e voi non manchiamo mai di pronunciare quando, dopo una giornata di lavoro o dopo uno stress o una delusione ma anche dopo una gioia o un bel momento o anche dopo nulla di particolare, arriva la prima birra media (la prima, perché una sola non basta mai): che bello bere.
ven
03
mar
2017
Se un avvocato civilista dovesse analizzare e catalogare tutte le sentenze ricevute da giudici del suo settore, secondo me potrebbe dedurne che molti di questi sono affetti da quella che potremmo chiamare la sindrome del convenuto.
Essa si manifesta in una, volontaria o involontaria, tendenza del giudice a favorire il convenuto, o meglio a soccorrerlo, ad aggiustargli le argomentazioni o ad offrirgliene di nuove, di migliori. Molto spesso, agli occhi del giudice, il convenuto appare come un gattino indifeso da accudire, e non sappiamo perché. O invece sì, forse lo sappiamo.
Probabilmente questa propensione trae origine dal fatto che molti magistrati, a partire dal loro grande capo Piercamillo Robocop Davigo, ritengono che gli avvocati, in qualità di attori, azionino cause che per un 98% non avrebbero dovuto essere azionate, e lo facciano solo per un tornaconto personale e non per un’effettiva esigenza del cliente (parole di Davigo: “Le cause vanno fatte per le questioni serie, quando c’è una ragionevole possibilità di vincere. Ma questo va contro gli interessi degli avvocati che sono tanti e agguerriti, con tutto l’interesse alla proliferazione dei processi”).
Insomma siamo ancora fermi al luogo comune del “causa che pende, causa che rende”, come se l’avvocato, dal momento che una causa è pendente, potesse mandare al proprio cliente una parcella ogni due settimane anche se in quella causa non succede nulla da otto mesi (e non succede nulla da otto mesi perché un giudice ha dato un rinvio di otto mesi). Come se le parcelle degli avvocati venissero pagate sempre, puntualmente e con gioia. Quando invece, quel che conta, ormai, tanto per l’avvocato quanto per il cliente, non è che la causa penda, ma che la causa finisca. E questo non dipende dall’avvocato. Fosse per me, non ci andrei mai in tribunale, mi metterei sempre d’accordo prima.
Ad ogni modo, per questi giudici che vedono l’avvocato dell’attore come un venditore di Rolex falsi sulla spiaggia, viene spontaneo sostenere il convenuto. E la cosa si manifesta in modo ancor più eclatante quando il convenuto è contumace: a tanti di noi è sicuramente capitato, in qualità di attori, di imbatterci in giudici che, invece che bastonare quel convenuto ignavo e un poco paraculo, si sono sentiti in dovere di difenderlo, di proteggere e accudire quel gattino intirizzito, e di mostrare all’avvocato dell’attore quanto falso sia il suo Rolex.
Una variante della sindrome del convenuto è poi la cosiddetta terza via, ovvero l’inclinazione del giudice ad accogliere le domande di una o dell’altra parte, ma utilizzando argomentazioni proprie, non coincidenti con quelle degli avvocati, dimostrando in qualche modo che degli avvocati, del loro studio, del loro impegno, dei loro ragionamenti e del loro blablabla, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.
Un mondo di soli giudici, e tutto filerebbe liscio.
P.S. Quanto appena esposto a proposito della sindrome del convenuto ha la sua più grande eccezione nel caso in cui l’attore sia un fallimento: in questo caso, l’avvocato del fallimento può anche agire in giudizio tramite un foglio bianco depositato fuori termine, ma vincerà comunque, perché il fallimento ha sempre ragione. Il fallimento tutela i creditori. Il fallimento è Dio che suona la fisarmonica, e il convenuto può solo ascoltare.
lun
20
feb
2017
Io so.
So delle notti passate a pensare a una soluzione.
So dei risvegli improvvisi per la scadenza di un termine.
So delle richieste dei clienti e dei mancati pagamenti.
So che bisogna essere psicologi, prima ancora che avvocati.
So che siete miei colleghi, quando vi guardo per strada, in un locale, in tribunale, con lo sguardo perso perché state pensando, sempre pensando.
So delle spese, delle tasse, della Cassa Forense.
So delle sentenze che lasciano esterrefatti.
So delle attese.
So dei formalismi e degli incombenti.
So del mero tuziorismo.
So dell’interpretazione di tutto, perché non c’è niente di certo.
So del Colonnello Jessep.
So che non so.
So di tutto lo studio, spesso inutile.
So della frustrazione, so dell’ansia.
Io so, perché sono come voi.
Avvocati di tutto il mondo unitevi, e venite a darmi un abbraccio.
ven
27
gen
2017
In quest’epoca in cui si avverte con forza la necessità di buttare a mare le ipocrisie in favore della cruda verità, in quest’epoca di Brexit e di Trump, ebbene anch’io mi sento allora in dovere di squarciare il velo dell’omertà circa un argomento di assoluta rilevanza, che tutti tendiamo a nascondere sotto il tappeto: l’abbandono femminile è molto peggio di quello maschile.
Nel lasciare, gli uomini sono molto più incerti, sono lunghi, sono goffi orsacchiotti che non si decidono mai, perché vorrebbero tutto (fidanzata, amante, amici, tempo libero, bella vita) per sempre. Le donne no: le donne sono rasoi, sono mannaie sporche di sangue.
Quando la donna dice che è finita, è finita: cambia i lineamenti del viso e ingoia il cuore (se mai ne ha avuto uno). Tu vorresti dire qualcosa, ma non puoi più farlo. Tempo scaduto, la scure è scesa. Se lei ha deciso di lasciarti, puoi anche suonarle una serenata nudo, con il suo nome marchiato a fuoco sul petto e il pube avvolto in un fascio di spine, ma lei non tornerà più sui suoi passi. Il perdono o il ripensamento non sono contemplati (e pensare che “Le Addizioni Femminili” parla proprio di questo, ma infatti è solo un romanzo).
Se un minuto prima eri in grande intimità con lei, un minuto dopo sei solo un insopportabile stracciacoglioni che in tutti questi lunghissimi sessanta secondi non si è ancora rassegnato all’idea di essere stato lasciato. Questa almeno è una delle possibilità. L’altra possibilità, forse ancora peggiore, è che lei, in quello stesso minuto, ti trasformi da persona attraente a cui dedicare se stessa, a grosso cane a cui fare molte carezze sulla testa. A cui offrire la propria compassione, un Hannibal Lecter sinceramente dispiaciuto dopo aver digerito la propria vittima.
Terribile il destino degli uomini trasformati in cani: li trovi soli ad abbaiare alla luna, intenti a immaginare qualcosa che non c’è. Bau.
mar
01
nov
2016
In un documentario sul ciclista Lance Armstrong che ho visto tempo fa, c’è una scena in cui gli piombano in casa due ispettori per l’ennesimo controllo antidoping a sorpresa di sangue e urine. Lui, esasperato da questi controlli, fa riprendere il tutto da una telecamera. I due ispettori chiedono che le riprese vengano interrotte, ma il ciclista si rifiuta dicendo: “Sono il mio sangue e le mie urine”.
Nel tempo libero che dedico a riflettere su temi marginali e tendenzialmente inutili, ho pensato che questa scena può rappresentare una metafora dell’autobiografismo nei libri: persino io, mi sono sempre sentito chiedere se quello che scrivo è autobiografico, e se non mi sento a disagio nel parlare di me nei libri. Ma il punto è proprio quello, come dice il mio amico Lance: “Sono il mio sangue e le mie urine”. Io ho vissuto quelle cose, io ne ho goduto e io ne ho sofferto, e forse non solo è un mio diritto parlarne, ma persino un dovere. Anche perché la privacy, per cui tanto ci si affanna, è una gran cazzata.
Certo, poi Lance si è rivelato un grandissimo dopato, ma anche questo rientra perfettamente nella metafora: è solo fiction, no?
mar
13
set
2016
Quello che segue, è un test per verificare se sei un Veronese Medio: se ti riconosci in almeno cinque di questi assunti, lo sei. In questo caso, ti aspetto al bar.
Bevi per bere.
Sei veramente convinto che non ci sia mondo al di fuori delle mura di Verona.
Sei veramente convinto che non ci sia mondo al di fuori di te.
Nel weekend vai in Piazza Erbe anche controvoglia.
Pensi che l’Hellas sia la Juventus della serie B, ma se perde una partita lo vedi già in Lega Pro.
Sei di centrodestra, ancora leggermente berlusconiano contro ogni evidenza.
Nella stagione calda, mitizzi il Lago di Garda contro ogni evidenza.
Hai un’opinione su tutto.
Polemizzi.
Prediligi le sagre.
Spesso ti riunisci in gruppi, da solo ti senti perso.
Di Alberto Fezzi hai letto solo “Sognando un Negroni”.
Saluti solo se ti va.
Sei brusco nei rapporti con i concittadini, ma in vacanza ti apri molto.
Necessiti di molta quiete vicino a casa.
Ti pavoneggi ai galà.
Segui il potere.
Con un certo ritardo, segui le mode.
Fai notare.
Temi molte cose.
Hai bisogno di sicurezze.
Vuoi che si sappiano alcune cose di te, per lo più afferenti al denaro e alla felicità. Per il resto, vuoi riservatezza.
Sei generalmente, talvolta involontariamente, divertente.
lun
06
giu
2016
Poiché, com’è noto, un po’ tutti si sentono avvocati pur senza esserlo effettivamente, ora farò una cosa contro il mio interesse: fornirò qualche dritta a tutti questi non-avvocati per esercitare la loro non-professione nella vita di tutti i giorni, così quando mi diranno che hanno letto una certa cosa su internet, spero che nella loro fine ricerca su Google siano almeno finiti anche su questo post.
Dunque, affinché tu possa autotutelarti al meglio, amico mio John Grisham da divano, segui queste linee guida.
PRINCIPI GENERALI
Siediti, rilassati, fai un bel respiro. Quello che devi fare è non litigare, quello che devi fare è trovare un accordo, anche quando ci perdi qualcosa. Se rimetti la lite a un giudice rischierai di perderci di più, e lo rischierai sempre, anche quando hai ragione. Nel trovare un accordo, invece, litighi senza litigare: sicuramente meno affascinante per te, amico guerrafondaio, ma molto più efficace.
QUANDO SEI CREDITORE
In primo luogo, se puoi, evita di diventarlo, selezionando le controparti. Ad esempio, ti sconsiglierei di reiterare forniture a Genny Savastano o di affidare tutti i tuoi risparmi a Bernie Madoff (ma anche a qualche banca veneta, per dire).
Ma se ti capita di diventarlo, ciò che devi fare è cavare l’anima al tuo debitore, fargli capire che non mollerai mai la presa. Puoi pure fargli capire che sei disponibile ad un accordo (vedi il punto precedente, amico iracondo), ma anche che non ne uscirà mai a zero. Rimbalza le sue meravigliose scuse, e poi martellalo, come Nadal fa con Federer (e Djokovic con tutti).
QUANDO SEI DEBITORE
In primo luogo, se puoi, paga. Se hai i soldi e non paghi, sei un balordo.
Se invece non puoi pagare, allora non indispettire il tuo creditore: rispondi al telefono, sii sincero, non opporre scuse incredibili e non annunciare imminenti bonifici, paga almeno qualcosina ogni tanto, appena puoi. Ma lo so, amico mio litigarello, tu vuoi far sparire tutto quello che hai e vuoi chiedere all’avvocato come farlo.
QUANDO PARTECIPI ALLA RIUNIONE DI CONDOMINIO
Tu che nella vita sei una persona mediamente rispettabile, non trasformarti, per l’occasione, in un bambino dell’asilo o in un cane idrofobo: è una riunione di condominio, non una tonnara di Cefalù.
Qualche spesa da togliere, qualche parete da tinteggiare, l’amministratore da confermare o revocare, due o tre alzate di mano e la cosa finisce lì. Niente facce rosse e vene ingrossate, per cortesia.
QUANDO HAI A CHE FARE CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Devi partire dal presupposto che loro giocano in difesa, soverchiati dallo spettro della Corte dei Conti o della Procura, e quindi non fanno nulla che possa recare problemi: se ti devono dire di no perché manca qualche documento, te lo dicono in 48 secondi; se ti devono dire di sì, in 48 mesi.
E allora i problemi devi eliminarli tu: presentati sempre preparatissimo al confronto, con tutte le carte in mano, e segui sempre la strada che comporti loro il minor lavoro possibile.
QUANDO PENSI CHE IL DIRITTO PENALE NON TI POTRA’ MAI RIGUARDARE
Il diritto penale c’è sempre, e vive in mezzo a noi. E’ anche lì di fronte a te, amico mio tronfio, che ritieni di essere la persona più specchiata del globo. Quando guidi, quando guidi dopo aver preso un Tavor o aver bevuto un mojito, quando firmi un documento o compili un modulo, quando spernacchi qualcuno su Facebook, quando vai allo stadio, quando ristrutturi la tua casetta, quando sei il legale rappresentante di una società, il diritto penale ti guarda dritto negli occhi, accarezzando la pistola.
QUANDO TI SPOSI
Amica mia ansiosetta, se vuoi sposarti e avere figli solo per l’orologio biologico, l’abito e la cerimonia, prendi un aereo, vai a Eurodisney, vestiti da Principessa Aurora e fatti fotografare insieme al Principe Filippo: tu risparmierai i tradimenti, e tuo marito gli alimenti.
lun
11
apr
2016
Mentre parlavamo, avevamo superato il recinto delle forse-antilopi e ci trovavamo ora in quello del rinoceronte. Non c’erano dubbi: quello davanti a noi era sicuramente il rinoceronte. Probabilmente era il fratello di quello abbattuto nelle vigne del vicino, perché sembrava particolarmente incazzato (oddio, questo non so affermarlo con certezza, diciamo che i tratti somatici del viso di un rinoceronte non trasmettono serenità, che poi sia per incazzatura o solo perché il suo viso è proprio fatto così un giorno me lo farò spiegare da qualche documentario trombone del National Geographic).
Si era messo esattamente di fronte alla nostra auto e ci puntava, avanzando lentamente. Ricordo di aver visto in un documentario - questo sì me lo avevano già spiegato quelli del National Geographic - che il rinoceronte utilizza come tecnica difensiva l’attacco, e cioè una carica ai 40 chilometri all’ora contro il presunto aggressore. Questa tecnica è del tutto controproducente contro chi imbraccia un fucile, che sia un cacciatore o un proprietario di vigne confinanti con lo Zoo Safari, ma è del tutto efficace contro due ex fidanzati disarmati seduti in una piccola decapottabile di fronte al bestione.
- Secondo te cosa dobbiamo fare, Lu? Dobbiamo restare fermi immobili? - mi chiese Giorgia impietrita, tirando la bocca per non fare troppi movimenti.
- Non credo, non è mica uno squalo.
- Allora cosa facciamo? Adesso questo ci sale sul cofano.
Era spaventata e allora presi in mano io la situazione.
- Non facciamoci prendere dal panico. Intanto faccio un po’ di retromarcia, così capisce che non vogliamo fargli niente.
Mentre indietreggiavo, aprii un finestrino, tirai fuori la testa e urlai, cercando di riassicurare il nostro amico perissodattilo (stavolta vi ho fregato, eh, tromboni del National Geographic …).
- Ehi, tutto a posto? Non vogliamo farti niente, stavamo parlando dei fatti nostri! Scusa se siamo venuti a farlo qui da te! Pensa che questa si è presentata dopo otto anni a chiedermi di ritornare insieme a lei! Dopo che per otto anni è stata insieme al goffo Carlo! Pensa te, Rino!
Giorgia mi guardò scandalizzata.
- Ma cosa fai, cretino? L’uomo che sussurra ai rinoceronti?!
- Guarda che sono sicuro che lui conosce Carlo, non vedi che ha un grande corno sulla testa?
- Quello semmai dovresti avercelo tu … - disse lei, volgendo in basso lo sguardo e producendosi in un sorrisetto sghembo.
Sapeva persino trasformare il dolore in riso, maledetta Re Mida (anche se sembravano emergere particolari inquietanti dalla scena del crimine del nostro addio).
In quel momento un inserviente del parco che non avevamo visto sbucò da dietro un albero, munito di uno spazzolone con cui stava pulendo i residui dei pranzi padani del rinoceronte a base di tortellini e arrosto, e, toccandolo delicatamente su un lato con lo spazzolone, riuscì a deviarlo verso un laghetto lì vicino.
- Potete proseguire, romanticoni! - ci gridò con scherno lo spalamerda, che evidentemente aveva sentito tutto.
- Grazie! E buon lavoro! - gli risposi, cercando di essere scortese.
lun
21
mar
2016
Se dovessi indicare un momento preciso in cui il Bar Star cambiò passo, il momento in cui la mia mano cominciò a tremare di meno, potrei dire che fu un giorno di qualche settimana prima in cui una Mercedes nera si fermò davanti al bar. Scese un uomo basso, con una coppola calcata sulla testa, grandi occhiali da sole, jeans sdruciti, la giacca di pelle e gli stivali di serpente. L’uomo mi chiese un caffè con voce bassa e profonda, con lo stesso tono con cui avrebbe potuto dire “a parte che gli anni passano, per non ripassare più”, e poi mi chiese dove fosse il bagno.
Io ebbi subito un concreto sospetto su chi potesse essere, anche se non potevo credere che la persona che avevo in mente io potesse comportarsi allo stesso modo di una turista inglese desiderosa di rubarmi l’asse del water, ma ogni dubbio venne fugato da due disadattate con una fascetta di Ligabue legata intorno alla fronte (e poi perché bisogna arrivare a perdere la dignità per il proprio artista preferito? Lui mica suona con la nostra foto disegnata sulle mutande), che alle quattro del pomeriggio aspettavano ansiose l’apertura dei cancelli dell’Arena, a trecento metri in linea d’aria dal mio bar.
Era una di quelle settimane in cui Luciano Ligabue occupava l’anfiteatro con sfilze ininterrotte di concerti: con l’orchestra, senza l’orchestra, con la band, senza la band, senza nemmeno lui e solamente con un mangianastri a riprodurre le sue canzoni (e anche in questo caso, i fan disadattati avrebbero riempito l’Arena per osannare quel mangianastri).
All’uscita dal bagno, il nuovo avventore venne accolto dalle due fanatiche con un sobrio “Ligaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!”, e fu così che, in spregio alla discrezione nei confronti dei clienti da me tanto decantata, ci ritrovammo tutti intorno al rocker, entrò perfino Gelati a salutarlo, per quel giorno dimenticando il nostro copione. Alla fine, con un sorriso molto tirato (per non dire con vero e proprio schifo), Luciano fu costretto a posare dietro il bancone per una foto di gruppo, schiacciato tra il mio braccio e quello ben piazzato di Gelati (che di fatto lo tratteneva lì a forza), mentre tutto il locale, preso dall’entusiasmo, intonava: “Siam quelli là, siam quelli là, quelli che vanno al Bar Star! Ta ta ru ra rà! Ta ta ru ra rà!” Poi io, sottovoce, gli chiesi all’orecchio se per caso in bagno mi avesse fregato qualcosa, ma a causa della confusione lui non capì. Era tutto delirio e sogni di rock’n’roll.
lun
14
mar
2016
Se è vero che le cose più importanti succedono al tramonto, è anche vero che, più o meno alla stessa ora, in un bar entrano i pazzi. O meglio, entrano quando il locale sta chiudendo. Disperati che vogliono un amaro prima di cena, barboni che con venti centesimi e un vecchio gettone del telefono vorrebbero ordinare tre bicchieri di prosecco e quattro polpette (e, come ricatto, minacciano di toccarle con mani luride), grasse turisti inglesi con la pelle scottata dal sole (le turisti inglesi hanno la pelle scottata dal sole in tutte le stagioni dell’anno, anche quando è dicembre e fuori nevica) che devono correre in bagno, dove, naturalmente, perderanno il senno. Oppure quella categoria di persone che io non capirò mai, forse soli, forse disadattati, forse semplicemente idioti: quelli che passano davanti al bar, guardano dentro, vedono le sedie girate sui tavoli e la luce spenta, e spingono la porta di ingresso per entrare, mossi da un imperativo di cui non comprenderò mai l’irrazionale fondamento. E anche se spingendo la porta, questa resta ferma perché evidentemente chiusa a chiave, loro, invece di desistere, spingono più forte, fino a diventare rossi in viso per lo sforzo. Poi alzano lo sguardo attraverso la grande stella sulla porta, vedono me dietro il bancone che li fisso con le braccia conserte, e, con faccione stupite, scandiscono da dietro il vetro della porta: “È chiuso?”. No, no, è aperto. In questo locale, quando è aperto, teniamo la porta chiusa a chiave, le sedie sui tavoli e le luci spente.
Al Bar Star c’è poi un particolare affezionato dell’ora di chiusura. Non so se lo faccia apposta o soltanto per prendermi per il culo, fatto sta che c’è un omone alto circa due metri, con un bel viso rubizzo e grandi baffi, vestito con capi stazzonati, che ogni volta che sono prossimo a chiudere, a qualsiasi ora sia la chiusura (ho sempre avuto la sensazione che mi spiasse, acquattato da qualche parte ad aspettare il momento giusto per entrare), lui puntuale irrompe nel bar e, con voce profonda, chiede perentorio: “Gelati?”. Non mi chiede un gelato in particolare, chiede innanzitutto la disponibilità di non meglio precisati gelati.
Al che io, in quella che è diventata ormai una sorta di pièce teatrale, esco dal bancone, apro il frigo, prendo il primo gelato che mi capita e glielo lancio. Lui lo afferra al volo, ringrazia, mi lancia a sua volta una moneta da due euro e poi esce, tronfio con il suo gelato in mano.
(da Le Addizioni Femminili)
ven
04
dic
2015
- Cosa vuoi che metta? Oasis? Radiohead?
- Metti i Radiohead, High & Dry, ce l’hai?
- Sì. Anzi, un giorno ti faccio un cd con le nostre canzoni.
Parlava con disinvoltura delle “nostre canzoni”, per lei era tutto come prima. Ma non era affatto come prima: eravamo due innamorati senza amore.
“Two jumps in a week, I bet you think that’s pretty clever don’t you boy”… I bei tempi in cui i Radiohead facevano
ancora musica ispirata e ascoltabile.
(da "Le addizioni femminili", in uscita il 19 dicembre)
lun
16
nov
2015
Avevo assunto Silvia un anno prima, quando il locale aveva cominciato a prendere piede e non potevo più fare tutto da solo: era diventato ingestibile stare lì dalle sette della mattina alle nove di sera senza collaboratori. Nonostante l’età, Silvia dimostrava una maturità rara, sembrava avere già tutto chiaro in testa: ogni scelta, ogni parola e ogni singola azione, anche la più modesta, come un sorriso da concedere o meno, era misurato. Sapeva sempre cosa fare. Ma c’era qualcosa di più. Silvia era speciale. Magica, dovrei dire. Non sto parlando di quella magia che mi potrebbe far dire che ero innamorato di lei. Certamente no. Intendiamoci, Silvia era radiosa, sapeva illuminare il mio locale: i capelli biondo cenere raccolti sulla testa e fermati da una forcina e un fiore di pesco, occhi profondi color nocciola, la carnagione scura che risaltava sulla stretta camicia bianca che indossava per lavorare, forme sinuose e un modo affascinante di muoversi. Non posso negare che il successo del mio bar dipendesse anche da lei.
Ma la magia di cui sto parlando era magia vera e propria. A volte la vedevo fissare le persone che passavano davanti al bar e quelle che entravano, e subito dopo la vedevo sorridere oppure rattristarsi, fino ad avere gli occhi lucidi. Non erano i comportamenti di una squilibrata. C’era sempre una vibrazione speciale vicino a lei, come se riuscisse a percepire qualcosa che gli altri non riuscivano a vedere, qualcosa che spiegava tutto il resto.
Qualcosa di più grande, di più profondo. Penso che Silvia avesse un dono e che ne fosse consapevole; ogni tanto gliene parlavo.
Una volta l’avevo vista osservare una bambina che era entrata nel bar per mano al padre. La bambina aveva uno sguardo triste: era saldamente ancorata alla mano del genitore, ma sembrava farlo più per dovere che per affetto. Il padre aveva ordinato un caffè che aveva bevuto velocemente. Mentre stavano uscendo, Silvia era corsa fuori da dietro il bancone e, prima che la bambina lasciasse il locale, l’aveva raggiunta, si era chinata per sussurrarle qualcosa all’orecchio e poi le aveva dato una carezza sulla testa. Il padre aveva guardato Silvia perplesso e infastidito, ma gli occhi della bambina avevano brillato. Sembrava aver ricevuto qualcosa di più di una semplice carezza, sembrava riconoscente. Io avevo osservato tutta la scena, e quando i due se ne furono andati, chiesi a Silvia:
- E quello cos’era?
- È una specie di magia - mi rispose.
- Come Highlander?
- Più o meno - sorrise lei.
Rispondeva sempre così, quando la sorprendevo in quei momenti. Come il protagonista di quel film quando spiega la sua immortalità: “it’s a kind of magic”, come la canzone dei Queen. Silvia rispondeva così, e poi non aggiungeva altro.
(da "Le addizioni femminili", in uscita il 19 dicembre)
sab
31
ott
2015
E' finalmente pronto il mio nuovo libro, il settimo, e ho quindi raggiunto Biancaneve.
E' un romanzo intitolato "Le addizioni femminili", è un mio piccolo gioiello, a cui ho lavorato tanto, con sincerità e passione, per non dimostrare null'altro che quello che ho scritto.
Lo presenterò in anteprima sabato 19 dicembre alle ore 19.00 al Caffè Nobile, a Verona. Se volete passare a darmi una carezza, vi aspetto.
"Chi è stato colpito da un colpo di fulmine, o quantomeno da un colpo di candela come il mio, sa di cosa parlo. È una rivelazione, è come se una grande mano nerboruta ti acchiappasse con la forza, mentre stai gironzolando come un fesso in mezzo a tutte le relazioni più sbagliate, e ti mettesse lì davanti a lei, dicendo: “Eccola, è lei quella che cercavi, basta girare a vuoto, deficiente!”. Non la puoi contraddire quella grande mano, perché ti accorgi subito che ha ragione.
Non pensai a tattiche, strategie, timidezze. Davanti a quei Mojiti srotolai tutto il copione della conoscenza, che però quella volta non mi sembrava ritrita, ma naturale. Tutto con lei lo fu, sin da subito. Nessuna forzatura. Mi sentivo di poterle raccontare tutto me stesso e tutta la mia vita, lì, quella sera, e non mi sarebbe apparso strano.
Il problema, con quel colpo di fulmine, come un po’ con tutti i colpi di fulmine, era però capire se fosse reciproco. Se lo è, puoi prendere un volo per le Hawaii la sera stessa dell’incontro e andarci a vivere con lei, nutrendoti di amore e collane di fiori (se riesci a digerire le collane di fiori). Ma se non lo è, bisogna stare attenti, perché la linea di demarcazione tra l’apprezzare un corteggiamento entusiasta e chiamare il 113 per denunciare un molestatore è molto sottile."
LE ADDIZIONI FEMMINILI
Che cosa succederebbe se gli amori passati si ripresentassero tutti insieme, a confondere passato e presente, realtà e immaginazione? È quello che capita al protagonista, Luca, barista trentenne con tutte le incertezze e le domande di una generazione. Serio ma non troppo, ingenuo fino a strappare la risata, Luca si trova assolutamente impreparato di fronte a questi nuovi vecchi incontri. Ne segue una serie di eventi inaspettati, che vengono a scombinare la sua vita tranquilla, in una Verona che, timidamente, riesce a raccontare tutta la bellezza della vita di provincia.
Le aritmetiche amorose del protagonista verranno definitivamente sovvertite; un gioco del destino, in cui la realtà è più sorprendente di tutte le innumerevoli ipotesi. Il risultato dell'assommarsi dei ritorni, infatti, sarà per Luca una rivelazione ben più grande, che arriverà, sul finale a sorpresa, a mostrargli il volto dell'unica persona con cui
veramente fare i conti.
Una storia magica e coinvolgente, che parla della vita e dei sogni di tutti noi.
lun
19
ott
2015
Dopo la rinomata “Breve guida di Facebook per sole donne”, che infinite critiche femminili addusse al sottoscritto, ecco per voi, amiche mie, la guida maschile come ricompensa. Ora scrivetemi solo per chiedermi di uscire, grazie.
1) Non scrivere “grazie per l’amicizia” a una donna che ti ha dato l’amicizia: Jack Lo Squartatore, se vivente ai tempi di Facebook, farebbe la stessa cosa.
2) Non scrivere “sei bellissima” in privato a una sconosciuta: questo non lo farebbe nemmeno Jack.
3) Non scrivere “brava, così si fa!” a una donna che offende pubblicamente un altro uomo: un husky affetto da cagotto provoca meno pietà di te.
4) Ricordati che per le donne Facebook è un fine, non un mezzo.
5) Non promuovere la tua attività commerciale o le tue serate in modo troppo insistente: in breve tempo, la sottile curiosità dei lettori lascerà spazio ad un consistente scassamento di minchia.
6) Non postare continuamente filmati di gente che si fa male al ritmo di una musica buffa: sei forse indiano e vendi kebab?
7) Non scrivere continuamente citazioni autoincoraggianti: sei improvvisamente diventato Alberto Fezzi?
8) Delle superiori, una sola foto e poi basta.
9) Pochi complotti, per pietà: le Torri Gemelle non le ha buttate giù Bush e nemmeno Superman. E la polemica politica riducila al minimo indispensabile: non convincerai mai nessuno a cambiare idea tramite un social network nato esclusivamente per guardare le foto degli altri in costume.
10) Prima di lanciarti in un post particolarmente impegnativo, è consigliata una veloce scorsa a “Grammatica Italiana” di Minisci Alessandra, Editore Alpha Test, anno 2005. Se poi alle superiori ti hanno fatto uscire con un calcio in culo, consultare “Grammatica Italiana” per ogni post.
11) Delle vacanze e dai ristoranti, solo un greatest hits, non un reportage: non sei Licia Colò né Joe Bastianich.
12) Il calcio è un giuoco.
13) Smettila di scorrere Facebook imbambolato e di toccare continuamente il telefono come i bambini fanno con il pistolino. Fai un esperimento: esci senza cellulare. Ti sembra impossibile? Allora farai la fine di Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (non sai neanche di cosa sto parlando? E non lo sai perché sei sempre su Facebook, cribbio!).
ven
16
ott
2015
La stronza vanesia compare quando non serve, e non c’è quando servirebbe.
La stronza vanesia dice cose che non dovrebbe dire nel momento in cui le dice, e non dice le cose che dovrebbe dire nel momento in cui andrebbero dette.
La stronza vanesia ti tiene attaccato a una storia che non esiste o a una storia che non è mai esistita.
La stronza vanesia stuzzica, ammicca, appare e scompare come l’alta marea, ma in buona sostanza, oltre gli ammiccamenti e sotto la schiuma, non c’è mai.
La stronza vanesia non è mai realmente triste e non è mai realmente felice. Semplicemente, non è.
La stronza vanesia dice grandi palle e belle scuse, e solitamente le dice solo a te, con il quale ha deciso di essere una stronza vanesia. Agli altri mica le dice, gli altri li ama.
La stronza vanesia dice di non piacersi, ma si piace infinitamente. E comunque, una persona sicuramente non le piace: tu.
La stronza vanesia ti tratta come un cagnolone, tu sei il suo compagno più fedele, tu non la lascerai mai.
La stronza vanesia potrebbe anche essere un uomo, potrebbe essere uno stronzo vanesio e chiamarsi, che so, Alberto Fezzi, ma di questo non posso parlare, non posso mica sempre dire tutto io, perbacco.
lun
12
ott
2015
Voglio essere un avvocato gentile, che preferisce conciliare piuttosto che litigare. Certo, mi incazzo anch’io, non sono il Buddha, ma insomma.
Voglio far cambiare idea a quei clienti che dicono “dobbiamo fargli il culo a quello!” o “lei si sente in grado? Qua ci vuole uno duro!”. Se ti serve uno duro puoi chiamare l’avvocato Siffredi, a me basta essere preparato ché per il resto vado molto meglio così.
Voglio essere un avvocato senza monocolo e senza palo interno, che si veste casual, che sul lavoro ride, che nel tempo libero scrive libri stupidi, che sa trovare la leggerezza anche nelle situazioni pesanti. Perché è con leggerezza che si fanno le migliori rivoluzioni.
lun
05
ott
2015
Qualche tempo fa Umberto Eco ha detto che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”.
Ebbene, poiché io certamente rientro nella categoria, non posso certamente permettermi di criticare gli imbecilli di cui parla Umbertone, tuttavia posso dire che i social media hanno sicuramente aiutato molto i pigri e gli sgrammaticati.
I pigri, quelli con il cervello ridotto in poltiglia dal #GF14, possono vivere tranquillamente leggendo solo e soltanto quello che trovano nelle bacheche di Facebook o di Twitter, e solo e soltanto quello desiderano leggere. La controprova è semplice: se pubblicate un link a un articolo o a un video sulla vostra bacheca, generalmente le visualizzazioni saranno poche, perché costoro hanno le dita grasse e fanno molta fatica a premerle sul mouse o sul touchscreen per collegarsi al link. E’ molto impegnativo in effetti, e quelle dita sono molto grasse.
Se invece lo stesso articolo o lo stesso video lo pubblicate direttamente sulla bacheca, le visualizzazioni saranno molte di più, perché in quel caso il pigro non deve sforzare le dita adipose e può semplicemente scorrere imbambolato la home e arrivare al vostro articolo o al vostro video senza fare alcuna fatica se non quella di leggere o guardare, e in questo caso lo farebbe per pura inerzia e dunque senza sforzo, come quando ci si lancia in bicicletta lungo una bella discesa.
Poi ci sono gli sgrammaticati, che hanno avuto un vero e proprio sdoganamento: se prima una persona che non sapeva dove diavolo infilare gli accenti, le doppie e le acca, evitava di scrivere qualunque cosa su qualsiasi supporto, memore delle frustate sulle mani ricevute alle elementari e delle ore passate dietro alla lavagna con lunghe orecchie da asino calate sul capo, ora, nell’euforia da social media, ha perso ogni remora a scrivere bestialità grammaticali, perché adesso non prenderà più sonori 4 in pagella, e invece avrà almeno 24 persone che scriveranno pure “mi piace” sotto quegli strafalcioni.
Una volta, che so, un politico locale prima di rilasciare una dichiarazione, ci pensava cinque o sei ore se “eccezionale” non si debba in realtà scrivere “eccezzionale”, mentre adesso vanno dritti, senza pensieri, ché tanto siamo tutti sulla stessa barca, nani e ballerine, coccodrilli e leocorni, imbecilli e Premi Nobel.
dom
20
set
2015
Gli avvocati, al contrario di quanto si pensi, guadagnano poco.
Certo, sicuramente ci sono alcuni avvocati che, soprattutto nel passato, hanno guadagnato molto denaro e, grazie al prestigio che si sono costruiti attraverso una lunga carriera e di cui quindi tuttora godono, possono ancora permettersi di inviare ai clienti parcelle molto alte senza vedersele rispedite indietro avvolte attorno a una testa di cavallo mozzata. Ci sono anche alcuni avvocati della vecchia scuola che hanno brillantemente spolpato società, banche e pubbliche amministrazioni che si sono brillantemente lasciate spolpare, e adesso quelle società sono fallite, quelle banche sono in procinto di farlo e quelle pubbliche amministrazioni sono esplose.
Se però prendiamo come esempio un avvocato intorno ai 35/40 anni, possiamo constatare che costui guadagna meno di un carrozziere.
A ben vedere forse ho sbagliato esempio, perché è risaputo che i carrozzieri sono una delle categorie maggiormente benestanti della società attuale e la loro manodopera ha lo stesso valore di quella prestata da un neurochirurgo laureatosi ad Harvard («Scusi signor carrozziere, ho un piccolo problema: mi si è lievemente rigato
lo specchietto retrovisore». «Ah mi spiace, ma per rimediare bisogna sostituire tutta la fiancata e cambiare tutti i pistoni. Sono tre ore di lavoro, quindi 7.000 euro»). Comunque ci siamo capiti.
Un avvocato con 10/15 anni di carriera guadagna, se gli va bene, il minimo per vivere di poco sopra la soglia della povertà. Un neoavvocato invece non guadagna niente (a meno che non vada a fare il manovale in qualche grande studio, ma quello è un altro lavoro).
In sostanza, considerando anche i due anni di pratica e l’anno lungo il quale, di fatto, si distribuisce la preparazione per l’esame, un avvocato comincia a vedere qualche somma che abbia una dignità superiore a un rimborso spese dopo circa 6/7 anni dalla laurea. O meglio, così era quando ho iniziato io la professione (laurea nel 2001, titolo di avvocato nel 2005), adesso è molto peggio.
E qui si ripropone il solito problema: quando snocciolo queste cifre ai miei giovani amici neolaureati che si erano già raffigurati a sfrecciare con una Lamborghini Diablo dopo un mese di pratica forense, questi sgranano gli occhi. Li vedo che pensano: “Ma come, e i film? E Ally McBeal che è sempre a bere drink indossando vestiti firmati? E i protagonisti dei libri di John Grisham che hanno yacht e attici a Manhattan?”.
Cari giovani amici, ormai dovreste averlo capito… La risposta è che tutto questo non esiste. Levatevelo per sempre dalla testa.
Anche perché, quando un bel giorno confezionerete la vostra fantastica parcella, nella maggior parte dei casi vi troverete ad aver a che fare con il grande genio dei nostri tempi, ovvero il cliente che le parcelle, semplicemente, non le paga.
Una tale propensione nasce dall’insieme di più fattori. Un approccio catulliano verso l’avvocato, alla odi et amo, e cioè il disperato bisogno che induce il cliente a recarvisi, frammisto alla contemporanea convinzione di venire fregati dall’avvocato medesimo, pur così anelato. Un radicato pensiero comune secondo cui gli avvocati sono benestanti per il solo fatto di possedere questo titolo, una ricchezza in re ipsa, che induce questa tipologia di clienti a ritenere che non sarà certo il mancato pagamento della loro parcella a creare problemi economici all’avvocato (ve lo dico io da queste righe una volta per tutte, così superiamo questo equivoco: noi viviamo delle parcelle che ci pagate, quello è il nostro lavoro, la sera non stiriamo le camicie altrui per arrotondare!). In ultimo la tendenza a paragonare l’attività dell’avvocato a quella, per esempio, di un ferramenta: «Eh, ferramenta, mi ha solo fatto la copia di tre chiavi e mi chiede così tanto?» equivarrebbe a «Eh, avvocato, ha scritto solo tre lettere e mi chiede così tanto?».
Ora, a parte che il ferramenta, se non lo paghi, ti rincorre con un rastrello, a parte che quelle tre lettere probabilmente saranno state precedute da lunghi incontri con il cliente e da migliaia di telefonate e da svariati pareri orali ‒ che in quanto orali sono scomparsi con leggerezza dalla memoria di questi clienti e dall’idea di cottimo professionale che essi hanno ‒ ebbene, a parte tutto questo, ci si dimentica sempre che per essere in grado di scrivere quelle tre lettere ogni avvocato ha studiato per almeno sette anni della sua vita, e quindi la professionalità ha un costo. Altrimenti non si capirebbe neanche il motivo per cui questi clienti non abbiano provveduto da soli a scrivere le lettere in questione.
Va peraltro detto che la parcella può avere una sua funzione purificatrice. Il rimedio migliore che ha un avvocato per allentare la pressione esercitata da un cliente troppo fastidioso è mandargli la parcella. È come tirare un gavettone in mezzo a un branco di gatti. In un attimo finiscono le telefonate, le lamentele, le pretese, e l’avvocato avverte quasi un senso di improvvisa solitudine, ché intimamente e morbosamente già gli manca quel cliente puntiglioso.
lun
14
set
2015
Alcuni giorni fa mi è capitato di vedere il film “La battaglia delle cinque armate”, ovvero il capitolo finale della trilogia di Peter Jackson tratta da “Lo Hobbit” di Tolkien, dopo quella tratta da "Il Signore degli Anelli”.
Ho assistito all’usuale carrellata di nani, orchi, maghi, elfi dalle orecchie a punta (quasi come le mie), umani barbuti, e infine aquile salvifiche che risolvono il film (la battaglia che dà il nome alla pellicola dura più o meno un’ora e quaranta, e dopo che per un'ora trentanove minuti e 54 secondi svariate manciate di nani si sono fatti scuoiare da legioni di orchi, ecco che arrivano cinque o sei aquile giganti che in sei secondi spazzano via tutti gli orchi: ma allora non potevano arrivare subito, così evitavamo quest’enorme spargimento di sangue nanico? Come alla fine della prima trilogia, quando a Frodo basta saltare su un'aquila per buttare l’anello nel vulcano, dopo che però, per tre film, si è fatto a piedi, e che piedi, tutte le Dolomiti di Mordor: non poteva farsi caricare subito, e ciao ciao a tutti quegli idioti che si scannavano di sotto?).
E insomma, durante la visione, mi è tornato alla mente questo breve brano di “Sognando un Negroni” che, o’ voi lettori delle stupidaggini che scrivo, potrete sicuramente apprezzare.
“Vorrei fare una piccola, superflua, ma interessante postilla sulla saga del Signore degli Anelli: si può sapere quanti nomi assurdi si è inventato Tolkien quando ha scritto quel libro? Aveva forse mangiato la peperonata? Se ci fate caso, quando inizia una scena, la voce fuori campo o qualche protagonista snocciolano una serie impressionante di nomi di personaggi improbabili e regni inesistenti, con tanto di mappa geografica inventata di sana pianta, che stordiscono lo spettatore e lo fanno rimuginare per due ore su come si chiama quel tale elfo o quel tale nano o su dove minchia si stia svolgendo la scena.
Ecco un esempio: “Ehi Padron Frodo, credo che dovremmo evitare di recarci nell’oscura terra di Mordor dove potremmo incappare nel temibile Saruman, figlio di Legoland, nipote di Braccobald, cugino di Domopak e suocero di Iodosan, e invece dovremmo forse cercar rifugio più a est rispetto al mezzo, lungo la Terra di Mezzo, all’altezza della maleodorante fossa di Gorgorarnrn, dove regna sovrano il buon re Regorgarnrn, marito di Idrovorarn, figlio di Brogoroagranrn, nipote di Sprogorarnnrn, amico di Grostrolarnrn, compagno di liceo di Bledrorarnrnr, amico di penna di Frogorarranrrn, e poi proseguire per le sulfuree miniere di Rabobank, nel magico regno di Gardaland, alle soglie della fresca terra di Gatorade, dove verremo accolti dalla stirpe dei flatulenti nani Lexotan, il cui re Stiticorn, figlio di Falqui e nipote di Dissenten, ci accoglierà con banchetti regali”.
lun
31
ago
2015
L’occasione persa con una donna è il colpo che non torna più: lo smash sparato in rete, il tiro libero sul ferro, il rigore sul palo. Se molte volte le donne ritornano (“tutti tornano”, dice una mia amica divenuta saggia con il tempo), ci sono dei casi in cui non tornano proprio più, e l’occasione, amico mio, è persa.
Il mio personale elenco, se vi può interessare, è il seguente.
C’è quella ragazza frequentata appena dopo essermi lasciato con la fidanzata: quando finisce un amore (quelle rare volte che inizia e quindi poi anche finisce), io, come Cocciante, sono un tipo da scene madri e struggimenti, e quindi lo spazio per un’altra persona, subito dopo la fine, è quasi impossibile da ritagliare. La rivedo dopo qualche anno (“tutti tornano”), ora mi piace anche di più, ma lei nel frattempo ha trovato un altro e ci convive da anni, se non da secoli, nessun rapporto è più solido di quello, non avrà mai dubbi, non scapperà mai, loro due sono il totem dei rapporti di coppia, Jack e Rose di Titanic, al confronto, sono due disillusi. Colpo in rete, match finito, occasione persa.
C’è quella ragazza di Verona incontrata in Toscana, lavorava in un ristorante durante la stagione estiva: dopo le chiacchiere di rito, mi passa l’attimo e non le chiedo il numero di telefono (e allora non c’era Facebook). Adesso magari abita a due isolati da me, ma io non l’ho più rivista. Pallone sul ferro, suona la sirena, tutti negli spogliatoi, altra occasione persa.
C’è quella ragazza conosciuta al mare: la sera prima ci ho ballato, il giorno dopo sono nel mio bungalow e lei mi bussa, siamo solo io e lei, è pomeriggio e non c’è nessuno in giro, c’è un po’ di imbarazzo e chiacchieriamo soltanto. La sera un animatore del villaggio le fa una scenata perché ha intuito qualcosa. Addio.
C’è quella ragazza vista per la prima e unica volta alla presentazione di un mio libro: mi porge una copia per la dedica, la guardo ed è bellissima, le chiedo se ci conosciamo al di là dei libri, mi dice di no, prende la copia, scompare in un alone di luce dorata e mistero e io non la rivedo mai più. Penso di comprare una pagina di un quotidiano per dirle di rifarsi viva, penso di noleggiare quindici minuti del telegiornale di Raiuno per lanciare un appello disperato, ma poi desisto. Rigore sul palo, Mondiali buttati al vento.
lun
24
ago
2015
Era rimasta senza parole, con la rabbia soffocata in gola. Non pensava fosse possibile, ed invece lui lo aveva fatto ancora.
Quella sera, mentre camminavano mano nella mano lungo la Rambla di Barcellona, il principale dei lunghi viali alberati che tagliano la città vecchia da Plaza de Catalunya fino al porto, lui si era fermato all’improvviso e l’aveva guardata dritto negli occhi.
“Chiara, ti devo dire una cosa, non ce la faccio a tenermela dentro.”
Lei si era subito preoccupata.
“Dimmi” rispose senza aggiungere altro. Era una scena che aveva già visto.
“Ti ricordi quella festa a cui sono andato con i miei amici, prima che partissimo? Beh, ecco, ho rivisto Veronica, ti ricordi Veronica? Anche bruttina tra l’altro, beh insomma, ho bevuto un po’ troppo vino, lei si è avvicinata per ballare, io non sapevo bene come comportarmi…”
Non riuscì neanche a finire la frase.
“Stai zitto” lo interruppe Chiara con voce bassa.
Subito dopo, era rimasta senza altre parole.
Non ci voleva credere, perché era già la terza volta che Luca le faceva un discorso simile: ho rivisto una mia ex, ho bevuto un po’ troppo, e altre balle del genere.
Ma quante ex fidanzate hai? E quanto vino bevi? E quando bevi vino, le incontri sempre? Lo chiameremo il mistero del vino: un incrocio di fato e ormoni che ti porta a tradire ogni volta che scendi a patti col Dio Bacco.
In realtà erano scuse, Chiara lo sapeva. E’ una scusa quella del bere: non è possibile che la voglia di andare con chiunque, vongole comprese, derivi solo dall’assunzione di un po’ di alcool, ché allora il Viagra neanche lo inventavano e i vecchietti li gonfiavano di Tavernello. E’ una scusa quella dell’ex fidanzata: se l’hai mollata o ti ha mollato, ci sarà stato un motivo. Siamo insieme da tre anni e non puoi essere ancora lì a guardarti indietro e a pensare alle tue ex. Non puoi sempre avere la testa girata indietro come la bambina dell’Esorcista. Se mi ami veramente come dici, non puoi, con cadenza annuale, come l’Irpef, farmi del male. Ma tu non mi ami, questa è la verità.
In quel momento Chiara lo odiava. Lo odiava con tutto il cuore, quel cuore distrutto con cadenza annuale. E lo odiava ancor di più se pensava al suo schizofrenico modo di comportarsi: se erano a Barcellona, era perché Luca dieci giorni prima, in quegli attimi che in effetti solo lui sapeva creare, si era presentato a casa di Chiara con uno dei suoi sorrisi lucenti, stringendo in mano un foglio di prenotazione della Ryanair: due biglietti aerei per Barcellona.
“E perché questo regalo?” aveva chiesto Chiara, con le lacrime che già le spuntavano dagli occhi come a ricordarle che lei, una ragazza insensibile o comunque che non si commuove per le gioie improvvise, non lo sarebbe mai stata.
“Perché ti amo” aveva risposto lui perentorio, granitico. Ma, molto probabilmente, falso. O forse solo superficiale: bello come uno strato di rugiada, ma della stessa profondità.
Dopo la confessione di Luca, i due avevano camminato in silenzio ancora un po’ lungo la Rambla, ognuno immerso nei suoi pensieri.
A dire il vero, è difficile creare il silenzio in quel lungo viale, in mezzo alle folle di barcellonesi e di turisti che lo percorrono, fra i caffè e i locali di tapas pieni di avventori vocianti; in mezzo ai venditori di fiori e, come copia mal riuscita, i venditori di rose del Bangladesh, che di sera diventano magicamente ed etilicamente venditori di sconosciute birre in lattina estratte dai tombini delle fogne; e con lo stupefacente avvicendarsi, uno dopo l’altro come in un carnevale per matti, di mimi di strada vestiti nei modi più strani, che si animano e ballano e recitano al suono di una moneta.
Al punto della Rambla in cui erano arrivati, si poteva già scorgere l’alta colonna sovrastata dalla statua di Cristoforo Colombo che precede il lungomare, e però il prosieguo del cammino era ostruito da una piccola folla che guardava ammirata uno di questi mimi.
Era altissimo, sicuramente più di due metri, completamente avvolto in un mantello nero, che contrastava con il suo viso interamente truccato di un bianco fin accecante. Aveva la testa abbassata e gli occhi chiusi, ma quando qualcuno metteva la moneta nella tazza, prendeva vita: alzava la testa, spalancava gli occhi, di un blu brillante, e con il mantello frusciante si avvicinava allo spettatore, sfoderava un sorriso maligno e si avvinghiava al collo del malcapitato che l’aveva svegliato, fingendo di morderlo come il più temibile dei vampiri.
La scena suscitava impressione per il suo realismo: gli spettatori all’inizio restavano interdetti, per poi esplodere in un applauso, desiderosi di rivedere la scena.
Chiara era ancora in preda ad un enorme rancore quando arrivò di fronte al mimo. Luca al suo fianco sembrava imbalsamato: manteneva il basso profilo del colpevole. Mai stuzzicare una donna arrabbiata.
Chiara guardò distratta il mimo e i suoi pensieri furono improvvisamente interrotti da un baleno veloce che scorse sul suo viso: era sicura che quello, tornato nella posizione iniziale con la testa abbassata, avesse aperto fugacemente un occhio verso di lei, colpendola col blu della pupilla e accennando con lo sguardo, per un brevissimo istante, alla tazza delle monete.
Chiara, quasi ipnotizzata, si frugò in tasca, estrasse una moneta e la lasciò cadere nel recipiente, mentre Luca la guardava incerto, però tutto sommato rinfrancato sullo stato d’animo di lei: insomma, si presume che siano altri i comportamenti di una donna furiosa, non certo l’andare a stuzzicare un mimo che fa il cretino con un mantello nero addosso.
Intanto quello di colpo si animò, per l’entusiasmo dei suoi spettatori. Si avvicinò lentamente a Luca, che sorrideva imbarazzato (ma a questo punto, ancora più rinfrancato: dai mimo, facciamola ridere questa ragazza arrabbiata che mi salvi il weekend, che altrimenti qua è un inferno), e gli si avvinghiò al collo.
Luca cominciò a ridere e anche il pubblico lo guardava divertito. Il mimo però non accennava a staccarsi da lui, e pian piano il riso di Luca divenne un gemito più spaventato, più isterico, come quando i bambini ridono per qualcosa che fa loro paura e lo fanno più che altro per esorcizzare quella paura. Alla fine, con il mimo ancora attaccato al collo, il riso del ragazzo si tramutò in un vero e proprio grido, e Luca, il colpevole bevitore di vino, da paonazzo che era, di un bel rosso corposo da abbinare alla selvaggina, diventò più chiaro, più o meno come un rosè da antipasto, fino a diventare bianco, esangue, più o meno come uno spumante brut, senza neanche la fragola dentro.
Dopo circa un minuto che era avvinghiato a Luca, il mimo si allontanò di scatto, rivolgendo un beffardo sorriso a Chiara. Luca stramazzò al suolo e la piccola folla gli si fece intorno.
Quando si accorsero che era morto, Chiara e il mimo erano già scomparsi.
lun
27
lug
2015
Ieri è venuta in ospedale Valentina.
Non so come facesse a sapere che ero qui, non mi ha chiamato al telefono, è semplicemente piombata qui, come in effetti solo lei sa fare.
E’ arrivata senza trucco, quasi pallida, vestita in modo semplice. Io ero seduto su una panca del corridoio fuori dalla stanza di Matteo, e lei si è seduta a fianco a me, come fossimo al parco e io la stessi aspettando. Sicuramente non eravamo al parco, ma forse da tempo la stavo aspettando.
Mi ha guardato e, senza preamboli, ha detto: “Alberto, voglio tornare assieme a te.”
Un ordine, una preghiera, un’implorazione, una semplice richiesta, non lo so. So solo che, come al solito, mi ha mozzato il fiato con un coltello da cucina.
Non so se Valentina sia una bella persona, di certo sa essere originale, ma sicuramente io voglio essere una bella persona. E poi lei, di fronte a me, così dolce e leggera, mi provoca una sensazione che sa di ricordi passati e speranze future e di momenti vissuti assieme. Sa di aspettative e sa di vita, ed io alla vita, in fondo, non riesco mai a dire di no.
Volevo chiederle del George Clooney di Unicredit, di cosa aveva fatto con lui, di cosa aveva fatto in generale durante questi mesi. Ma ho deciso di smettere di pensare e di lasciarmi travolgere dagli eventi. Anche perché, in un modo piuttosto sgangherato, credo di amarla.
“Non sarebbe male” le rispondo, potente come un mollusco.
“Ti va se domani facciamo un aperitivo qua al bar dell’ospedale, e ne parliamo?”
“Va bene, ma andiamo da qualche altra parte. Il bar dell’ospedale è squallido!”
“No, a me piace moltissimo. E’ così retrò. Vediamoci qua alle sette e mezza.”
In fin dei conti non è cambiata più di tanto. Ci faremo un clistere di Aperol al bar dell’ospedale.
Prima di venire all’aperitivo, mi sono fermato dal fioraio e ho comprato tre rose rosse.
Adesso dovremmo discutere del fatto di tornare o meno assieme, e quindi se io arrivo con dei fiori parto da una posizione di inferiorità, sono le zerbino rispetto alla porta. Ma non me ne frega niente, io voglio regalarle le rose, io voglio baciarla, io voglio comprare un attico a Parigi e viverci con lei, io voglio pescare i granchi nel mare di Bering e poi tornare a casa e darle un lungo bacio sulla porta e poi fare l’amore con lei per tutta la notte.
Arrivo al bar dell’ospedale, e lei è già seduta ad un brutto tavolino marrone chiaro. Al tavolo, a fianco a lei, c’è un vecchio con la vestaglia azzurra: con una mano resta attaccato al palo della flebo che ha vicino a sé, con l’altra sfoglia la Gazzetta dello Sport.
Mi siedo di fronte a Valentina e le do le rose.
Lei le prende, le annusa e le mette sul tavolo. Poi si alza e mi dà un bacio leggero sulla labbra.
Si risiede e mi dice: “Grazie dei fiori, Alberto.”
Sorrido.
“Come Nilla”, sussurro.
lun
20
lug
2015
Come avrete capito vostro malgrado, io sono solito commentare tutto, il più delle volte in modo non richiesto e nient’affatto competente.
Ho scoperto, tuttavia, sfruculiando tra le statistiche del mio sito, che c’è un aspetto che non necessita, incredibilmente, di alcun mio commento, ed è l’elenco delle parole chiave digitate su Google, che hanno poi condotto a questo sito (risultano solo quelle cercate almeno due volte). E’ uno spaccato di varia umanità, una foto brillante e demenziale degli utenti della rete, a cui io non devo aggiungere alcuna didascalia, copio e incollo l’elenco tale e quale qua sotto.
Lo copio e poi nel sonno, al lavoro, durante una passeggiata in montagna o una nuotata al mare, mi chiederò: cosa avrà spinto ben 466 persone ad approfondire il significato faccine whatsapp, come se fosse particolarmente complesso? O ben 4 persone ad arrovellarsi sull’intricatissimo significato di faccina con bacio a cuoricino? O chissà qual era il fine di quelle 2 persone che hanno dichiarato perentoriamente al più potente motore di ricerca del mondo, con non poco istinto scimmiesco, voglio vedere una donna appesa ai pali di un locale nuda? Oppure ancora, e questa è obiettivamente la richiesta più utile e rilevante: è vero che bere troppa birra fa restringere lo scroto e i testicoli?
Poiché, comunque, con queste domande siete poi arrivati al mio sito, io spero che qui abbiate trovato tutte le risposte. Potrebbero servire anche a me.
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sab
11
lug
2015
Uno dei migliori personaggi che, in questi anni, Facebook è riuscito a creare, è la donna che pubblica un milione e mezzo di foto che la ritraggono quasi sempre mezza nuda, o nuda proprio, o comunque in posa inequivoca (chiariamolo: tutte le foto che mostrano, in qualche modo, da qualche angolatura, di sopra, di sotto, di lato, in diagonale, tette o parti di esse, culi o parti di essi, sono state messe lì per attirare l’attenzione su quelle parti del corpo. Inutile che protestiate: non segue discussione), e però poi si lamenta e sbotta e strepita e fa l’offesa se riceve 107 commenti dal carcere di massima sicurezza dell’Ucciardone e la standing ovation dalla caserma degli alpini di Codroipo.
Ebbene, io avrei pensato a un piccolo componimento da dedicare a questa regina, qualche riga con cui, a fronte del suo sdegno, ritengo sia giusto onorarla.
Di te che sei al mare in uno stretto bikini,
e alle volte anche senza quel bikini,
di te che sei davanti allo specchio vestita da sera,
che stai per andare alla discoteca o alla balera,
di te che ti rotoli nel letto o ti tuffi in piscina,
mostrando dei seni l’interezza o una puntina,
di te che sei di qua, sei di là, fai questo, fai quello,
e che mostri il tutto per chissà quale ragazzo,
ebbene di te, amica mia, non ce ne frega un cazzo.
P.s. Complimenti per i seni.
lun
06
lug
2015
“Io l’ho presa con la pasta di kamut”, dico.
Lei mi guarda storta.
“Alle due di notte, la digerisco meglio”, cerco di giustificarmi.
“Forse la pasta di cane la digerirai meglio, ma credo che il problema di quella piadina siano lo speck, la scamorza e i peperoni che ci hai fatto mettere dentro, quelli non so se li digerirai così facilmente.”
“Sedetevi qua con me”, interviene l’altro. “Guardate il passaggio delle due: dove va questa gente? Cammina per la città vuota, sgomberando i pensieri, per non pensare al vuoto che ha dentro? Come hai scritto nel tuo libro?”, chiede rivolgendosi a me.
“Può essere. Anche se a me, questi, sembrano solamente sbronzi”, rispondo osservando un tizio che percorre la via descrivendo degli 8.
“Quella storia del vuoto c’è anche in Cumuli degli 883, hai presente?” dice lui. E inizia proprio a cantare: “Cumuli di
roba e di spade, per riempire il vuoto dentro di noi…”
“…cumuli di cazzi tuoi”, chiudo il coro io.
“Avete problemi gravi?”, ci chiede lei.
“Che pezzo hai tirato fuori?! Cumuli... Un album incredibile, Nord Sud Ovest Est. Lo conoscono tutti.”
“Io no”, dice lei.
“Sì, ma tu non conosci nemmeno Guerre Stellari”, ribatto, e lei ritorna mesta alla sua piadina.
“Che altre canzoni c’erano?”, mi chiede l’altro.
“C’era Sei un mito, Nella notte, Pappagallo, Rotta per casa di Dio, Weekend…”
“Cazzo Weekend! Altro pezzo fantastico, la malinconia della domenica sera.”
“Piccolissime fette di quotidiano, analizzate scientificamente.”
“E poi c’era anche Come mai.”
“Vabbè, un classico. E Non me la menare?”
“Primo album.”
“Con un deca?”
“Anche. Lì erano ancora un po’ grezzi, l’album della consapevolezza è stato Nord Sud Ovest Est. Come What’s
the story morning glory per gli Oasis.”
(e qui Noel Gallagher è caduto dal letto)
“La stessa Nord Sud Ovest Est sembra che parli della ricerca di una donna, ma in fondo parla della ricerca di sé stessi. E forse quel che cerco neanche c’è.”
“E quello che ballava?”, ci riprova lei, rialzandosi dalla piadina.
“Mauro Repetto. In effetti da quando è uscito lui non è più stata la stessa cosa”, riflette l’altro. “Cioè, è vero che è sempre stato Max a comporre il grosso delle canzoni, e poi a cantarle tutte, ma da quando è andato via Mauro Repetto si è persa la magia. Pensiamoci: che altri pezzi veramente belli ha fatto dopo Max? Nessun rimpianto, forse…”
“O Gli anni”, dico io.
“Gli anni, giusto. E poi?”
“L’ultimo bicchiere?”
“No, quella è di Nikki.”
“Sì, ma l’ha scritta Max. Alla fine entra pure a cantare. Grande pezzo sulla rottura di balle dei discorsi triti e ritriti da imbastire per conoscere una ragazza.”
“Ok, ma io intendo canzoni proprio sue, dei suoi album. Da La donna, il sogno e il grande incubo in poi.”
“C’era Se tornerai, quella sulla droga.”
“Sì, quella è molto bella. Poi poche altre, credo.”
“Sì, credo anch’io.”
“Secondo voi è normale che alle due di notte noi siamo qui seduti a parlare di Max Pezzali?”, ritorna alla carica lei.
“E’ una piccola discussione sul nostro vissuto, è proprio quello che Max vorrebbe”, replico.
“E Mauro Repetto dov’è adesso?”, chiede l’altro.
“Fa il pupazzo a Disneyland Paris.”
“Si è proprio persa la magia, eh?”
“Già.”
Ci alziamo, buttiamo i tovaglioli nel cestino, e, camminando nel buio della città vuota, ce ne torniamo a casa.
lun
29
giu
2015
Questo sito compie un anno. Qualche numero per certificare che non sono ancora diventato Stephen King, ma c’è ora una flebile speranza che io non sia sono nemmeno l’ultimo degli stronzi: visualizzazioni totali 78.874, che, a grandi linee, possiamo suddividere in 37.000 per le Faccine (c’è del buon tempo eh?), 19.000 per le cose d’avvocato, 22.000 per tutto il resto.
Che dire: mio padre internet lo usa poco, quindi grazie a tutti coloro che, con gioia o per disperazione, hanno fatto un salto qua.
A tutti voi, regalo una nuova introduzione a Sognando un Negroni, che avevo preparato per i dieci anni del libro ma che, per questioni di diritti editoriali, alla fine non ho pubblicato. La pubblico qua, amici miei. Con il nuovo libro ci vediamo in autunno, con le minchiate sempre qua.
Dieci anni dopo
Questo libro strano e ragionevolmente fuori di testa, figlio mio in tutto e per tutto, uscito per caso e per divertimento dieci anni fa, mi ha un po' cambiato la vita.
Ne è passato di tempo, ne sono successe di cose, che mi hanno fatto cambiare ancora, come persona e come scrittore, anche se, in fondo, i miei occhi sul mondo sono sempre rimasti quelli.
Certo, ho dovuto bere litri di Negroni, offertimi da tutti coloro che, affascinati dal titolo, non si sono poi anche premurati di leggere almeno le prime quindici righe del libro dove ho scritto sin dall’inizio, a mo’ di manifesto, che a me il Negroni fa schifo. Niente da fare, condannato per sempre, ai loro occhi, a bere Campari, Martini e Gin all’infinito, e a scrivere per sempre di locali, bar, rutti e scoregge, un po’ come Santana, che magari qualche volta vorrebbe farsi pure un bel giro di do con pennate grezze da camposcuola, e invece in ogni canzone deve sempre infilarci un assolo con i denti.
Ho anche dovuto, in questi anni, vedere tanti locali veronesi chiudere, e con molto dispiacere devo dire, soprattutto i miei amati pub, divenuti nel tempo dei garage. Che spreco di vita: la dimostrazione concreta di come gli uomini vengano sostituiti dalle macchine, manco ci trovassimo sul set di Terminator.
Ma nonostante tutti i cambiamenti del tempo, questo libro si può leggere ancora oggi non solo come una fotografia di qualche anno fa, ma anche, al di là dei luoghi e degli eventi citati (molti dei quali ancora esistenti in tutto il loro vacuo splendore), come il ritratto di una generazione immutabile ed eterna.
Facendo un paragone minimalista, non è che a Dante, se fosse ancora vivo, verrebbe richiesto di riscrivere la Divina Commedia adattandola ai giorni nostri, parlando con Virgilio via Skype senza nemmeno scendere all’Inferno.
Insomma, così eravamo e così sempre saremo. Purtroppo o per fortuna, questo decidetelo voi.
Per quel che mi riguarda, posso solo dire che nella Prefazione il Professor Vittorino Andreoli ha scritto: “Ho deciso di scrivere queste pagine solo dietro la garanzia che l'autore, fra vent'anni scriva un libro dedicato ai "luoghi di ritrovo dei padri veronesi", contando ancora sulla sua diretta esperienza che si prefigura propria di chi fa l'avvocato "in prima fila", di un padre e certo di marito con cravatta di Gucci, abito di Class e mutande con rinforzo pubico di Boss”.
Siamo a metà del guado, ma, a parte essere in effetti diventato avvocato (non so se in prima fila, ché la prima fila di quel mondo, considerata la compagnia, in fondo non mi è mai interessata molto), al momento non sono né padre, né marito, né ho cravatte di Gucci o rinforzi pubici di Boss (o rinforzi pubici in genere, almeno per ora). Non sono quindi ancora in grado di descrivere i “luoghi di ritrovo dei padri veronesi”, anche se ho il forte sospetto che, quando nel libro ho scritto che la definizione “giovani veronesi” comprende persone che vanno dai 18 ai 55 anni, i luoghi descritti nel libro valgano per i padri come per i figli, in quella massa informe che fa più o meno le stesse cose a prescindere dall’età che ha.
E comunque, anche se diventerò padre, anche se uscirò dalla massa informe, certe balorde conventicole tipicamente veronesi non le frequenterò mai: io sarò sempre uno di voi, ragazzi del Negroni, anzi, io sarò sempre “quello del libro sul Negroni”, come mi chiamano da queste parti.
Piuttosto, sono stato io stesso a darmi la zappa sui piedi quando ho scritto: “I più involontariamente comici sono proprio i quarantenni abbronzati che guardano le ventenni con fare spavaldo, sicuri di avere uno charme incredibile che in confronto Antonio Banderas è un malato di psoriasi. Se a quarant’anni sarò così, o’ Dio, ti prego, fulminami all’istante”. Questo libro mi ha dato consapevolezza, è stata un’auto-seduta di psicanalisi e tendenzialmente riesco a capire quando divento ridicolo se mi sto in qualche modo atteggiando, ma insomma, oggi di anni ne ho trentasette, quindi, Dio, confido nella Tua enorme magnanimità: quella cosa dei quarant’anni, si diceva per ridere.
mar
23
giu
2015
Nel gran mare di libri spazzatura che solitamente leggo (e che ogni tanto pure scrivo), mi capita talvolta di leggere
anche libri unanimemente considerati come impegnati (impegnati rispetto a cosa, poi, non l’ho mai ben capito),
perché mi è stato insegnato giustamente che, per saper scrivere, bisogna saper leggere. E anche per scrivere cazzate, come faccio io, bisogna saper leggere cose serie, come certi motivetti dell’estate, che uno pensa siano stati scritti in tre minuti e invece spesso ci sta dietro un gran lavoro, ché non è mica facile scrivere cazzate, fidatevi di me che sono un esperto.
Beh insomma, l’ultimo libro che ho letto, appartenente alla schiera delle letture serie, è stato “Il Cardellino” di Donna Tartt, Premio Pulitzer 2014 per la narrativa, pubblicato in Italia da Rizzoli. 892 pagine, per capirci.
Ebbene, dopo aver letto queste 892 pagine, senza alcuna competenza e senza minimamente esserne richiesto da alcuno, ho deciso di scrivere una breve recensione, spinto dalla domanda che pian piano affiorava dentro di me durante la lettura: cosa spinge una persona a scrivere un libro così imponente? Qual è il motivo per cui Donna (tra grandi della letteratura ci chiamiamo tutti per nome) ha deciso di scrivere queste 892 pagine?
Prima, uno stringato riassunto della trama: Theo Decker è un ragazzino newyorkese di tredici anni, la cui madre muore in un attentato terroristico compiuto all’interno di un non meglio precisato museo della Grande Mela (diciamo il Met). Anche Theo è presente al momento dell’esplosione dell’ordigno, ma, a differenza della madre, sopravvive all’esplosione, portando via con sé (o meglio: trafugando) uno dei dipinti presenti al museo: “Il Cardellino”, del pittore fiammingo Carel Fabritius. Da quel momento in poi, la vita di Theo cambia radicalmente: prima l’affidamento presso la famiglia di un amico, che poi muore; poi la ricomparsa del padre, alcolizzato, drogato e irresponsabile, che porta Theo a Las Vegas, e poi muore; poi il ritorno a New York, la giovinezza e l’età adulta, il lavoro come antiquario, grandi dosi di droga, l’amicizia pericolosa con Boris, l’amore voluto e non corrisposto di Pippa e l’amore non voluto e corrisposto di Kitsey (come sempre, come tutto), il casino
internazionale derivante dal trafugamento del quadro, filo rosso di tutto il libro, il crocevia conclusivo degli eventi
ad Amsterdam, titoli di coda, fine. Ho tagliato un bel po’ di cose, ma insomma erano 892 pagine, ho fatto del mio meglio.
Da un punto di vista stilistico, è un libro impeccabile: è scritto perfettamente, in modo preciso, sicuro, elegante, senza mai risultare pesante. Certo, mai nemmeno un particolare colpo di brio o d’ironia, ma d’altronde intorno a questo Theo muoiono tutti: la madre, il padre e il migliore amico; la donna che ama non lo ricambia manco se
s’ammazza pure lui; non potevamo dunque aspettarci sganasciate e mortaretti.
Dal punto di vista del contenuto, la vicenda, che a seconda dei momenti ha i toni del thriller, del dramma, del romanzo piscologico e di quello di formazione, non è in realtà mai nessuno di questi, non si spinge mai a fondo in un genere piuttosto che in un altro, e resta invece sempre in qualche modo sospesa, come se fossimo immersi più nella testa del protagonista, che nei fatti da lui vissuti e narrati in prima persona. Il risultato, è, in sostanza, un’elucubrazione di 892 pagine, in alcune parti avvincente e coinvolgente, ma mai veramente avvincente e coinvolgente.
Perché dunque, e torniamo alla domanda iniziale, l’autrice si è sentita in dovere di scofanarci un’elucubrazione di 892 pagine? Io amo le elucubrazioni, ma servivano 892 pagine per comunicare quello che l’autrice voleva comunicare? O, in modo ancor più netto: l’autrice voleva comunicare qualcosa? Voleva che il lettore recepisse un messaggio e in esso potesse in qualche modo riconoscersi o trarne anche solo un qualche spunto o una qualche ispirazione? O invece questi grossi tomi, che vengono etichettati come facenti parte della categoria del “Grande
Romanzo Americano”, sono lunghissime storie, certo ben scritte, che però, a ben vedere, non ci dicono assolutamente nulla e non servono assolutamente a nulla, e allora tanto vale leggere 600 pagine di Stephen King che scrive altrettanto bene, ma almeno mi diverto pure?
Ecco, secondo la mia opinione nient’affatto richiesta, nel caso de “Il Cardellino”, ci sono 891 pagine che, ai fini di comunicare qualcosa al lettore di veramente interessante, non dicono nulla, e poi c’è una pagina che vale il libro, questa: “Perché sono fatto così? Perché tengo alle cose sbagliate, e non mi curo di quelle giuste? O, per metterla in un altro modo: come è possibile che, pur rendendomi conto che tutto quel che amo o che m’interessa è
un’illusione, io continui a sentire che tutto ciò per cui vale la pena vivere risiede proprio in quell’illusione?
Un grande dolore, che comincio a comprendere solo adesso: il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo.
Perché – non ci martellano forse fin dall’infanzia con l’idea opposta, un luogo comune profondamene radicato nella nostra cultura, da William Blake a Lady Gaga, da Rousseau a Rumi della Tosca a Mister Rogers, un messaggio curiosamente uniforme, trasversale: se sei in dubbio, cosa fai? Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: “Sii te stesso”. “Segui il tuo cuore”.
Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse. Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? Ha forse ragione Kitsey? Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? Metterti sulla
strada che ti porterà alla normalità, orari ragionevoli e regolari controlli medici, relazioni stabili e promozioni sicure, il “New York Times” e il brunch della domenica, il tutto con la promessa di diventare una persona migliore? O - come Boris - è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?”
Certo, ci si poteva scrivere anche solo un post su Facebook, o una pagina di quadernone ad anelli, e non buttare giù l’Amazzonia con un libro di 892 pagine, ma va beh, chi vince il Pulitzer ha sempre ragione.
mar
16
giu
2015
“Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”: con questa formula, viene introdotto uno dei più singolari personaggi del processo: il testimone.
Il personaggio è bizzarro perché, fatta salva qualche rara eccezione, il testimone perfetto, o diciamo anche solo normale, non esiste (come il principe del foro, mi ricorderete voi, amati lettori). E non sto parlando di un testimone che dica quel che va bene a me, sto parlando di un testimone normale in assoluto.
Il testimone-tipo oscilla tra due estremi: il coniglio e lo zelante.
Il coniglio è uno che nella vita di tutti i giorni è uno spavaldo, prende la vita di petto e ostenta di non aver paura di nulla, meno che mai di un’aula di tribunale, salvo poi trovarcisi davvero in quell’aula, chiamato davanti ad un giudice a testimoniare, ed ecco la mutazione: egli suda, balbetta, trema, e alla prima richiesta di spiegazioni rilascia gli sfinteri. Costui è preoccupatissimo, solitamente perché la sua spavalderia sottende un armadio con più scheletri di un cimitero etrusco e al solo varcare le soglie di un’aula giustizia teme un ingabbiamento d’ufficio, e allora non si espone su nulla, è reticente su tutto: “E’ vero che il 15 giugno 2015 alle ore 16.30, sotto casa sua, ci fu un tamponamento a catena tra trentasette veicoli, culminato con l’esplosione di un autoarticolato?” “Mmm…Non ricordo, è passato molto tempo, e comunque ho i doppi vetri”; “Lei si chiama Giovanni Rossi?” “Mmm…Non ricordo, è passato molto tempo da quando mia madre mi ha dato un nome”; “Guardi fuori dalla finestra: secondo lei quell’acqua che cade dal cielo sotto forma di gocce, cos’è?” “Mmm…Non saprei…Sudore?”
All’estremo opposto del coniglio c’è lo zelante, ovvero uno che, al fine di dimostrarsi estremamente collaborativo
con la giustizia, parla a raffica e a sproposito, affastella particolari inutili, si ingarbuglia e ti fa perdere le cause più
semplici: “E’ vero che suo zio ha posseduto per oltre vent’anni, in modo continuato e ininterrotto, il giardino davanti a casa sua?” “Sì, io ci ho passato l’infanzia in quella casa e ho sempre giocato su quel giardino, insieme ai miei amichetti. Mio zio è una brava persona, non ha mai chiesto niente a nessuno, ha sempre lavorato tanto, non ha mai dato fastidio a nessuno…” “Quindi lei giocava sul giardino con altre persone: i figli di suo zio?” “I figli di mio zio cosa?” “I figlio di suo zio giocavano con lei su quel giardino?” “Intende i miei cugini?” “Sì, i suoi cugini.” “I miei cugini cosa?” “Chi giocava con lei su quel giardino? I suoi cugini, i suoi amici, i suoi vicini o chi altro?” “Mi sta chiedendo se i miei cugini erano miei amici? Io di cugini ne ho tanti…” “I cugini di quello zio!” “I cugini dello zio? Io mica li conosco i cugini dello zio.” “Quindi lei sta dicendo che non si ricorda con chi giocava su quel giardino…” “Io…sì, cioè, non voglio che vengano scritte cose sbagliate, ok, sì, mettiamo che non mi ricordo. Non so nemmeno se ho uno zio. Forse non ho nemmeno un padre. Sono stato allevato da una famiglia di alligatori.”
E nonostante i testimoni vengano indicati all’avvocato dal suo cliente, in tutto questo, come al solito, chi è che dovrà poi andare a riferire al cliente medesimo che il testimone ha avuto lo stesso effetto di unghie di lupo strisciate contro una lavagna? E chi è che andrà a riferire che la causa è stata persa per colpa di quel teste? Ve lo devo dire ancora, o alla fine tutto questo mio blaterare di avvocati è servito a qualcosa? Chi è che si prende sempre la colpa di tutto? Basta, non lo dico più, lo sappiamo tutti, anche quelli che fanno finta di non saperlo, anche quelli che hanno fatto esplodere l’autoarticolato, anche i cugini dello zio.
sab
13
giu
2015
I galli cantarono tre volte quella mattina fuori dall’Amnèsia.
Il sole cominciava a spuntare dietro le brulle colline vicino alla discoteca, e nel piazzale antistante qualche pigro gallo passeggiava fischiettando un motivetto, molto rilassato, ignaro di quello che stava succedendo aldilà delle mura del locale davanti a lui.
All’interno, un enorme travestito di colore era appena salito sul palco principale della discoteca: era alto circa due metri, agghindato a metà via tra una ballerina di samba del Carnevale di Rio e una semplice mignotta (sempre che la ballerine del Carnevale di Rio non siano, già di per sé, delle semplici mignotte).
Afferrò un microfono vicino alla consolle del dj, e, con voce cavernosa e potentissima cominciò a domandare alla folla di sciamannati sottostante: “Do you want espuma?” aumentando vertiginosamente il tono sull’espuma.
E tutti i rincoglioniti sotto: “Yeeeeeeaaah!”
E lui di nuovo, ancora più convinto: “Do you want espuuumaaaaaaa?”
E sotto i rincoglioniti, ancora più rincoglioniti: “Yeeeeeeeaaaaaaaaaaahhhh!”
E così via per altri due tre minuti di quel balordo botta e risposta, in un dialogo che somigliava ad una versione blasfema e godereccia delle promesse nuziali o della professione di fede che si fa in chiesa (“Vuoi tu Gianni prendere Piera come tua sposa?” “Yeeeeaaahh!”, “Rinunciate a Satana?” “Yeeeeeaaah!”, “Credete in Dio Onnipotente?” “Ovvio che yeeeeeaaaahhh!”).
Dopo che i rincoglioniti ebbero convintamente professato la loro fede nell’espuma, ecco che due enormi bocchettoni, somiglianti ai motori della Morte Nera di Guerre Stellari, che fino a quel momento erano rimasti puntati verso l’alto fermi e pacifici, improvvisamente cominciarono a ruotare verso il basso con un forte rumore meccanico, fino a puntare l’ebete folla che riempiva il locale.
A quel punto il travestito di colore-ballerina di Rio-semplice mignotta cominciò un conto alla rovescia, in una sola voce con il coro dei senza-senno che stavano sotto: “Threeee, twooo, oonee……Eeeeeeespuuuuumaaaaaaa!”
Dopo questo proclama, i bocchettoni diedero il via alla famosa e demenziale Festa della Schiuma di Ibiza, e così, mentre la musica si faceva ancor più martellante, e quindi ancor più inascoltabile, i bocchettoni cominciarono a sparare sulla folla una quantità industriale di schiuma da bagno, in modo incessante e imperterrito. Un’enorme
nevicata di Badedas, un manto bianco che si abbatteva sul locale, come se le nuvole, composte per l’occasione di sapone, si fossero staccate dal cielo tutte insieme e tutte insieme fossero venute a posarsi sulla testa di quella fessa gente.
Gli spettatori non ebbero neanche il tempo di pensarci troppo, che subito la schiuma li aveva già avvolti. Li aveva
raggiunti e colpiti dappertutto, dalla testa ai piedi, negli occhi, nelle orecchie, in bocca. La schiuma era talmente tanta che, posandosi a terra, aveva creato uno strato di almeno un metro e settanta, cosicché degli avventori più
bassi non si vedeva più nulla, solo un ricordo avvolto nello zucchero filato. O al massimo qualche sparuta ciocca di capelli che affannosamente cercava di uscire dalla massa bianca per prendere una boccata d’aria.
I ragazzi più alti dominavano la scena, uscivano con mezzo busto dalla schiuma e, come degli Ercole del sapone da bagno, si avvicinavano rocciosi e decisi alle ragazze più indifese e spaesate per andare ben oltre i limiti consentiti dal Codice Penale. I più disinibiti copulavano a spron battuto fra le bollicine, mentre quelli che erano stati presi un po’ in contropiede dall’assalto delle bollicine medesime, provavano a rifugiarsi nei bagni. Tuttavia la schiuma, inesorabile, arrivava anche lì, per poi peraltro rifluire allegramente nella pista da ballo. Con la conseguenza che i più riflessivi, vedendo tutto quello che succedeva in mezzo alla schiuma e vedendo la quantità di riflusso provenire dal bagno, si chiedevano con ribrezzo quali innominabili sostanze stessero mai ingurgitando, dal momento che non poca di quella stessa schiuma gli era già finita in bocca.
Ecco dunque che, dopo un po’, molti degli astanti, bagnati fradici e con lo stomaco pieno di sapone e sostanze biologiche altrui, si fermavano in qualche angolo un po’ straniti, per cercare riposo e capire che senso avesse un simile rito, in che cosa potesse consistere il divertimento di quella festa. Ovviamente questi pensieri non toccavano invece gli irriducibili dementi del divertimento, quei soggetti che popolano indefessamente le discoteche di tutto il mondo, e tanto più popolano quelle di Ibiza che è la capitale mondiale dell’insensatezza, divertendosi sempre e comunque, e lo farebbero anche se l’evento della serata consistesse nell’essere presi a badilate sullo scroto.
In ogni caso, in quell'occasione la perplessità di chi cercava riparo dalla schiuma non fece in tempo a durare molto: quando l’effetto della schiuma stava ormai scemando, improvvisamente nell’enorme discoteca successe qualcosa.
Lì per lì nessuno riuscì a capire bene cosa in effetti stesse succedendo. Si sentì un rumore tremendo, un lungo boato cavernoso, ma la musica, la schiuma e gli schiamazzi della gente non lo fecero avvertire più di tanto.
Poi si percepì un movimento, sembrava che nell’aria qualcosa si stesse spostando, ma in tutto quel marasma non era una percezione molto chiara.
A poco a poco, però, quelli che erano fuoriusciti dal magma di sapone cominciarono a capire che il suolo stava slittando, e le pareti del locale si muovevano, e si muovevano in un modo particolare, si muovevano di lato, era come se stessero scorrendo via piano da qualche parte.
La folla cominciò a capire che poteva trattarsi di un terremoto, e trasformò le urla di divertimento in urla di terrore e panico, anche perché, man mano che il rumore aumentava, ci si poteva accorgere che c’era qualcosa di strano in quel terremoto: non era una semplice scossa del suolo, era come se tutto quello che c’era sopra quel suolo cominciasse ad essere privo di appoggio, sembrava che tutto stesse sprofondando.
In effetti, a guardare la scena dall’alto, si sarebbe potuto vedere proprio questo: ancora prima che la folla potesse uscire dalla discoteca, il terreno su cui si ergeva quel tempio dedicato al docciaschiuma cominciò proprio a sprofondare in mezzo ad un ammasso di polvere.
Ma a ben vedere, per quanto quel fenomeno fosse iniziato proprio dalla discoteca, subito lo sprofondare del suolo si estese velocemente intorno al locale, e a grandi placche coprì tutta l’isola. La realtà era tanto semplice quanto spaventosa: Ibiza si stava inabissando.
Il mare ribolliva maestosamente intorno ai lembi di terra che vi si immergevano inesorabilmente, in un moto discensionale continuo, implacabile. Con un boato che durò circa venticinque minuti, fra la rigogliosa schiuma - del mare, questa volta - Ibiza sprofondò completamente e scomparve alla vista. Tutto quello che si trovava sopra l’isola in quel momento, le discoteche grandi come fabbriche piene di crumiri del divertimento, gli energumeni strafatti di palestra e di pasticche che alle tre del pomeriggio ballano in spiaggia la musica techno, i locali che ti imbombano di inutili beveroni da due litri, i mille p.r. dei locali medesimi ovvero gente senza arte né parte e al massimo in possesso di un diploma di scuola media inferiore e di un ipotalamo ripieno di crema solare, ebbene, tutto si inabissò con l’isola.
Quando Ibiza venne completamente inghiottita dall’acqua, il rumore cessò completamente e la superficie del mare ritornò tranquilla. Rimase solo un leggero vento, ricordava un sospiro di sollievo.
lun
08
giu
2015
Formentera è un’isola delle Baleari, che si estende per soli 83 chilometri quadrati. 83 chilometri quadrati, dal porto al faro. Fine. Piccola, certo. Eppure è proprio un bel casino come isola. Uno pensa: in un’isola così piccola non succederà mai niente di rilevante. Oppure succederà poco, se non altro per ragioni di spazio: non è che in 83 chilometri quadrati si possa fare chissà che cosa. Beh, non è così.
La storia di Formentera è cominciata all’incirca negli anni Settanta, quando è diventata il rifugio degli hippy di mezzo mondo. I grandi rivoluzionari del ’68, dopo essersi accorti che le loro idee non avrebbero portato da nessuna parte, hanno preso due strade: una è stata quella di provare a inserirsi in modo maldestro nella società, facendo, che so, gli insegnanti, come se insegnando musica alle scuole medie si potesse comunque cambiare un po’ il mondo, ed invece sono restati dei semplici disadattati per la vita di tutti i giorni, a ricordare i bei tempi con la testa sempre voltata all’indietro, rimirando il periodo in cui si sono sentiti vivi; l’altra strada l’hanno presa quelli come me, quelli che non hanno cercato compromessi, hanno preso le poche cose che avevano e hanno portato le proprie idee in un posto dove nessuno potesse rompergli le palle. Formentera ad esempio.
Io sono nato a Bologna nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale. Mio padre era partigiano ed è morto sugli Appennini, mia madre è morta un anno dopo la guerra di malattia e io praticamente i miei genitori non li ho neanche conosciuti. E se li ho conosciuti non me lo ricordo, e quindi è più o meno lo stesso.
La guerra, l’idea di guerra in generale, mi ha sempre disgustato fin da bambino, e quando alla fine degli anni Sessanta si sono diffuse certe idee, io ero semplicemente lì ad aspettarle. Quando però mi sono accorto che non ci avrebbero portato da nessuna parte, nel 1970 me ne sono andato via e sono venuto qua, su quest’isola.
Si era sparsa la voce che molti di noi, da tutta Europa, venivano a Formentera: hanno cominciato i crucchi, e poi via via tutti gli altri, perché qua si stava bene. Qua si poteva fare quello che si voleva, il tempo non andava avanti.
Sono venuto con uno zaino e una bicicletta, e basta. Ancora adesso ho solo uno zaino, lo stesso di allora, e una bicicletta, che invece non è più la stessa di allora perché quella mi si è definitivamente sfasciata a metà anni Ottanta e non so neanche come abbia fatto a resistere così tanto.
E in più adesso ho un cane, un vecchio bastardo (e lo dico un po’ in tutti i sensi, cioè bastardo come cane, ma anche un po’ nel senso derivato che usiamo per gli uomini, più in senso affettuoso, come nei film, tipo: “Ehi, è un sacco di tempo che non ti vedo, vecchio bastardo!”). E’ un cane che ho trovato ancora cucciolo vicino al porto, e mi sono sempre chiesto cosa ci facesse un cane randagio su un’isola. Cioè, è una cosa che mi è sempre risultata un po’ strana: l’isola è un luogo circoscritto, come dire, controllato, allora come possono esserci bestie randagie? Da dove arrivano? Lo so, è un pensiero piuttosto cretino, magari uno dell’isola aveva un cane (sì, ma dove l’aveva comprato? Se l’è fatto portare in nave da Barcellona? Oppure hanno portato un cane e una cagna sull’isola, li hanno fatti accoppiare come fossero gli Adamo ed Eva dei cani di Formentera, e hanno creato un canile?), e il suo
cane ha fatto dei cuccioli, ma lui non li voleva e li ha mandati fuori dalle balle (e comunque in una piccola isola non è come in una città, magari ti ritornano a casa e allora devi buttarli in mare e che si fottano).
Fatto sta che ho trovato questo cucciolo, e l’ho preso con me, un po’ perché mi piacciono molto i cani, un po’ perché quasi tutti gli hippy allora avevano un cane. Penso che la spiegazione di questa compagnia dipenda dal fatto che un hippy, aldilà dell’immagine stereotipata del sesso in libertà e delle canne di gruppo, molto spesso è solo, e allora deve pur avere qualcuno con cui parlare, per non sentirsi troppo addosso questa solitudine. E allora anch’io avevo il mio cane. L’ho trovato che era tutto magrolino e allora l’ho chiamato Secco. Col tempo è
rimasto più o meno uguale, magari ha messo un filino di carne in più, ma non più di tanto, anche perché nemmeno il suo padrone non è che si ingozzi di cappelletti in brodo o aragoste. Da allora più che altro è solo invecchiato, come il suo padrone. Ma come al suo padrone, gli è rimasta sempre una grande anima.
Adesso non voglio stare qua a raccontarvi per filo e per segno cosa ho fatto e come ho vissuto su quest’isola da quando ci sono arrivato. Ho dormito in tenda e poi in una vecchia roulotte, e lune e soli e camminate al tramonto e riflessioni vicino al mare, e tutto quello che vi può venire in mente pensando ad un uomo che abita su un’isola.
Mi sono mantenuto con piccoli lavori di artigianato e vendendo al faro della Mola vari monili creati da me; sono diventato amico di molti di quelli che hanno creato la comunità hippy su quest’isola, ed anche con quelli più giovani, quelli arrivati dopo di noi, anche se questi lo hanno fatto più per sentito dire che per chissà quali ideali. Più che dei rivoluzionari, mi sembra che questi siano solo dei grandi zozzoni. Come se qualcuno gli avesse detto che credere nella pace e nella libertà comporti, chissà perché, non lavarsi mai le ascelle. Non che io mi lavi spessissimo, ma insomma questi sanno di bestia.
Comunque, la vera sciagura capitata su quest’isola non sono stati loro, perché in fondo il fetore, anche il più molesto, con un po’ di sapone va via. Ciò che invece ha incrostato l’isola fin nelle viscere sono stati i turisti che hanno cominciato a venire da metà degli anni Novanta in poi.
Prima il turismo era innocuo ed era una costola del movimento hippy, cioè hanno cominciato ad arrivare dei turisti crucchi per fare una tranquilla vacanza all’insegna del contatto con la natura: in pratica venivano tedeschi di mezza età a cui piaceva sdraiarsi liberamente sulla sabbia con il batacchio al vento e titillarsi i maroni e le ciucce flosce con l’acqua fresca del mare. Ancora adesso questo tipo di turismo rimane, e in spiaggia si possono ancora vedere questi crucchi cinquantenni che sorseggiano il loro cappuccino rimirandosi il pistone.
Il tipo di turismo che ha infettato l’isola però è stato quello alla moda. Qualcuno, non so quando, non so dove, ma se lo trovo gli suono la fanfara a suon di calci nel culo, si è accorto della bellezza selvaggia di Formentera e ha cominciato a venirci per fare l’alternativo. Purtroppo però, come capita sempre quando qualcuno vuol fare l’alternativo senza esserlo realmente, la scelta di venire qua è diventata moda. E la moda, come sempre, ha attirato i deficienti. E, da italiano mi spiace ammetterlo, questi deficienti sono quasi tutti italiani.
Gli inglesi vanno tutti a Ibiza, trasformando Sant’Antonio in una specie di acciaieria di Sheffield, impasticcandosi e facendo casino per poi tornare più bianchi e alienati di quando sono partiti. Mentre gli italiani vengono di più qua a Formentera (tranne i militari e i quindicenni che continuano ad andare ad Ibiza).
Prima gruppi sparuti dal Nord Italia; poi tutti i milanesi in blocco, che seguono la moda a prescindere, anche se diventasse di moda mangiare emorroidi; poi i veneti, che vivono nella rincorsa ai milanesi; successivamente, a completare l’opera, l’orda dei romani; e infine, ciliegina sulla torta, il battaglione dei napoletani: quando l’aria si
riempie di li mortacci tua e uè cumpa’, la situazione è irreversibile.
Questi turisti si stipano come formiche sull’isola, in tre quattro cinque sei sette otto negli appartamenti. I traghetti a luglio e agosto li vomitano ogni giorno a migliaia. E loro brulicano per l’isola, girando sui motorini, le maglie scollate. i tatuaggi maori, le fasce nei capelli, gli infradito di tutti i tipi, l’alluce che ormai recita poesie a memoria; le ragazze con il pareo sul culo, grande o piccolo che sia, il culo intendo (e mostrate quelle chiappe almeno al mare, ragazze di terra devastate dai complessi!), agghindate da modelle o da finte straccione, comunque sempre costruite con il righello: tiri una fascia e cade l’orecchino, levi un infradito e il pareo mostra la cellulite, metti la
crema abbronzante e va via quella idratante.
Questi hanno portato sull’isola l’ostinata moda di fare l’aperitivo che seguono nelle loro città: verso le sette cominciano a ordinare beveroni alcolici di ogni tipo ai baracchini sulla spiaggia, e si stordiscono guardando tramontare il sole come si guarda un televisore. Proprio così: si ubriacano come zampogne seduti sulla spiaggia, aspettando che il sole scenda nel mare, e quando questo succede, applaudono. Questi dementi applaudono. Come se non avessero mai visto il sole tramontare. O forse perché non l’hanno in effetti mai visto tramontare, schiacciati dalle loro squallide vite nelle loro schifose città.
A questi, basta pochissimo per emozionarsi. O meglio: gli serve una montagna di alcol a stomaco vuoto. E quando
scorrono i titoli di coda sul tramonto, capita pure che comincino a ballare sulla spiaggia come forsennati al ritmo di una musica che sfregia l’aria. E sudano, ridono, urlano, pisciano, vomitano e si ingroppano. Poi, ubriachi fradici, riprendono i loro motorini e tornano a stiparsi negli appartamenti, a intasare le fogne della loro piscia e della loro merda. Ovviamente sempre che all’appartamento ci arrivino e invece non si schiantino sull’asfalto, ché allora poi il giorno tornano a fare l’aperitivo zoppicando (non sia mai che lo saltino), con macchie rosse di mercurocromo su tutto il corpo come la Pimpa di Altan (lo sapete che la Pimpa arriva anche qua? Oh, guardate che qua io leggo di tutto, sono un hippy, mica un ignorante).
Poi la notte girano ancora per i locali, esattamente come se fossero nelle loro città, e il giorno dopo tornano a fare l’aperitivo, esattamente come se fossero nelle loro città: e allora cosa diavolo ci vengono a fare su quest’isola se si comportano esattamente come se fossero nelle loro città?
Ma ci ho pensato io a dargli la lezione che si meritano. E’ stato un lavoro enorme, durato due anni. Simile a quello compiuto da quei carcerati che per scappare scavano un tunnel con le mani fin dopo il recinto della prigione. Ma ormai ci siamo, è solo questione di ore. Anzi, di minuti.
Sono le sei e venti di un pomeriggio di metà agosto e sto per partire dal faro, con il camioncino di Beppe Merda.
Beppe Merda è un tedesco di nome Josef, arrivato sull’isola poco dopo di me. Ha la mia stessa età e siamo diventati subito amici. Dopo qualche anno che si trovava qui, Josef si è messo a lavorare saltuariamente per una
ditta di pozzi neri dell’isola. Sono spuntate un paio di ditte del genere da quando è iniziato ad arrivare il turismo di massa e le fogne hanno cominciato ad intasarsi, perché, se per caso non lo sapete, lavorare per una ditta di pozzi neri vuol dire, in poche parole, neppure molto eleganti, sturare le fogne quando si intasano di merda.
Quando Josef ha cominciato a lavorare per i pozzi neri e a girare con la sua piccola autocisterna per stappare le fogne, io l’ho soprannominato Beppe Merda, e da allora quello è sempre rimasto il suo nome.
Quando ha mollato l’attività dei pozzi neri, perché si era giustamente stufato di vivere in mezzo alla cacca altrui (la propria invece, come si sa, appare sempre interessante al legittimo proprietario), la ditta, in segno di gratitudine per l’ardito ed esemplare lavoro svolto, gli ha lasciato tenere la piccola autocisterna, anche perché nel frattempo la tecnologia di quel settore, la tecnologia della merda, si era evoluta, e anche la piccola autocisterna col suo bel tubo aspiratutto guidata da Josef era diventata vetusta.
Da allora Beppe ha sempre scorrazzato in giro per l’isola col suo camioncino, diciamo una versione meno poetica e più viscerale, in tutti i sensi, dei furgoncini Volkswagen degli hippy.
E’ da tempo che con Beppe lavoro attorno al suo camioncino in vista di un giorno di gloria. E quel giorno è oggi.
Il sole si accinge a tramontare e io monto veloce sul mezzo. A fianco, sul sedile del passeggero, faccio montare Secco, il mio cane, perché è giusto che anche lui si goda lo spettacolo. D’altronde anche lui ha contribuito in modo determinante a quello che sto per fare.
Mentre mi dirigo ad una delle spiagge più famose dell’isola, la spiaggia del Big Sur, un baracchino sulla spiaggia che funge da ritrovo per gli imbecilli dell’aperitivo, ripenso ancora una volta, con sincera ammirazione per me stesso, a cosa mi sono tenacemente adoperato in questi ultimi due anni. E’ stato un compito che ha richiesto molta disciplina, ma su quest’isola il tempo per riflettere ed agire non mi è mai mancato.
Negli ultimi due anni ho riempito il camioncino di Beppe Merda. L’ho riempito con quello con cui veniva riempito quando ancora lo usava Beppe Merda. Merda, appunto. Mia e di Secco. Tutti i giorni, da due anni. Tutto quello che per due anni interi abbiamo prodotto io e il mio cane, che sarà anche secco ma quando ci si mette pare un orso, è finito nella cisterna del camioncino di Beppe.
Le prime volte che raccoglievo quel che faceva, Secco mi guardava con un’aria un po’ perplessa. Poi col tempo ha smesso di farlo, sembrava anzi molto ben disposto, quasi avesse compreso il significato dell’eroica impresa a cui stava partecipando. Lo so, sembra una follia, ma dovevo farlo. E sono sicuro che ne è valsa la pena.
Arrivo nel parcheggio davanti alla spiaggia e lo trovo, come da copione, intasato dai motorini, perché è l’ora di punta, l’ora in cui questi dementi si bevono il tramonto. Ma questa serasono contento che la spiaggia sia piena, così quello che sto per fare se lo ricorderanno in tanti.
Mi fermo con il camioncino a ridosso della siepe che separa il parcheggio dalla spiaggia. Estraggo la pompa che una volta veniva infilata nelle fogne e che adesso, grazie ad una piccola modifica tecnica apportata con l’aiuto di Beppe, verrà utilizzata ad uno scopo, credo, migliore. Infine tiro fuori una scala e salgo fino all’ultimo gradino, con la pompa in mano, in una posa statuaria, monumentale.
Da qui domino la spiaggia e vedo tutta questa marea di teste, fasce, petti, chiappe, parei, caraffe di Mojito, che guarda ebete verso il mare aspettando che il sole scompaia del tutto all’orizzonte, mentre dal baracchino comincia a salire il frastuono di una musica che non c’entra niente con quel paesaggio, e comunque non c’entra niente neanche con la musica (quella bella, intendo).
E’ quasi il momento, aspetto solo che il sole tramonti. Secco è ai piedi della scala e mi guarda scodinzolando, sembra fiero di me.
Ci siamo: l’ultimo spicchio di sole è scomparso dietro il mare brillante, e i deficienti cominciano ad applaudire e a festeggiare. E in effetti, sì: accendo l’interruttore e comincia la festa.
La mia pompa, puntata verso l’alto, inizia a sparare a raggiera tutto quello che ho messo da parte in due anni (e, vi ho già detto, non sono risparmi). E sui turisti che hanno impestato l’isola, cade una pioggia che finisce dappertutto: sui capelli, sugli occhi, sui corpi, sui tatuaggi, nei bicchieri, nelle caraffe, sui sorrisi sguaiati. Vedo distintamente una ragazza bionda con gli occhiali a specchio che, inebetita, grida: “Ma cos’è questa roba?” Te lo dico io, piccolina, senza giri di parole: è merda. Una pioggia di merda. Cacca, feci, escrementi, sterco, guano. Quello che hai portato su quest’isola, ti ritorna tutto indietro, piccola.
In effetti ci mette poco anche da sola ad accorgersi di quello che le sta piovendo addosso, e con uno scatto repentino si piega per vomitare. E così è un po’ per tutti: sulla spiaggia ora c'è il panico, il nemico non riesce nemmeno a capire da dove arrivi l’invasore, non riesce a tenere gli occhi aperti a causa degli schizzi, e si inginocchia per i conati. D’altronde va dato atto a questi ragazzi che una pioggia di feci non è da tutti i giorni (davanti a quello che sto vedendo mi vengono dei dubbi sull’efficacia delle bibliche invasioni di cavallette, mi
sembra che questo sia molto meglio).
Non so se qualcuno di voi ci abbia mai provato, è una cosa un po’ bizzarra, ne convengo, ma è incredibile quanta cacca si riesca a mettere via in due anni: tutta la gente che c’è in spiaggia è ormai inzaccherata da capo a piedi, e la pioggia continua a scendere incessante. Io rido e urlo a squarciagola, tanto la musica idiota che ancora suona copre la mia voce. Sono in trance agonistica, ho il furore da impresa, è la pioggia purificatrice dei Promessi Sposi,
Sposi, la pioggia che monda di D’Annunzio. La cosa mi sta dando alla testa, sono lo Zeus delle fogne. E’ meglio che adesso smetta.
Così, dopo aver dato fondo all’artiglieria, scendo dalla scala, metto via la pompa, e rimonto velocemente sul camioncino insieme a Secco. E in un attimo sono sulla strada del ritorno.
Le mie vittime sono contorte sulla spiaggia, e, finito l’attacco, cominciano a entrare in mare per pulirsi, ancora frastornate. Ma la musica è stata spenta, e sulla spiaggia ci sono meno risa e c’è stranamente, ma finalmente, un bel po' di silenzio.
Tornando al faro, accarezzo il valoroso Secco accanto a me, e guardo il mare. Questo mare che mi ha cresciuto, oggi sembra dirmi che abbiamo vinto una battaglia. La guerra non so se la vinceremo mai, ma non mi interessa, mi va bene così. Almeno per altri due anni.
sab
23
mag
2015
Il mio amico Davide, utilizzando un concetto derivato dall’economia, la chiama asimmetria informativa, e il mio amico Davide, che a leggere le sue e-mail sgrammaticate direste tutti un ignorante, ha invece fatto perfettamente centro.
Il concetto va applicato alle relazioni tra uomo e donna, e in particolare va applicato a quel fenomeno per cui, se conoscessimo maggiormente, in modo preciso e definito, la situazione sentimentale di tutti gli altri esseri umani, avremmo relazioni più appaganti e non perderemmo invece tempo a inseguire persone irraggiungibili, sperando in qualche cosa solo perché non sappiamo.
Ancora più in particolare, sono le donne, spesso, a mantenere una segretezza totalmente ingiustificata circa le loro frequentazioni: da un lato è notorio che quasi nessuna donna sia puramente e semplicemente single come lo può essere un uomo, e tuttavia costei quasi mai apertamente dichiara di vedersi con qualcuno, e chissà perché. In tutte le occasioni in cui la vedi è sola, eppure, da qualche sorrisino malcelato, o da un uso compulsivo del cellulare, o da un sussurro delle amiche, lascia trapelare di vedersi con qualcuno. E allora questi due, che non vedi mai assieme alla luce del sole, te li immagini di notte, a baciarsi dietro i cassonetti, nascosti tra i locali confusi tra le ombre (yeh).
Per portare alla luce l’effettiva situazione sentimentale di ciascuno e capire sin da subito se c’è trippa per gatti (o per maiali, a seconda del rapporto che si vuole avere), dovrebbe esistere un archivio mondiale in cui io possa fare una visura e vedere se una donna si sta frequentando con un altro uomo. La ricerca dovrebbe poi essere affinata, e ogni donna dovrebbe dichiarare a quali uomini, sulla faccia della Terra, è interessata, senza tanti misteri: si parte da Johnny Depp e si arriva fino all’idraulico, con continui aggiornamenti. Io guardo la visura, non mi vedo elencato, e so di dover cambiare aria. E invece, nonostante tutto questo gran casino dei social network, in fondo non sappiamo veramente nulla degli altri (a parte quando vengono pubblicate foto in abito nuziale, il che presuppone che, almeno per qualche mese, lei sarà fuori gioco).
Ricordo che queste dotte teorie, in qualche modo, erano state applicate in un locale di Riccione dov’ero stato una ventina di anni fa (niente battute sull’età, per cortesia): su ogni tavolo del locale era posizionato un telefono, ci si chiamava da un tavolo all’altro, ci si presentava e, se ci si piaceva, si andava in pista a ballare e poi chissà (una cosa simile succede anche in un film di Fantozzi, con esiti tragicomici). Molto semplice, e quindi, come tutte le cose semplici, giusto. Se non che, ricordo che pur anche con questo meccanismo, che ti faceva telefonare a una ragazza seduta a quattro metri da te e a cui volendo potevi anche saltare addosso senza passare dalla telefonata, ebbene qualche ragazza cercava di restare sul vago, lasciando trapelare labilmente un qualche impegno sentimentale al di fuori di quel locale e dissimulando sia l’interesse che il disinteresse. E se allora io avessi potuto fare la mia visura, me ne sarei andato a prendere un gelato con la panna montata, invece che restare lì a parlare al telefono con quella buzzicona.
sab
16
mag
2015
Stranamente, ero seduto al bar. Lui è entrato, si è avvicinato al bancone, ha salutato il barista che ci ha presentati (perché, stranamente, il barista lo conoscevo anch’io). Ha ordinato una birra e si è seduto con me. In cinque minuti la birra è finita. “Sai” mi dice, “io ho sempre giocato in città dove si beve: Trieste, Rimini, Piacenza, e adesso Verona. A Trieste, a colazione, bevono la grappa. Quando a giugno torno a Roma dopo il campionato, faccio sempre una festa con i miei amici: compro una botte di birra da sei litri, e alle undici della mattina è già finita. Loro hanno bevuto un bicchiere e sono già stesi, io ho bevuto tutto il resto e faccio le rovesciate in piscina”.
E’ così che ho conosciuto Davide Moscardelli.
In quello stesso bar sopra il quale abitava quando giocava al Chievo, qualche volta scendeva verso mezzanotte (scendeva proprio da casa, non che prima fosse in giro), gli veniva consegnata una bottiglia di Ferrari, lo apriva sciabolando il tappo con un coltello, di fronte ad una folla esultante che acclamava al bomber, dopo di che, tranquillo, tornava a dormire. Ordinaria amministrazione. Una volta ha sciabolato una bottiglia di birra utilizzando un bicchiere. Sciabola tutto.
Uno dice: vabbè, chissà come gioca. E’ semplice: se gioca, segna. Cioè, se lo fanno giocare con regolarità, non tre minuti ogni tre partite. Così in serie B, poi in serie A, e ora anche in Lega Pro: date un'occhiata su youtube per vedere i gol che ha fatto nella sua carriera. Solo quest’anno, a Lecce, 15 gol. Certo, stiamo parlando di un cavallo pazzo, a volte altalenante o incostante, ma quando ha giocato con continuità ha sempre segnato. Anche perché, il punto, è proprio l’incostanza, è proprio la follia genuina: il suo pregio, più delle rabone, è proprio quello, è l’anima.
Mentre sto scrivendo, mi sto in realtà un po’ trattenendo, un po’ sto pensando alla censura di questo pezzo che potrebbe fare la vera agente di Davide, sua moglie Guendalina, perché non posso veramente raccontare tutto di lui, ché in un mondo conformista ed ipocrita come quello del calcio non si può dire la pura e semplice verità. Ma siamo d’accordo che scriveremo un libro insieme quando smetterà di giocare e potremo raccontare tutto quello che ha fatto e tutto quello che ha visto. A partire, ad esempio, da alcune serate a Trieste con il bisonte Godeas, oppure da come ha conosciuto sua moglie quando erano ragazzini e abitavano nella stessa via, e poi si sono persi, e poi si sono ripresi quando sono cresciuti.
E’ il calcio di Moscardelli, come quello, ad esempio, di Malesani, che è ancora degno di essere raccontato, più della playstation a cui ci fanno assistere Ronaldo o Messi (tranne che per il vomito prima delle partite importanti, quello è genuino, e infatti alla playstation non lo fanno vedere).
All’esordio in casa con il Bologna, arriva un cross, Davide stoppa la palla e, tenendola ancora sul piede, fa un tunnel all’avversario: non ho ancora ben capito come abbia fatto, qualche giorno dopo ci ho provato sul mio terrazzo e mi è caduto un ginocchio in garage. Una cosa simile poche partite dopo contro la Juve, a Vidal. “I’ho fatto la busta”, ci ha detto a fine partita sfoderando il suo romano doc davanti a un numero indefinito di birre, e se la rideva.
Stufo di non giocare al Chievo, ha cominciato a farsi crescere la barba fino a che non fosse stato ceduto. E’ stato ceduto, ma la barba non se l’è più tagliata, e ora sembra un incrocio tra Gesù e Braccio di Ferro. Al raggiungimento dei 13.000 followers su Twitter ha scritto: “E pensa se giocavo”. Il giorno dopo erano 26.000. Adesso sono 116.000, e sua moglie non pubblica nemmeno foto in bikini da Miami. E insomma, se io dovessi scegliere, tra l’avere la foto sulla cover di Fifa e vedermi dedicato un coro “eran quasi le tre, era in giro con me, Moscardelli alè”, sceglierei la seconda (tra l’altro, sulla copertina di Fifa c’era anche Vidal, ma senza busta).
P.s. Ho fatto leggere a Davide questo pezzo prima di pubblicarlo: lui, dopo essersi aperto una birra, mi fa: “La busta era a Gattuso!”, e io: “No, guarda, era Vidal, sono sicuro, Bologna-Juve un sabato sera d’inverno, un freddo boia, siamo venuti apposta da Verona per vederti”, e lui: “Ah, allora de Vidal me so’ dimenticato”.
lun
11
mag
2015
C’è l’avvocato nato per fare l’avvocato, che fin dall’età di tre anni vi era predestinato e non ha dubbio alcuno di aver scelto la professione della sua vita. Null’altro esiste per lui, se non il Diritto, i libri che parlano di Diritto, i giornali che parlano di Diritto (e per lui non resta che un commento deontologicamente non del tutto
specchiatissimo: che palle!).
C’è l’avvocato introvabile. Se lo chiami in studio non c’è mai, se gli scrivi un fax non risponde mai, se lasci detto di richiamarti non ti richiama mai. Il quesito che ci si pone in questi casi è: sarà impegnatissimo, o solo maleducato?
C’è l’avvocato che vuol fare sempre lo spiritoso, il simpaticone. Cerca ogni volta di fare battute ‒ per lo più con scarsi esiti comici ‒ sul mondo giuridico, e vuole dimostrarsi in consuetudine con tutti, dai giudici ai cancellieri, dai clienti ai colleghi (sì, perché dovete sapere che gli avvocati, tra di loro, pur con tutte le invidie, i rancori e gli individualismi, sono colleghi).
Per contro, c’è l’avvocato per nulla spiritoso, serioso e inquadratissimo, che non concede nulla alla divagazione, alla passione, al sentimento. Il suo modo di svolgere la professione è triste, pignolo, risentito e plumbeo.
C’è l’avvocato logorroico, nel parlare e nello scrivere. Per spiegarti al telefono la posizione del suo cliente ti tiene attaccato alla cornetta fino allo sfinimento, facendoti sudare il padiglione auricolare, e per rispondere a un
atto di citazione sfodera una comparsa di costituzione da ottanta pagine, dove affronta la questione di un’infiltrazione nel soffitto partendo dall’omicidio di Giulio Cesare.
C’è l’avvocato trafelato. In tribunale lo vedi districarsi tra mille udienze con un foglietto in mano dove si segna i rinvii come uno scribacchino, poi deve correre in cancelleria a depositare migliaia di atti e a fotocopiare tutto lo scibile giuridico. In studio ci sta 20 ore (di cui 16 collegato a Facebook). In generale, moderno Atlante, ritiene di portare il peso del mondo sulle spalle e invece non si rende conto di aver trasformato una professione intellettualmente stimolante nella routine di un anonimo travet.
C’è l’avvocato sostenuto e risoluto, convinto di avere sempre in bocca la soluzione perfetta e la ragione che gli sgorga naturalmente da ogni orifizio. Vuole apparire come uno in gamba, uno vincente, ma il suo puntare solo sull’apparenza è una delle piaghe purulente della nostra professione. Costui facilmente lo vedrete in televisione a dissertare sulla sicura bontà delle proprie tesi, tuttavia di solito un avvocato del genere vince nel tubo catodico, ma perde in tribunale.
In conclusione, ritengo di potervi fornire qui di seguito un piccolo prontuario, una specie di filastrocca che potrete attaccare sul frigorifero con un magnete e utilizzare quando vi servirà riconoscere un bravo avvocato.
L’avvocato che vi dice che vince, perderà.
L’avvocato che vi dice che ha ragione, non ce l’ha.
L’avvocato che vi dice che è bravo, non lo è.
Un bravo avvocato non ha bisogno di dirlo, né di sentirselo dire.
E il principe del foro è come quello azzurro: non esiste.
lun
04
mag
2015
Poiché, in modo inspiegabile tanto per me quanto, immagino, per voi, mi capita ogni tanto che qualcuno mi chieda consigli su come riuscire a pubblicare un libro, ho deciso di scrivere questo prontuario, così alla prossima richiesta giro il link di questo post, e sono a post. Ah ah, con questa dovrei aver comunque scoraggiato qualsiasi ulteriore richiesta.
Prima di procedere, una precisazione: parlo utilizzando come fonte solamente la mia esperienza personale, e la mia esperienza personale è quella di uno scrittore, in termini di vendite, di medio livello. Cioè, se consideriamo che la media di vendite per libro pubblicato in Italia è meno di 100 copie (sul numero spropositato di case editrici italiane e sul delirio delle pubblicazioni vi rimando a questo precedente post), e quindi, in base a questo, componiamo una scala di scrittori che va da miserabile a piccolo a medio a grande ad autore di best seller e finisce con Stephen King in persona, ecco io sono medio. Lo so, non si giudica solo dalle vendite, ma qui cerchiamo di essere concreti. E se poi volete delucidazioni da chi ha un’esperienza diversa dalla mia, chiamate Stephen King.
Ecco, dunque, cosa fare per riuscire a pubblicare un libro.
1) SCRIVERE UN LIBRO
Sembra scontato, ma non lo è: per pubblicare un libro, dovete averlo scritto. Un libro, degno di questo nome. Che non vuol dire aver scritto per forza il seguito dei Promessi Sposi (che poi chissà che palle dev’essere, il seguito dei Promessi Sposi), ma vuol dire aver scritto anche un libro piccolo piccolo, ma meritevole di essere letto.
Per riuscire a far questo, bisogna innanzitutto saper scrivere. Altra considerazione scontata, ma, anche in questo caso, così non è: non tutti sanno scrivere bene, ma, ancor prima, non tutti sanno scrivere. Se una persona non conosce la grammatica, o l’analisi logica, o ha un vocabolario striminzito che se io dico la parola redarguire incrocia gli occhi e sviene, non può scrivere un libro. E invece c’è chi lo fa, e poi si lamenta se non pubblica il proprio lavoro. Non dovrebbe essere un problema, e invece lo diventa: se alle elementari ho fatto casino con il mio compagno di banco mentre la maestra spiegava la punteggiatura, e adesso butto le virgole sul foglio come una manciata di sale nell’acqua che bolle, e metto puntini di sospensione dappertutto anche quando non c’è nulla da sospendere, e metto i punti esclamativi alla fine di ogni battuta così facendo perdere l’effetto umoristico di tutte quelle battute, non devo scrivere libri, così come se fossi alto un metro e quarantacinque, e non mi chiamassi Spud Webb, non potrei pensare di vincere la gara delle schiacciate all’All Star Game della NBA.
Ok, sì, a scrivere si può anche imparare dopo la scuola, ma insomma, i fondamentali non si possono acquisire troppo tardi, perché chi li ha già imparati da tempo e li usa da anni, è molto più avvantaggiato.
Alla capacità di scrivere, aggiungiamo un po’ di stile e una qualche originalità e peculiarità rispetto a quello che si vuole raccontare. E qui veniamo al secondo presupposto necessario per scrivere un libro: bisogna saper leggere. Per capire se quello che scrivo può risultare interessante, dev’essere qualcosa che io leggerei volentieri, anche se non fosse scritto da me. Cioè dev'essere un libro per il quale io mi alzerei dal mio amato divano, uscirei di casa con la pioggia, andrei in libreria, spenderei 15 euro per comprarmelo, e dedicherei qualche ora del mio tempo, o qualche giorno, per leggerlo, e infine mi resterebbe qualcosa di quello che ho letto, perché mi sono immedesimato e in fondo quel libro ha parlato un po’ di me, o perché mi ha conquistato con la trama e i suoi colpi di scena, o magari perché, semplicemente, mi ha fatto ridere (e non è così semplice, in realtà).
Se mi piace Francis Scott Fitzgerald, il mio libro dovrebbe piacermi come Il Grande Gatsby, se mi piace Stephen King, dovrebbe piacermi come It, e se invece mi piace Fabio Volo, dovrebbe piacermi come E’ una vita
che ti aspetto. Ma se io non leggo Francis Scott Fitzgerald, né Stephen King, e nemmeno Fabio Volo, a ben vedere io non so nemmeno cosa sia avere uno stile e comunicare qualcosa di originale, o di condivisibile, o di avvincente, o di divertente, e in conclusione io non so nemmeno cosa sia, un libro. E non si capisce, allora, perché debba scriverne uno.
2) CERCARE LA CASA EDITRICE
Dopo aver scritto il libro - scritto sapendo scrivere e scritto sapendo leggere (altrimenti finirà dritto nel cestino, quello in cui avreste dovuto buttarlo voi, ancor prima di chi ce lo butterà poi) - passiamo alla ricerca di una casa
editrice: possiamo dire che la ricerca di una casa editrice è come, per un uomo, la conquista di una donna.
Innanzitutto, fatti salvi i colpi di fulmine (belli ma rari), bisogna impegnarsi moltissimo: non bastano due mail e una telefonata, non bastano tre contatti, non basta un semplice abbocco; ci vogliono centinaia di mail, centinaia di telefonate, centinaia di contatti e centinaia di abbocchi. Non è un’iperbole: proprio centinaia. E’ un lavoro lungo e costante. Inoltre, bisogna cercare di essere realisti e, soprattutto all’inizio, non voler strafare: se non sei Brad Pitt, o non hai inviti per l’after-party degli Oscar perché non hai mai interpretato un supereroe della Marvel in un blockbuster, è molto difficile che tu possa conoscere Angelina Jolie, farti trovare interessante e far sì che lei si innamori di te. Non pensare che dalle cataste di manoscritti che le macchine spargiletame scaricano ogni giorno davanti alla sede della Rizzoli o della Mondadori, chissà perché, proprio il tuo dovrebbe essere estratto e pubblicato, quindi comincia da quelle case editrici a cui puoi arrivare, perché per esempio vicine a dove vivi o perché hai qualche contatto diretto all’interno. Potrai avere certamente più attenzione, e se non va con la prima, né con la seconda, né la con la terza, né con la settantacinquesima, devi comunque provarci ancora, e ancora, e ancora, e così per un milione di volte, e poi ancora per un altro milione, perché ci sono molti più pretendenti per una casa editrice che per Angelina Jolie, ma anche per la figlia della lattaia con cui hai passato l’infanzia insieme.
Utilizza tutti i contatti che puoi, provaci, non avere paura a chiedere e a buttarti. Non fare lo schizzinoso o il timoroso, non avere paura a divulgare quello che scrivi anche se inedito, non preoccuparti dei diritti e di possibili plagi, hai visto troppi film, non pensare che ci sia qualche squalo di scrittore nascosto nell’ombra pronto a fregarti l’idea, farci montagne di soldi e passare la vita a Honolulu con i proventi di quello che hai scritto tu. Soprattutto all’inizio, non gliene frega niente a nessuno di te, e poi ogni altro scrittore è convinto di avere in tasca un Pulitzer e non verrà a copiare il tuo, e infine, insomma, non diventerai mai ricco facendo lo scrittore, quindi mettitela via e fai leggere più che puoi i tuoi lavori. Se poi avrai bisogno di un avvocato per difenderti da un qualche plagio, potrai chiamarmi pure e ti farò anche lo sconto, ma intanto non preoccuparti di questo, è come fare una corsetta dietro casa per sgranchirsi le gambe e già preoccuparsi della cassetta di sicurezza in cui mettere la medaglia d’oro olimpica di maratona.
E potresti anche non trovarla mai la casa editrice adatta a te e al tuo libro, questo devi saperlo. In questo caso hai due strade: o paghi, ma allora non pensare di avere troppo amore in cambio; oppure fai da solo, ti apri un sito e pubblichi lì le tue cose, o pubblichi in self-publishing: anche il ragazzo solitario che cammina sotto la pioggia con il cappuccio tirato su, a volte riesce a far colpo.
Se invece trovi la casa editrice che ti piace, pubblicherai il tuo libro, e così comincerai a conoscere come funziona. E capirai se ti piace o no. E poi, sempre con grandissimo impegno - perché resti sempre uno di cui non gliene frega niente a nessuno, diciamo solo un po’ di meno - potresti farti notare anche da altre, e se con la figlia della lattaia non ti dovessi trovare più bene, chissà mai che Angelina, ma anche solo Elisabetta, o persino la cugina della figlia della lattaia, un po’ più procace e quindi vero sogno erotico di gioventù, non possano cominciare a prenderti in considerazione.
3) PRESENTARE IL LIBRO
La pubblicazione non è mai il punto di arrivo. Certo è un passo avanti, c’è un editore che ha creduto in te, e quindi siete almeno in due a credere in quel libro.
Ora però è importante che sia letto, altrimenti è un insieme di fogli dello stesso valore di quelli che metti nel forno per cucinare la pizza surgelata (e se sull’editoria ti concedo qualche dubbio sulla mia effettiva esperienza, sulla pizza surgelata proprio no). Devi proporlo, devi far sì che la gente ne possa parlare, possa passarsi parola, anche se non puoi imporne l’acquisto, perché la gente deve comprarlo perché gli piace, non perché costretta da un tuo stalking (“Hai letto il mio libro?”, “Ehm…sì”, “E cosa c’è scritto al secondo capoverso di pagina 47?”).
Fai sapere che questo libro esiste, perché i mezzi di cui dispone la tua casa editrice quasi sicuramente non ci riusciranno, quel libro sarà in pochissime librerie e dovrà farsi spazio a forza: ricordati che la distribuzione nelle librerie è tutta in mano ad Angelina Jolie (maledetta superstar).
Poi però lasciate che il libro faccia la sua strada: se piacerà, saranno i lettori a darvi i loro pareri; se poi vi arriveranno pareri negativi, almeno è stato letto (se solo negativi, direi però che abbiamo un problema); se non vi arriveranno pareri, allora probabilmente il libro faceva veramente schifo (perché è sempre l’indifferenza la peggior
bestia).
Presentatelo, in luoghi che si prestino alle presentazioni (quindi evitate tutti quei posti dove la gente viene a fare dell’altro e vi dà sulla voce) e parlatene il giusto, direi al massimo mezz’ora. Parlatene voi, non fatevi fare lunghi pipponi celebrativi di presentazione da chissà chi, come se abbiate scritto chissà che cosa. Un vostro lettore legge il libro per voi, per quello che avete scritto voi, e vuole sentire voi che ne parlate, e sta tutto lì, non c’è bisogno di
altro. Se non è così, quello non è un vostro lettore.
E alla fine, quello che più conta: qualsiasi cosa abbiate scritto, non prendetevi sul serio, mai.
sab
18
apr
2015
Amo quelli che urlano per strada.
Amo quelli che parlano da soli.
Amo i barboni e gli ubriaconi.
Amo le cene eleganti di Berlusconi, e avesse avuto il coraggio di dire che era pieno di
zoccole.
Amo quelli che piangono.
Amo quelli che ridono troppo.
Amo quelli che fischiettano.
Amo quelli che la notte pisciano per strada.
Amo quelli che vomitano.
Amo quelli che al pub perdono la coscienza.
Amo le persone obese che si sfondano di cibo.
Amo quelli che barcollano.
Amo le persone sole e quelle insicure.
Amo i paranoici e gli schizofrenici.
Amo i pazzi, che fermano il mondo.
gio
09
apr
2015
Dopo un’attesa che, dalla nuca ai talloni, vi ha certamente elettrizzato per mesi, è finalmente uscito l’e-book “La mirabolante storia di un impiegato di banca”: lo potete scaricare in pdf gratuitamente, e ripeto gratuitamente (e so che gratuitamente accettate anche la colomba pasquale al supermercato, anche se la colomba vi fa schifo perché sa di cartone), mettendo “mi piace” a questo link. A breve, poi, lo troverete direttamente su questo sito.
Per il resto, che dire: è un esperimento nato con i miei editori Francesco Giubilei e Giorgio Regnani, tanto brillanti quanto folli nel volermi seguire sempre in quello che scrivo: se “Il principe del foro non esiste” è andato così bene, perché non provare ad applicare una formula simile ad un altro ambiente lavorativo, magari non troppo distante a quello degli avvocati?
Ecco allora l’idea delle banche. Se non che, io, delle banche, non so un’emerita fava, come ho sentito dire una volta alla Sorbona. Allora ho raccolto varie testimonianze di chi qualcosa ne sa e poi ci ho fatto un racconto, più che un saggio, anche perché io di saggio ho proprio poco. L’apporto che ho dato alle esperienze raccolte è stato di metterci tutto quello che ci sta intorno, cioè la vita. Perché quello che a me interessa, è quanto lavoriamo per vivere e quanto viviamo per lavorare: quando la lancetta è troppo a destra, è il caso di tirare il freno a mano, amici miei. Buona lettura.
“La maliarda signora Marika ci disse poi che, per cominciare, avevamo ciascuno 90 secondi di tempo a disposizione per presentarci a tutti gli altri. Non più e non meno di 90 secondi, nel senso che andavano usati tutti.
Partì, guarda caso, la Trappo Forchetti, che usò solo 7 secondi, contravvenendo quindi alla regola del “non meno”, dicendo: “Ciao a tutti, sono Adelaide Trappo Forchetti, mio papà è il Presidente della Banca. Ma questo in città lo sanno tutti.” Fine.
Essenziale. E persino geniale, direi.
Noi dal cognome unico ci guardammo un po’ straniti, a causa della violazione immediata della regola appena impartita dalla psicosociologa Marika. Per contro, come mi sarebbe molto servito anche dopo nella vita, feci tesoro di una delle mie prime lezioni di siamotuttiugualidifrontealleregolemacequalcunopiuugualedeglialtri (e tendenzialmente quel qualcuno ha sempre due o più cognomi, fateci caso).”
dom
05
apr
2015
La Pasquetta è una di quelle occasioni in cui, nelle ghiandole di ognuno di noi, si attiva l’ormone della
scampagnata, e quindi diventa un obbligo morale andare con plaid e pranzo al sacco a far baldoria bucolica da qualche parte. A Pasquetta bisogna andare per forza in giro, che si faccia anche solo il giro dell’isolato e ci si sdrai
sul marciapiede dietro casa, ma, santiddio, bisogna uscire di casa.
Le mete preferite sono i prati di montagna o di campagna, ma anche le ville fuori città degli amici, prese d’assalto da una mandria imbufalita di scrocconi, desiderosi di scorrazzare per le proprietà altrui giocando goffamente a calcio per sette ore filate e cucinando alla griglia ogni tipo di pietanza.
La gita di Pasquetta ha effettivamente un andamento gastronomico-ricreativo piuttosto sconclusionato.
Si arriva nel luogo prescelto e ci si accampa alla rinfusa, dopo di che la noia comincia già ad affiorare prepotente e dunque si tira fuori un pallone e si comincia a spallonare a caso (a Pasquetta giocano tutti a calcio, anche chi non sa nemmeno che bestia sia, il calcio). Dopo qualche euforico tiro affiora però anche la noia per il calcio medesimo, e lo sport cede il posto ad una prepotente fame.
A questo punto si sfoderano le batterie di cibo: patatine, panini, il tradizionalista si porta le uova (che solitamente vengono ingoiate intere), i più tecnologici si cucinano la carne sulla griglia alzando a palla l’autoradio della macchina come militari in libera uscita. Quelli che non rinunciano mai a un pasto completo hanno poi anche il dessert, solitamente rappresentato da qualche torta secca e stopposa. Il tutto è innaffiato da birra e vino (o addirittura, come ha saputo inventare il mio amico Dodo, sangria), perché a Pasquetta è del tutto necessario anche darci dentro con il bere.
Dopo la folle libagione, il giovane pasquettaro prova a sdraiarsi per riposare e prendere il sole, ma c’è sempre quello che è intollerante al sole e agli abbiocchi pomeridiani, che dopo due minuti comincia a dare segni di nervosismo e insofferenza, si alza e comincia a giochicchiare nuovamente a calcio: dopo poco più di venti minuti costui ha già organizzato una partita sedici contro sedici, in cui tutti i giocatori sono stanchi, pieni di cibo e mezzi ubriachi. Durante la partita c’è chi si sforza di giocare bene, magari per farsi bello con le ragazze che immancabilmente guardano e fanno il tifo (esattamente come alle medie), c’è chi sta immobile e muove solo le stenche gambe per calciare, e c’è chi si infortuna gravemente (a Pasquetta, in un solo giorno, si verificano più distorsioni alla caviglia che in tutte le giornate dei campionati di serie A e serie B messi insieme). Poi, in appendice alla partita, alle ragazze viene dato il contentino di giocare, anche se poi tutti sanno bene che ciò non è altro che una scusa per gli uomini per poterle palpeggiare con simpatia e decoro.
Finita la partita, stremati, si ricomincia a bere, e, già che si presenta l’occasione, anche a mangiare. E così si ricomincia daccapo: patatine, panini, uova intere, carne avanzata dalla grigliata, torta sabbiosa, vino e birra. Con il risultato che a Pasquetta si effettuano quattro o cinque pranzi completi e si introitano dalle 15.000 alle 20.000 calorie.
Le giornata dunque non finisce in base all’orario, ma in base alla resistenza fisica e intestinale di ciascuno: sul divano, sul water, o all'ospedale.
lun
23
mar
2015
1) Jovanotti prenderà mai lezioni di canto?
2) L’avvocato Ghedini adesso fa recupero crediti?
3) Con tutte le copie della Costituzione comprate per essere sventolate in Parlamento, non si poteva dimezzare il debito pubblico?
4) Non è che i soldi della BCE se li intascano le banche, e fine?
5) I Subsonica piacciono veramente a qualcuno?
6) Le donne belle potranno mai stare con gli uomini simpatici? E le donne simpatiche con gli uomini belli?
7) Siamo sicuri che il seitan non sia tossico? (cit. Alberto Molon)
8) I ragazzini di oggi sono deficienti?
9) L’età della perdita della verginità si è abbassata a dodici anni?
10) Le persone morte continuano a osservarci dall’aldilà, tipo anche quando siamo in bagno?
lun
16
mar
2015
Come promesso (poiché la vostra ansia era a livelli spasmodici, lo so), tra pochi giorni su Cultora.it uscirà un mio nuovo e-book, scaricabile gratuitamente in pdf, che parlerà del perché e del per come ci si trova a lavorare in banca.
E' un racconto lungo sul mondo bancario che segue l'onda de "Il principe del foro non esiste", ma è più un romanzino che un saggione. Sempre con l'intento di dimostrare che si può conciliare scrittura e lavoro, diavolo e acquasanta.
Eccovi uno stralcio, e state sintonizzati.
"Dopo la spiegazione, alcune graziose signorine sui trent’anni distribuirono (o somministrarono?) un primo plico di fotocopie sbiadite su cui erano riportati un centinaio di enigmi logico-matematici.
Tipo: completa la serie 2, 3, 4, …
Oppure: triangolo, quadrato, …, esagono
E ancora: pallino nero, pallino bianco, pallino …, pallino bianco (pregasi usare solo bianco o nero)
E poi: X, X, X, Y, …, Y
E, subito dopo, a tradimento: X, Y, X, …, X, Y
Al mio fianco mi accorsi di un Franco ansiosissimo, che continuava a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare.
Io finii in un quarto d’ora scarso, e, dato che ne avevo il tempo, rilessi nuovamente tutte le domande per controllare se per caso non avessi preso un clamoroso abbaglio e, quelli che a me sembravano quesiti per bambini problematici, non nascondessero invece qualche arcano assioma trigonometrico da utilizzarsi come
reale chiave per risolvere gli enigmi proposti, il che avrebbe reso sbagliate tutte le mie risposte.
“Alla 38 è X o Y? E’ X o Y? E’ X o Y? Cazzo! Mio padre mi fa il culo!” mi gridò sottovoce Franco dal banco accanto (non so come ci riuscisse, ma riusciva proprio a gridare sottovoce), con le prime lacrime di disperazione che già gli
facevano capolino tra gli occhi.
“X” gli dissi. Alla domanda 38, completa la serie X, …, X, Y, Y, Y, la risposta era X.
“Speriamo”, mi rispose un Franco per nulla rassicurato.
E così di nuovo mi insinuò il dubbio che dietro a quelle cento domande per idioti fosse nascosto un codice segreto utilizzato nella seconda guerra mondiale tra i windtalkers e che quindi io, non conoscendolo, avessi sbagliato tutto."
mar
24
feb
2015
“Domenica vado alla fiera del libro.”
“Che bello!”
“Ci sei mai stato?”
“No.”
Di cosa parliamo, quando parliamo di fiere del libro? Cosa le rende affascinanti agli occhi di chi non c’è mai stato, e cosa le rende balorde agli occhi di chi ci va abitualmente?
Leviamoci subito di torno i pregi, ché sono poco divertenti: le fiere del libro permettono agli editori di qualità, piccoli e medi, di farsi conoscere, perché il 98,2% della distribuzione nelle librerie è in mano a tre, quattro grandi gruppi editoriali (la statistica è una mia spannometrica ipotesi come i cartelli di Giovanni Floris, ma non credo di andarci tanto distante). Eppure, quello che è il pregio principale, diventa anche il difetto principale, perché l’offrire un palcoscenico a tutti, come è noto, attira i matti: per chi non lo sapesse, in Italia ci sono circa 5.000 case editrici, e considerato che mediamente una persona normale, non del settore, ne conosce, a essere larghi di manica, una ventina, ecco che esistono 4.980 editori sui cui campeggia un grande punto di domanda. Al quale rispondo subito io: il 95%, cioè 4.731, sono editori fuori di melone.
Andate a una fiera del libro (che poi già il nome “fiera” dovrebbe evocarvi, giustamente, donne barbute e nani salterini): troverete questi 4.731 editori i quali distendono sui tavoli i propri libri che, diciamocelo in tutta sincerità, non comprerà mai nessuno: nemmeno se una tempesta di squali inghiottisse l’intero mondo conosciuto ad eccezione di quei tavoli, un lettore superstite avrebbe l’ardire di leggere quei libri, piuttosto fisserebbe il muro fino a morire di inedia, e ne trarrebbe maggior godimento.
Per questi 4.731 editori non è questione di mercato chiuso o di dominio delle major, è questione che i loro libri fanno cagare. Mi spiace, volevo usare un termine più sfumato, ma non mi è proprio venuto in mente, se uno si chiama Gianni non è che lo puoi chiamare Renato.
Sputtanatissimi libri fantasy, goffe imitazioni di Geronimo Stilton (che già è goffo di suo), poesie dalle copertine accecanti, antologie di black metal, retrospettive sul giovane Gramsci, il tutto mal impaginato, con errori di grafica e di stampa e magari proveniente da un paese del Molise, con una rete distributiva composta da asinelli. Dio mio, perché? Lo ripeto: perché? Lo ripeto ancora: perché? Io sono uno che parla da solo e si sa dare molte risposte, ma a questa domanda, ogni volta che torno da una fiera del libro, non riesco mai a rispondere.
E i matti attirano i matti, perché il degno target di questi 4.731 editori sono i 57.765.468 italiani che si reputano scrittori sol perché hanno scritto un libro nella loro cameretta, e allora si aggirano affascinati e affascinanti pensando di poter strappare un contratto editoriale milionario a una casa editrice che ha sede a Trepalle in provincia di Sondrio.
Per quel che mi riguarda, la cosa più importante che ho imparato, sfogliando un libro all’ultima fiera a cui sono stato, è come si guarisce dall’artrite e dal lupus. Che comunque non è poco, a ben vedere.
sab
21
feb
2015
Sono passati anni, hai sofferto, pianto, urlato, ti sei agitato. Hai sudato, ti sei incazzato, ti sei arrovellato, hai tirato pugni contro il muro e libri per casa. Poi ti sei svegliato una mattina, o ti ha svegliato un tramonto, o le stelle, e hai visto con precisione i momenti della tua vita in cui sei stato felice: quando eri piccolo e tua madre ti sorrideva; quando tuo padre ti prendeva per mano e ti portava al cinema; quando quella ragazza, bella come tutto quello che c’è, schiantandoti addosso a un muro ti ha baciato per la prima volta; quando le vacanze con gli amici erano un libro; quando la scuola era un villaggio vacanze, l’università un po’ di tutto e un po’ di niente, e il lavoro nemmeno così pesante, in fondo. Quando ridevi, bevevi, suonavi, scrivevi.
Hai visto con precisione tutto questo, e hai capito che è ancora così. Anche quando soffri, piangi, urli, ti incazzi e rimpiangi il passato, hai capito che il dolore non è niente: tu sei felice e la vita è un gioco.
sab
14
feb
2015
L'INIZIO DELLA CONVERSAZIONE
Faccio finta di averla già vista; faccio l’amicone anche se magari le ho parlato due minuti sei anni prima; le dico che eravamo nella stessa scuola alle medie, o che l’avevo vista una volta all’università o in un negozio (anche se è chiaramente da maniaci sessuali ricordarsi di una ragazza solamente perché la si è vista una volta in
un negozio); le rovescio addosso un gin tonic, anche se questo lì per lì potrebbe farla un po’ irritare se poi non si è bravi a recuperare subito; la urto; la avvicino ballando come John Travolta in Pulp Fiction.
NOME
Sapere il nome è necessario, ed è necessario che lo impari bene, perché se poi lei mi dà il numero di telefono, e dandomelo mi chiede: “Ti ricordi come mi chiamo, vero?”, io non sia poi costretto a rispondere bofonchiando a bassissima voce un nome astruso che lei non sia in grado di capire, tipo “Giulfrancelis...”, e non debba poi registrarla nella rubrica del cellulare con un’anonima X.
ETA'
Dai 20 anni in su, nessun problema: la conversazione prosegue. Dai 18 ai 20, la conversazione prosegue solo se lei è una gnocca strepitosa e vale dunque la pena lambire le coste della pedofilia. Dai 18 in giù creo una nuvola di zolfo con un improvviso incantesimo e scompaio nel nulla.
RESIDENZA
Per i pigri come me, l’amore per una donna è inversamente proporzionale alla distanza fra la sua casa e la mia. Se superiamo il raggio massimo di 20 chilometri, l’amore si riduce al minimo. Insomma pensate, ogni sera: “Amore, vieni qui a cena?”, oppure: “Amore, vieni qui a vedere un film?”, e via in macchina a macinare chilometri come un ferrotranviere. Non ci siamo, mi dispiace: lontan dagli occhi, e dalla mia casa, lontan dal cuore.
FISICO
Certo è una qualità da valutare soggettivamente, ma non veniamoci a raccontare che è importante solo il carattere. Il fisico ha la sua bella importanza. Succede solo nel mondo delle fiabe o dei film che gli uomini non guardano il fisico di una donna, e succede solo per dare una speranza a quella categoria di donne insicure che hanno bisogno di sentirselo dire da un film che sono belle. Ed invece dovrebbero ben sapere che ogni donna a suo modo piace, che per ogni ragazza, per qualsiasi ragazza, c’è una fila di uomini disposti ad inginocchiarsi e perdere la testa nonché la dignità. L’unico elemento di sorpresa è scoprire da chi è composta questa fila: ragazzi piacenti e beneducati o spacciatori impenitenti che bazzicano le scuole elementari?
ABBIGLIAMENTO
La ragazza vestita veramente male ormai non si trova più. D’altronde non siamo più alle medie, e le ragazze non indossano più, come capitava allora, la tuta e le scarpe col tacco.
Tutte si curano molto e si vestono perfettamente alla moda e secondo me il rischio sta proprio qui. Ci sono cioè alcune ragazze che si vestono talmente tanto alla moda che scollinano il buon gusto e diventano trash, come un film eroticomico degli anni ‘70 con Lino Banfi: che siano tacchi ortopedici, leggins incomprensibili, moon-boot scamosciati (Dio mio, perché), o scollature fino al basso ventre che non è che poi ti viene da guardarle il seno, è che gli occhi si staccano autonomamente dal resto del corpo e decidono di guardarla lì in modo fisso e continuo e tu non puoi farci niente, e lei, a cui mancano solo le frecce luminose che le indicano le poppe, magari ha anche il coraggio di dire: “Mi continui a guardare lì, guardami in faccia!”. Sì, sì, belle parole: vorrei proprio vedere se io mi presentassi con il batacchio di fuori, tu, bella mia, dove guarderesti.
DRINK
In primo luogo, se lei beve come un militare di leva in libera uscita, e butta giù secchiate di qualsiasi cosa, del tipo che se alla festa finiscono gli alcolici lei chiede al padrone di casa dove tiene il Vetril, ebbene io so con certezza che non dovrò credere ad una sola parola di quello che lei mi dirà. Tralasciando il fatto che se beve così tanto farò fatica a capire anche solo qualche parola dei suoi farfugliamenti da ubriaca, comunque sia se le scappano frasi del tipo “mi piaci”o “ti voglio bene”, so bene che non devo crederci affatto: non sono certo diventato all’improvviso Brad Pitt nei panni di Achille Piè Veloce, è lei che è diventata un’alcolizzata cirrotica che non capisce più nulla.
Fatta questa premessa, è bene però dire che per me è preferibile una ragazza che almeno un po’ beva. Non troppo, a quello ci penso già io, ma un po’ sì. Il fatto che beva un po’ è infatti sinonimo di una persona a cui piace divertirsi e lasciarsi andare un po’.
Vorrei precisare che se è una che beve un po’ è anche una che si lascia andare un po’, se è una che beve tanto è anche una che si lascia andare tanto, e una che si lascia andare tanto a casa mia solitamente la chiamiamo mignotta. Decidete voi se vi va bene lo stesso.
CARATTERE
Ragionandoci sopra per bene, sul carattere delle donne si potrebbero scrivere enciclopedie più contorte e incomprensibili di tutti gli episodi di Matrix visti uno dopo l’altro.
Meglio dunque cercare di muoversi d’istinto e cercare di capire se la ragazza che state conoscendo possa essere stimolante. Se cioè è una che prende l’iniziativa, che parla, e quando parla non dice solo scemenze mettendo sì
parole una dietro l’altra, ma il dire cose interessanti è un’altra cosa. Se vi fa sentire a vostro agio e non si pone come Miss Mondo al cospetto della plebe infetta. E soprattutto se è simpatica.
A mio parere, oltre ad essere sinonimo di intelligenza, la simpatia purtroppo manca in varie ragazze, e non perché non siano intelligenti, ma perché, soprattutto quelle più carine, è come se nel momento in cui furono create, dopo essersi accorte di aver ricevuto il dono della Bellezza, avessero detto: “A posto così”, e avessero rinunciato al dono della Simpatia che veniva subito dopo, ritenendo che per conquistare un uomo basti la bellezza.
Ora, io non nego che la bellezza abbia il suo importante valore, ma se una ragazza è solo bella, e non simpatica, la storia potrà durare quelle due, tre serate, necessarie per meglio approfondire quella bellezza e gonfiare la propria
autostima da Don Giovanni dei poveri con una conquista in più, ma di certo senza la simpatia che stimola i neuroni, oltre alla bellezza che stimola gli ormoni, la storia si baserebbe sul niente. Quindi una ragazza solo bella ma non simpatica, a lungo termine può essere l’obiettivo solamente di un uomo senza neuroni.
BALLO
Non che sia importantissimo, ma insomma può essere significativo di qualcosa.
Se lei balla talmente tanto che sembra un muflone alle grandi manovre, so già che dovrò scordarmi future feste danzanti con lei a meno che non voglia essere costretto a rinnegarla nel bel mezzo della pista da ballo fino a che il gallo non canta tre volte.
Se balla presissima e indiavolata come i rugbisti neozelandesi prima delle partite, allora il mio futuro sarà costellato da lunghe maratone di ballo forsennato del tipo che io non ne posso più e ho i piedi che cantano l’Aida e lei che continua a saltare come un vispo capretto.
Se balla in modo incredibilmente provocante strusciandosi su tutti come Christina Aguilera, beh complimenti, mi sa che ho conosciuto una bagascia.
TELEFONO
Dopo tutto questo lavoro, posso infine chiederle il numero di cellulare. Se me lo dà, non mi faccio prendere dalla frenesia di scriverle subito mille messaggi, o almeno valuto le sue risposte.
Se mi risponde con dolcezza e simpatia, sono sulla buona strada.
Se invece è fredda come l’iceberg che ha affondato il Titanic, tipo che la sera della festa le scrivo: “Mi ha fatto piacere conoscerti, a volte le stelle cadono nel mio giardino” e lei risponde: “Ah, grazie”, lascio perdere subito, evidentemente tiene a me come a un sottobicchiere.
Se poi lei non risponde, Dio solo sa quanto io odio le ragazze che non rispondono ai messaggi. Io istituirei uno specifico reato penale: Le ragazze che non rispondono ai messaggi sul cellulare sono punite con la reclusione da uno a sei anni nelle segrete del palazzo della Vodafone.
Piuttosto che scrivere a una ragazza che non mi risponde, preferisco scrivere al Radio Taxi o al 190 della Vodafone. Una mattina, dopo una festa, mi sono accorto che la sera prima, nel delirio del party, avevo ricevuto il numero da una ragazza, ma forse intuendo dai suoi occhi da algida faina che lei non mi avrebbe mai risposto, o semplicemente perché avevo bevuto come un russo alla festa della vodka, ho optato per scrivere al 190 quello che avrei voluto scrivere a lei: “Se dirti che mi piaci è un reato, allora arrestami”.
Ho aspettato invano che arrivasse una bella centralinista con le manette, ma non è successo.
Sto ancora aspettando.
mer
04
feb
2015
Il momento clou di ogni anno scolastico era la gita. Gli studenti digeriscono la scuola dell’obbligo e non vi si oppongono con sanguinose guerre civili solo perché sanno che faranno il loro viaggio d’istruzione.
Ovviamente in terza liceo l’evento era ancora più sentito: l’ultima gita doveva essere indimenticabile.
Le nostre proposte, che già gli anni precedenti erano mere utopie, quell’anno divennero totali assurdità. Le cito giusto per dare un’idea: io proposi di andare a New York (un’altra classe c’era già stata ed aveva dunque creato lo spropositato precedente); Giò disse Buenos Aires; Frank propose Hong Kong; Giorgione, Bombay.
In verità come ogni anno le varie proposte si scontravano con i compagni di classe dal presunto basso reddito e improvvisati bolscevichi a 18 anni (anche se magari il padre faceva il petroliere) che per principio non volevano spendere una fortuna per andare in gita. E nonostante vi fosse una maggioranza schiacciante a favore di qualche meta esotica, nonostante la maggioranza si offrisse di pagare la gita ai nullatenenti (mettendo in atto una disgustosa forma di elemosina), ebbene, nonostante ciò, alla fine si assecondavano sempre le richieste dei falsi indigenti, poiché bisognava preservare il supremo valore dell’unità della classe, anche se in verità in classe, su ogni altra questione che non fosse la gita, ci scannavamo con diletto senza che nessuno battesse ciglio.
Non solo si ascoltavano a pieno i due/tre finti poverelli, ma addirittura a loro veniva affidato il compito di organizzare la gita, perché d’altronde era loro compito trovare un’agenzia di viaggio in via di fallimento che ci facesse andare all’estero con un budget di settantamila lire ciascuno.
A questo punto le mete potevano essere solo paesi che uscivano dal comunismo più spietato, nei quali potevamo andare a fare la figura dei ricconi, per sentirci anche noi come i tedeschi quando vengono in Italia.
In terza liceo la meta fu Praga. Ovviamente con alloggio non certo dalle parti del centro (Praga 1), bensì nella più remota periferia (Praga 9), dove gli edifici non avevano le finestre, per strada rotolavano le balle di fieno e gli angoli bui erano teatro di duelli rusticani all’ultima coltellata fra spietati delinquenti.
Il viaggio fu devastante. Lo scarnissimo budget a cui ci avevano costretto i nostri compagni mendicanti prevedeva tredici ore di pullman da percorrersi di notte (per la verità l’idea di viaggiare di notte fu del Professor Lo Jacono che da buon italiano medio aveva il mito del viaggio intelligente, anche se poi viaggiare di notte è intelligente quanto cenare al mattino).
Or dunque, partenza ore 20, arrivo ore 9. Immaginatevi tutte le cose meno confortevoli che vi sono capitate
in vita, moltiplicatele per mille, shakeratele in un pullman antiquato, una sorta di incudine con quattro ruote, che negli altri giorni dell’anno era utilizzato per introdurre clandestinamente esponenti della mafia albanese in Italia, e avrete la fotografia del nostro viaggio.
Innanzitutto le anguste file di sedili del pullman lasciavano alle gambe e al busto un’autonomia di movimento di circa sedici centimetri, rendendo assai arduo il semplice stare seduti, figuriamoci il dormire.
Si potevano ruotare brevemente le ginocchia sfregiandosi le rotule sui sedili davanti, e al massimo era possibile girare la testa a destra o a sinistra rischiando però di limonare col compagno seduto a fianco o di leccare il finestrino lercio.
Insomma, ci si addormentava più per disperazione che per vero e proprio sonno. Peraltro quando ci alzammo per una pausa verso le tre del mattino, avevamo la schiena a forma di punto di domanda, i muscoli del collo duri come basalto, quelli delle gambe erano invece diventati di cotone idrofilo e camminavamo come Frankenstein dopo
una crisi di artrite.
Ci scaricarono in un autogrill tedesco, al confine col nulla, dove il torpore, l’alito vischioso di chi ha dormito male, gli occhi a mezz’asta e il nevischio che cadeva, ci faceva sembrare un branco di drogati in gita sulla Luna. Vagammo per l’autogrill, andammo in bagno, ci pisciammo sui pantaloni dalla stanchezza e tornammo in pullman alla volta di Praga, freschi come cadaveri di fiume.
Durante il viaggio guardammo cinque film dai fatiscenti televisori appesi al soffitto del pullman: al primo film eravamo entusiasti; al secondo eravamo un po’ assonnati e stufi; al terzo avevamo i testicoli nelle scarpe; al quarto avevamo perso sei diottrie da ciascun occhio a furia di guardare in quei piccoli schermi; al quinto deliravamo, e, al posto del film, sugli schermi appariva San Francesco che ammansiva il lupo.
Comunque in un modo o nell’altro arrivammo a destinazione. Come detto, a Praga ci trovavamo nella zona n. 9, quella dei tagliagole e degli scambi illeciti di organi umani, in un hotel della catena Ibis. L’hotel di tredici piani spuntava, con la sua aria da capitalismo irriverente e seriale, fra le macerie del comunismo, rappresentate da file di grossi palazzotti anonimi e polverosi, con portoni diroccati e finestre rotte.
Appena arrivati in hotel c’era l’ ulteriore italiano medio, nella fattispecie Giorgione, che estraeva dalla propria valigia un pallone da calcio. Era incredibile come Giorgione (e l’italiano medio in genere) avesse sempre con sé un pallone da calcio: piuttosto non si portava via i pantaloni e girava per tutta la gita in mutande, ma ci doveva essere in valigia lo spazio per il pallone.
Da perfetti ragazzi sguaiati ci mettemmo subito a giocare a calcio in corridoio organizzando al settimo piano dell’hotel, con i ragazzi della III^ A che erano venuti via con noi, una partita con due squadre da 18 giocatori ciascuna, dalla stanza 711 alla stanza 729. Dopo due pallonate Giovanni, con un potente cross al volo, colpì il soffitto in modo perentorio, e da lì si staccò un calcinaccio di sei chili che si frantumò a terra. Oltre a lasciare scoperto e del tutto pericolante il cemento del soffitto, il calcinaccio colpì in faccia di striscio un ragazzo della III^ A lasciandolo sanguinante sulle guance come la Madonna di Civitavecchia. Per farla breve: partita finita, deprecabile palleggiamento di responsabilità con frasi fuori luogo del tipo “se si perde, si perde tutti assieme” e “se non si può cambiare tutta la squadra si cambia l’allenatore”, e ore di discussione con la direzione dell’hotel cercando di spiegare in pseudo-inglese, ridicolo tedesco, improvvisato cecoslovacco e contorto linguaggio dei gesti, che il soffitto era già così quando siamo arrivati. D’altronde era molto plausibile che avessimo trovato il soffitto crepato e dilaniato con sotto una montagna di calcinacci alta più di mezzo metro.
Ma aldilà di questo episodio, il settimo piano dell’hotel si animava soprattutto di notte.
Ovviamente, da buoni diciottenni carichi di ormoni dai malleoli alle tempie, avevamo il mito di andare nelle camere delle ragazze e che succedesse quel che doveva succedere. Cioè niente.
Un’inveterata mania delle nostre compagne, così come di tutte le studentesse del mondo, era invece quella di dar vita a noiosissimi pigiama party. Essi consistevano in un coacervo di ragazze che si trovavano in un’unica stanza vestite con impietosi pigiamini raffiguranti orsetti e farfalline quasi fossero ancora delle innocenti bambine e invece avevano più o meno tutte già perso la verginità a 12 anni con un detenuto evaso dall’Ucciardone.
In questi party le nostre compagne inizialmente erano sovraeccitate, facevano battute stupidissime sui professori e si ammazzavano dalle risate per un nonnulla, poi subentrava la noia nonché una neanche tanto latente puzza di sudore per il sovraffollamento, le risate diventavano sbadigli, e dopo un’oretta il party si concludeva con saluti frettolosi fra le compagne che si ritiravano in camera a russare come granseole.
Noi ci guardavamo bene dal mostrarci in pigiama, un po’ perché avevamo dei mostruosi fisici ancora in crescita, un po’ perché indossavamo pigiami da ferrotranvieri degli anni ‘70 ereditati dai nostri cugini: piuttosto che farci vedere in pigiama passavamo tutta la notte coi vestiti addosso, comprese le scarpe che quando ce le toglievamo, alle sei della mattina, avevamo i licheni sui piedi.
Per il resto, al di fuori del pullman e dell’hotel, i due punti cardinali di ogni gita, quella fu il solito tourbillon di avventure scolastiche in una città come Praga: le visite controvoglia alla Reggia Imperiale e alla Basilica di San Vito; le interminabili passeggiate sull’imponente e massiccio Ponte Carlo a contrattare miseramente con i già poveri ambulanti, nonché a molestare pesantemente i piccioni residenti del ponte; le bevute nelle caratteristiche birrerie del quartiere di Mala Strana dove la birra costa meno di un’acqua naturale sgasata; lo shopping e le camminate partendo dalla grande e più moderna Piazza San Venceslao per arrivare ai vicoli e alle piazze tipiche della Città Vecchia; le serate nelle fatiscenti discoteche ceche, che erano poco più che vecchie mansarde, in compagnia dei professori i quali facevano i finti giovani e cercavano goffamente di ballare sudati come scrofe.
In generale, tutto quello che, una volta tornati a casa, ti fa pensare che, anche in quella landa cecoslovacca, hai lasciato per sempre un pezzetto della tua vita.
mer
21
gen
2015
ALIEN
Un mostro esce dall’intestino di un uomo e fa un casino. Come quando io prendo freddo dopo cena.
AVATAR
Pocahontas a Gardaland.
BABE
Porco cane.
BAMBI
Cerbiatti e sfiga.
BLADE RUNNER
Ho visto cose che voi umani, bla bla bla…
BRAVEHEART
Libertà! E budella.
CODICE D’ONORE
Certo che l’ho ordinato, che cazzo ti credi!
2001 ODISSEA NELLO SPAZIO
Un monolite nero, alcune scimmie, un computer, un astronauta e boh.
EYES WIDE SHUT
Tom e Nicole trombano a Carnevale.
E.T. - L’EXTRATERRESTRE
Un alieno gommoso suscita ingiustificata commozione tra gli umani.
FIGHT CLUB
Gente che si mena moltissimo ma con una certa etica, come nel rugby.
FORREST GUMP
Uno stupidotto ha molto successo (e, stranamente, il film non è ambientato in Italia).
FROZEN
Gelo.
GLI INTOCCABILI
Chiacchiere e distintivo.
GUERRE STELLARI
Tra astronavi, asma e spade falliche, un vecchietto che assomiglia a Carlo Azeglio Ciampi, ma con le orecchie triangolari, parla al contrario.
HARRY POTTER
Alcuni ragazzini vestiti da bidelli girano per i boschi urlando formule magiche in rumeno.
I LAUREATI, IL CICLONE, FUOCHI D’ARTIFICIO, IL PESCE INNAMORATO, IL PRINCIPE E IL PIRATA, IL PARADISO ALL’IMPROVVISO, TI AMO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO, UNA MOGLIE BELLISSIMA, IO & MARYLIN, FINALMENTE LA FELICITA’, UN FANTASTICO VIA VAI
Una bella patonza si innamora di Pieraccioni.
IL PADRINO
Marlon Brando regola conti. Poi Al Pacino.
IL SESTO SENSO
“Vedo la gente morta.”
“Mi sono cagato addosso.”
IL SIGNORE DEGLI ANELLI
Potevano salire subito su uno di quegli uccelloni volanti, farsi portare sopra il vulcano e buttarci l’anello dentro: il film durava tre minuti e non dovevano attraversare a piedi tutta la Val Venosta.
INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO
Gli alieni accorrono sulla Terra, implorando gli umani di smettere di suonare lo xilofono.
INDIANA JONES
Paaparappaa paparaaa.
I SOLITI SOSPETTI
E’ lo zoppo.
INTO THE WILD
Abbandonare tutto, anche la vita.
JURASSIC PARK
Sei furba eh?
LA CARICA DEI 101
Un gran bordello di cagnetti, mai realmente in pericolo.
LA CORAZZATA POTEMKIN
Una cagata pazzesca.
LA GRANDE BELLEZZA
Andare qui e là ad orari strani, facendo cose che non si ha più voglia di fare.
LA STORIA INFINITA
Un giovane guerriero, a cavallo di un grande cane peloso, sconfigge il nulla.
(non siamo sul lettino di uno psichiatra, non è nemmeno la storia di Renzi, è proprio la trama
del film)
L’AVVOCATO DEL DIAVOLO
In questo film neorealista, un avvocato vende l’anima al diavolo pur di vincere tutte le cause.
LE ALI DELLA LIBERTA’
Passettin passettino, voilà un tunnel a quattro corsie.
LE IENE
E’ vero che ti sto tagliando i lobi delle orecchie con un coltello a serramanico, ma un sorriso potresti anche farmelo.
L’ESORCISTA
Una ragazzina diventa blasfema dopo una sbornia di vodka alla menta.
LO SQUALO
“Aaah, era un anno che aspettavo di tuffarmi in mare e farmi un bel ba…”
MAGNOLIA
Piovono rane.
MARY POPPINS
Una saccente babysitter ostenta le sue doti di cantante e addirittura vola attaccata ad un ombrello, ma di fare il bidè ai bambini non ci pensa neanche lontanamente.
MATCH POINT
Ansia.
MILLION DOLLAR BABY
Bastava spostare lo sgabello.
NIGHTMARE
C’è chi prima di addormentarsi indossa un pigiama, e chi dei rasoi.
NOTTING HILL
Indefinitamente.
PREDATOR
Terminator è più figo di Alien.
PROFONDO ROSSO
Tutto ‘sto casino e poi è una vecchia.
PULP FICTION
Piantarsi una siringa nel cuore dopo aver ballato con John Travolta: what else?
RITORNO AL FUTURO
Quant’erano belli i nostri genitori, da giovani.
ROCKY
Pugile venuto dalla strada prende un casino di botte ma fa diventare ricco il cognato.
SAW - L’ENIGMISTA
Alzati e cammina.
SEVEN
Sii ira.
SHINING
Un bambino che parla con il proprio indice, una madre pallida come un cadavere, un padre completamente pazzo. Tutti i presupposti per una bella vacanza in famiglia.
THE PRESTIGE
Ha un gemello.
THE RING
Se ti si accende la televisione nel cuore della notte, comincia a cagarti sotto.
TITANIC
Se la tipa gli faceva spazio, si salvava anche lui.
TOP GUN
Sceso dall’aereo, per Tom qualche partita di beach volley e un po’ di baci con la lingua. Ci sono vite peggiori.
UN MERCOLEDI’ DA LEONI
Cos’è il surf, cos’è l’amicizia, cos’è la vita.
VITA DI PI
Lo sbilanciato rapporto tra un uomo carnoso e una tigre affamata.
ven
16
gen
2015
All’uscita dal bagno, se già quello che era appena successo all’interno non fosse stato abbastanza, mi trovo di fronte al grottesco fattosi carne e disceso in questo ristorante.
In un angolo del locale ci sono Matteo ed Antinisca davanti all’asta di un microfono, entrambi smodatamente ridanciani ed aggrappati alla suddetta asta per sorreggersi dagli scossoni alcolici che flagellano il loro organo dell’equilibrio. Vicino a loro, un uomo armeggia con un mixer; di fronte a loro un televisore al plasma; alle loro spalle, appeso al muro, un inquietante cartello che prima non avevo notato: “STASERA KARAOKE”.
Prima ancora che possa reperire una coperta e la possa sbattere sui due aspiranti cantanti come andassero a fuoco, al fine di evitare l’Orrendo che capisco essere in divenire, ecco che dalle casse poste ai lati del mixer parte
una base soffusa, vagamente misteriosa, ed a fugare ogni mistero però ci pensa l’annosa voce di Tiziano Ferro che annuncia: “Perdono …”. O meglio (o peggio): “Xdono …”
Poi è il disastro.
Matteo comincia con i tipici gorgheggi di Tiziano: “UUUuuuUUUuuuUUudiaAhAhAhAH …”
Poi attacca, stonatissimo e fuori tempo: “Xdono, sì quel che fatto è fatto però io chiedo …”
E qui interviene anche Antinisca, strillando come il clacson di una Smart: “… scusa!”
Matteo: “Regalami un sorriso io ti porgo una …”
Insieme: “… rosa!”
Matteo: “Su questa amicizia nuova pace si …”
Insieme: “… posa!”
Matteo: “Perché so come sono infatti chiedo…”
Insieme: “… Xdono!”
Assistendo basito a questo scempio musicale, temo seriamente che da un momento all’altro possa irrompere nel ristorante la salma di Johann Sebastian Bach per sodomizzarci tutti con ferocia.
Vorrei autoinghiottirmi e scomparire, anche perché quei due disperati sono venuti con me. Le altre persone presenti nel ristorante ci hanno visti assieme, potrebbero sfogare la loro più che giustificata necessità di rivalsa sul
sottoscritto. Vorrei rinnegarli ad alta voce, fino a che il gallo non canti tre volte. Non mi resta che riprendere per mano Maddalena e riportarla in bagno. Ho cambiato idea: preferisco baciarle il pancreas.
In qualche modo, tra balorda passione nei bagni, bordate di fischi da parte del pubblico del locale alla impresentabile coppia del karaoke, qualche giro di passito di Pantelleria giusto per tenere ben saldo il livello di
sbornia, siamo poi riusciti a portare a termine questa perigliosa serata.
Fuori dal locale Matteo mi ha ammiccato con una faccia liquida deformata dal vino, facendomi capire che se ne sarebbe andato via da solo con Antinisca, e non voglio nemmeno immaginare dove e soprattutto a fare cosa (mi vengono in mente solo accoppiamenti zoologici), e dunque sono rimasto da solo con Maddalena.
Ora siamo sotto casa sua. Tuttavia, a differenza del mio amico matto, io non ho alcuna voglia di fare più alcunché con Maddalena, se non spedirla a letto (da sola) con la velocità di una mail urgente, di quelle che hanno a fianco il punto esclamativo rosso. Lei però tentenna.
“Sei sicuro che non vuoi salire?”
“No grazie, domani devo alzarmi presto.”
Domani è il 14 agosto, non devo affatto alzarmi presto. Mi alzerò alle undici e mezza, se proprio ho voglia di vedere l’alba.
“Peccato. Comunque se vuoi comunque una di queste sere usciamo assieme, io sono libera martedì.”
“Martedì non posso. C’è Doctor House.”
“Ah.”
Resta un po’ interdetta, vorrebbe capire se sto scherzando o meno. Io la fisso serio, affinché non possa fraintendere. E non dico nulla, non rilancio.
“Un’altra sera?” riprova lei.
“Vedo cosa c’è in televisione e ti faccio sapere.”
Si rabbuia.
“Va beh, buonanotte” risponde vagamente offesa (perché donne come Maddalena non hanno il carattere tale da offendersi veramente). Mi dà un bacio sulla guancia e si dirige verso il portone.
“Buonanotte” rispondo io, e sto bene così.
mar
13
gen
2015
Siamo seduti al tavolo, e, aldilà di tutte le chiacchiere per lo più inutili con cui ci stiamo intrattenendo, posso certificare con sicurezza un fatto: le Peppinazzo bevono come secchiai.
Infatti, al momento non stiamo propriamente mangiando: diciamo che tra una bottiglia e l’altra ci arriva, molto saltuariamente, anche qualche pietanza solida. Ma non escludo che tra poco ci vengano serviti piatti fondi ricolmi di Amarone, da sorseggiare con il cucchiaio.
Non abbiamo neanche fatto in tempo a sfiorare le sedie con i glutei, che il proprietario del locale, un amico di Matteo, è arrivato entusiasta al nostro tavolo ed ha stappato con la sciabola una bottiglia di champagne, come se uno del nostro quartetto avesse appena vinto una corsa automobilistica. Fra i brindisi lanciati da Matteo, e la citata propensione da incipit della Traviata delle nostre ospiti, lo champagne è durato sul tavolo il tempo di un batter d’ali di farfalla, evaporato tra i nostri fegati. Poi un altro champagne, e poi un altro ancora, accompagnato dai sorrisi sempre più larghi e leggermente sghembi delle nostre commensali Peppinazzo.
Ora siamo alla carne ed il vino è diventato rosso, così come il volto di Matteo, il quale sta ridendo fragorosamente dopo aver confidato all’orecchio ad Antinisca qualcosa di, evidentemente, divertentissimo. Maddalena invece, con una nonchalance di cui le va dato atto, parlandomi di fatti attinenti alla sua poliedrica e frizzante attività lavorativa - qualcosa che ha a che fare con l’acrilico o roba del genere (devo dire che un effetto che l’alcool ha su di me è quello di farmi ascoltare ancora meno i vani discorsi di Maddalena, diciamo quattro o cinque parole in tutto per ogni frase, tipo “… unghie … acrilico … gel … impegnativo …”, e io “ah, sì, beh, certo”, e tutt’al più le do un innocente sbirciata ai seni largamente visibili attraverso il vestito color carne, che a questo punto potremmo anche definire il vestito color seno) - mi ha appena appoggiato una mano sulla coscia sotto il tavolo. Dopo di che mi dà una strizzatina alla coscia medesima, con l’altra mano getta il tovagliolo sul tavolo con un fare risoluto e definitivo, mi guarda negli occhi, con uno dei suoi mi fa l’occhiolino (e, se non erro, le cade sul tavolo un blocco di eye-liner di ragguardevoli dimensioni), e mi chiede di accompagnarla in bagno. “Va bene” rispondo io, sicuro.
Altro effetto che l’alcool ha su di me: farmi trascinare completamente dalla successione degli avvenimenti quali che siano, senza opporre alcun tipo di libero arbitrio, il quale infatti è restato tutto nel flute dello champagne.
Appena varcata la soglia dell’angusta toilette, Maddalena si avvinghia a me, quasi mi si annoda, e comincia a baciarmi in modo maldestro e forsennato come solo gli ubriachi sanno fare, in un trionfo di labbra sgangherate e lingue imploranti.
Quando, come un sommozzatore che emerge dopo aver tentato il record di immersione in apnea, lei si stacca dalla mia bocca per riprendere fiato, mi sussurra: “Mi piaci un sacco, Albi …”
Allora: innanzitutto nessuno l’ha autorizzata a chiamarmi Albi, come se ci conoscessimo dall’infanzia, e questa sua confidenza vorrebbe probabilmente preludere ad un’intimità di rapporti che ad una come Maddalena non concederò mai, dovessi morire di solitudine sul mio splendido divano; e poi non capisco proprio come questa si possa essere invaghita così tanto di uno che per tutta la sera non ha fatto altro che smozzicarle insignificanti assensi e constatazioni: “Ah, sì, beh, certo, molto interessante.” Altro che le difficoltà della conquista: basta una sillaba svogliata per conquistare ragazze come Maddalena. D’altronde non va dimenticato che questa ha come massima idea di uomo Devis Bortolòn, capocannoniere del campionato dilettanti.
Comunque sia, lei poi improvvisamente si stacca dalla mia bocca, anzi, potremmo dire che si stappa, visto com’era incastrata tra le mie labbra, e mi dice: “Tu aspettami qua.” Poi si volta di scatto, spalanca la porta che dà al bagno vero e proprio, e si dirige al water.
Mentre io penso che ora stiamo per addentrarci nei meandri di uno sfrenato feticismo, dove lei evacua in mia
presenza, ecco che invece alza la tavoletta della tazza, e, anche con una certa disinvoltura, vi vomita dentro con la potenza di un tirannosauro.
Dopo un attimo di comprensibile smarrimento, mi dirigo verso di lei e le chiedo se ha bisogno di aiuto. Lei, ancora piegata sul water, alza solo la mano a fermarmi, come un vigile ubriaco.
“No, no, tutto a posto, mi succede spesso quando bevo, adesso passa tutto”, riesce a far pervenire da qualche anfratto dentro di sé, con la voce che rimbomba tra le pareti di ceramica del water.
In effetti, dopo l’ultimo spasmo, Maddalena si ricompone come se niente fosse: ritorna in posizione eretta, si aggiusta i capelli, si dirige al lavandino, si bagna la faccia, dalla borsetta estrae il pennello Cinghiale, ripassa e stucca l’intonaco, dopo di che si gira verso di me abbracciandomi di nuovo, come se in questi stravaganti cinque minuti lei non abbia rovesciato le proprie interiora come sabbia in una clessidra, ma abbia colto margherite su
una nuvoletta. Si avvicina di nuovo per baciarmi, dicendomi ammiccante: “Beh, dov’eravamo rimasti?”
Tuttavia, dalla sua bocca ora promanano miasmi di succhi gastrici, muco, enzimi digestivi ed acido cloridrico, che mi investono con l’impeto di un uragano della Florida.
“Eravamo rimasti che hai vomitato l’anima” le rispondo io allontanandola da me, prima che un capogiro mi stenda a terra.
“Cos’è, non ti piaccio più?” fa lei, melliflua e piccata.
“Non mi piace il sapore del tuo pancreas, più che altro” ribatto io prendendola per mano e tirandola a forza fuori dal bagno, che qua adesso va a finire che mi tocca anche amoreggiare con gli zombie.
ven
09
gen
2015
Le Peppinazzo ci stanno già aspettando davanti al ristorante.
Il Matto aveva detto che le Peppinazzo, cito testualmente, “hanno il loro stile”.
Ora, vedendole, io non so di preciso a che stile si riferisse. Forse Stile Libero. O, più probabilmente, Rana.
Antinisca Peppinazzo, la madre, ha circa cinquant’anni, i capelli raccolti in una ridicola banana alla Elvis Presley, nerissima, intinta nella pece, ed un make-up presumibilmente steso con un pennello Cinghiale. Indossa un bustino di pelle nera con cui si strizza il seno fino al rischio di cancro alla mammella, e una minigonna di pelle altrettanto nera con cui si fascia gli abbondanti fianchi fino al rischio di frattura del femore. Poi calze a rete ed un tacco di circa quindici centimetri che la fa emergere a stento dalle secche del suo metro e cinquanta. Ovviamente, vestita di pelle ad agosto, sta già sudando copiosamente ed il trucco sta cominciando a slittare fuori sede.
Maddalena Peppinazzo, la figlia, è sui venticinque e, con i suoi capelli biondo accecante-quasi bianco, vicina alla madre ricorda una partita di dama. La faccia tonda, lo stesso trucco sobrio della mamma, ed un abito da sera color carne, in cui si intravede tutto: la biancheria intima, le forme abbondanti e talora straripanti, le ossa e gli organi interni. Sta fumando con impegno distratto una sigaretta lunga e sottile, nel contempo rimirandosi le elaboratissime unghie.
Maddalena è quel tipo di ragazza che, pur avendo venticinque anni, si acconcia in modo tale da dimostrarne quarantasei, quasi a voler saltare i vent’anni che stanno di mezzo, fatti di scarpe da ginnastica, jeans e leggerezza.
Ci sono varie ragazze, come Maddalena, che passano dai venti ai quaranta in un lampo e senza neanche accorgersene: prima litigavano ferocemente con le madri e poi, tutto d’un tratto, si vestono come loro.
E’ inutile che vi dica che a me queste ragazze non piacciono affatto. La serata inizia alla grande.
“Ciao Anti!” esordisce Matteo detto Il Matto, dimostrando una sospetta consuetudine con la signora Peppinazzo.
Ed infatti, nell’abbracciarla, le posa, senza tanti sospetti, una mano sul sedere.
Anti, la chiama: dopo averla vista attentamente, direi che potrebbe anche stare per Antidonna.
Mentre Matteo e Antidonna si strusciano, io mi presento a Maddalena in modo piuttosto imbarazzato.
“Piacere, Alberto” le dico porgendole la mano.
“Piacere, Maddalena.”
Butta via la sigaretta, mi prende la mano, mi tira a sé e mi dà tre baci alternati sulle guance, come nella vecchia U.R.S.S. Altro tipico gesto sostenuto da quarantenne precoce.
Quand’è che dagli usuali due baci, pari al numero delle guance, si è passati a tre? Fra qualche anno diventeranno sette?
“Matteo mi ha parlato di te.”
“Ah sì? E cosa ti ha detto?”
“Che avevi bisogno di uscire un po’, perché altrimenti te ne stai a casa a pensare continuamente alla ragazza che ti ha lasciato.”
“Però, direi che non ha tralasciato proprio nulla. Comunque sì, diciamo che più o meno è così.”
“Benissimo. Perché anch’io sono stata lasciata da poco dal mio ragazzo. Probabilmente lo conosci: Devis Bortolòn.”
“Scusa, ma non so chi sia.”
“Ma dai! E’ stato il capocannoniere del campionato di calcio dilettanti!” ribatte lei scandalizzata, come se avessi appena detto di non sapere chi è Gandhi.
“Il fatto è che non seguo molto il campionato di calcio dilettanti …”
Dall’espressione che mi rimanda, non credo che colga l’ironia sottesa.
“Va beh, comunque mi ha mollata e quindi non ci importa più. Pensa che adesso sta con una commessa di Intimissimi.”
Esiste un sottobosco umano di cui non ci rendiamo nemmeno conto.
“E tu che lavoro fai?” le chiedo.
“Ricostruisco unghie.”
Alla risposta, mi viene subito in mente mio padre quando si schiaccia un dito nella porta e l’unghia gli diventa nera, e penso a lei che ricostruisce quella roba lì.
“Ah. Interessante” rispondo, non sapendo bene cosa si debba dire ad una ragazza che ricostruisce le unghie (“Splendido! Ho sempre sognato anch’io di farlo!”, “Wow! Chissà quante cose pazzesche ti succedono al lavoro!”, “Non ci sono più le unghie di una volta …”).
Per fortuna vedo il Matto e Antidonna che entrano nel ristorante facendoci cenno di seguirli, perché altrimenti da questa conversazione, fra capocannonieri dilettanti, commesse di Intimissimi e
unghie nere, non ne esco più.
lun
05
gen
2015
Eravamo cestisti,
nei pomeriggi assolati, sul cemento che gratta le mani e i palloni, e storce le caviglie, e piega le ginocchia, nelle palestre rimbombanti, negli spogliatoi freddi, nelle divise lucide.
Eravamo cestisti,
contro tabelloni dai rumori catastrofici, su ferri arancioni troppo duri, troppo alti per schiacciare e troppo lontani per le bombe più spompe.
Eravamo cestisti,
dentro retìne che si gonfiavano col suono secco più dolce del mondo, lungo referti a spulciare le ics, “Fezzi”, “Alberto, 14”, le lingue essiccate all'ingresso in campo, e il brivido anarchico di un fallo tecnico.
Eravamo cestisti,
e Michael Jordan era Dio che giocava con una palla, e le partite NBA in diretta notturna, litri di caffè, e un time out da sei minuti era come pagare le tasse.
Eravamo cestisti,
quando Henry Williams segnava tre bombe in fila a Varese, quando il primo Dream Team era il vero Dream Team e in finale batteva Drazen Petrovic, quando all’ingresso del Madison Square Garden cercavamo San Pietro.
Eravamo cestisti,
coi polsini sul gomito, Michael sulle scarpe, e la testa piena di sogni.
Eravamo cestisti,
e da qualche parte, su un campo, in tribuna o in un lampo dietro agli occhi, lo siamo ancora.
mer
31
dic
2014
Una ricorrenza imperdibile è senz’altro il festone dell’ultimo dell’anno, all’insegna del divertirsi per forza. All’ultimo dell’anno è assolutamente obbligatorio andare a qualche super party, non è che uno può andare a letto alle undici e svegliarsi il giorno dopo e fare gli auguri a tutti. No, bisogna assolutamente darci gran dentro con i festeggiamenti.
Già verso novembre comincia quindi a saltare fuori quello che chiede “cosa si fa all’ultimo?”, e tutti se ne strafregano fino al 30 dicembre, finché il pomeriggio della vigilia sale la tensione da festa mancata e si cerca disperatamente un posto dove andare, per evitare di sparare mortaretti con i nonni.
Tutti i locali, anche il più malfamato e disadorno, conoscono benissimo l’obbligo autoimposto di festeggiare questa ricorrenza in modo smodato, e allora, disinvoltamente, triplicano i prezzi, a fronte di un servizio per lo più peggiore del solito. I ristoranti e le trattorie aggiungono uno o due piatti, tipo bresaola acida e vitello tonnato gommoso, e aumentano il costo del menù di quarantacinque euro. Le discoteche organizzano una serata esattamente uguale a quelle che fanno nei weekend, con l’aggiunta di dodici centilitri di prosecco di sottomarca e di una scaglia di pandoro raffermo, e il costo dell’ingresso lievita per magia a ottanta euro. Le folle di p.r. che popolano il mondo (tutti, almeno una volta nella vita, sono stati p.r.) organizzano l’usuale festone similfaraonico dove a fronte di oceani di persone, le consumazioni vengono servite in gocce (“vorrei una Coca con 40 gocce di Jack Daniel dentro, grazie”). A ben vedere, credo che il prossimo anno organizzerò una festa a casa mia a base di feci con biglietto a cinquanta euro, capita che qualcuno ci venga sul serio.
Io penso che il modo migliore per passare l’ultimo dell’anno sia organizzarsi una festa privatamente, cercando di superare i luoghi comuni di coloro che all’ultimo dell’anno ritengono sia necessario azzerare la propria coscienza insieme all’anno passato, immergendosi in bagni di folla e festeggiando fino alle undici di mattina assieme a milioni di sconosciuti un anno che magari ha fatto pure cagare. Questo andrà bene per gli adolescenti infestati di acne che durante l’anno non possono star fuori fino a tardi, e hanno i genitori che li aspettano a casa con la frusta e la bava alla bocca, e allora si sfogano all’ultimo dell’anno, bevendo l’impossibile (spesso in modo assurdo, tipo gin secco o vodka secca, manco fossero in Siberia) e cercando di limonare con chiunque, perché all’ultimo dell’anno diventa fondamentale limonare con qualcuno o almeno millantare durante tutto l’anno successivo di averlo fatto.
Ma una volta scollinata l’età della ragione, quando tornare tardi non è più un fatto raro o vietato, è meglio una bella festicciola con musica giusta, gente giusta, cibi giusti e drink giusti. La festa dell’ultimo dell’anno più bella è quella dove si affianca la razionalità alla follia dionisiaca, nascosti in qualche luogo privato, senza troppi buttafuori che violano i più basilari diritti umani o senza troppi p.r. che cercano di spillare soldi manco fossero dei videopoker.
Infine, per gustarsi appieno la festa dell’ultimo dell’anno, e in generale tutte quelle feste dove si va distanti, si sbevazza in allegria, si fa molto tardi e si vuole evitare un disastroso e
assai problematico rientro a casa notturno, il mio inesauribile amico Dodo, ora padre di famiglia ma ancora con l’occhio della tigre, ha inventato il kit del piccolo ubriacone: esso
consiste in un sacco a pelo per dormire nella casa dove si è svolta la festa nel caso in cui non ci sia un buon letto ad accoglierci, in una bottiglia d’acqua per irrorare nel corso della notte
le fauci desertificate dall’alcool, in una scatola di pillole contro il mal di testa e una contro la diarrea. Inutile dire che il Dodo è un fottuto genio.
mer
24
dic
2014
Eccola lì, a fianco a te. E’ la prima notte che dormite insieme e sei felice, forse giusto solo un po’ inquieto, perché sei abituato a dormire da solo e hai paura di svegliarla con qualche movimento: quando sei da solo rotoli nel letto come un maiale nel fango e adesso devi invece stare fermo. Oddio, a dir la verità lei non dà l’impressione di potersi svegliare tanto facilmente, a dirla tutta non dà l’impressione di potersi svegliare proprio mai, nemmeno se entrassero in camera i Led Zeppelin a fare una jam session, perché sembra incarnare quel diffusissimo prototipo di donna che durante il giorno è irrequieta e problematica, ma appena appoggia la testa su un cuscino, foss’anche posizionato tra i coccodrilli delle Everglades, si addormenta come un bue muschiato dopo il pranzo di Natale (e allora ti vengono anche dei sospetti sull’autenticità della sua diurna irrequietezza).
E mentre sei lì fermo che rifletti su queste cose, la tua pancia, improvvisamente, si tende come un tamburo, dentro si muove qualcosa e quasi sicuramente non è Alien: che fare?
Un’ipotesi è quella di espellere un po’ di aria alla volta a bassissima frequenza, come quel tipo che rilascia piccole manciate di ghiaia nel cortile del carcere e poi si scopre che nella sua cella ha scavato un tunnel a quattro corsie. Ma se l’odore è troppo acre, al primo movimento di lenzuola vi ritrovano entrambi stecchiti, e allora a quel punto sarebbe stato meglio aver acceso il gas a inizio serata e averla fatta finita sprofondati nello stordimento con un leggero rossore sulle guance.
No. La risolutezza vuole che tu vada in bagno. Quindi esci dal letto di soppiatto, scivoli fuori come una manta, ma lei, impercettibilmente, pur non accorgendosi di null’altro, riemerge per un secondo dalle Everglades e di quello se ne accorge. A quel punto ti trovi in bagno e se questo è confinante con la camera da letto sai che lei, consciamente o inconsciamente, ti starà ascoltando. Un altro bivio, mentre il sudore ti imperla la fronte: che fare?
Un’ipotesi è quella di accendere il rubinetto per quindici minuti di fila, consumando un quantitativo d’acqua pari a ventiquattr’ore delle Cascate del Niagara, ma siccome un rubinetto acceso per quindici minuti non ha alcuna spiegazione a meno che tu non abbia sei mesi e un pannolino da cambiare oppure non ti abbia preso un’ingiustificabile voglia di raderti nel bel mezzo della notte, quella sarebbe in sostanza una chiara
ammissione di colpa. Tanto valeva, quando prima ti sei alzato dal letto, accendere la luce, svegliarla con uno strattone e dirle seccamente: “Ehi bella, io vado a cagare.”
No. Ancora una volta, risolutezza e rischio, semplicemente procedi. E ovviamente va tutto storto: quando speri che l’aria espulsa non si faccia sentire, ecco che nemmeno il rumore che precede una valanga sull’Annapurna
sarebbe equiparabile; quando poi speri che l’espulsione dell’Alien non faccia rumore perché il tuo water è fatto in modo tale che mai si senta rumore di caduta, ebbene quel water si premura per l’occasione di cambiare struttura
molecolare e morfologia complessiva, e se lanciassi un palla di piombo da demolizioni in una piscina olimpionica, faresti sempre meno casino.
Al tuo ritorno a letto, lei, con notevole spirito deontologico, fa finta di continuare a dormire, ma ti ha sentito: lo sai tu, lo sa lei, e lo sa il mondo intero.
A colazione la mattina dopo, sempre con grande onestà intellettuale, lei farà ancora finta di nulla, ma ciò che ha udito quella notte resterà una piccola crepa scolpita nella sua anima. Sarebbe molto meglio che lei uscisse subito dall’ipocrisia ed esorcizzasse l’evento, per poi, le notti successive (se mai ce ne saranno, a questo punto), permetterti ogni tipo di sfogo corporeo senza ritegno alcuno. Dovrebbe quindi prendere la brioche, alzarla cinquanta centimetri sopra il cappuccino e farcela cadere dentro con grande fragore: “Tutto bene stanotte?”
ven
19
dic
2014
Mi sveglio.
Oggi c’è il compito in classe.
Accendo l’iPhone.
Apro WhatsApp, scorro i miei gruppi, invio dodici emoticon (baci, baci col cuore, sorrisi e sudore sulla fronte, urla, glaciazioni di cranio, facce imbarazzate), un video di una tipa con delle tette enormi che balla e saltella, una foto di un tipo che lancia un maiale con su scritto “E’ ORA DI TIRARE UN PORCO”.
Vado a scuola.
Abbiamo tutti un iPad sul banco e, finito il compito in classe, ci chiediamo in chat quando suonerà la campanella.
Torno a casa.
Mangio.
Vado in camera.
Accendo il computer.
La profe ci ha mandato i compiti via mail.
Scrivo un tema su word.
Vado su YouTube.
Poi su YouPorn.
Mi digitalizzo.
Ritorno su YouTube.
Scrivo una mail a un mio compagno.
Faccio sport: accendo la Wii e gioco a tennis.
Torno al computer.
Vado su YouPorn.
Mi digitalizzo nuovamente.
Spengo il computer.
Ed è subito sera.
Ceno.
Torno in camera.
Accendo il computer.
Guardo un film.
Vado su YouPorn.
Mi digitalizzo per la terza volta.
Sono un po’ stanchino.
Anche un po’ verde.
Vado a letto.
Prendo l’iPhone.
Apro WhatsApp, scorro i miei gruppi, invio sette emoticon.
E’ stata una giornata dura.
Ho fatto un sacco di cose.
Dormo.
lun
15
dic
2014
E insomma, non avrei mai detto che un delirio simile potesse
diventare un libro. Ma il fatto è che, facendo una ricerca sulle circa 22.000 visualizzazioni del post, ho scoperto che la gente vuole seriamente sapere cosa significa una faccina che manda un bacio (cosa vorrà mai dire, secondo voi, una faccina che
manda un bacio? Iscriviamoci a un corso di free climbing? Vediamoci al Catasto per fare una visura assieme? Cosa ne pensi dell'ultimo film di Christopher Nolan?
Mah). Oppure quella faccina affiancata ad un pollice alzato, oppure i cuori al posto degli occhi. La gente ha esigenza di sapere. Non grosse cose, non i fondamenti dell'Universo,
non la prova dell'esistenza di Dio, la gente ha l'esigenza di approfondire le minchiate. E in questo caso, io, rispondo presente.
La versione cartacea delle Faccine si trova in libreria, alle fiere, richiedendola alla casa editrice Historica, oppure a casa mia.
ven
12
dic
2014
Trascorsi i due anni di pratica, l’aspirante avvocato, per ottenere l’abilitazione, deve superare l’esame di stato. Eccoci dunque subito a uno degli snodi nevralgici di questa professione, un evento che, con il passare degli anni,
ogni avvocato cerca di rimuovere, come si fa con i lutti, con gli omicidi, con le stragi di stato, con le calamità.
Perché questo esame è traumatico, oltre che inutile.
Innanzitutto è strutturato in modo anacronistico. Andava bene forse negli anni Trenta quando è stato ideato e
quando a sostenerlo erano 100 candidati in tutta Italia che si presentavano all’esame con il cocchio trainato dai cavalli, ma adesso rappresenta un grottesco residuo di un’epoca che non esiste più.
Ovviamente, però, lo si mantiene in vita perché in Italia nel grottesco ci sguazziamo felici.
All’esame, solo nella mia regione, ogni anno si presentano circa 2.500 candidati, una fiumana di gente che arriva
alle soglie della professione spinta solo dall’incertezza (“ho fatto la pratica e quindi faccio l’esame, poi si vedrà”) e che comunque, superate queste soglie, troverà ancora la stessa incertezza, a causa del numero spropositato di
concorrenti.
All’esame si presentano certo quelli che effettivamente hanno sostenuto la pratica e vogliono esercitare la
professione una volta superata la prova, e questi, seppur abbastanza ingenui, sono almeno onesti e coerenti.
Quelli che invece fanno aumentare disgustosamente il numero dei candidati sono coloro che non hanno fatto un solo giorno di pratica, quelli cioè che hanno svolto la pratica in modo fittizio. Costoro per due anni hanno lavorato in qualche azienda o in qualche banca, guadagnando pure dei bei soldi, oppure hanno fatto gli assistenti universitari e vengono a prendersi il titolo di avvocato per conferire un po’ di prestigio alla loro futura carriera di professori. La sigla Prof. Avv. fa più scena del solo Prof. Il fatto negativo è che questi infiltrati, all’esame, partono al pari dei praticanti effettivi e dunque potrebbero rubare loro il titolo di avvocati, anche se è quasi sicuro che non eserciteranno mai la professione perché potrebbero non sapere neanche da che parte si entra in tribunale. Non solo. Quelli che hanno fatto gli assistenti universitari, e che dunque sono spesso rimasti chiusi nelle loro torri d’avorio a perdere la giovinezza sui libri di Diritto, si presentano all’esame magari anche più preparati dei praticanti veri. Dobbiamo a proposito tener presente che l’esame è prettamente teorico e, inspiegabilmente, non in grado di valutare se il candidato sappia effettivamente fare l’avvocato, e considerare peraltro che i praticanti hanno dovuto sbarcare il lunario per lo studio in cui hanno lavorato e forse hanno avuto meno tempo da dedicare ai libri.
Volete che in sei righe risolva il problema dell’effettivo svolgimento della pratica, dell’utilità e della ragionevolezza dell’esame, e quindi, in ultima istanza, anche dell’eccessivo numero di avvocati?
Ecco a voi la soluzione. Compiere controlli approfonditi su chi effettivamente svolge la pratica e su chi invece
la svolge in modo fittizio, radiando dall’albo dei praticanti i truffatori. Svolgere periodiche verifiche scritte e orali durante il biennio di pratica (diciamo ogni sei mesi), organizzate da ciascun Ordine territoriale di appartenenza(magari in collaborazione con le Università del territorio, come succede per i commercialisti), collegando il
superamento di tutte queste verifiche al conseguimento del titolo. Infine prevedere l’incompatibilità fra la professione di avvocato (e praticante avvocato) e qualsiasi altra professione.
Così facendo avremmo d’incanto risolto gran parte dei nostri problemi di accesso alla professione. Gli assistenti universitari tornerebbero a fare la loro noiosa vita anelando affannosamente di ottenere una cattedra a quarantacinque anni dopo aver adorato per tre lustri il loro professore, mentre gli impiegati di banca tornerebbero a contare i loro soldi e smetterebbero di sognare di poter far altro nella vita, lasciando così a noi avvocati fare in pace il nostro lavoro.
Ma non va così, e dunque ci si trova in 2.500 anime nello stesso posto a fare l’esame.
L’esame scritto si tiene una volta all’anno ‒ neanche fosse la finale di Champions League ‒ e si svolge in tre
giorni consecutivi a metà dicembre, durante i quali i candidati sostengono altrettante prove. Chi supera lo scritto sosterrà l’esame orale.
I risultati delle prove scritte si conoscono solitamente nel giugno dell’anno successivo, mentre l’esame orale si tiene tra settembre e inizio dicembre. Facendo le somme, dunque, complessivamente l’esame dura un anno. E
come direbbe Giovanni Floris: “alé”!
I candidati si presentano in massa il primo giorno dell’esame scritto ed è assai arduo contenerli tutti in un unico luogo.
Io ho sostenuto l’esame in un capannone della Fiera di Padova, dove si riuniscono gli aspiranti avvocati di tutto il Veneto. Immaginate un enorme capannone, svuotatelo, e riempitelo con una distesa biblica di banchi e persone. Un evento che sfiora le gesta epiche.
Ogni candidato ha con sé vari codici voluminosi e dunque ognuno si porta appresso una valigia di libri, solitamente un trolley. Si assiste quindi a questa fiumana di gente, questo “Esercito dei Trolley”, che si dirige verso il luogo deputato per l’esame.
Chi vede dall’esterno questo bizzarro esodo si chiede perplesso se nelle vicinanze ci sia una aeroporto, se sia in corso una migrazione di disperati, o se sia infine giunto il giorno del Giudizio Universale e se questo, inaspettatamente, si terrà presso la Fiera di Padova.
La distesa di persone si presenta all’entrata e qui viene suddivisa in lunghissime file a cui vengono controllati
i documenti e a cui vengono perquisite le valigie in cerca di qualche codice non consentito o qualche gravissimo bigliettino (come se in un bigliettino di quattro centimetri quadrati si potesse facilmente racchiudere un parere
giuridico sulla revoca del testamento). Il tutto appare come un misto tra il check-in di un aeroporto e l’ingresso di un campo di concentramento.
Una volta entrati, stremati, si prende posto nel proprio banchetto, al che comincia l’esame dalla durata di sette
ore, e così per tre giorni consecutivi. Al terzo giorno il candidato arriva dimagrito di sei chili, pallido come un sedano e con le occhiaie fin sotto gli stinchi.
Dunque, la selezione primaria all’esame per avvocato è innanzitutto fisica. La prossima frontiera che studieranno coloro che ciclicamente propongono riforme di accesso alla professione palesemente inadeguate, sarà il punzecchiamento in corso d’opera dei candidati con dei tizzoni ardenti nelle parti più sensibili del corpo, in modo da metterli ancora più in difficoltà.
Durante lo svolgimento dell’esame capita spesso che si erga a paladino delle più stupefacenti bizzarrie il presidente della commissione esaminatrice, che, investito del comando di 2.500 persone oltre che dei colleghi commissari, si sente più potente di Darth Vader in Guerre Stellari.
Posso riferirvi, a titolo di esempio, alcune stranezze presidenziali che sono state tramandate di avvocato in avvocato sino a diventare leggende, pur essendo, ahimè, del tutto vere.
È capitato che durante un esame il presidente si rivolgesse ai candidati dando del loro e dunque introducesse i suoi discorsi dicendo «lor signori prestino attenzione!», neanche ci si trovasse in un maniero inglese di epoca vittoriana.
Lo stesso presidente, per comunicare ai candidati il divieto di andare in bagno per la coda eccessiva,
solennemente esclamava: «È inibito l’accesso ai luoghi di decenza!», come in una favola dei fratelli Grimm.
Altra singolare espressione linguistica del medesimo presidente venne sciorinata quando una candidata, durante i tre giorni di esame, dovette allattare il proprio figlio che dunque venne fatto entrare nella sala ‒ ovviamente nel regolamento per l’esame di avvocato non è contemplata l’ipotesi di una candidata-madre. Invero stando alla disciplina dell’esame per avvocato direi che in generale i candidati non vengono considerati come veri e propri essere umani meritevoli di tutela almeno nei loro diritti fondamentali, quanto piuttosto come nuclei di pelle, ossa e diritto ‒. Comunque il presidente, per avvertire la candidata dell’ingresso del figlio, disse: «Candidata n. 348, è arrivato il parente per l’allattamento».
Il parente.
Non aggiungo altro.
Tutti i candidati, quando sentirono parlare di “parente”, si aspettarono che per l’allattamento entrasse un vecchio zio maniaco, amante dei seni floridi.
È capitato altresì che un altro anno il presidente della commissione fosse ossessionato dal punire inesorabilmente
chi cercasse di copiare.
E dunque egli portò con sé un binocolo (!) e una bicicletta (!!), così che durante lo svolgimento delle prove si potesse posizionare a un’estremità del padiglione, scrutare col binocolo possibili candidati copiatori, e alla fine inforcare il ferreo destriero per dirigersi più veloce di “Re Leone” Cipollini sul luogo del misfatto.
Non serve nemmeno soffermarsi sul paradosso, basta la fredda descrizione di una persona che si presenta a fare il commissario d’esame con una bicicletta e un binocolo, come in un safari. La realtà supera ogni più fervida fantasia.
Peraltro, per dare al cacciatore quel che è del cacciatore, va detto che è vero che tutti i 2.500 candidati, nessuno escluso, cercano in ogni modo di scambiarsi informazioni e suggerimenti, soprattutto nel bagno. Questo finisce con l’ospitare svariate persone che parlano di Diritto e sfogliano fotocopie rimpicciolite (che alla fine, in qualche modo, sono riuscite a entrare) e per sembrare un incrocio tra un’aula di tribunale e un luogo di decenza di campagna.
Infine, per racchiudere l’esame in una sola immagine, vi basti sapere che le buste dove vengono riposti i compiti
dei candidati vengono sigillate con la ceralacca. Io credevo che la ceralacca non esistesse più dai tempi in cui la posta veniva trasportata con le carriole, e invece nel ventunesimo secolo tocca ancora vedere questi commissari che sigillano le buste come fossero Bolle Papali dirette nel Lombardo-Veneto.
In ogni caso, preoccuparsi per l’esame scritto non serve più di tanto perché i compiti vengono corretti in stile
Liberty.
Considerate che ogni candidato sostiene tre prove scritte e dunque i commissari devono correggere in breve tempo circa 7.500 compiti che dissertano tutti, spesso in modo prolisso, delle stesse cose (e a ciò si aggiunga che magari il giorno della correzione il commissario può avere avuto problemi di digestione che, al momento del
giudizio, lo hanno reso molto suscettibile).
Se prendete un verbale di correzione dei compiti scritti e dividete il tempo della seduta per il numero degli elaborati, solitamente risulta che a ciascun compito vengono in media dedicati dai tre ai quattro minuti: 4 anni di università, 2 anni di pratica, 3 giorni di esame, 21 ore di redazione di elaborati, contro 3 minuti di correzione.
E il rispetto è perduto nel tempo, come una lacrima nella pioggia.
lun
08
dic
2014
Se cercate un presentatore per Sanremo, X-Factor o per un convegno sull'osteoporosi, trovate tutti i miei contatti qui. Grazie.
ven
05
dic
2014
C’è un momento in cui si smette di crescere?
Io credo di sì, a me per esempio è successo nella taverna di Molon: avevamo quindici anni, ci trovavamo tutti i pomeriggi, e intendo proprio tutti, a giocare a basket con il suo Amiga, e il tempo si è fermato lì. Sì, poi sono cresciuto, ma sulla carta di identità e sulle rughe della faccia, più fuori che dentro. Se mi guardo allo specchio, e ci guardo attraverso, vedo ancora quel ragazzino, e forse tutto quello che è successo dopo è stata solamente una lunghissima serie di eventi, ma io sono ancora quello lì, e da quello specchio posso salutare il me di adesso, a volte con un sorriso, a volte con una lacrima, a volte con urlo. Perché il fatto che il tempo si sia fermato allora è stato un bene e un male: ho mantenuto uno sguardo sincero sul mondo, ma lungo il cammino ho sempre dovuto cercare disperatamente qualcuno che fosse come me perché altrimenti l’automatismo di chi dice che a trentasette anni bisogna fare per forza certe cose e non altre, mi avrebbe reso un disadattato. Cosa che comunque, in buona parte, sono.
Potrei riprendere il filo esattamente da allora, tornare in quella taverna e sedermi a giocare a quel computer come se nulla fosse, o potrei tirare il filo e vedere precisamente che è là che è
rimasto annodato. Perché poi il vero coraggio, secondo me, non è saper uscire da quella taverna, ma saperci tornare.
lun
01
dic
2014
Nel bestseller interstellare “Il principe del foro non esiste”, ho parlato soprattutto della professione dell’avvocato civilista, perché il mondo del diritto penale non lo conosco particolarmente bene. Nemmeno ora lo conosco particolarmente bene, ma nell’ultimo periodo me ne sono fatto un’idea più precisa, che magari ai penalisti risulterà banale o scontata, ma forse a tutti gli altri cinquecento milioni di lettori che avevano letto il mio libro
sugli avvocati potrebbe risultare interessante.
Ebbene, il punto fondamentale, secondo me, è che il diritto penale, nella sua applicazione pratica, è un diritto fondato sul Pubblico Ministero, il fulcro e il padrone del processo penale.
Tempo fa, un avvocato più anziano e ben più esperto di me, mi disse: vai a farti un giro in Procura, così vedrai dove si trova il potere in Tribunale. Di solito nei piani più alti, isolati ma con possibilità di controllo su tutto il resto, i Pubblici Ministeri, nelle loro ampie stanze decidono sulla vita delle persone.
E, in linea generale, quella che affermano è la Verità, e chi nega la Verità è per sua natura un eretico.
Ecco quindi che gli avvocati penalisti formano schiere di miscredenti, guardati nelle aule con sospetto e talvolta compatimento, perché si affannano a difendere posizioni che vorrebbero vanamente contrastare con la Verità, e lo fanno davanti a giudici che, in quanto colleghi dei Pubblici Ministeri, magari inconsciamente, sono più propensi a credere alla Verità piuttosto che all’Eresia.
In questo senso, a mio parere, è emblematica l’udienza preliminare, un filtro che dovrebbe decidere se un procedimento sia meritevole di dibattimento o meno, ma che nella stragrande maggioranza dei casi diventa un formalismo che viene adempiuto solo perché obbligatorio, tanto al dibattimento, quasi sicuramente, ci si andrà:
all’udienza preliminare, da una parte c’è un avvocato che arriva carico di fascicoli del peso di svariati chili, di appunti studiati per giorni e lunghi e analitici discorsi da pronunciare; dall’altra parte c’è un Pubblico Ministero che di solito si trova già nella stanza del giudice, ha davanti a sé la sola richiesta di rinvio a giudizio composta di tre pagine e al massimo un codice di procedura penale aperto, diciamo, sulla Costituzione. L’avvocato articola la sua difesa imbastendo ragionamenti e illustrando documenti, il Pubblico Ministero si richiama alla richiesta di rinvio a giudizio spesso senza aggiungere altro.
In un mondo perfetto, o quanto meno in un mondo ragionevole, in una situazione del genere a partire favorito sarebbe l’avvocato che approfondisce centinaia di pagine e non il P.M. che ne richiama tre. E invece no: l’udienza preliminare ha un esito quasi sempre scontato a favore del P.M., è una gara in cui uno dei due corridori parte a venti centimetri dal traguardo, e se il corridore che si trova alla partenza non è Usain Bolt, con ai piedi le scarpe di Mercurio e sulla testa la fortuna di Gastone Paperone, perderà.
Oppure ancora, mi sono sempre chiesto: perché se all’esito del dibattimento l’imputato viene assolto, nessuno mai viene condannato a rimborsargli le spese legali sostenute?
Per questo, quando leggo quei giornalisti che spalleggiano acriticamente le procure, ho sempre la sensazione che parteggino per la parte più forte, e quindi, in fondo, per la parte sbagliata: dovrebbero dare una carezza sulla nuca degli avvocati penalisti, altro che.
P.s. Già che ci sono, vi propino pure il mio compendio, ancor più riassuntivo, del diritto fallimentare: prendete quello che ho scritto sopra, sostituite le parole “Pubblico Ministero” con la parola “Curatore”, e vale più o meno tutto quello che ho già detto.
ven
28
nov
2014
Le scuole medie sono la giungla, la terra di nessuno. E’ un mondo feroce popolato da esseri informi, che non sono più niente e non sono ancora niente: non più bambini, non ancora ragazzi.
Sono indefiniti come le materie che studiano. Prendiamo l’educazione tecnica, ad esempio: che razza di materia è questo folle pastone didattico che pretende di insegnare a un ragazzetto di dodici anni tutto ciò che c’è di “tecnico” al mondo, dal funzionamento di un altoforno al disegno di un cubo in prospettiva?
Questi esseri esistono, ma è come se non ci fossero. Sono irrilevanti perché erano così bellini quando erano bimbi e avranno un qualche ruolo quando saranno più grandi, ma a quell’età di mezzo sono, in fin dei conti anche per se stessi, una gran rottura di palle.
Chi può considerare rilevanti quegli anni? Chi ne conserva un ricordo indelebile? Alle scuole medie circolano insiemi cellulari che interagiscono in modo maldestro: c’è quello già troppo cresciuto che picchia tutti per sfogare il suo gigantismo, perché è così ipersviluppato che alle coetanee non piace. Queste, infatti, preferiscono quelli più carini (e l’ipersviluppato, in quanto tale, mai potrà possedere quei lineamenti regolari
che lo farebbero risultare carino, egli è una bestia, è Sloth dei Goonies, ha la funzione dell’orso scemo nei circhi); a loro volta, però, quelli più carini possiedono lineamenti regolari perché sono ancora piccoli e dimostrano quindi sei anni, mentre alcune ragazzine già alle medie esplodono nel corpo con la forza di una giumenta gravida: si formano quindi queste astruse coppiette, formate da una Gina Lollobrigida in nuce che si struscia addosso a un innocuo Geronimo Stilton.
E poi c’è il battaglione degli anonimi, quelli non grandi, non piccoli, non belli, non brutti, quelli che si svilupperanno più avanti e trascorrono quest’età in completa trasparenza. Almeno gli altri combinano qualcosa per cui dire “sto vivendo”, ma questi invece scivolano via, sopravvivono. Vorrebbero far parte della bolgia, della giungla, della terra di nessuno. Vorrebbero picchiare, vorrebbero piacere, vorrebbero palpeggiare o essere palpeggiati. Lo vorrebbero persino disperatamente, ma questo non accade: il loro momento, nella vita, verrà più avanti. A loro adesso tocca stare in un angolo a guardare gli altri vivere.
Come fa Chiara, dall’angolo della classe, in quel primo banco davanti a destra, vicino alla porta di ingresso. Piccola e magra, passa praticamente tutta la mattina girata di sbieco verso la classe a guardare i compagni.
Guarda Giulio-Geronimo Stilton, che alla ricreazione corre in bagno a baciarsi instancabilmente con Roberta-Gina
Lollobrigida, due dodicenni che sembrano amarsi in modo infinito, che sembrano destinati a bruciare al fuoco della loro passione sfrenata e clandestina per tutta la vita, imprigionati non nel Quinto Canto dell’Inferno, ma nel terzo piano di una scuola media; guarda il gigante Antonio che, smessi i pugni ai compagni, frequenta il medesimo bagno per fumare, perché lui a dodici anni, per stazza e modi, potrebbe essere già il protagonista di Fronte del Porto; guarda Andrea, piccolo e cattivo, con il profilo lombrosiano del teppista, diventato famoso in classe perché da un paio di mesi ha cominciato a bestemmiare ferocemente, senza alcun motivo, utilizzando la blasfemia come insensato intercalare, tanto che il suo stesso respiro ha assunto la conformazione di inspirazione-espirazione-bestemmia-inspirazione-espirazione-bestemmia e così via; guarda il banco di Alessandra, sempre vuoto il martedì mattina perché lei si è auto-esonerata dalle lezioni di musica, dopo che una di quelle mattine
l’insegnante le ha fatto suonare da sola il flauto per vedere se aveva studiato la parte e le sue acutissime stonature avevano portato uno stormo di piccioni a schiantarsi coscientemente contro i vetri delle finestre della classe (però lei, almeno un giorno alla settimana, ha avuto il coraggio di rendersi invisibile veramente); guarda Severino, nome da predestinato, magro come un chiodo e silenzioso come un monaco, pallido e assente, con un futuro sicuramente complesso davanti a sé.
L’unica con cui parla veramente è la sua compagna di banco, Eleonora, che anche se bionda con gli occhi azzurri resta tra gli anonimi, perché è quel biondo-occhi azzurri diafano, pallido, austero, che di certo non attrae i maschi dodicenni come invece riescono a fare le sformate compagne neo-ciociare.
Per Eleonora e per Chiara, la vita comincerà più avanti.
lun
24
nov
2014
Gli avvocati parlano in modo strano.
Non mi riferisco tanto al latinorum di manzoniana memoria del nostro collega Azzeccagarbugli, anche se con le locuzioni latine noi ci faremmo volentieri la doccia (adfines inter se non sunt adfines, ad impossibilia nemo tenetur, nemo plus iuris in alium transferre potest quam ipse habet, tamquam non esset, ex collatione agrorum, obligatio propter rem, per facta concludentia, e così via), quanto piuttosto a una nicchia di linguaggio, dai connotati giuridici barocchi, ossequiosi e affettati, con la quale ci esprimiamo.
Se ad esempio un avvocato scrive una lettera per conto del proprio cliente, con la quale diffida il vicino di casa dal suonare il pianoforte alle due del pomeriggio o a mezzanotte, non scriverà mai una semplice missiva di questo tenore:
Egregio Signor Tizio,
Per conto del Signor Caio, suo vicino, la diffido formalmente dal suonare il pianoforte alle due del pomeriggio e dopo le dieci di sera. In caso contrario, il Signor Caio si attiverà per farla smettere e chiederle i danni.
Cordiali saluti.
Avv. Alberto Fezzi
Questa lettera è troppo lineare e sciatta, e nel contempo così poco arzigogolata e così poco pomposa, da non evidenziare affatto lo status di avvocato di colui che l’ha redatta.
Un avvocato che si rispetti, anche se nella vita di tutti i giorni parla in dialetto strettissimo e infarcisce i discorsi di parolacce tremebonde, o durante gli studi ha avuto una propensione a scrivere in italiano corretto pari a quella di un cavernicolo, ebbene costui, assuefattosi al linguaggio tipico di uno studio legale fin dal primo giorno in cui vi ha messo piede, scriverà senza dubbio così:
Pregiatissimo Signor Tizio,
Scrivo la presente a nome e per conto del Sig. Caio, proprietario dell’appartamento soprastante il suo ed entrambi facenti parte del Condominio “Le Primule”, per esporLe quanto segue.
Il Sig. Caio mi riferisce che Lei, più giorni alla settimana, è solito suonare uno strumento a corde e tastiera (molto probabilmente un pianoforte, ma non escludesi l’utilizzo da parte Sua anche di un clavicordo e/o di un clavicembalo), in orari cui un tale comportamento, ai sensi dell’art. 9 del Regolamento Condominiale del summenzionato condominio “Le Primule”, è da ritenersi sicuramente vietato. In particolare, tale norma regolamentare impedisce il compimento di attività che possano disturbare la quiete condominiale durante le ore del riposo, indicate esplicitamente tra le 13.00 e le 15.00 e dopo le 22.00.
Orbene, il sig. Caio mi riferisce che Lei sarebbe solito suonare il sopraccitato strumento musicale alle ore 14.00 e alle ore 23.00, recando quindi grave disturbo al mio cliente e alla sua famiglia a causa delle caratteristiche stesse
del suono emesso dallo strumento de quo.
Per mero tuziorismo, è giusto il caso di sottolineare che il fatto che sino ad ora il Sig. Caio non Le abbia contestato alcunché di quanto appena esposto, non è da considerarsi come accettazione e/o riconoscimento di alcunché, bensì solo come apprezzabile tentativo di pacifica convivenza condominiale, ora ricondotto a formale e legittima contestazione.
Tanto premesso, il Sig. Caio, mio tramite, con la presente intende diffidarLa, come in effetti La diffida, dal proseguire nel sopraccitato illegittimo comportamento.
Nel caso in cui Lei dovesse invece proseguire nella violazione delle norme condominiali, il Sig. Caio si riserva di adire l’Autorità Giudiziaria senza ulteriore preavviso.
Si resta in attesa di cortese riscontro, e si porgono distinti saluti.
Avv. Alberto Fezzi
Ecco, un vero avvocato scriverebbe così.
Un trionfo di kitsch, di sinuosità letterarie, di specificazioni ridondanti e, se vogliamo, anche di ipocrisia, perché il “pregiatissimo” è rivolto a una persona che per il cliente signor Caio è in realtà un molesto massacratore di
pianoforti (e della pazienza dei vicini), perché tutte le maiuscole che ne infiocchettano il pronome si rivolgono al medesimo inviso massacratore, perché “l’apprezzabile tentativo di pacifica convivenza” è stato in realtà condito da irriferibili bestemmie rivolte ancora una volta al massacratore, e perché l’avvocato sa benissimo che a una simile lettera il sig. Tizio, almeno di primo acchito, non sarà propenso e rispondere con un “cortese riscontro”, bensì con uno scortese vaffanculo.
Comunque, il rischio vero di questo modo di esprimersi risiede nel fatto che per alcuni avvocati, in particolar
modo per coloro che, ammaliati dalla professione, si riservano pochissimi spazi di ristoro al di fuori di essa, un tale linguaggio non venga circoscritto alle lettere o agli atti che redigono, ma si estenda pericolosamente agli aspetti della vita privata.
Sono avvocati che magari incontri in ambienti non lavorativi, ad esempio al bar, e ti fanno una battutina infilandoci dentro qualche stranezza linguistica da legulei come: «Eh sì, ho fatto così per mero tuziorismo! Ah ah ah!».
A quel punto si fa presto a immaginarli a casa propria che, seduti sul water, urlano alla moglie: «Cara arrivo subito,
solo un minuto! Per mero tuziorismo mi faccio un bidet!».
sab
22
nov
2014
I baristi, per quello che viene detto loro dai clienti ebbri come me, o comunque per quello che ascoltano dai discorsi della gente vicino al bancone, solitamente annebbiata dall’alcool e quindi propensa a confessarsi a voce alta ai quattro venti, dovrebbero essere sottoposti per legge al segreto professionale, come gli avvocati, i medici o i sacerdoti.
C’è più sincerità e disperazione in quello che si dice aggrappati al bancone di un bar che in tante altre situazioni della vita in cui riteniamo di essere più integri ed equilibrati, e
dunque quello che viene detto lì non dovrebbe poi poter essere spifferato in giro. Ogni uomo ha il sacrosanto diritto di ubriacarsi, e di essere garantito sul fatto che ciò che dirà da ubriaco
non possa essere usato contro di lui.
lun
17
nov
2014
“E’ questo è il momento in cui baciarsi?”
“Non chiederlo.”
“Sei bellissima.”
“Domani ci vediamo?”
“Domani no.”
“Perché?”
“Perché non voglio vederti troppo.”
“Ma io voglio vederti.”
“Aspetta.”
“Non dire sempre sì.”
“Io sono già innamorata.”
“Non è vero.”
“Sto bene quando sono con te.”
“Anch’io.”
“Sei immaturo.”
“Per fortuna.”
“Passiamo la notte insieme?”
“Non ancora.”
“Io voglio passarla.”
“Io no.”
“Secondo me non sei innamorato.”
“Infatti è così. Ma mi innamorerò.”
“Sei scomparsa.”
“Non è vero, sono sempre qua.”
“Non dire sempre no.”
“Tu devi parlarmi di più.”
“Tu lasciati andare. O lasciami andare.”
“Ieri non rispondevi.”
“Perché ero impegnato.”
“Stammi più vicino.”
“Faccio quello che riesco.”
“Sei dolce.”
“Tu sei bella.”
“Non ti capisco.”
“Non hai bisogno di capirmi: accettami.”
“Non mi riesce sempre.”
“Provaci.”
“Pensavo di conoscerti bene.”
“Cambia prospettiva.”
“Posso stare con te stanotte?”
“Va bene.”
“Abbracciami.”
“Baciami.”
“Spogliami.”
“Come stai?”
“Sono sereno. E tu?”
“Puoi venire ogni lunedì mattina a dirmi che va tutto bene?”
“Ti devo dire una cosa.”
“Dimmi.”
“Ti amo.”
ven
14
nov
2014
Si è fatto un gran parlare della doppia spunta blu di WhatsApp, argomento in effetti di esiziale importanza: ma
checcefrega a noi dell’articolo 18, delle proteste ai campi rom, di Napolitano che si dimette e del nuovo processo civile, se possiamo perdere ore e ore a discutere della doppia spunta blu di WhatsApp?
Ebbene, ora io non vorrei risultare saputello, ma ancora dieci anni fa, in “Sognando un Negroni”, avevo già affrontato il delicatissimo tema della non-risposta ai messaggi, tema vecchio come il mondo e certamente irrisolvibile, ben più della crisi che ci attanaglia: mentre per la crisi è prevista una ripresa nel 2096, per le persone che non rispondono ai messaggi non è prevista soluzione, non certo con una patetica doppia spunta blu, direi forse solo con una sanzionatoria esplosione del cellulare stesso.
Era il 2004, e non è cambiato nulla:
A proposito delle ragazze che non rispondono ai messaggi devo aprire una doverosa parentesi. Io credo che
le ragazze che non rispondono agli sms siano una delle cose più fastidiose al mondo, quasi quanto la diarrea o la coda alle poste. Certo, a volte i ragazzi, me compreso, quando ci si mettono, con i messaggi possono diventare più molesti del colera, ma in generale, almeno per quel che mi riguarda, posso dire che non faccio un uso smodato degli sms poiché non amo i rapporti troppo virtuali e preferisco parlare direttamente, al telefono o faccia a faccia piuttosto che con un sms. Però ormai il messaggio è entrato di prepotenza fra i mezzi di comunicazione e quindi non si può saltare la fase in cui si comunica solo tramite sms, non si può più fare la buona, vecchia, classica telefonata imbarazzata a una ragazza senza aver prima tastato il terreno con qualche sms. Ormai lo sfortunello ragazzo che chiama direttamente una ragazza senza averle prima scritto dei messaggi appare agli occhi di lei più o meno come un compagno di merende del mostro di Firenze. E allora vai con gli sms.
Ebbene, alcune ragazze, e solo Iddio sa perché, non rispondono, sia che si tratti di messaggi che la buttano un po’ lì, del tipo “Vieni a bere un aperitivo stasera?”, ma anche di richieste del tutto innocue come “A che ora è la festa sabato sera?”.
Io credo che nei libretti delle istruzioni dei cellulari che vengono venduti a questo genere di ragazze bisognerebbe scrivere alla prima pagina, ancora prima di spiegare come si fa ad accendere il telefono, la frase a lettere cubitali: “RISPONDI AI MESSAGGI!”. Intendo dire che se uno scrive “Vuoi venire a bere un aperitivo?”, la ragazza non deve rispondere per forza di sì, però deve rispondere, può anche scrivere una scusa banalissima che si capisce benissimo che non vuole andare, del tipo “No, scusa, proprio non posso perché è morta un mese fa la mia cocorita e non mi sono ancora ripresa”, o essere anche più diretta e scrivere “Non verrei a bere un aperitivo con te neanche se fossimo da soli su un’isola deserta e tu aprissi un chiosco di aperitivi”, però deve rispondere, eventualmente rispondere male, ma rispondere, come si fa con tutte le domande di questo mondo.
E’ come se un ragazzo e una ragazza fossero al telefono o faccia a faccia e il ragazzo chiedesse: “Vieni a bere un aperitivo?” e la ragazza non rispondesse niente, stesse zitta. Immaginatevi la scena, sarebbe assurdo, irreale, qualcosa la ragazza dovrà pur rispondere, si inventerà una scusa, ma risponderà. Beh, coi messaggi, che ormai sono un mezzo di comunicazione fatto e finito, è la stessa cosa. E la cosa assume proporzioni ancor più imbarazzanti quando il messaggio non ha alcun contenuto che può apparire invadente, tipo chiedere l’ora di una festa. In questo caso, dall’assurdità si passa alla totale follia.
La prossima volta che incontro una di queste ragazze che non rispondono ai messaggi, alla prima domanda che mi fa, la guardo dritta negli occhi senza dire una parola.
lun
10
nov
2014
Dopo il planetario successo de “Il principe del foro non esiste”, mi è rimasta la voglia di descrivere un altro ambiente lavorativo, se possibile non troppo distante da quello degli avvocati. E allora ho fatto così: ho raccolto le testimonianze di alcuni amici bancari, rigorosamente anonimi, e ne è uscito un racconto lungo che, cari i miei venticinque lettori, vi regalerò per Natale (e mi aspetto un dono in cambio). Non escludo nemmeno ulteriori puntate sull’argomento, quando i miei informatori vorranno rivelarmi altri segreti.
Certo, vi starete chiedendo: come si fa a scrivere qualcosa di divertente sulle banche? Giusto, ma quello è un problema mio. Intanto, un’anticipazione.
“Gentile Signore,
avendo accolto la sua domanda di partecipazione alla selezione di n. 47 operatori di sportello (rif. OP.SPORT.95.3.SFG.TOT), la SV è attesa il giorno 10 settembre 1995 alle ore 10.00 alla prima prova di selezione logico-attitudinale che si terrà presso il padiglione T2 della Fiera, in Via delle Esibizioni, 33.
Le ricordiamo di portare con sé un valido documento di identità.
Con i migliori saluti,
Rag. Evaristo Spento
Funzionario di primo grado
Ufficio del Personale
Selezione del Personale
Pubblici concorsi”
Mentre, dopo aver letto il contenuto della lettera, mia sorella non la finiva di prendermi per i fondelli preannunciandomi un futuro da travet, i miei pensieri principali, appoggiato il pallone di Michael Jordan sul tavolo e colando gocce di sudore un po’ dappertutto, finanche sulla stessa lettera della banca, vertevano principalmente sui seguenti aspetti essenziali: cosa diavolo voleva dire SV? A quel tempo, io al massimo sapevo cos’era l’MBA che volevo fare a Stanford o, tutt’al più, cos’era l’MVP della NBA, e qua finivano le sigle da me conosciute; e cos’è la prova di selezione logico-attitudinale? Non mi avrebbero mica toccato le palle come al militare? O intendevano domande sui fiori per capire se ero gay? Non amo i fiori, non sono frocio, quelle cose lì … E poi perché alla Fiera? Per 47 operatori di sportello? Chi doveva partecipare a quel concorso, l’armata delle tenebre?
In quel momento squillò il telefono. Era Franco, l’amico per assistere il quale avevo fatto la domanda. Mi disse che anche lui era stato convocato.
“Evviva! Un concorso in banca!” esultava proprio. “Grazie di essere con me. Mia madre è felicissima. Sai, mio padre lavora in banca. Tu hai la cravatta? Io non ho fatto il becco di un esame negli ultimi quattro anni per cui sono giù di
allenamento. Posso sedermi vicino a te e copiare tutto?”
“Guarda Franco, secondo me c’è poco da copiare a questa prima prova” gli risposi freddamente, inzaccherando di sudore la cornetta del telefono. “Ci chiederanno se siamo froci: tu dì di no e vediamo cosa succede. Speriamo almeno che sia pieno di diciottenni neodiplomate …”
Intanto con la coda dell’occhio vidi mia madre che, quasi avesse gli stessi pensieri della madre di Franco (o forse si erano sentite?), stava appoggiando sul mio letto alcune decine di cravatte di mio padre.
“Adesso ti serviranno”, disse. E se non percepii male, la voce era rotta dall’emozione.
Chiusi la telefonata e dissi a mia madre che il tutto mi pareva abbastanza prematuro. Che non avevo la minima intenzione di andare a lavorare in banca. Che l’avevo fatto solo per Franco. Che avevo altre aspirazioni. Che Harvard e Stanford mi stavano aspettando. Ma lei proseguiva imperterrita nei suoi abbinamenti diafani da bancario di provincia.
Mah.
Me ne andai in doccia e il giorno dopo sarei tornato al campetto, del resto mancavano ben sette giorni alla stravagante prova logico-attitudinale. Ma da quel momento in poi ebbi modo di capire
che il tempo passa veloce, eccome se passa veloce.
ven
07
nov
2014
Claudia ha il volto pallido alle quattro di mattina.
Questo è da quattro giorni consecutivi il suo orario di sveglia, e da quattro anni è la sua vita, peggio di un minatore che fa gli straordinari.
Da quattro anni è di stanza a Malpensa, ma una hostess, comunque, rischia di non vedere mai né la città da dove parte né quella in cui arriva, perché in un modo o nell’altro se ne va sempre da tutte e due.
Claudia si sveglia prestissimo, con l’alito vischioso, e deve infilare il suo corpo da modella in una ridicola divisa rossa e blu, una mezza via tra il tailleur di una segretaria bigotta e il costume di un supereroe. Deve costringere le gambe lunghe e sinuose in quelle calze di cemento che preservano le vene spossate dalla pressione dell’alta quota; il viso stanco e rovinato dai voli lo nasconde dietro a un trucco di cemento; il suo sorriso delicato per fortuna resta, non ha bisogno di artifici, ma nel complesso di quel maquillage sembra il ghigno di Joker.
Guardatele bene, le hostess: appaiono eleganti, belle e sorridenti, ma dietro la maschera e le calze contenitive portano il peso di una vita al limite, fatta di nuvole che non sono sogni, ma sono l’unico luogo che frequentano.
Sempre senza avere una vera meta e una vera casa, e contemporaneamente avendo come meta e come casa qualsiasi posto in cui vadano.
Claudia spiega svogliata come allacciarsi le cinture e dove sono le uscite di emergenza, ad un pubblico di persone che leggono il giornale ostentando disinteresse, persone che le guardano le gambe o guardano fuori dal finestrino, persone che miracolosamente si addormentano appena toccano il sedile, e bambini che piangono, a prescindere e comunque sia, qualunque cosa succeda, piangono.
Claudia dà dunque spiegazioni di cui nessuno ascolta un bel fico secco, e d’altronde lei stessa si rende conto di dire vuote frasi fatte, come quella di seguire, in caso di emergenza, il sentiero luminoso che conduce alle uscite di emergenza: cosa diavolo sarà mai questo sentiero luminoso? Compare San Pietro con le pedule e indica ai passeggeri terrorizzati il modo più veloce per uscire? Oppure, magicamente, il corridoio centrale, ammantato di una luce brillante, si lastrica di grossi funghi e freschi ruscelli che portano agli scivoli gonfiabili, o addirittura alla vita eterna? O solamente al cesso?
Anche perché, poi, se durante il volo c’è qualche seria turbolenza, Claudia deve correre a rispiegare tutto ad ogni singolo passeggero in preda al panico, e allora quello che prima ostentava tranquillità comincia a sudare come un maiale prima del macello, quello che le guardava le gambe adesso le chiede salvezza, e non cosce, quello che dormiva si sveglia di soprassalto e si guarda intorno con gli occhi sbarrati come se si trovasse nel bel mezzo di un esperimento nucleare; ecco, i bambini, in fin dei conti, sono gli unici a non cambiare atteggiamento: piangevano prima e continuano a piangere anche adesso, magari solo un po’ più forte, riescono a farsi sentire dai gabbiani e dai delfini, giusto per dare il loro sonoro contributo all’aumento della tensione nell’aereo.
Ma anche quando il volo procede tranquillo, Claudia deve ostentare il sorriso del Jolly per un’infinità di cazzate: il tovagliolo, l’acqua, il caffè un po’ più caldo, il caffè un po’ più freddo, il bambino vorrebbe una caramella, il bambino vorrebbe un po’ di Coca Cola, il bambino vorrebbe vedere la cabina di pilotaggio (e se invece il bambino lo scuoiassimo, che dice signora? Così, tanto per provare: vediamo se senza la cute il bambino continua a fare tutte queste domande), posso andare in bagno in fase di decollo? (e insomma non riesci proprio a tenertela questi due minuti …Che poi se pisci decollando, te la fai tutta sul maglione), c’è il menù vegetariano? (no, solo bue muschiato), mi darebbe un altro vassoio? (hai deciso di bissare il pranzo di Natale sull’aereo?), avrebbe una coperta? (va bene, poi ti porto anche un camino e un televisore al plasma, e ci guardiamo un dvd abbracciati).
Claudia non può nemmeno amare. Ogni sua relazione è fatta di continui arrivi e continue partenze, di continui strappi, di continue fughe, di perdersi e ritrovarsi. Ogni sua relazione è come una persona sana che poi si ammala, arriva vicino alla morte, poi si riprende, poi guarisce, poi si ammala di nuovo. E il cuore delle hostess, in fondo, è un cuore stanco.
Per la verità, lei ha messo un velo sui propri sentimenti e si è abituata. Anzi, si è assuefatta, perché la sua vita è una droga. Claudia non riesce a fare a meno di cercare ogni giorno il
cielo: è l’unica cosa che conosce, grande come tutto quello che ha dentro.
ven
31
ott
2014
Solo un attento osservatore avrebbe potuto notare quella ruga tra gli occhi di Anna, una sfumatura che nascondeva i suoi pensieri.
Gli osservatori più distratti, e quindi praticamente la totalità dei presenti, vedevano solamente una graziosa ragazza mora, con gli occhi grandi, fasciata in un sobrio abito nuziale color panna, che si stagliava slanciata sull’altare del Duomo di Verona, davanti alla cappella maggiore del Sanmicheli. Una bella sposa come tante, al fianco del suo futuro marito, dinnanzi al sacerdote che li stava per unire in matrimonio.
Ma Anna, aldilà di quello che potevano scorgere superficialmente gli osservatori distratti, in quel preciso momento stava pensando.
Dunque quella adesso doveva essere la sua vita? Per sempre insieme a Vittorio? Proprio per sempre? E tutte quelle serate con le amiche? E le sigarette fumate da sola in collina, in quel posto buio che conosceva forse solo lei, da cui guardava la città illuminata che, chissà perché, le ricordava Los Angeles? E il tempo passato a credere di poter cambiare il mondo, anche poco, ma almeno un po’?
E i sogni dell’adolescenza? Sono tutti racchiusi nell’amore per Vittorio? Nei figli che farà con lui? Nelle gite sul lago con la carrozzina la domenica pomeriggio? Nei commenti con le altre madri? Nella pizza del sabato sera con le altre coppie?
Vittorio da tre anni è sempre stato il suo pilastro, il suo compagno e il suo rifugio, ma questa è veramente tutta la sua vita? E’ tutta qua la vita?
La ruga tra gli occhi di Anna nascondeva un ultimo pensiero: oggi sto cominciando a vivere veramente oppure sto cominciando a morire lentamente?
“Vuoi tu Anna Speri prendere il qui presente Vittorio Sallusti come tuo sposo nel Signore, promettendo di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarlo e di onorarlo tutti i giorni della tua vita?”
“Sì, lo voglio.”
mar
28
ott
2014
PRIMA BIRRA
Sto bene, sono molto rilassato. Sì, con lei è finita, ma va bene così, evidentemente non eravamo fatti per stare insieme.
SECONDA BIRRA
Cioè, io con lei ci sarei restato, è stata lei a lasciarmi. Non credo che di fronte alle difficoltà ci si debba lasciare, bisognerebbe superarle insieme se si è innamorati. Il problema è quello: se si è innamorati.
TERZA BIRRA
Alla fine mi manca molto…ma…la barista mi sta guardando vero?
QUARTA BIRRA
Sì e l’amore dov’era? Mavaffanculo sto da solo…semprestatocapace…di stare da solo…che poi, menestodasolo, che…la barista secondo me mi sta guardando.
QUINTA BIRRA
Sto da solo…stodasssolo…bravabrava…come ti chiami? Ecco, Cinzia…scusadovèilbagno? Pfff…ah ah ah!
SESTA BIRRA
Matupensachessschifo…ciaocinzia.
SETTIMA BIRRA
Oue…ioua…aio...ieio.
MOJITO
... ... .
gio
23
ott
2014
Mia moglie non l’ho conosciuta in modo canonico, come un principe azzurro al ballo del re, lei che dimentica una scarpina, io che la inseguo, noi che copuliamo in una zucca infrattata nel bosco e ci amiamo per tutta la vita. Mia moglie l’ho conosciuta in un night club. Anzi, a dire il vero la conoscevo già e lì l’ho rivista.
Durante il mio lavoro in banca la depressione mi spossava l’anima e sinceramente un po’ anche lo scroto. Mi stavo lasciando andare, mi sembrava che la vita si fosse fermata, si fosse ingolfata: mi svegliavo alla mattina, andavo a lavorare, tornavo a casa, guardavo la tv e andavo a letto. E poi di nuovo via con questa entusiasmante routine. Non dico che avrei voluto che sotto casa mia si fermasse un pullman pieno di conigliette di Playboy ninfomani, mi sarei accontentato anche di un po’ di affetto da una persona del sesso opposto al mio, ma in quel periodo le donne erano attratte da me più o meno come possono essere attratte da un sifilitico.
Il luogo a cui si dirigono gli uomini soli, disperatamente bisognosi se non di amore, quanto meno di un seno fiorente da sfiorare, e che non sono così sfacciati da andare propriamente a mignotte alla stazione, è il night club. Che poi è un modo solo più chic e autoassolutorio di andare a mignotte, pur senza andare alla stazione.
Generalmente i gestori di questi locali sono una mezza via fra dei tagliagole, dei salumieri e degli ignoranti di primissima categoria (o tutte le tre cose assieme), e ciò che pretendono dalle proprie dipendenti è che ballino in modo sconclusionato attaccate a dei pali, mostrando svogliatamente il loro corpo e facendo pallosi spettacolini che somigliano a visite ginecologiche un po’ naif. Dovranno poi strusciarsi sui clienti, facendosi palpeggiare qui e là, facendosi infilare soldi in ogni anfratto e facendosi offrire da bere dei cocktail fatti male che costano come due stipendi mensili di un impiegato di medio livello.
La ragazza deve sempre chiedere al cliente, con insistenza pari a un venditore ambulante di rose del Bangladesh, se vuole appartarsi con lei a fare un privé, e la ragione di questa insistente richiesta è presto detta: un privé ha il valore economico di un viaggio di tre settimane a Dubai nell’Hotel a sette stelle a forma di vela.
La ragazza, nel proporre il privé, offre prestazioni incommensurabili, che non si vedrebbero nemmeno in un film porno per malati di mente, ed invece la realtà del privé è che l’uomo si apparta con la ragazza e lei si spoglia, ma al massimo fa qualche sconclusionato balletto e appena lui prova ad allungare una mano lei lo schiaffeggia con violenza, infine arrivano i buttafuori a sistemare la cosa e l’Fbi ad arrestarlo.
I clienti di questi locali sono in minima parte ragazzetti che vogliono fare una serata trasgressiva dopo aver bevuto come fogne di Calcutta a qualche addio al celibato o a qualche compleanno. Fanno gli affascinanti spacconi mentre sono solo dei goffi stupidotti: dilapidano una fortuna ammaliati e raggirati dalle ballerine, ed escono con gli ormoni a mille, i testicoli gonfi e le tasche vuote. La maggior parte della clientela però è composta da gente disperata e sola, che non ha un vero rapporto con una donna dall’età del ferro (e non intendo rapporto sessuale, intendo un rapporto fatto anche di parole, sguardi, carezze, momenti vissuti assieme), e crede che i veri rapporti con le donne crescano sui pali della lap dance, un po’ come l’edera. Gente di mezza età o anche giovane che ha sostituito definitivamente il cuore con il pene, credendo che tutto ciò che riguarda il glande possa comunque definirsi amore. Gente che si aliena dal mondo reale, che vorrebbe che per strada le donne ballassero nude attaccate ai lampioni. Gente che si lascia andare, che si imbruttisce. Fra quella gente, in quel periodo, c’ero anch’io. Un omone triste, solo e brutto.
Un sabato sera i miei amici erano impegnati per i fatti loro e io, per raschiare per bene il fondo del barile, decisi di andare al night club da solo, come i peggiori serial killer. Talvolta però a raschiare il fondo del barile si trova qualcosa (e non intendo feci).
Arrivato al night sprofondai in un divanetto nella penombra del locale e della mia vita, e cominciai a guardare le ballerine svogliate appese ai pali. Ad un certo punto mi si avvicinò una di queste ragazze, piuttosto alta, mora, con un bikini bianco luccicante, fatto con la stessa quantità di stoffa di un fazzoletto da taschino, che metteva in risalto un seno da ciociara.
La ragazza mi si sedette a fianco e invece di dirmi il solito: “Mi offri da bere?”, oppure: “Ti va di fare un bel privé?”, a cui io avrei dovuto rispondere tirando fuori scuse da accattone in dissesto economico (“Scusa, non ho tanti soldi con me”, che sottintende: “Oltre ad essere un uomo triste e solo, sono pure povero”), mi disse un semplice e inaspettato: “Ciao Giorgio.”
Ovviamente quel saluto mi stupì perché non ero abituato a essere chiamato per nome in locali del genere, anche se in verità, se avessi continuato a frequentare il locale con l’assiduità di quel periodo, a lungo andare mi avrebbero accolto all’entrata suonando le trombe, sbattendo per terra uno scettro e scandendo ad alta voce il mio nome: “Il marchese Giorgio Desideri, porcello disadattato!”
Comunque, guardai la ragazza e pian piano nella penombra mi apparve un viso che ricordai di aver visto solo qualche giorno prima a casa di Fede. Ero stato a casa del mio amico una sera e come al solito era scattato il momento dei ricordi del liceo, il momento in cui si pensa a episodi che veramente hanno lasciato un segno nella nostra vita. Perché poi, in fondo, noi siamo dei sentimentalisti sguaiati; noi, quando alla radio mandano I migliori anni della nostra vita di Renato Zero, non cambiamo mai stazione e pensiamo sempre ai tempi del Liceo Catullo.
Nel momento-nostalgia Fede ha tirato fuori una videocassetta di un filmato che aveva girato in classe con la telecamera durante un’ora del Professor Biagi (e pensare che all’ultimo anno di Liceo c’era pure gente preoccupata per l’esame di maturità, mentre noi giravamo i filmati con la telecamera per fissare su pellicola la nostra demenza e consegnarla ai posteri). Nel filmato, tra le altre assurdità, si vede Giovanni che balla il tango davanti alla cattedra con la nostra compagna Chiara Bianchelli, sin dalla quarta ginnasio famosa per il suo seno rigoglioso. Ebbene, seduta davanti a me in quel divano di night club si trovava proprio Chiara Bianchelli, la popputa ballerina di tango, adesso popputa ballerina di lap dance.
La cosa mi lasciò del tutto spaesato: che reazione avreste se scopriste che una vostra compagna del liceo è diventata una specie di mignotta? E che voi siete suoi clienti? E’ una situazione ai limiti dell’incredibile, quasi da soap opera, dove col passare degli anni tutti inaspettatamente si trombano tutti gli altri.
Decisi quindi di buttarla sul sorpreso/simpatico: “Chiara? Non dirmi che sei Chiara! Bella figura di merda che ho fatto.”
Anche lei sembrò prenderla simpaticamente: “E io allora? Io sono anche quasi nuda.”
Sembravamo aver rotto il ghiaccio. Io continuai, adesso quasi ringalluzzito: “Beh, non è che stai proprio male vestita così, ti vedo sempre in forma”. Lei sorrise, allora dissi ancora: “Ma dai, dimmi: come stai? cosa ci fai qui?"
“Io ci lavoro qui, Giorgio, se non si capiva già dal vestito”, rispose imbarazzata.
Certo che anch’io, che bella domanda idiota: secondo te, Giorgio, cosa ci fa una donna con le tette fuori in un night club? La capocontabile?
“Facevo la cubista in discoteca - proseguì lei - poi un amico mi ha proposto il night e ho accettato, perché pagano molto di più. Certo, l’attività è un po’ diversa, più squallida, ma io sono sempre stata abituata ad avere gli occhi addosso. Adesso c’è anche qualche mano, ma cerco di sopportarlo.”
Fece una pausa con un sorriso strano sulla bocca, e guardandomi fisso negli occhi disse: “Ma la domanda che interessa a me è: cosa ci fai tu qua?”
Cosa si risponde a una domanda del genere? Quel tu sottintendeva un porcile di cui Giorgio Desideri era il sovrano incontrastato. Potevo trovare qualche scusa maschile del tipo “sono qua con gli amici, per fare un po’ gli stupidi”, anche se poi a ben vedere non c’era un mio amico nel raggio di novanta chilometri e per sostenere la bugia avrei dovuto stringere un veloce ma profondo legame con il sessantenne calvo e ubriaco che mi sedeva a fianco. Oppure avrei potuto dire che era per cambiare, per fare una serata diversa: sì, ma perché da solo? La serata dello strangolatore di Boston? Alla fine decisi di puntare sulla sincerità, tanto se c’era da toccare il fondo ormai l’avevo già fatto e dunque adesso non mi restava che provare a risalire.
“Sarò sincero Chiara: sono qua perché sono solo” dissi. “E’ un periodo che va così, non ho la ragazza e non riesco a conoscerne proprio. Sarà perché faccio una vita di merda.”
Certo se volevo dare un’idea brillante e spumeggiante di me, non avevo affatto iniziato alla grande. Ma a Chiara pareva interessare quello che dicevo, sembrava quasi che i suoi grandi occhi verdi si dilatassero nell’ascoltarmi, e in quel momento successe qualcosa: di solito non si prova mai attrazione per le ex compagne di classe del liceo: insomma, ci sei stato in classe cinque anni, avrai pur capito se ti piacciono o no. Ma a volte noi e loro cambiamo, o forse è la vita che cambia, fatto sta che Chiara mi piaceva. Mi piaceva parecchio, e non solo per il bikini.
Solo scambiando quelle poche parole mi trasmetteva una grande dolcezza, oltre a una lieve sensazione di tristezza, la tristezza di chi non è soddisfatto del tutto. Chiara era come me.
(da "Fino alle lacrime")
lun
20
ott
2014
1) QUANDO BISOGNA SCENDERE DALL’AUTOBUS
Quella paura smisurata di restare intrappolati nella calca, mancare la fermata, e ritrovarsi nel Vermont.
2) QUANDO NEVICA
Le leggi sono sospese e il Codice della Strada diventa un buffo almanacco di bizzarrie. Cade acqua solida dal cielo, d’altronde.
3) QUANDO BISOGNA PAGARE IL PARCHEGGIO ALLA COLONNINA
A nulla vale nemmeno una laurea in Fisica alla Normale di Pisa: sguardo confuso, intricati ragionamenti, finanche un filo di bava ad un angolo della bocca. E monete infilate come in una slot machine, pregando per un sì.
4) QUANDO SI RICEVE UNA MULTA
L’inaccettabile sfregio sociale derivante dalla punizione, il senso di colpa che punta il dito contro l’accusatore. “Andavo ai centotrenta in un centro abitato, con il cellulare all’orecchio, le pinne ai piedi, e un gatto da accarezzare appoggiato sulle ginocchia. Però quando mi hanno fermato non mi hanno chiesto il codice fiscale. Avvocato, possiamo fare qualcosa?” “Sì, pagare.”
5) QUANDO SI PARTECIPA A UN’ASSEMBLEA CONDOMINIALE
La spietata democrazia dei millesimi, che pone sullo stesso piano tuttologi, taccagni, attaccabrighe e fanfaroni. E, come sempre, il grande classico: tutti avvocati!
6) QUANDO CI SI TROVA DAVANTI AD UN BUFFET
Non ce ne sarà mai abbastanza, e ne resterà soltanto uno: il più affamato. 16.000 calorie con i primi due piatti sono un buon modo di affrontare il problema.
ven
17
ott
2014
Ci sono due vite possibili.
Una in cui ami di più il primo bacio, un’altra in cui ami di più l’intera storia.
Una in cui scegli la libertà di un momento, un’altra in cui scegli la pace di una vita.
Una in cui tutti i momenti formano la vita, un’altra in cui tutta la vita è un unico momento.
Una in cui scegli il viaggio, un’altra in cui scegli la meta.
Una in cui scegli gli alti e i bassi, un’altra in cui scegli di andare dritto.
Una in cui scegli una casa spesso vuota, un’altra in cui scegli una casa sempre piena.
Una in cui nella solitudine nuoti, un’altra in cui ti sposi un bagnino.
Una in cui accetti la malinconia, un'altra in cui desideri la tranquillità.
Una in cui non smetti mai di inseguire i sogni che avevi da bambino, un’altra in cui ti accorgi di aver realizzato sogni diversi da quelli.
Una in cui un bambino lo resti per sempre, un’altra in cui allo specchio vedi un adulto.
Una in cui nel letto dormi a stella marina, un’altra in cui nel letto dormi a conchiglia.
Una in cui ti sbronzi sotto le stelle, un’altra in cui vai a correre all’alba.
Una in cui sei un amico, un’altra in cui sei un padre.
Una in cui accetti di accogliere e perdere tutto in ogni istante, un’altra in cui vuoi la certezza di avere sempre qualcosa.
Tu quale hai scelto?
lun
13
ott
2014
Certe volte un uomo deve assumersi le sue responsabilità. Certe volte non ci si può nascondere dietro la fitta coltre dell'omertà, non ci si può adagiare sotto la tiepida coperta della pigrizia e del disimpegno. Certe volte bisogna scendere in campo ed esporsi. Urlare al mondo la verità. Disvelare, illuminare ed anche combattere per quello in cui si crede. Lo hanno fatto Mosè e Leonida, Berlusconi e Grillo. E l'ho fatto anch'io. Quando il post sull'interpretazione delle faccine di WhatsApp ha raggiunto le 8.000 visualizzazioni, ho compreso che la voglia di sapere era un fiume in piena che esigeva un ulteriore scatto verso la conoscenza, verso il motivo recondito che ci spinge, invece di parlare, a utilizzare piccoli visi itterici che sputano cuori ed espellono lacrime sproporzionate. Allora ho scritto un libro, che dono all'umanità gratuitamente. Non ringraziatemi, ho solo eseguito il compito che il destino aveva in serbo per me.
ven
10
ott
2014
10/10/2018, Stoccolma – L’Accademia Reale Svedese di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Chimica, postumo, a John Stith Pemberton, farmacista statunitense, inventore della Coca Cola.
Motivazione: nonostante tutte le leggende che circolano sul conto della Coca Cola, ad esempio che corrode i gusci delle uova o che fa scoppiare le bottiglie se ci mettete dentro una Mentos (e poi perché diavolo dovete mettere i gusci delle uova o le Mentos dentro la Coca Cola, bevetela e basta no? Per caso quando bevete un bicchiere d’acqua ci buttate dentro la fecola di patate oppure i cioccolatini per vedere l'effetto che fa?), questa bevanda è la più grande invenzione in campo chimico dell’ultimo secolo. Non c’è una sola persona al mondo che possa dire che la Coca Cola non sia buona, e questo perché, Dio del cielo, la Coca Cola è buonissima.
11/10/2018, Stoccolma – L’Istituto Karolinska di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina alla casa farmaceutica Angelini, che ha messo a punto e distribuisce il medicinale "Moment".
Motivazione: il Moment è un elisir, fa resuscitare i morti. Anche dopo le peggiori sbornie che capitano in vita, quelle che asciugano la bocca e fanno scoppiare la testa, il Moment è capace di rimetterti in sesto: ti calma le membra doloranti e spossate, e un po’ ti ammansisce anche l’anima. Incredibile, il Moment.
13/10/2018, Stoccolma - L’Accademia Reale Svedese di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a George Lucas, per la saga di “Star Wars”.
Motivazione: tutti conoscono i personaggi e le storie di Star Wars, e questa enorme diffusione popolare va premiata assieme all’incredibile fantasia dell’autore: insomma, non è mica facile inventarsi di sana pianta intere costellazioni di pianeti inesistenti, forme di governo spaziali costituzionalmente credibili, personaggi di tutte le risme, dai più improbabili (pelosi, meccanici, gelatinosi, colorati) ai più coraggiosi e retti, i quali inoltre interagiscono nei modi più vari, ad esempio combattendo con spade luminose e vagamente falliche, instaurando amicizie, innamorandosi, il tutto spesso parlando lingue scapestrate, anch’esse totalmente inventate.
15/10/2018, Stoccolma - L’Accademia Reale Svedese delle Scienze di Stoccolma rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per la Fisica, postumo, allo statunitense Percy Spencer, inventore del forno a microonde.
Motivazione: il forno a microonde ha salvato dalla fame più spietata intere generazioni di persone: i single, i pigri, i maldestri, quelli che vanno sempre di fretta e quelli a cui non piace cucinare.
E’ un fenomeno che lascia sempre stupefatti il poter infilare una pietanza in quel forno e zac!, dopo pochi secondi - secondi non minuti! - trovarsela già bella che cotta.
16/10/2018, Stoccolma - La Banca Nazionale di Svezia rende nota l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia al Consiglio Nazionale Italiano dei Commercialisti ed Esperti Contabili, in rappresentanza di tutti i dottori commercialisti italiani.
Motivazione: con instancabile perizia e consigli economici che lambiscono il genio, i dottori commercialisti italiani, giorno dopo giorno, anno dopo anno, permettono ai propri concittadini di non annegare, ed invece di sopravvivere con dignità, nella demenziale legislazione tributaria italiana, così consegnando al consapevole arbitrio dei medesimi concittadini una duratura, austera, spavalda, ed immensa evasione fiscale.
18/10/2011, Oslo - Il Comitato nominato dal Parlamento Norvegese per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace rende nota l’assegnazione di tale Premio, postumo, a John Lennon.
Motivazione: con tutto quello che il buon John ha cantato, ha detto e ha fatto per la pace, a volte in maniera anche piuttosto balorda, tipo stare a letto una settimana invocando pace per il mondo (protesta piuttosto riposante, non c’è che dire), ebbene un grande riconoscimento gli va dato, per dare una possibilità a quella pace che lui invocava. Questo per dimostrarti che, in fin dei conti, John, non eri un sognatore.
Post scritpum: questo premio viene assegnato a condizione che non lo ritiri Yoko Ono, che solo perché è stata con Lennon adesso ce la troviamo dappertutto per meriti non suoi, e non trasmette certo la gioia e la serenità che questo Premio dovrebbe invece trasmettere, e piuttosto Yoko, oltre a non essere proprio una Venere (locuzione galante per non dire che assomiglia a un carlino con la parrucca), pare anche emanare una certa dose di sfiga.
mar
07
ott
2014
1) LA PREVIDENZA SOCIALE
Meglio ottomila euro quest’anno, che otto euro mai.
2) IL JAZZ
Non piace nemmeno a chi lo ascolta.
3) LA BIRRA ICHNUSA
Grano e sugna.
4) LA DISCOTECA
C’era una volta.
5) NON METTERE IL FORMAGGIO GRANA SULLA PASTA AL TONNO
Non scherziamo.
6) GLI AVVOCATI SONO RICCHI
Il mio carrozziere è molto più ricco di me.
7) L’ULTIMO DELL’ANNO
Divertiamoci per forza.
8) LA SERIETA’
Non dà la patente di nulla.
9) IL VINITALY
Ber par ber. E cosce.
10) MIAMI
Riccione a dieci ore di volo.
11) IL MANCATO INVITO A UN MATRIMONIO E’ UNA SCORTESIA
La vita è troppo breve per perderla in cerimonie altrui.
12) IL CALCIO
Non ci crede più nessuno.
13) L’ETA’
Gli anni sono numeri (per chi ci crede).
14) LA CRAVATTA
Più artisti e meno travet.
15) QUESTO POST
Io dico solo fesserie.
ven
03
ott
2014
Qualche giorno fa, senza riuscire a trattenere un sorriso, ho letto una buffa dichiarazione dell’Associazione Nazionale Esperti Infortunistica Stradale, secondo cui la riforma della giustizia civile in via di approvazione vorrebbe consegnare l’assistenza legale stragiudiziale nelle mani degli avvocati, “favorendo ancora una volta la lobby degli avvocati” (proprio così: “favorendo ancora una volta” e “la lobby degli avvocati”!).
Innanzitutto, non vedo cosa ci sia di così scandaloso nel fatto che siano gli avvocati i soggetti scelti dal legislatore per fornire l’assistenza legale stragiudiziale ai cittadini: poiché questi poveruomini hanno studiato presso un’università di giurisprudenza per cinque anni, nel corso dei quali hanno sostenuto trenta esami di diritto, hanno poi svolto due anni di pratica forense, hanno infine affrontato e superato un esame scritto della durata complessiva di oltre venti ore vertente su materie giuridiche e un esame orale avente ad oggetto circa quattromila pagine che parlano di legge, direi che gli avvocati hanno tutto il diritto (ah ah!) di essere considerati i professionisti maggiormente qualificati ad offrire la consulenza stragiudiziale ai cittadini.
Quanto alla “lobby degli avvocati”, favorita “ancora una volta”, chiederei cortesemente ad una qualsiasi persona che non viva in un legal thriller di John Grisham ma sulla Terra, di delinearmi bene i contorni e l’influenza di questa lobby e di elencarmi tutte le numerosissime volte in cui questa potentissima lobby è stata favorita, perché io, invece, faccio parte di una categoria che nella stragrande maggioranza dei casi è alle soglie della povertà, paga cifre esorbitanti per i contributi previdenziali, è soffocata dalla concorrenza e dagli incombenti, viene ritenuta dal legislatore – nemmeno troppo nascostamente – come la causa di tutti i mali della giustizia (potete mettere tutti i filtri che volete al processo: mediazione, negoziazione, salto in un cerchio infuocato, ma non sono gli avvocati a non accordarsi e a voler fare le cause, sono i clienti; se volete cambiare la giustizia, dovete cambiare l’umanità, non eliminare gli avvocati), anche se poi è proprio sulla nostra categoria che si scaricano tutti i malfunzionamenti della giustizia medesima (prendiamo il periodo feriale dei magistrati, che dovrebbe essere ridotto: i giudici continueranno a rinviare le udienze ignorando la riduzione del periodo feriale perché il calendario delle udienze lo gestiscono a loro discrezione, l’unico effetto sarà che tra un’udienza e l’altra scadranno più velocemente i termini per il deposito delle memorie, e quindi gli unici a lavorare di più d’estate saranno gli avvocati).
Ma la cosa che mi colpisce maggiormente è questo affanno e questa pervicacia con cui diverse categorie aspirino a sostituirsi agli avvocati. Non ad altre categorie, solo agli avvocati.
I fruttivendoli non hanno mai preteso di operare a cuore aperto, né i bagnini di progettare grattacieli. Ma tutti, chissà perché, pretendono di fare gli avvocati. Esperti di infortunistica stradale, commercialisti, geometri, amministratori di condominio, bancari, ragionieri, notai, giornalisti. Tutti si sentono avvocati.
Tutti, in fondo, sono avvocati.
E io credo di sapere il motivo: perché, sotto sotto, credono che invece funzioni proprio come in un legal thriller di John Grisham, come in un film in cui Tom Cruise torchia Jack Nicholson, come se la professione di avvocato fosse, in fondo, solo un bel vestito e tante parole, come se non servissero tutti quegli anni di studio e di preparazione per difendere adeguatamente una persona.
Vi svelo un segreto: Tom Cruise non è un avvocato. Ma neanche Marco Travaglio, per dire.